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LA BUSTA NARRABIT (1)Dodici giorni, come gli apostoli. Ma il tredicesimo alla fine muore. Quell’analogia portava sfiga, lo sapeva. Eppure era così che si sentiva ogni volta alla fine del turno. Un cadavere, per tutto il giorno numero tredici. Nemmeno Dio aveva lavorato così tanto prima di riposarsi. Nemmeno Dio sgobbava come i tassisti.

Guardò nello specchietto retrovisore. Cercò gli occhi ma trovò solo rughe. Era stanca, ce l’aveva scritto in faccia. Stanca di quella notte umida. Stanca di quei ritmi. Stanca di vivere in una coppia di fatto con un partner che cambiava a ogni trillo del radiotaxi.

Tirò indietro il sedile, lo reclinò e si lasciò andare. Tre minuti, poi avrebbe accettato la chiamata. Tre minuti per ricordare a sé stessa chi glielo aveva fatto fare. Ma come sempre ne bastarono due, di secondi però. E quel diminutivo. Ray, che stava per Raymond. L’aveva chiamato così scegliendolo in un cestino pieno di batuffoli siamesi. E ora Ray stava male. Molto. Una malattia del sangue con un nome complicato. Trasfusioni. Cure costose. Soldi. Ecco chi glielo aveva fatto fare.

Tastò il portafogli nella tasca posteriore. Nonostante il dodicesimo apostolo sgomitasse per farsi da parte, non erano ancora abbastanza. Ci voleva un ultimo sforzo. Magari un aeroporto. Magari Fiumicino. Uno solo, e via di corsa a casa da Ray per guardarlo dormire. Con la striscia bianca vicino alle zampe posteriori che saliva e scendeva insieme al respiro.

Socchiuse le palpebre e incrociò le dita. Le prime gocce picchiettarono sul parabrezza. Poi i tre bip in sequenza. Doveva essere buona. Doveva esserlo per forza. Scivolò il dito sullo schermo del radiotaxi e una bestemmia le scalò la gola. Stazione. Una stramaledetta stazione. Una corsa da qualche euro. Preti maledetti. Ormai di notte non si spostava nessun’altro.

Più o meno.

Nel taschino il telefono si scosse. Uno squillo e la vibrazione di un SMS. Conosceva quel codice, l’aveva ideato lei. Una sequenza che significava tre cose. Rischi, ulcera e soldi. Molti soldi. Una consegna speciale, una mancia speciale. Strinse i denti e pensò a Ray.

“Arrivo,” disse all’uomo che rispose alla chiamata con un grugnito annebbiato. “Solito posto?” Un altro grugnito. Attaccò e fissò lo smartphone sul sostegno. Raddrizzò il sedile e fece per allacciare la cintura. La camicia. Doveva allacciare l’ultimo bottone e tirare giù i polsini. Già che c’era diede una passata con la mano anche ai calzoni. Raccolse i capelli in una coda e si diede un’ultima occhiata nel retrovisore. Per le rughe non poteva fare niente ma il resto poteva andare.

Mise a tacere il 35.70, accese il motore e si sintonizzò su Radio 24. Il conduttore blaterava del Family Day. Lo azzittì con un click. Preti maledetti.

****

Entrò nel taxi e si tuffò sul sedile posteriore. Alla solita maniera.

“Bella giornata,” biascicò. Era fradicio di pioggia ma non scherzava. Tremava come una foglia ma non era il freddo. Gli guardò le pupille, piccole come aghi di spillo. L’ultima dose era già un ricordo. Era evidente. E peggio di uno spacciatore c’era solo uno spacciatore drogato.

“Dove andiamo?” gli chiese la tassista.

“Nemmeno mi saluti?”, lo spacciatore si tolse la giacca del gessato, la posò con cura accanto a sé e raccolse i dreadlock in una coda pesante. “Lo sai che stasera ti mando a casa contenta, no?”

“Ciao. Dove andiamo?”, disse lei.

“Ti trovo peggio dell’ultima volta, ragazza mia. Devi fare qualcosa per il tuo umore o finisce che mi rivolgo a qualcun altro più allegro”. Nello specchietto retrovisore vide il grosso pacco di plastica con cui armeggiava. Cristalli freschi, pronti per la strada. “Pago, per il viaggio,” aggiunse lui.

“Per il viaggio. Non per la compagnia,” Il tassametro correva e lei voleva tornare da Ray. Gli indicò la cifra che aumentava ma sapeva bene che per le sue tasche erano poco più che spicci. Lo accendeva solo per la Squadra che ogni tanto faceva controlli a caso.

“Anche per quella, pago. Nel mio lavoro non è che si parli spesso del più e del meno. Viale Trieste, il solito angolo,” aggiunse con un cenno della mano.

Non appena fu sicuro che fossero sulla strada giusta, abbassò gli occhi sul cellulare. “E’ sempre per colpa di quel relitto che sei ridotta così?” Indicò la foto sul cruscotto senza guardare.

La tassista serrò i denti e strinse il volante. I soldi. Doveva concentrarsi sui soldi. C’erano solo i soldi. E Ray. Ray che ormai era appena tiepido e la guardava con lo sguardo di chi vorrebbe restare.

“Non che siano affari miei ma te ne devi sbarazzare al più presto. E’ ora di staccare la spina o poi sarà troppo tardi. La vita è una e non vale la pena di gettarla via.” Tossì. La mano che stringeva i cristalli si era inumidita e fremeva. “Accelera, vah, che ho fretta.”

“Pensavo che il taxi ti servisse per non dare nell’occhio,” lo stuzzicò per cambiare discorso. Ma ormai lo spacciatore era con il pollice sui tasti. Tirava su col naso e digitava.

Quando la tassista tornò con gli occhi sulla strada, una sagoma nera era accucciata sulle strisce. Inchiodò e l’ombra schizzò via verso il marciapiede soffiando. Il passeggerò picchiò la testa sul retro del suo schienale.

“Cristo!” imprecò lui toccandosi la fronte. “Ma che ti prende?”

“Un gatto”.

“E per un cazzo di gatto a momenti mi rompi la testa?”, afferrò lo specchietto e lo girò per guardarcisi dentro. “Che serata di merda. Pure la tassista animalista mi doveva capitare.” Gli cadde l’occhio sul sedile davanti. Family Day: 2 milioni al Circo Massimo, diceva la prima pagina di Leggo. “E magari ti piacciono anche i recchioni.” Afferrò il giornale e si lasciò cadere sullo schienale posteriore. La tassista raddrizzò il retrovisore e ripartì.

“Fanno bene.” Schiaffeggiò il titolo con il dorso della mano. “Ci manca solo di dargli la famiglia a questi pederasti senza Dio. Non gli basta poter girare tranquilli. Ci vogliono un padre e una madre per una famiglia. Fosse per me i figli li toglierei anche ai genitori soli. Fecero così con mia madre.” La tassista guardava il rosso. Aspettava il verde per poi tornare da Ray. Ray era tutta la sua vita. Ray era la sua famiglia e non voleva nemmeno pensare a quell’eventualità.

“E poi questi figli di papà tutti casa e chiesa mi stanno simpatici,” proseguì lo spacciatore mostrandole i cristalli e strizzandole l’occhio. “E tu, che ne dici?”

“Dico che siamo arrivati.” Spense il motore. “Ti aspetto qui. Vedi di fare in fretta che è tardi.”

Lo spacciatore scrutò oltre il finestrino, verso una finestra al terzo piano. Una sagoma faceva avanti e indietro nel rettangolo di luce. “Stasera puoi andare.” Gli allungò una banconota gialla. “Io e il Padre abbiamo un po’ di arretrati da sbrigare. Ma, se non te ne fossi accorta, ti ho pagato come le altre volte. Sono o non sono un pezzo di pane?” Le sfiorò uno zigomo. “Porta i miei saluti a Raymond. Ma fa che siano gli ultimi. Sei ancora bella e gettarti via così è un peccato”.

Raccolse la giacca e, mentre usciva dal taxi, una busta di carta scivolò fuori dalla tasca interna.

Per un istante la tassista fu tentata. Poi lasciò che la portiera schioccasse sullo stipite. Ray. C’era solo Ray. I soldi e Ray.

Si strofinò lo zigomo con una salvietta umidificata e accese il motore.

Quando il telefono vibrò una seconda volta.

Guardò lo schermo. Niente SMS. Si strinse fra le dita la radice del naso. Anche stavolta non poteva dire di no. Stavolta era troppo importante e Ray avrebbe capito.

****

LA BUSTA NARRABIT (2)Sbirciò nella busta e sfogliò le banconote con gli occhi. Non erano tantissime, ma abbastanza perché lo spacciatore ne sentisse la mancanza. Ci arrotolò un elastico intorno e le ripose nel vano del cruscotto.

Bussarono alla portiera. Tre volte. Si allungò e aprì senza pensarci. Non poteva essere che lui. Solo il professore bussava tre volte. Perché due erano quelle del postino, così diceva. Si sedette davanti come al solito. Era contro il regolamento ma lui pagava bene. E i soldi erano tutto. I soldi tenevano Ray in vita. I soldi li tenevano insieme.

“Andiamo in Prati,” le disse eccitato. “Ne ho trovata una bellissima.”

“Lunga?” chiese lei, slacciandosi i bottoni alti della camicia e tirando su i polsini.

“Non mi servono lunghe. Mi servono incisive. Forti. Che al lettore rimangano nell’orecchio prima ancora che nel cuore.” Il professore, in realtà, non insegnava niente. Era lei a chiamarlo così per il suo fare colto e impacciato. La stilografica nel taschino di tweed e la sciarpa al collo le ricordavano le foto di Hawking ai tempi di Cambridge. E quando era su di giri, balbettava.

“Carino. E’ tuo?”, le chiese indicando la foto sul cruscotto e saltellando sulle sillabe.

“Ray. Il diminutivo di Raymond.”

“Un nome insolito per un siamese.” Il professore estrasse dalla tasca interna il suo quadernino. Con l’indice seguiva le righe.

“Sì. E’ arrivato da lontano e aveva un muso straniero. Un muso da Raymond.” Il professore socchiuse un occhio e si voltò verso di lei. La tassista cambiò espressione. “Ora sta male. Una malattia del sangue.” Non riuscì a proseguire.

“Trasfusioni?” le chiese. Lei annuì. Il professore scrisse qualcosa sul taccuino. “Capisco. La stessa cosa con mia madre. La vita va preservata.”

“Dice?”

“Certo. E poi il dolore è buono, il dolore serve. Lei quante volte al giorno prova dolore per Ray?” La stilografica era pronta per scrivere la risposta. Il professore attese. Aprì la bocca per incitarla. Attese ancora. Ma la tassista tacque e si fermò al rosso. “E’ dal dolore che nasce l’arte. Pensa che se –“ esitò. Sfogliò qualche pagina sulle sue gambe. “Dante, ecco! Pensa che se Dante non avesse sofferto per Beatrice avrebbe scritto quelle cose? Ma per favore! Vuole sapere quante volte al giorno soffro io per mia madre?” La tassista non staccava gli occhi dalla strada e lui si voltò verso il marciapiede. Attraverso la pioggia intravide scritte giganti su un muro. Spannò il finestrino con la manica.

Verde. La tassista fece per ripartire. Il professore la fermò con un gesto.

“Ma non andavamo in Prati?”

“Sì, sì,sì. Ma anche queste devo appuntare.” Le lesse ad alta voce. “Family-day: difendiamo i nostri figli, frutto dell’amore di mamma e papà. E poi. Gender sterco del Demonio.” Le fece cenno di avviarsi. “E’ incredibile come la gente si lasci distrarre da cose così irrilevanti. Non crede?” Con le dita sulla penna, era di nuovo pronto a prendere appunti.

“Sono solo preti. E figli di preti,” gli rispose lei. “Ma pagano bene. Ne facessero una al giorno di queste ammucchiate, torneremmo ai tempi di quando c’era lavoro.” Preti maledetti. I soldi. Contavano solo Ray e i soldi. Gettò un’occhiata al vano nel cruscotto.

“Davvero? L’avrei fatta più radicale. Non penso sarebbero molto d’accordo con il suo modello di … famiglia.” Indicò la foto di Ray.

“Ci siamo,” disse lei con un cenno del mento verso il nome della via.

“Vado e torno,” disse lui, infilando stilografica e taccuino nella tasca della giacca e precipitandosi eccitato nel temporale.

La tassista aprì il portaoggetti e osservò la busta. La toccò. Era lì. Bussarono alla portiera. Tre volte. Nonostante diluviasse. Scosse la testa, chiuse il vano e aprì al professore.

“Tutto qui?” gli chiese.

“Ma ne valeva la pena. Era scritta proprio sul marciapiede che mi avevano indicato,” precisò. Lunghe gocce gli colavano dai capelli radi afflosciati su un lato. Le lasciava scendere e balbettava eccitato. “Senta qui. Siamo io e te. Siamo tu ed io. Siamo io il tuo bisogno e tu sei il mio.”

“Contento lei.” La tassista ripartì. “La riporto a casa. Che ho fretta. Poi un giorno mi spiegherà che ci fa con tutte quelle frasi.”

Il professore trascinò le righe di pioggia lontano dagli occhi. Si schiarì la voce. “Il mio sogno è scrivere un romanzo. Una grande affresco sul degrado della città. Con spacciatori, politici corrotti, giovani allo sbando. Ma fatto per frammenti. Quelli che scrive la gente. Un po’ come un quadro cubista, che quello che c’è c’è, ma non si vede. Bisogna intuirlo. Non sarà una cosa triste ma una storia che finisce con la speranza.”

La tassista annuì con un mugugno. Lo sguardo fisso sulla strada. “Speranza. Suona bene la speranza,” aggiunse.

“Ma chi voglio prendere in giro?” proseguì lui. “Mia madre è morta, vivo da solo e devo pagare l’affitto. Le frasi sono per un’azienda nuova che vuole far le scarpe ai Baci Perugina. Stanno per lanciare sul mercato i Segnali, cioccolatini al tartufo. E dentro l’involucro di stagnola vogliono frasi. Non gli aforismi famosi, però. Le parole della gente.” Ora anche lui fissava l’asfalto oltre il parabrezza. “Non so nemmeno perché dico queste cose proprio a lei. Magari perché nel mio lavoro non ho molte occasioni di parlare con la persone. Magari perché mi ha detto di Ray. Magari perché anche lei soffre, e il dolore apre la mente.”

“Quella frase però non la usi. Sta in una canzone di Max Pezzali.”

*****

Ray. Stava tornando da Ray. In grembo aveva la busta. Accarezzò la carta consumata dall’uso. L’indice scorse lungo l’elastico nuovo di zecca.

Uno squillo e la vibrazione di un SMS. Accostò.

Mi manca una busta giallina. Deve essermi scivolata mentre uscivo, lesse.

Aspettò qualche minuto. Ho cercato. Non c’è nessuna busta, scrisse.

Il telefono prese a urlare. “Dimmi,” rispose.

“Che cazzo vuol dire non c’è nessuna busta?” ruggì lo spacciatore.

“Ho guardato anche sotto i sedili. Non c’è”. La tassista posò la busta sul sedile accanto, insieme all’incasso del turno. I soldi per Ray.

“Guarda meglio.”

“Sai quanta gente si siede sul mio sedile in un giorno?”

“Non dire cazzate. Sono le 2.00 di notte.”

“Ieri c’era il Family-day.”

“Chi hai preso su dopo di me?”

La tassista tacque.

“Non gli faccio niente. Si tratta di affari. Voglio solo la mia busta.”

Ray. C’erano solo i soldi e una vita migliore per Ray. Solo così Ray sarebbe rimasto più a lungo con lei. “Un professore,” rispose.

****

E’ vero che il tredicesimo muore. Ma poi risorge. E il secondo di riposo, il giorno numero quattordici, era tutto per Ray. Chiuse l’ascensore più forte del solito, perché Ray la sentisse. Camminò lentamente sul pianerottolo per lasciargli il tempo di arrivare alla porta. Tese l’orecchio. Fra un po’ l’avrebbe sentito graffiare lo stipite. Il suo. Quello che lei gli aveva concesso per affilarsi le unghie.

Ma il pianerottolo rimase in silenzio.

La tassista guardò l’orologio. Aveva fatto tardi. Sorrise. Non veniva ad accoglierla per fargliela pagare. Strinse la busta. Ray avrebbe capito. Infilò la chiave nella toppa e aprì lentamente uno spiraglio. Le fusa che rimbombavano per il salone erano il suo abbraccio preferito.

Ma la stanza taceva.

Spalancò la porta e vide l’ombra pelosa riversa a terra, illuminata dalle luci della città.

La busta cadde a terra con un tonfo.