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Io sono il fiume è il mio romanzo d’esordio.

Lo presento il 7 maggio alle 18:30 al Lian Club – Lungotevere dei Melliti 7,IoSonoilFiume_Copertina_solo front Roma

Coordina: Paolo Fallai
Legge: Silvia Coronas
Suonano: Simone Fiaccavento, Francesco Caprara

Io sono il fiume è la storia di due generazioni, di un figlio inseguito dal fantasma ingombrante del padre e del sogno dell’uomo di governare il tempo.
È la storia di tre scienziati e della loro avventura, partita da una domanda con troppe risposte. Quanto dura il presente?
È la storia di Appo e Bliss. Del viaggio attraverso le Fasce Esterne che riscriverà più volte le loro vite.
È la storia di Roma, devastata dai bombardamenti della Grande Battaglia. Ridotta a un pugno di quartieri protetti dal Recinto. Il suo nome, proibito.
È la storia di un uomo senza scrupoli che minaccia l’ordine universale, spinto da un’ossessione che chiama amore.

Il libro può essere ordinato in tutte le librerie o acquistato sui vari store online. Alcuni esempi:

  1. Hoepli
  2. Feltrinelli
  3. Libreria Universitaria
  4. IBS
  5. Amazon

 

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LA BUSTA NARRABIT (1)Dodici giorni, come gli apostoli. Ma il tredicesimo alla fine muore. Quell’analogia portava sfiga, lo sapeva. Eppure era così che si sentiva ogni volta alla fine del turno. Un cadavere, per tutto il giorno numero tredici. Nemmeno Dio aveva lavorato così tanto prima di riposarsi. Nemmeno Dio sgobbava come i tassisti.

Guardò nello specchietto retrovisore. Cercò gli occhi ma trovò solo rughe. Era stanca, ce l’aveva scritto in faccia. Stanca di quella notte umida. Stanca di quei ritmi. Stanca di vivere in una coppia di fatto con un partner che cambiava a ogni trillo del radiotaxi.

Tirò indietro il sedile, lo reclinò e si lasciò andare. Tre minuti, poi avrebbe accettato la chiamata. Tre minuti per ricordare a sé stessa chi glielo aveva fatto fare. Ma come sempre ne bastarono due, di secondi però. E quel diminutivo. Ray, che stava per Raymond. L’aveva chiamato così scegliendolo in un cestino pieno di batuffoli siamesi. E ora Ray stava male. Molto. Una malattia del sangue con un nome complicato. Trasfusioni. Cure costose. Soldi. Ecco chi glielo aveva fatto fare.

Tastò il portafogli nella tasca posteriore. Nonostante il dodicesimo apostolo sgomitasse per farsi da parte, non erano ancora abbastanza. Ci voleva un ultimo sforzo. Magari un aeroporto. Magari Fiumicino. Uno solo, e via di corsa a casa da Ray per guardarlo dormire. Con la striscia bianca vicino alle zampe posteriori che saliva e scendeva insieme al respiro.

Socchiuse le palpebre e incrociò le dita. Le prime gocce picchiettarono sul parabrezza. Poi i tre bip in sequenza. Doveva essere buona. Doveva esserlo per forza. Scivolò il dito sullo schermo del radiotaxi e una bestemmia le scalò la gola. Stazione. Una stramaledetta stazione. Una corsa da qualche euro. Preti maledetti. Ormai di notte non si spostava nessun’altro.

Più o meno.

Nel taschino il telefono si scosse. Uno squillo e la vibrazione di un SMS. Conosceva quel codice, l’aveva ideato lei. Una sequenza che significava tre cose. Rischi, ulcera e soldi. Molti soldi. Una consegna speciale, una mancia speciale. Strinse i denti e pensò a Ray.

“Arrivo,” disse all’uomo che rispose alla chiamata con un grugnito annebbiato. “Solito posto?” Un altro grugnito. Attaccò e fissò lo smartphone sul sostegno. Raddrizzò il sedile e fece per allacciare la cintura. La camicia. Doveva allacciare l’ultimo bottone e tirare giù i polsini. Già che c’era diede una passata con la mano anche ai calzoni. Raccolse i capelli in una coda e si diede un’ultima occhiata nel retrovisore. Per le rughe non poteva fare niente ma il resto poteva andare.

Mise a tacere il 35.70, accese il motore e si sintonizzò su Radio 24. Il conduttore blaterava del Family Day. Lo azzittì con un click. Preti maledetti.

****

Entrò nel taxi e si tuffò sul sedile posteriore. Alla solita maniera.

“Bella giornata,” biascicò. Era fradicio di pioggia ma non scherzava. Tremava come una foglia ma non era il freddo. Gli guardò le pupille, piccole come aghi di spillo. L’ultima dose era già un ricordo. Era evidente. E peggio di uno spacciatore c’era solo uno spacciatore drogato.

“Dove andiamo?” gli chiese la tassista.

“Nemmeno mi saluti?”, lo spacciatore si tolse la giacca del gessato, la posò con cura accanto a sé e raccolse i dreadlock in una coda pesante. “Lo sai che stasera ti mando a casa contenta, no?”

“Ciao. Dove andiamo?”, disse lei.

“Ti trovo peggio dell’ultima volta, ragazza mia. Devi fare qualcosa per il tuo umore o finisce che mi rivolgo a qualcun altro più allegro”. Nello specchietto retrovisore vide il grosso pacco di plastica con cui armeggiava. Cristalli freschi, pronti per la strada. “Pago, per il viaggio,” aggiunse lui.

“Per il viaggio. Non per la compagnia,” Il tassametro correva e lei voleva tornare da Ray. Gli indicò la cifra che aumentava ma sapeva bene che per le sue tasche erano poco più che spicci. Lo accendeva solo per la Squadra che ogni tanto faceva controlli a caso.

“Anche per quella, pago. Nel mio lavoro non è che si parli spesso del più e del meno. Viale Trieste, il solito angolo,” aggiunse con un cenno della mano.

Non appena fu sicuro che fossero sulla strada giusta, abbassò gli occhi sul cellulare. “E’ sempre per colpa di quel relitto che sei ridotta così?” Indicò la foto sul cruscotto senza guardare.

La tassista serrò i denti e strinse il volante. I soldi. Doveva concentrarsi sui soldi. C’erano solo i soldi. E Ray. Ray che ormai era appena tiepido e la guardava con lo sguardo di chi vorrebbe restare.

“Non che siano affari miei ma te ne devi sbarazzare al più presto. E’ ora di staccare la spina o poi sarà troppo tardi. La vita è una e non vale la pena di gettarla via.” Tossì. La mano che stringeva i cristalli si era inumidita e fremeva. “Accelera, vah, che ho fretta.”

“Pensavo che il taxi ti servisse per non dare nell’occhio,” lo stuzzicò per cambiare discorso. Ma ormai lo spacciatore era con il pollice sui tasti. Tirava su col naso e digitava.

Quando la tassista tornò con gli occhi sulla strada, una sagoma nera era accucciata sulle strisce. Inchiodò e l’ombra schizzò via verso il marciapiede soffiando. Il passeggerò picchiò la testa sul retro del suo schienale.

“Cristo!” imprecò lui toccandosi la fronte. “Ma che ti prende?”

“Un gatto”.

“E per un cazzo di gatto a momenti mi rompi la testa?”, afferrò lo specchietto e lo girò per guardarcisi dentro. “Che serata di merda. Pure la tassista animalista mi doveva capitare.” Gli cadde l’occhio sul sedile davanti. Family Day: 2 milioni al Circo Massimo, diceva la prima pagina di Leggo. “E magari ti piacciono anche i recchioni.” Afferrò il giornale e si lasciò cadere sullo schienale posteriore. La tassista raddrizzò il retrovisore e ripartì.

“Fanno bene.” Schiaffeggiò il titolo con il dorso della mano. “Ci manca solo di dargli la famiglia a questi pederasti senza Dio. Non gli basta poter girare tranquilli. Ci vogliono un padre e una madre per una famiglia. Fosse per me i figli li toglierei anche ai genitori soli. Fecero così con mia madre.” La tassista guardava il rosso. Aspettava il verde per poi tornare da Ray. Ray era tutta la sua vita. Ray era la sua famiglia e non voleva nemmeno pensare a quell’eventualità.

“E poi questi figli di papà tutti casa e chiesa mi stanno simpatici,” proseguì lo spacciatore mostrandole i cristalli e strizzandole l’occhio. “E tu, che ne dici?”

“Dico che siamo arrivati.” Spense il motore. “Ti aspetto qui. Vedi di fare in fretta che è tardi.”

Lo spacciatore scrutò oltre il finestrino, verso una finestra al terzo piano. Una sagoma faceva avanti e indietro nel rettangolo di luce. “Stasera puoi andare.” Gli allungò una banconota gialla. “Io e il Padre abbiamo un po’ di arretrati da sbrigare. Ma, se non te ne fossi accorta, ti ho pagato come le altre volte. Sono o non sono un pezzo di pane?” Le sfiorò uno zigomo. “Porta i miei saluti a Raymond. Ma fa che siano gli ultimi. Sei ancora bella e gettarti via così è un peccato”.

Raccolse la giacca e, mentre usciva dal taxi, una busta di carta scivolò fuori dalla tasca interna.

Per un istante la tassista fu tentata. Poi lasciò che la portiera schioccasse sullo stipite. Ray. C’era solo Ray. I soldi e Ray.

Si strofinò lo zigomo con una salvietta umidificata e accese il motore.

Quando il telefono vibrò una seconda volta.

Guardò lo schermo. Niente SMS. Si strinse fra le dita la radice del naso. Anche stavolta non poteva dire di no. Stavolta era troppo importante e Ray avrebbe capito.

****

LA BUSTA NARRABIT (2)Sbirciò nella busta e sfogliò le banconote con gli occhi. Non erano tantissime, ma abbastanza perché lo spacciatore ne sentisse la mancanza. Ci arrotolò un elastico intorno e le ripose nel vano del cruscotto.

Bussarono alla portiera. Tre volte. Si allungò e aprì senza pensarci. Non poteva essere che lui. Solo il professore bussava tre volte. Perché due erano quelle del postino, così diceva. Si sedette davanti come al solito. Era contro il regolamento ma lui pagava bene. E i soldi erano tutto. I soldi tenevano Ray in vita. I soldi li tenevano insieme.

“Andiamo in Prati,” le disse eccitato. “Ne ho trovata una bellissima.”

“Lunga?” chiese lei, slacciandosi i bottoni alti della camicia e tirando su i polsini.

“Non mi servono lunghe. Mi servono incisive. Forti. Che al lettore rimangano nell’orecchio prima ancora che nel cuore.” Il professore, in realtà, non insegnava niente. Era lei a chiamarlo così per il suo fare colto e impacciato. La stilografica nel taschino di tweed e la sciarpa al collo le ricordavano le foto di Hawking ai tempi di Cambridge. E quando era su di giri, balbettava.

“Carino. E’ tuo?”, le chiese indicando la foto sul cruscotto e saltellando sulle sillabe.

“Ray. Il diminutivo di Raymond.”

“Un nome insolito per un siamese.” Il professore estrasse dalla tasca interna il suo quadernino. Con l’indice seguiva le righe.

“Sì. E’ arrivato da lontano e aveva un muso straniero. Un muso da Raymond.” Il professore socchiuse un occhio e si voltò verso di lei. La tassista cambiò espressione. “Ora sta male. Una malattia del sangue.” Non riuscì a proseguire.

“Trasfusioni?” le chiese. Lei annuì. Il professore scrisse qualcosa sul taccuino. “Capisco. La stessa cosa con mia madre. La vita va preservata.”

“Dice?”

“Certo. E poi il dolore è buono, il dolore serve. Lei quante volte al giorno prova dolore per Ray?” La stilografica era pronta per scrivere la risposta. Il professore attese. Aprì la bocca per incitarla. Attese ancora. Ma la tassista tacque e si fermò al rosso. “E’ dal dolore che nasce l’arte. Pensa che se –“ esitò. Sfogliò qualche pagina sulle sue gambe. “Dante, ecco! Pensa che se Dante non avesse sofferto per Beatrice avrebbe scritto quelle cose? Ma per favore! Vuole sapere quante volte al giorno soffro io per mia madre?” La tassista non staccava gli occhi dalla strada e lui si voltò verso il marciapiede. Attraverso la pioggia intravide scritte giganti su un muro. Spannò il finestrino con la manica.

Verde. La tassista fece per ripartire. Il professore la fermò con un gesto.

“Ma non andavamo in Prati?”

“Sì, sì,sì. Ma anche queste devo appuntare.” Le lesse ad alta voce. “Family-day: difendiamo i nostri figli, frutto dell’amore di mamma e papà. E poi. Gender sterco del Demonio.” Le fece cenno di avviarsi. “E’ incredibile come la gente si lasci distrarre da cose così irrilevanti. Non crede?” Con le dita sulla penna, era di nuovo pronto a prendere appunti.

“Sono solo preti. E figli di preti,” gli rispose lei. “Ma pagano bene. Ne facessero una al giorno di queste ammucchiate, torneremmo ai tempi di quando c’era lavoro.” Preti maledetti. I soldi. Contavano solo Ray e i soldi. Gettò un’occhiata al vano nel cruscotto.

“Davvero? L’avrei fatta più radicale. Non penso sarebbero molto d’accordo con il suo modello di … famiglia.” Indicò la foto di Ray.

“Ci siamo,” disse lei con un cenno del mento verso il nome della via.

“Vado e torno,” disse lui, infilando stilografica e taccuino nella tasca della giacca e precipitandosi eccitato nel temporale.

La tassista aprì il portaoggetti e osservò la busta. La toccò. Era lì. Bussarono alla portiera. Tre volte. Nonostante diluviasse. Scosse la testa, chiuse il vano e aprì al professore.

“Tutto qui?” gli chiese.

“Ma ne valeva la pena. Era scritta proprio sul marciapiede che mi avevano indicato,” precisò. Lunghe gocce gli colavano dai capelli radi afflosciati su un lato. Le lasciava scendere e balbettava eccitato. “Senta qui. Siamo io e te. Siamo tu ed io. Siamo io il tuo bisogno e tu sei il mio.”

“Contento lei.” La tassista ripartì. “La riporto a casa. Che ho fretta. Poi un giorno mi spiegherà che ci fa con tutte quelle frasi.”

Il professore trascinò le righe di pioggia lontano dagli occhi. Si schiarì la voce. “Il mio sogno è scrivere un romanzo. Una grande affresco sul degrado della città. Con spacciatori, politici corrotti, giovani allo sbando. Ma fatto per frammenti. Quelli che scrive la gente. Un po’ come un quadro cubista, che quello che c’è c’è, ma non si vede. Bisogna intuirlo. Non sarà una cosa triste ma una storia che finisce con la speranza.”

La tassista annuì con un mugugno. Lo sguardo fisso sulla strada. “Speranza. Suona bene la speranza,” aggiunse.

“Ma chi voglio prendere in giro?” proseguì lui. “Mia madre è morta, vivo da solo e devo pagare l’affitto. Le frasi sono per un’azienda nuova che vuole far le scarpe ai Baci Perugina. Stanno per lanciare sul mercato i Segnali, cioccolatini al tartufo. E dentro l’involucro di stagnola vogliono frasi. Non gli aforismi famosi, però. Le parole della gente.” Ora anche lui fissava l’asfalto oltre il parabrezza. “Non so nemmeno perché dico queste cose proprio a lei. Magari perché nel mio lavoro non ho molte occasioni di parlare con la persone. Magari perché mi ha detto di Ray. Magari perché anche lei soffre, e il dolore apre la mente.”

“Quella frase però non la usi. Sta in una canzone di Max Pezzali.”

*****

Ray. Stava tornando da Ray. In grembo aveva la busta. Accarezzò la carta consumata dall’uso. L’indice scorse lungo l’elastico nuovo di zecca.

Uno squillo e la vibrazione di un SMS. Accostò.

Mi manca una busta giallina. Deve essermi scivolata mentre uscivo, lesse.

Aspettò qualche minuto. Ho cercato. Non c’è nessuna busta, scrisse.

Il telefono prese a urlare. “Dimmi,” rispose.

“Che cazzo vuol dire non c’è nessuna busta?” ruggì lo spacciatore.

“Ho guardato anche sotto i sedili. Non c’è”. La tassista posò la busta sul sedile accanto, insieme all’incasso del turno. I soldi per Ray.

“Guarda meglio.”

“Sai quanta gente si siede sul mio sedile in un giorno?”

“Non dire cazzate. Sono le 2.00 di notte.”

“Ieri c’era il Family-day.”

“Chi hai preso su dopo di me?”

La tassista tacque.

“Non gli faccio niente. Si tratta di affari. Voglio solo la mia busta.”

Ray. C’erano solo i soldi e una vita migliore per Ray. Solo così Ray sarebbe rimasto più a lungo con lei. “Un professore,” rispose.

****

E’ vero che il tredicesimo muore. Ma poi risorge. E il secondo di riposo, il giorno numero quattordici, era tutto per Ray. Chiuse l’ascensore più forte del solito, perché Ray la sentisse. Camminò lentamente sul pianerottolo per lasciargli il tempo di arrivare alla porta. Tese l’orecchio. Fra un po’ l’avrebbe sentito graffiare lo stipite. Il suo. Quello che lei gli aveva concesso per affilarsi le unghie.

Ma il pianerottolo rimase in silenzio.

La tassista guardò l’orologio. Aveva fatto tardi. Sorrise. Non veniva ad accoglierla per fargliela pagare. Strinse la busta. Ray avrebbe capito. Infilò la chiave nella toppa e aprì lentamente uno spiraglio. Le fusa che rimbombavano per il salone erano il suo abbraccio preferito.

Ma la stanza taceva.

Spalancò la porta e vide l’ombra pelosa riversa a terra, illuminata dalle luci della città.

La busta cadde a terra con un tonfo.

039Sono giorni che camminiamo per La Paz per mettere insieme il necessario. Una tenda. I viveri per una settimana. Due saccapeli, che tutto sembrano tranne che adatti alla quota.

Ma qui siamo sulle Ande – ho detto a Carlo – 5000 metri qui è come 1500 in Appennino. Resisteremo.

Sì, resisteremo. In due non abbiamo nemmeno un paio di scarpe da trekking. Ai piedi calziamo entrambi ciò che rimane delle scarpe da foresta. Tomaia di tela su suola di gomma. Come entra, l’acqua esce. Utilissime quando fa 35° all’ombra e devi guadare fiumi. Ma tanto le Ande a 5000m sono come l’Appennino a 1500. O almeno è questo ciò di cui sono convinto.

Compriamo una vecchia mappa all’Ufficio Geografico Militare. Sono le uniche disponibili in scala 1:25.000. L’ufficiale di turno ci fa riempire un foglio in cui dichiariamo che non useremo le mappe per scopi terroristici. Eh sì, penso fra me e me, anche Che Guevara durante la sua ultima campagna da questa parti deve aver acquistato una di queste carte dichiarando “non per scopi sovversivi”. Ci sediamo su una panca che mi ricorda le sedie di scuola. Quelle verdi delle medie. Sulle quali dovevo sedermi con i piedi sollevati sul porta cartella del banco per non tornare a casa con il culo dolorante. Aspettiamo. Aspettare è parte integrante dei ritmi di vita boliviani.

Squilla il campanello. L’ufficiale ci fa cenno. Dobbiamo scegliere il numero della mappa da una gigantesca riproduzione della Bolivia tutta affettata in quadrati in parte sovrapposti. Ci vorrà un’ora per trovare quello giusto. E un’altra ora per farselo consegnare.

Gli americani vicino a noi sbraitano. Parlano spagnolo malissimo e pensano che tutto il mondo sia Los Angeles. Niente file agli uffici pubblici. Tutto pronto appena chiesto. Il più giovane studia a Berkeley e puzza di soldi a 10 metri di distanza. Radical chic. E’ l’unica parola che mi viene mentre osservo i suoi calzoni tagliati ad arte. Consumati dove serve per dire al mondo che i poveri mi piacciono. Che sono miei amici perché fa fico e io mi sento meglio. Douglas Coupland lo chiama slumming. E la parola rende bene l’idea. Indossa i classici vestiti dei turisti. Quelli che gli astuti sarti quechua tessono per soddisfare i gusti esotici dei rampolli della borghesia straniera. Gringos. Li chiamano ancora così. E gli vendono casacche multicolore spacciandole per vestiti tradizionali. Il prezzo si concorda sempre. Ma per quanto puoi tirarlo giù, loro non ci perdono mai. Si lasciano guardare come animali allo zoo e ne traggono il loro vantaggio. Sopravvivere è la regola. La dignità è roba per ricchi.

Mi ricordano Geronimo. Durante l’ultimo periodo della sua vita a Fort Sill era diventato una specie di celebrità. Era pur sempre l’ultimo capo indiano ad essersi arreso agli americani! Per guadagnarsi da vivere, lo scaltro capo chiricahua vendeva ai turisti il cappello e i bottoni della giacca. Quelli che dopo la cattura divennero parte dei suoi abiti da prigioniero del Governo Federale. Appena i visitatori se ne andavano, comprava un altro cappello usato e cuciva nuovi bottoni alla giacca. Pronto ad attendere le visite del giorno dopo. Geronimo aveva capito che l’uomo bianco è interessato solo alla superficie. Poter dire io c’ero, io l’ho visto, io l’ho fatto. Numeri. Elenchi. Quantità.

Di nuovo il campanello. Un nuovo cenno del militare. I nostri documenti sono pronti – Gotta go – Saluto i tre americani stravaccati sulle sedie accanto alle nostre – All right – Sbuffano annoiati sotto dreadlock puzzolenti che aggiungono al quadro un non so che di trasandato. Di quel trasandato fashion che ho visto più volte sfilare sulle passerelle milanesi. Afferriamo le mappe e sorridiamo all’ufficiale. Lui ci guarda perplesso aggrottando la fronte. E’ evidente che non capisce il nostro entusiasmo. Ma per noi quello è l’ultimo tassello. Ora non c’è più nulla fra noi e le montagne. Domani si parte.

Un camino Inca è pur sempre un camino Inca. I padroni del Tahuantinsuyo non conoscevano la ruota. Ma per portare carichi a dorso di Lama lastricavano i loro sentieri con grandi pietre. Simili a quelle che gli antichi romani usavano sulle strade consolari. Sono questi i pensieri che mi frullano per la testa mentre cerco invano di tenermi dritto abbracciando lo zaino stracarico. Sono seduto fra sacchi di sementi sul pavimento di una corriera sgangherata e strapiena che rimbalza fra le buche di una strada andina. Siamo appena fuori a La Paz e ci dirigiamo verso le montagne. Penso a quel lastricato che conduce al passo di Apacheta e poi giù nell’altra valle fino al paesino di Cojlla. Sperduto nelle yungas, la foresta tipica del versante amazzonico delle Ande. Quasi lo vedo quel lastricato e sorrido mentre la nuvola di polvere che solleviamo dietro di noi ingoia tutto. Il verde degli alberi. Un gruppo di campesinos che spingono a bastonate un mulo impigrito dal sole implacabile. Due bambine scalze. Il paesaggio. Tutto trangugiato da un nuvolone giallastro che ti ritrovi fin dentro le narici. Un lastricato è un lastricato. Non possiamo perderci.

E’ passato già un giorno e siamo accampati vicino a un bivio. Sì, un bivio. Perché anche gli Inca andavano in più posti. E di conseguenza anche i loro sentieri prima o poi si biforcano. Non che ci voglia un genio per immaginarlo. Ma tant’è.

040Destra o sinistra? Ieri quando ci siamo fermati era troppo buio per decidere. Abbiamo tirato su pali e telo impermeabile sul soffice strato di muschi che ricopre questa umidissima valle. E dopo il tè di rito al cospetto del tramonto viola e terso delle Ande ci siamo addormentati. Al mattino il bivio appare peggiore che alla sera. Di notte se sbagli puoi sempre dare la colpa all’oscurità. Di giorno devi assumerti la responsabilità totale della scelta.

Destra o sinistra, questo è l’atroce dilemma.

Il ramo che va a sinistra prosegue in piano per alcuni chilometri. Gira verso nord e sparisce nella nebbia. Sì, stamattina c’è nebbia. Fitta. Sento il vento fresco che cade improvvisamente quando le masse d’aria si scambiano di posto. In queste condizioni dalle mie parti significa che fra un po’ pioverà. Ma qui siamo sulle Ande. Sarà diverso. Infatti, mentre ci giriamo a esaminare dove si perda il ramo di destra, inizia a nevicare. Ma non era la stagione secca? Ci guardiamo stupiti. Impareremo poi che “secca” vuol dire che piove di rado. E non che non piove mai.

Il ramo di destra si inerpica in una valle secondaria. A un certo punto il lastricato si interrompe e una traccia giallo chiaro lo sostituisce arrampicandosi a tornanti stretti su per un pendio sempre più ripido fino a una striscia bianca. Appoggiata su una lunga cresta. Decidiamo che quello non può che essere il passo che dobbiamo raggiungere. Forse avrà fatto un po’ più di neve lassù. Raccogliamo le nostre cose e ci incamminiamo.

Siamo ormai in alto e il passo è lento. Se interpretiamo bene la cartina dovremmo essere ormai a 4500m di altitudine. Con gli zaini carichi sembriamo due astronauti appena scesi sulla luna. Un passo dopo l’altro. Ogni respiro fra un passo e il successivo.

Raggiunta la base del pendio dove finisce il lastricato notiamo un piccolo branco di vigogne che emerge dalla nebbia. Dopo due giorni di totale solitudine sembra un miraggio. Un vecchio le guida verso un recinto al suono di strani versi gutturali. Un bastardello che assomiglia agli spinoni dei cartoni animati abbaia correndo all’impazzata per tenere gli animali in gruppo. Ci avviciniamo e tiriamo fuori la cartina per chiedere indicazioni.

Il vecchio ci saluta dietro a un sorriso sdentato. E’ avvolto in un poncho sporco di terra. E sembra non capisca cosa diciamo. Si solleva i copriorecchie che scendono dal cappello di lana e ci accorgiamo che in realtà non ha sentito. Ripetiamo la domanda più forte per sorpassare l’urlo del vento che nel frattempo è aumentato. Indichiamo il punto sulla mappa ma non c’è modo di tenerla aperta – Andiamo verso il passo di Apacheta, è su di la? – Facciamo la domanda un paio di volte sottolineando Apacheta. In modo che se tutto il resto non si capisce almeno quello sia chiaro. L’indice puntato sul punto segnato a penna fra isoipse e macchie di verde e marrone.

Il vecchio guarda la cartina ma non capisce cosa sia. Con il palmo della mano destra ci fa cenno di metterla via. Con la sinistra ci invita a seguirlo.

Ci conduce dentro a un recinto di pietre. Un muretto a secco, alto più o meno come lui. Qui siamo al riparo dal vento e riusciamo a smettere di urlare – Apacheta – ripetiamo, come due imbecilli che non sanno dire altro. Il vecchio continua a sorridere – Non siete lontani – ci dice – E’ di là? – Chiedo  di nuovo impaziente mentre osservo il cielo e il tempo che peggiora. Ma lui non risponde. Mi chiede di nuovo la cartina e la penna che tengo nella custodia di plastica che la avvolge. Gira il foglio reticolato sul lato vuoto e inizia a disegnare. Fa colli. Uno. Due. Tre. Tanti. Poi dietro alcuni picchi. Disegna la neve. Poi riempie i pendii di case di fango e paglia come quelle che punteggiano i paesaggi andini sotto ai 3500m. Disegna un branco di vigogne, un uomo che le segue e un cane. Il sole in alto che brilla e riscalda i pendii. Ci mette anche una casa come quelle dei bianchi. Con il comignolo che fuma e un aereo che compare dietro alle nuvole. Su una sella una croce. La ripassa più volte la croce. Poi guarda il suo disegno. Lo allontana un po’ per esaminarlo nell’insieme. Annuisce soddisfatto e ce lo consegna.

Ci guardiamo increduli. Fa freddo e nevica più forte. Il vento non accenna a diminuire. Giriamo il foglio più volte. Lo confrontiamo con la cartina sull’altra facciata. Cerchiamo punti di contatto. Analogie. Ma non capiamo a cosa corrispondano i colli. I picchi sono da tutt’altra parte. Solo la croce ci è chiaro che indica il passo. Proviamo a chiedere qualcos’altro ma il vecchio s’è già rimesso in cammino. Il tempo della sua pausa è trascorso e fra un grugnito e l’altro ha ripreso a spingere le vigogne verso valle. Lo spinone dei cartoni animati abbaia senza sosta a un cucciolo che ha sbagliato direzione. Lo riporta nel gruppo poi si ferma di scatto. Ci guarda. Sembra si aspetti qualcosa. Poi, quasi deluso, riparte. Il lavoro chiama.

041Guardiamo per un altro po’ la cartina e il disegno cercando di cavarne fuori qualcosa. La nebbia cala sempre di più. Il vento diminuisce ma fa più freddo. I fiocchi di neve iniziano a posarsi sulle pietre del recinto. Facciamo fatica a tenere le mani fuori dalle tasche. Non abbiamo sciarpe. Non abbiamo indumenti pesanti. Calzoni di cotone. Calzini di spugna dentro alle scarpe da foresta. I capelli lunghi raccolti sotto un cappello a falde avvolto dal cappuccio di un vecchio K-way. Diamo un’ultima occhiata al pendio ripido e alla striscia bianca che compare e scompare fra i banchi di nebbia. Non parliamo ma sappiamo bene cosa fare. Ci giriamo verso valle e ritorniamo sui nostri passi. Lontani, il vecchio e il cane guidano il branco verso casa.

17 anni dopo la grandine saltella sul mio balcone. Roma è grigia. Del grigio intenso di un temporale. Del grigio del greyout. Quando il cielo, l’asfalto e le pareti di cemento si fondono in un colore unico e disorientante. Del grigio umido che puzza di smog e di indolenza. Grigio fuori, oltre le finestre. Giallo dentro, fra le pagine di McCarthy. Il giallo arso e luminoso del deserto messicano e del viaggio di Billy e Boyd verso il confine sul Rio Bravo. Il giallo vivido del vestito che immagino indossi il vecchio a cui chiedono indicazioni. E che, per rispondere, afferra un foglio e inizia a disegnare paesaggi insoliti. Coloriti. Pieni di vita. Il contrario esatto delle brulle distese a cavallo del fiume. Un’immagine che i due ragazzi stentano a capire. Speravano in una direzione e ciò che ottengono è un’opera di fantasia. Chiedono spiegazioni e il vecchio gli risponde che il vero problema non è perdere la via. Ma perdere la voglia di cercarla. La sua mappa serve a questo. A stimolare in loro il desiderio di andare avanti.

Rileggo il passo due volte e la pagina acquista il sapore intenso di un dejà vu. Ripenso a quei giorni sulle Ande e mi chiedo se anche il nostro amico con il poncho avesse voluto dirci qualcosa del genere. In effetti, tornammo al bivio e ci accampammo di nuovo. Il giorno dopo, sotto un sole meraviglioso, prendemmo il ramo di sinistra. L’altro. Quello che in effetti portava al passo di Apacheta e poi giù fino a Cojlla nel bel mezzo delle yungas.

Dove andava il ramo destro? Dal passo guardammo verso quel pendio scosceso. La striscia bianca non era un po’ di neve caduta nei giorni precedenti ma il margine inferiore di un enorme distesa candida. Non avevamo una bussola ma ora i riferimenti del paesaggio erano chiari. Riorientando la cartina correttamente leggemmo una scritta che attraversava un gigantesca macchia bianca. Glaciar qualcosa. Sì glaciar, la parola spagnola per dire ghiacciaio.

Nei narrabit precedenti …  L’ho seguita fino a Piazza Vittorio. Si chiama Zhan Min. Una ragazza cinese, immigrata clandestinamente dallo Zhejiang. Le insegno italiano nei pomeriggi dopo la scuola. E di notte confeziona vestiti in uno scantinato illegale. L’ho seguita fin li ma non so bene perché.  Mi scopre e mi prega di allontanarmi.  Se ci scoprono i suoi aguzzini siamo entrambi in pericolo.

E invece quell’ingrato, che doveva la sua vita solo al mio transitare davanti a superfici riflettenti, si ostinava a raddoppiare i dubbi e a restituirmi le incertezze così come gliele avevo consegnate. Ruvide. Acerbe. Senza via d’uscita. Non solo. Continuava a confermare con smorfie insignificanti che il mio viso era espressivo come quello di Clint Eastwood senza il cappello. E che cercare significati nella complessa topografia di rughe e pieghe della pelle era completamente privo di senso.

Episodio 1

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032_la feritaIl giorno dopo i fatti di Piazza Vittorio Zhan Min era in ritardo. O meglio, non era in anticipo come al solito. La stavo aspettando da mezz’ora sulla soglia seguendo a memoria la cassa di Two Hearts. Il pezzo di Springsteen mi ronzava nella testa da giorni e il mio piede batteva sui sampietrini come fosse sul palco insieme alla E-Street Band. Dopo anni di astinenza ero addirittura ricorso al pacchetto di Carlo, avevo acceso una delle sue Pall Mall e stavo aspirando con l’avidità chi ci ricade dopo la prima settimana. L’ansia, però, non recedeva di un passo.

Quando la vidi arrivare spensi la sigaretta sotto la suola interrompendo la canzone prima dell’applauso del pubblico e le camminai incontro nervosamente – Dobbiamo parlare – le dissi bruscamente. Con gli auricolari ancora nelle orecchie stava fissando la strada davanti a sé quando le interruppi brutalmente il cammino. Spalancò la bocca e d’istinto portò le mani al petto, terrorizzata. Si tranquillizzò solo quando si accorse che l’uomo che la stava importunando era solo il suo insegnate di italiano.

Non volevo spaventarti – mi scusai.

No lezione oggi? – mi chiese con la tristezza che le corrugava la fronte.

Prima devo parlarti – tagliai corto – Ieri sera – balbettai – Il posto in cui lavori. Quelli sono malviventi. Non puoi continuare.

Mio lavoro quello – mi rispose con candore.

Ma quello non è un lavoro. Per due lire fai la schiava per un gruppo di banditi. E’ illegale. E poi è pericoloso. In una cantina, senza finestre né vie di fuga – inghiottii, mi feci coraggio e aggiunsi qualcosa che fino a quel momento avevo faticato ad ammettere perfino con me stesso – Se ti succedesse qualcosa, ne morirei.

Lei mi guardò stupita poi abbassò di nuovo lo sguardo e aggiunse – Mio lavoro quello. Soldi servire per pagare debito, mandare in Cina.

Ti aiuto io a trovarne un altro – era una promessa che sapevo già di non poter mantenere. Ma che lì per lì mi sembrò comunque meglio dello scantinato dove la tenevano prigioniera 12 ore al giorno. Alla fine, ero convinto, la certezza di un male è pur sempre peggio di un bene improbabile.

No posso. Se io andare via, loro conoscere mia famiglia. E tutti finire in giardino dove morti diventare fiori – alzò il viso e mi accorsi che nei suoi occhi non c’era altro che una serena rassegnazione. Niente paura. Niente rabbia per gli eventi che la sorte le aveva riservato. Nessuna invidia per chi stava meglio. La vita, per Zhan Min, era un binario su cui era stata messa alla nascita. Dal primo vagito in poi nulla accadeva più per caso. L’ansia e il timore erano emozioni possibili solo per chi credeva di poter cambiare le carte in tavola. Per chi poteva permettersi di immaginare scenari diversi. Seguire il tracciato, accettare e adeguarsi. Era quella la sua via. Ed era nella via che Zhan Min trovava la pace. Un’assurdità per me, convinto com’ero che l’uomo costruisce giorno dopo giorno il proprio destino. Sfidando il caso. Raddrizzando con la volontà le storture. O quanto meno fallendo nel tentativo. Un’assurdità dalla quale nemmeno il giardino dove i morti diventano fiori, che sostituiva l’aridità di cimitero, riusciva a distogliermi. Un’assurdità contro la quale ero pronto a sfoderare la spada e a far sellare il cavallo bianco.

Possiamo sempre denunciarli – aggiunsi con convinzione – Con l’associazione seguiamo da anni casi come questi. Il Commissario di zona ci conosce bene e ogni volta che facciamo una segnalazione la Polizia non esita mai. Intervengono prontamente e mettono i sigilli seduta stante. Mi basta una telefonata per liberarti per sempre.

Appena pronunciate, quelle parole mi tornarono indietro con la forza di un boomerang scagliato controvento. E per la prima volta da quando la conoscevo, vidi una vena di terrore adombrarle lo sguardo – No. Tu no potere. Se tu denunciare, loro denunciare me. E io tornare Cina – si voltò e mi diede le spalle perché non vedessi le lacrime che avevano iniziato a diluirle l’eye-liner – Cina peggio di stanza dove macchine fanno vestiti. Tu no capire.

Era così. Fino a quel momento non avevo nemmeno preso in considerazione il fatto che fosse una clandestina. Che lo Stato non avrebbe esitato un secondo a rimpatriarla. Che, paradossalmente, sarebbe stato più facile per i due sgherri armati della cantina tornare in circolazione che per lei rimanere in Italia. Stavo per abbracciarla quando una mano possente mi afferrò la spalla destra.

Tu sempre con ragazze carine, professore – Il vocione profondo di Ange era facile da riconoscere. Ma era la sua stretta ad essere inconfondibile. Mi voltai e, nonostante indossasse gli occhiali da sole che non toglieva nemmeno al tramonto, fui certo che mi stesse strizzando l’occhio.

Già qui? – cambiai discorso sperando che la sorpresa non mi avesse fato arrossire.

5 pomeriggio – mi rispose scoprendo il finto rolex dorato che gli cingeva il polso.

E’ vero – guardai il mio – E’ ora di entrare. Oggi facciamo il passato prossimo – aggiunsi cercando gli occhi di Zhan Min che, senza sollevarli da terra, si era già incamminata verso la sede.

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Se vuoi il mio parere stai facendo una cazzata – Carlo mi si avvicinò mentre con un panno umido ripulivo la lavagna dai resti degli ausiliari essere e avere.

Mi voltai aggrottando la fronte. Come faceva a sapere? – In realtà ancora non ho ancora preso nessuna decisione – gli dissi.

Perché, sei già alla fase delle decisioni? Non pensavo fosse così seria la faccenda – Carlo si accarezzò la barba, estrasse un pacchetto di sigarette dal taschino della giacca di velluto e me ne offri una.

Ci pensai su qualche secondo, poi rifiutai. Non potevo aggrapparmi al tabacco alla prima difficoltà. Dopo quanto mi era costato smettere, ricominciare sarebbe stata, sì, una vera cazzata – E’ più seria di quello che immagini – gli dissi sedendomi e cercando il calore della stufa.

Se ti va di fare due chiacchiere, lo sai, su di me puoi sempre contare – e si sedette anche lui. Sulla sedia di fronte a me. Proprio quella su cui fino a 10 minuti prima era stata appollaiata a gambe incrociate Zhan Min.

Sospirai. Conoscevo bene Carlo. Per lui la rettitudine veniva prima di tutto. L’etica, la legge e i diritti erano qualcosa che travalicava le esigenze dell’individuo. Una sorta di lapide sotto alla quale era disposto a seppellire chiunque, se la causa chiamava. Ma se già sapeva, se in qualche modo aveva capito, negare non aveva senso. Magari, parlandone, sarei riuscito ad ammorbidire i suoi estremismi e a fermarlo in tempo prima che si lanciasse in un nuovo capitolo della sua crociata. D’altra parte si trattava solo di confermare i sospetti che aveva sempre avuto. D’altra parte si trattava pur sempre del caro vecchio Carlo. L’uomo a cui dovevo quasi tutto. Il compagno che aveva dato un senso alla vita che trascinavo con fatica fra una supplenza e l’altra – Avevi ragione – gli dissi a denti stretti. Mi costava ammettere, per l’ennesima volta, che le sue conclusioni fossero più accurate delle mie – è una dei marginali – Lo sentii sospirare e attendere che continuassi – l’ho seguita e l’ho vista entrare in una di quelle cantine. Lavora di notte alle macchine da cucire. Come da manuale. Speravo veramente che non fosse come pensavi tu.

Mi dispiace – mormorò sporgendosi in avanti e schiacciando il mozzicone fra indice e pollice – Mi dispiace veramente. Anche se in realtà io parlavo di voi due.

Lo guardai con gli occhi sbarrati e una sensazione di vuoto sostituì per un istante il battito del mio cuore. Senza alcun motivo avevo appena offerto a un guerriero un nuovo campo di battaglia. A quel punto trattenere la sua sete di sangue e di giustizia sarebbe stato impossibile. Maledissi la mia stupidità e provai a spostare l’asse del discorso – Noi due? Che intendi?

Si vede lontano un miglio che lei ti piace. Se ne sono accorti tutti. Ben prima che te ne accorgessi tu stesso. Ma sai bene come vanno a finire queste storie – sentenziò con il tono saccente del maestro che impartisce all’allievo una lezione di vita – Te la porti in casa. Le prometti il mondo. Poi fra due anni uno dei due si rende conto che provenite da universi completamente diversi. Impossibili da conciliare. Libera dalla schiavitù del debito, lei inizia a sentire la mancanza di casa. E il giorno che decide che vuole tornare in Cina tu le dici che ce la potete fare. Che per lei abbandoneresti tutto. Che la seguirai in capo al mondo. Salvo poi immaginarti in un paesino dello Zhejiang solo, in mezzo a gente che non capisci e incastrato nella rete delle convenzioni sociali della Cina rurale. Ed è in quel preciso istante che prenderai atto di qualcosa che dentro di te sai già adesso. Donne e buoi dei paesi tuoi.

Mi piace il tuo ottimismo – gli dissi afferrando il pacchetto e accendendomi la sigaretta che avevo rifiutato poco prima – Com’era che avevi detto? Se hai voglia di chiacchierare, puoi contare su di me? Se non sapessi che sei laureato in Scienze Politiche, penserei addirittura Psicologia.

Lo so che accettare la realtà è il passo più duro – mi rispose come se non avesse colto l’ironia – ma è anche quello fondamentale per esaminarla per ciò che è e iniziare a risalire prima di toccare il fondo.

Strinsi il filtro fra le labbra, aspirai avidamente. Di solito invidiavo il distacco con cui Carlo analizzava ogni avvenimento. Lo consideravo l’indiscutibile talento di un leader a cui affidi la vita, ricevendo in cambio protezione e sicurezza. Quel giorno però mi sembrava solo la lezione senza anima di un militante androide i cui consigli rimbalzavano fra gli spigoli di una voce metallica. Fissai le mattonelle ed evitai di rispondere a quella che, attraverso il velo della rabbia, mi sembrava sempre di più una provocazione.

Se proprio non vuoi darmi retta – aggiunse Carlo alzandosi, in tono conclusivo – almeno fai in fretta. Portala via di lì prima che puoi. Perché sai cosa siamo costretti a fare in questi casi no?

Sapevo che non sarei riuscito a distogliere per troppo tempo l’attenzione del cane dall’osso – Non puoi! – esclamai, accartocciando la sigaretta nel posacenere e accendendone un’altra.

Come scusa? – Carlo sbarrò gli occhi incredulo.

Non puoi – ripetei sussurrando. Ricordando bene quanto lo disturbassero le obiezioni gridate – Gliel’ho detto anch’io ma mi ha chiesto di non farlo. Sa che, per lei, significherebbe l’espulsione. E qualunque cosa sarebbe meglio che tornare in Cina. Se andasse via o denunciasse i suoi aguzzini, poi, quelli se la prenderebbero con la famiglia – Carlo ascoltava imperturbabile. Non riuscivo a capire cosa gli passasse per la testa quindi continuai – Chi siamo noi per decidere cos’è meglio per lei?

C’è la legge – disse sollevando le spalle – ci sono i valori per i quali facciamo ciò che facciamo. I diritti umani, la solidarietà, la battaglia contro lo sfruttamento. Cosa faresti se, invece di Zhan Min, si trattasse di una donna qualunque? E se, invece che 10, le donne schiavizzate là sotto fossero 100? Cosa faresti, un sondaggio?

Perché no? Chi sei tu per stabilire cos’è giusto fare? E se la maggior parte di loro la pensasse come Zhan Min? Se nessuna di loro avesse qualcosa per cui valga la pensa tornare? Secondo me insisti solo perché denunciandoli andresti a dormire tranquillo di aver compiuto la tua buona azione quotidiana. Lo fai per te stesso e per i tuoi principi, non per quelle donne – non avevo nemmeno finito di pronunciare la frase che mi ero già pentito di averlo fatto.

Se, se, se … – mi  rispose stringendo fra i denti la rabbia e assestandomi un paio di pacche sulla spalla – se l’uomo avesse le ali sarebbe un uccello. E’ proprio per tenere a bada tutti questi “se” che esiste la legge, che gli uomini si danno regole e valori.

Ti prego … – lo supplicai.

Tutto quello che posso fare è darti fino alla lezione di domani per avvisarla. Fai in modo che non sia lì all’inizio del turno di notte – Carlo si tirò i capelli indietro e scosse la testa sospirando. Guardai a lungo la sua schiena corpulenta allontanarsi verso la porta, uscire in strada e perdersi fra i vicoli del centro. Quella sera toccava a me chiudere ma non avevo nessuna voglia di andare a casa. L’idea di passare la notte a fissare il muro, pensando alla vita che stavo per mettere a soqquadro, mi chiuse lo stomaco in una morsa. Mi guardai intorno come un cane affamato che sente nell’aria l’odore di cibo. Sudore rancido, carico di ansia, mi inumidì la fronte e le ascelle. A grandi passi tornai nella sala dove facevamo lezione e le vidi. Espirai sollevato. Carlo aveva dimenticato il pacchetto ancora pieno delle sue Pall Mall vicino alla stufa. Si preparava una lunga notte.

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… ascoltare me prof! – il vocione gutturale di Ange emerse dal silenzio ovattato. Dopo la notte in bianco ero ancora intorpidito ma ero troppo preoccupato per avere sonno – Tu no ascoltare me prof! – ribadì Ange – Iniziare lezione. Io oggi dovere uscire presto – e mi colpì con il gomito strizzandomi l’occhio – Ragazza carina anche io – Abbozzai un sorriso per non deludere il suo entusiasmo e lui si sedette. Lo vidi scambiare due parole con gli altri, poi sulla stanza calò il silenzio e tutti iniziarono a fissarmi in attesa. Li guardavo e sapevo che ormai era tardi e dovevo iniziare. Ma tutto ciò a cui riuscivo a pensare erano i 4 numeri del quadrante del cellulare. 17:10. Zhan Min era 10 minuti in ritardo. Non era mai successo prima. Magari è malata, mi dissi, pensando a ciò che avrebbe detto mia sorella al mio posto. Ma mi prendevo in giro sapendo di farlo. Da quando frequentava l’associazione Zhan Min non aveva saltato una lezione. Alle volte era talmente stanca che, per stare sveglia, si sedeva nella maniera più scomoda che le venisse in mente. Se era necessario saltava un pasto ma non l’ora di italiano. Era successo qualcosa. Ne ero più che sicuro.

Dopo un’ora di preposizioni flagellate e verbi masticati nel tritacarne delle coniugazioni passive ero esausto. Salutai tutti in fretta, raccolsi le mie cose e seguii, attraverso le nebbie suadenti del sonno, la schiena esile e allungata di Ray che si avviava verso la fermata del tram. Avevo bisogno di qualcosa a cui aggrapparmi, che mi trascinasse oltre la porta rapidamente. Scelsi il medico senegalese e mi affidai alla sua andatura scattante e nervosa. Lo presi sotto braccio e gli chiesi cosa ne pensasse del calcio africano. Sulle prime mi guardò perplesso, sapeva bene che l’unico sport di cui mi fossi mai interessato era la pesca. Sull’argomento mi aveva preso in giro più volte, sostenendo che ero solo io a considerarlo uno sport. Scosse la testa e senza farsi altre domande mi assecondò. Appena fuori dalla porta l’aria mi avvolse nel suo abbraccio gelato e la nebbia iniziò a diradarsi. Sentii la voce gracchiante di Carlo chiamarmi per nome con i puntini di sospensione subito dopo. Sembrava volermi dire qualcosa di importante ma decisi di far finta di niente e aumentai il passo verso i Fori Imperiali.

Su Via Cavour mi ritrovai a camminare come Zhan Min la volta che l’avevo seguita. A passi piccoli e rapidi, con gli occhi piantati sulle cifre digitali del cellulare. Facevo più o meno un passo al secondo. Sudavo e avevo il fiatone. Annusavo l’aria alla ricerca del profumo di Piazza Vittorio. Frutta marcia e salsa di soia. O forse cercavo solo la scia di mandorle profumate che si lasciavano dietro i suoi capelli. Qualcosa che mi facesse capire che ero vicino e che lei stava bene.

A Piazza Vittorio l’edicolante stava abbassando l’ultima saracinesca. Corrugai la fronte perplesso e guardai di nuovo l’ora. 18.40. Presto per chiudere. Che succede?, chiesi a me stesso. Intercettai il suo sguardo e alzai il braccio per salutarlo. Non appena mi vide scansò simbolicamente la mia presenza con un gesto della mano e, scuotendo la testa, mi dimostrò tutta la sua disapprovazione. Non capivo il perché di quel trattamento. L’ultima volta mi sembrava ci fossimo congedati amichevolmente. Decisi di attraversare la strada per chiarire. Feci per avvicinarmi ma i lampi blu che fendevano i muri degli edifici a intervalli regolari mi gelarono il sangue. Con un piede in strada e l’altro ancora sul marciapiede mi voltai. Il peggiore degli scenari che avessi potuto immaginare stava prendendo vita di fronte ai miei occhi. Tre volanti della Polizia erano schierate a raggiera di fronte al portone che l’energumeno armato aveva spalancato per Zhan Min la sera che l’avevo seguita fino alla sua prigione. O meglio, quella che fino al nostro chiarimento avevo considerato la sua prigione. Gli inquilini dei piani superiori erano affacciati ai balconi e si chiedevano cosa stesse succedendo. Qualcuno indicava verso il basso, dove un gruppo di agenti confabulava riempiendo moduli. La radio gracchiava ad alta voce fra trilli acuti e richieste di informazioni. In controluce mi sembrò di riconoscere la sagoma dell’ispettore Grati. Inghiottii a vuoto e decisi di avvicinarmi. A metà strada l’edicolante incrociò il mio cammino – Cosa le avevo detto? Quelle con gli occhi a mandorla è meglio lasciarle perdere – mi disse a denti stretti come fosse un segreto e con gli occhi carichi di rabbia. Cercai una risposta da dargli nella confusione del momento ma lo vidi allontanarsi prima che ne riuscissi a trovare una plausibile.

Professore – mi chiamo da dietro i nastri gialli appena stesi l’ispettore Grati – come mai da queste parti?

Mi avvicinai lentamente, arrovellandomi sulla scusa che stavo per inventare – Torno a casa. Stasera non avevo voglia di mettermi sui mezzi. Per oggi di calca, odori molesti e confusione ne ho abbastanza. E poi il dottore mi ha messo a dieta – battei un paio di volte sulle rotondità che gonfiavano la mia camicia all’altezza della vita – sembra che il colesterolo uccida soprattutto gli intellettuali.

Beh – mi rispose abbassando lo sguardo verso i 10 chili di troppo afflosciati oltre la sua cinta – meno male che faccio il poliziotto allora – mi sorrise, poi alzò il sopracciglio e riprese il filo del suo ragionamento da dove lo aveva interrotto – Certo che ha deciso di fare uno strano giro. Dalla sede dell’associazione, per andare verso la Piramide, non ha molto senso passare per Piazza Vittorio.

Non avevo scelta – gli dissi, schiarendomi la voce e sperando che la giustificazione reggesse – Il dottore mi ha dato una dieta assurda. Per perdere peso come dice lui dovrei affamarmi per mesi. Meglio mangiare un po’ di più e fare un po’ di esercizio fisico. Ma mi dica – cercai di spostare il discorso sul tema che mi interessava – cos’è successo? – E indicai il portone spalancato e gli agenti che entravano e uscivano dal palazzo.

La solita fabbrichetta clandestina che produce vestiti e borse per il mercato nero – mi confessò accarezzandosi i lunghi baffi che gli circondavano le labbra – ma siamo arrivati tardi. Tutto vuoto. Devono aver avuto una soffiata e hanno sbaraccato prima che riuscissimo a intervenire – lentamente la voce del Commissario iniziò ad affievolirsi, ingoiata dall’incedere incerto dei miei respiri. Sempre più brevi. Sempre più superficiali. Zhan Min. Il suo viso mi apparve confuso dietro a una fitta rete di pensieri e paure. Che fine aveva fatto? Di solito, una volta smembrate, le fabbriche improvvisate venivano ricostituite altrove. Le operaie ricollocate il più lontano possibile. I guardiani puniti, separati dai colleghi con cui avevano prestato servizio e spediti in altre città. Era così che la malavita cinese arginava i casi di collaborazione con le forze dell’ordine. Un metodo sperimentato negli anni che, allo stesso tempo, riusciva a far sparire ogni traccia di chiunque avesse lavorato in uno di quegli insalubri scantinati. Bastavano un altro nome e un documento contraffatto ad arte per ricominciare altrove con un’identità nuova di zecca. Inghiottii a vuoto e mi guardai le mani. Tremavano e le sentivo lontane, come fossero quelle di un altro. Sapere cosa succedeva in quei casi era una cosa. Essere ragionevolmente certo che fosse successo a Zhan Min era qualcosa di completamente diverso. Come vedere un incendio lontano e, all’improvviso, sentire le fiamme che ti avvolgono.

Grati continuava a descrivere l’operato della sua unità e la sua voce riemerse lentamente da un groviglio di immagini che non volevo nemmeno prendere in considerazione. Zhan Min trascinata via su un vecchio Fiorino. Il suo viso nascosto da un caschetto nuovo di taglio. Lei seduta su una panchina di legno con in mano un passaporto nuovo sapientemente invecchiato. Zhan Min affacciata al finestrino di una corriera mentre le luci di una città senza nome le attraversavano rapidamente il viso – Abbiamo raccolto qualche indizio e la scientifica si sta occupando dei dettagli – Sottolineò il commissario – Ma vedrà, professore, che alla fine, come al solito, non caveremo un ragno dal buco. Più ne chiudiamo, di queste prigioni, più ne spuntano come funghi. Più ne rimpatriamo, di questi musi gialli, più ne arrivano.

Sì. E i cinesi non muoiono mai. E non vogliono imparare la nostra lingua. E sono un gruppo chiuso. E vengono in Italia, si arricchiscono e poi tornano in Cina. Sì, i luoghi comuni sui cinesi li conoscevo tutti. E alla Polizia sembravano insegnarglieli come parte dell’addestramento.

Strano che non sapesse niente – aggiunse.

In che senso? – gli chiesi.

La segnalazione ci è arrivata dalla vostra associazione. Come sempre – ammise sollevando le spalle.

Carlo, pensai. Non poteva essere altrimenti. Agli altri non avevo detto nulla ed era lui l’unico a sapere. Ecco cosa stava per dirmi quando ero scappato via dopo la lezione. Serrai i denti e lo stomaco si contorse nella dolorosa morsa della rabbia – Già – risposi a Grati – Siamo sempre in prima linea nella lotta per i diritti e contro le irregolarità – guardai di nuovo il quadrante del telefono e finsi di essere sorpreso – Deve scusarmi ispettore ma si è fatto davvero tardi. E mi aspetta un bel po’ da camminare. Buona serata e buon lavoro – gli strinsi la mano, lasciai cadere la maschera e mi immersi totalmente nel fiume bollente che mi si agitava dentro. Carlo. Meglio che avessi finto di non sentirlo all’uscita dalla sede. Meglio che non lo avessi a portata di mano quella sera. Altrimenti Grati avrebbe avuto di che riempire le mani vuote con cui stava per tornare in centrale.

Professore – la voce dell’ispettore mi colse di sorpresa. Mi voltai indossando di nuovo un sorriso compiaciuto e cordiale – lì è da dove viene. Casa sua è di là.

Già – mi battei sulla fronte cercando di non mandare in frantumi i pochi brandelli rimasti intatti della storiella che avevo inventato per lui – è stata una giornata intensa. Sono davvero stanco. Buona serata ispettore.

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033_dovedormono le barcheHo fatto solo ciò che dovevo fare. Esattamente ciò che avresti fatto tu al mio posto se lei non fosse stata Zhan Min – Carlo mi guardava da dietro le lenti fumé, reclinato sullo schienale della sua poltrona preferita. Mi fissava con gli occhi traboccanti di orgoglio. Lui sul gradino più alto del podio della correttezza. Io colpevole del più infame fra i crimini contro le regole. Quello dell’eccezione.

Mi avevi detto che avresti aspettato la lezione. Che mi avresti dato il tempo di avvisarla e di offrirle almeno una scelta – gli gridai digrignando i denti.

Ci ho ripensato – fece una pausa espirando il fumo denso della sua Pall Mall, poi mi fissò di nuovo distendendo la fronte – e come vedi non è stato sufficiente. Anche così la Polizia è arrivata tardi. Questi maledetti hanno orecchie ovunque – il suo tono di voce freddo e distaccato iniziò ad annebbiarmi la vista.

Me lo avevi promesso – ruggii – Non avevi alcun diritto …

Hai ragione – schiacciò il filtro nel posacenere, si alzò e mosse alcuni passi verso di me – Non avevo alcun diritto. Avevo, però, il sacrosanto dovere di oppormi a un palese atto di violazione dei diritti umani – mi si avvicinò fino a farmi sentire il suo alito di tabacco e ravioli al vapore – Io non sono un omuncolo come te. Non metto le mie esigenze al di sopra di quelle della collettività – il volume della sua voce cresceva – Io sono un guerrigliero! – gridò con i suoi occhi, verdi come le foglie in primavera, spalancati nei miei.

Gli afferrai il bavero della giacca e lo vidi trasalire. Non mi aveva mai visto perdere il controllo ed era evidente che non sapesse come gestire la cosa. Alzò le braccia con il terrore nello sguardo – Un guerrigliero? – gli dissi sull’orlo di una risata – Sei un poveraccio, solo con la sua ideologia. Abbandonato in un mondo sterilizzato di regole sempre uguali, al di fuori delle quali sei perso, come un neonato fuori dalla culla – in quel momento il trillo acuto del mio cellulare irruppe nell’atmosfera tesa della stanza. Come il campanello del ring che richiama il pugile all’angolo, quell’avviso mi aiutò a recuperare il controllo. Senza aggiungere altro lasciai andare Carlo che, tremando, si accasciò sulla poltrona. Un secondo trillo seguì il primo e poi un terzo si aggiunse. Pescai il telefono dalla tasca dei pantaloni e diedi le spalle all’uomo che fino a quel giorno avevo considerato una guida. L’icona della chat lampeggiava. Un messaggio da parte di CINAX, un utente che non riconoscevo. Sospirai. I soliti tentativi di phishing, mi dissi. Stavo per riporlo, quando il telefono trillò di nuovo. Insistente, pensai. La cosa mi incuriosì. Alla fine, se si trattava di un virus, bastava non cliccare sui link per stare tranquilli. Aprii la finestra della chat e scorsi i 4 messaggi. I primi 3 erano uguali. Ciao. Ciao. Ciao. Ripetuto, probabilmente, perché non rispondevo. Il quarto dovetti leggerlo 2 volte perché il mondo grigio e oscuro in cui avevo trascorso le ultime 12 ore fosse rischiarato dai meravigliosi colori di un’alba fra le nuvole. A quel punto non avevo più dubbi su chi fosse CINAX. Sorrisi fra me e me e rilessi quella manciata di parole sottovoce, come per assicurarmi che fossero vere.

Io no partire. Vedere te domattina dove dormono le barche.

031_La vetrinaLa notte a Piazza Vittorio profuma di frutta marcia e salsa di soia – Puzza, vorrai dire – riuscivo a sentirla nelle orecchie la voce limpida di Carlo. Il suo italiano senza accento, la sua schiettezza senza veli. A me, però, i resti del mercato abbandonati sulle grate fra il marciapiede e l’asfalto ricordavano l’America Latina dei miei viaggi. Annusando l’aria mi apparivano i timidi sorrisi delle cholitas e quello bastava per trasformare l’olezzo in profumo. L’odore pungente dei ristoranti cinesi, invece, mi faceva pensare a Pechino. In Cina non c’ero mai stato, eppure, per qualche motivo, mi ero convinto che era quello l’aroma che il respiro della capitale diffondeva per le strade – I cinesi in Italia sono gente del sud. La loro cucina non c’entra niente con quella di Pechino e del nord. Sarebbe come camminare a Notting Hill sperando di annusare il ragù della nonna. La geografia non è mica un’opinione – mi scoprii a sorridere immaginando il commento severo di Carlo. Sempre lo stesso, come se soffrisse di Alzheimer.

Carlo. Se solo avesse saputo dov’ero quella notte, avrebbe tirato giù tutti i santi del paradiso.

L’avevo seguita dal marciapiede opposto dei Fori Imperiali. Poi su per Via Cavour mi aveva quasi scoperto. Mi ero voltato appena in tempo, di fronte alla vetrina del sexy shop, e avevo guardato il suo riflesso sullo sfondo di un manichino in calze a rete e tubino di latex. Il solito pervertito, avrà pensato da dietro i veli della sua timidezza. Stando a quello che si diceva, le ragazze cinesi erano tutte così. Silenziose, schive, riservate. Pronte ad abbassare lo sguardo se sentivano che il tuo era troppo insistente. Uno stereotipo che Zhan Min confermava in ogni dettaglio, in ogni piccola irresistibile sfumatura.

Non appena l’avevo vista sparire oltre il fascio di luce del lampione davanti a San Pietro in Vincoli, avevo ripreso a seguirla. Camminava veloce, a passi corti. Con gli auricolari nelle orecchie e lo sguardo fisso sul quadrante del vecchio cellulare che le avevo visto usare più volte. Un modello di 4 o 5 anni prima, rigato dall’uso e sbeccato dalle cadute. Da dov’ero non potevo esserne certo ma avrei scommesso che stesse controllando l’ora in continuazione. Era una specie di ossessione. Usciva dalla lezione di italiano alle 18 in punto e correva via dopo un sorriso timido e qualche saluto gettato lì con discrezione. Riuscivo a scambiare due parole con lei solo quando arrivava in anticipo ma non ero mai riuscito a farla trattenere oltre i primi rintocchi della campana di Sant’Andrea. Avevo intuito quale fosse la ragione di quelle fughe e quella notte ero lì per confermare i miei timori.

Una volta arrivata sul lato settentrionale della piazza, prima di attraversare, aveva nascosto telefono e walkman in fondo allo zaino e si era guardata alle spalle per essere sicura che nessuno la osservasse. Da dietro le riviste sospese dell’edicola dove mi ero appostato dovevo accontentarmi dei piccoli stralci di lei che riuscivo a ricomporre con la coda dell’occhio, spostando il peso da un piede all’altro. L’avevo vista infilarsi i capelli nel cappuccio e puntare dritto verso il primo portone oltre le colonne. L’uomo che l’aveva lasciata entrare era un colosso alto quasi il doppio di lei, largo come una vecchia lavastoviglie. Aveva gettato uno sguardo sul marciapiede e si era chiuso la porta alle spalle con una delicatezza incongruente con la sua obesità – Per carità, se vuole se li legga tutti – protestò a un certo punto il giornalaio indicando i periodici che stavo impilando e sfogliando distrattamente per giustificare la mia presenza – almeno, però, quando ha finito li rimetta dov’erano, che fra un quarto d’ora devo chiudere – e con un paio di colpi dell’indice sul quadrante dell’orologio mi ricordò che anche io avevo una vita a cui tornare. Erano quasi le 20 e Zhan Min aveva varcato quella soglia ormai da un’ora. Un tempo sufficiente per evitare che ci sia ancora qualcuno a controllare, cercai di convincermi. Ringraziai l’edicolante per la pazienza e feci per allontanarmi. Lui scosse la testa – Donne! – bofonchiò – Mi dia retta e si fidi del consiglio di un vecchio. Se non vuole finire nei guai, quelle con gli occhi a mandorla le lasci perdere – Abbozzai un sorriso di convenienza e mi voltai prima che il sangue mi irrorasse le guance. Avevo fatto di tutto per convincermi di essere lì solo per aiutare una studentessa in difficoltà. Ma erano ormai settimane che avevo iniziato a nutrire fortissimi dubbi sulle ragioni che, sempre più spesso, mi spingevano ad arrivare in sede mezz’ora prima dell’inizio della lezione. A fissare la porta nella speranza che lei arrivasse in anticipo per scambiare due parole. A correggerle al banco le esercitazioni scritte, così da potermi avvicinare quel tanto che bastava per sfiorarle col naso i capelli e annusare il profumo del suo shampoo alla mandorla. Stavo abusando del mio ruolo di insegnante? Mi prendevo piccole libertà che lei altrimenti non mi avrebbe mai concesso? Quesiti che mi ero ripetuto più volte. Sui quali avevo riflettuto a lungo. E che poi avevo comodamente deciso di spazzare sotto il tappeto del “si vive una volta sola”.

E spero il più a lungo possibile. Fu quello il primo pensiero che fui in grado di decifrare mentre valutavo i pericoli oggettivi di quella mia bravata notturna. Accovacciato nel buio di un vicolo secondario, osservavo con lo stomaco chiuso ciò che avveniva oltre la piccola finestra a livello strada. Per l’ennesima volta dovevo riconoscere che Carlo non si sbagliava – la maggior parte dei cinesi che arrivano a Roma vengono dallo Zhejiang – mi aveva avvisato accarezzandosi la barba canuta che non aveva mai più rimosso dall’entrata delle truppe di Castro a l’Avana – 9 su 10 non sono poveri come si crede. Vengono da famiglie normali, disposte a indebitarsi per offrire un’opportunità a figli e nipoti. Non sono loro il problema. A loro basta lavorare sodo per un paio d’anni e il debito contratto con chi organizza l’espatrio è ripagato. Il problema è quell’1 su 10 che viene dalla miseria o dal disagio – Me l’aveva detto sottovoce accennando con il mento a Zhan Min. La sua convinzione era che lei fosse proprio una dei marginali. Una di quelle che finiscono nella rete illegale di schiavisti privi di scrupoli. Diceva di aver osservato con attenzione i suoi comportamenti, i suoi oggetti, la sua solitudine e la sua diffidenza. Ma io avevo sempre respinto quelle conclusioni come una delle sue solite esagerazioni. E questo nonostante Carlo, con la sua sete di conoscenza e il suo piglio deciso, rappresentasse per me una guida e per tutti i membri dell’associazione un nume tutelare. Era Carlo che ci aiutava a interpretare i singoli eventi nella cornice più ampia degli scenari globali. Era grazie a lui se anche i il piccoli interventi dell’associazione assumevano un significato rilevante. Tanto per noi quanto per il mondo che volevamo aiutare a cambiare. Eppure non conoscevo nessuno più radicale di Carlo. Per lui non esistevano le mezze misure. Tutto era bianco o nero. Gigante o minuscolo. Giusto o sbagliato – Non c’è bisogno di inventarsi i complotti della Triade. E’ una ragazza cinese come mille altre. Timida, riservata, sfuggente – gli avevo risposto, più per convincere me stesso che sperando che cambiasse idea.

Quella notte, però, dovetti ricredermi. Carlo era senza dubbio un rigido perfezionista e un estremista della rettitudine ma in quel caso non potevo che dargli ragione. Per quello scantinato immerso nella penombra di qualche neon tremolante non esistevano mezzi termini, sfumature o punti di vista. Ciò che accadeva lì dentro era sbagliato e basta. Dannatamente sbagliato.

Da dov’ero riuscivo a vedere metà di uno stanzone di 30 metri quadrati, trasformato in una piccola fabbrica di vestiti. Dieci donne, ricurve sulle macchine da cucire, sedevano una accanto all’altra su sgabelli privi di schienale. 5 da una parte e 5 dall’altra di un tavolo messo per lungo e incurvato dal peso dei macchinari, avevano fra loro enormi cesti di plastica ricolmi di tessuti da tagliare e assemblare. Solo il ronzio dei rocchetti di filo e il ticchettio cadenzato degli aghi interrompeva ritmicamente il silenzio. Le donne non alzavano la testa se non per asciugarsi il sudore. Non c’era areazione nel locale. E le uniche aperture erano altre due feritoie a livello strada, simili a quella attraverso cui stavo osservando la scena. Un uomo esile e spettinato vegliava sulle sarte stravaccato su una poltrona. Il bisonte che avevo visto al portone, invece, era in piedi vicino alla porta. Entrambi erano armati. Inghiottii a vuoto e ripensai ai consigli del giornalaio, agli ammonimenti di Carlo. Ebbi l’impulso di alzarmi e lasciarmi alle spalle quella notte e i suoi orrori. Cosa potevo fare io d’altra parte? Quanti immigrati illegali erano in quella stessa situazione? Avrei forse dovuto iniziare a vagare per la città cercando di salvarli uno ad uno? Sono un insegnante di italiano, mica un giustiziere, mi dissi. Poi la vidi alzare la testa, sospirare e asciugarsi con il polso il sudore che le scendeva sotto la frangetta. Senza riflettere sui rischi di ciò che facevo, mi sporsi per guardarla meglio e i suoi occhi neri e profondi sfiorarono per un secondo il mio sguardo. Non feci in tempo a ritrarmi che la vidi inorridire.

032_la feritaPer non destare l’attenzione dei guardiani, in un battito di ciglia tornò al suo lavoro. Mi aveva visto, ne ero sicuro. La sua espressione non lasciava spazio a interpretazioni. E ora? Mi chiesi. Ma prima che riuscissi a elaborare una risposta, sentii un urlo provenire dalla cantina, appena attutito dai sottili vetri delle feritoie. Mi voltai e vidi Zhan Min in piedi con una mano nell’altra e sangue che le colava fra le dita. Era ferita e dolorante. Chiese qualcosa in cinese all’uomo più magro e l’altro la lasciò passare. Si chiuse la porta alle spalle e le altre sarte ripresero a cucire come nulla fosse. L’uomo sulla poltrona tornò con i pensieri fra i seni patinati della sua rivista. L’altro incrociò le braccia e recuperò l’espressione torva del suo personaggio.

Essere pazzo! Che fare qui? – La sua voce. I suoi verbi all’infinito. Mi voltai e la vidi in piedi alle mie spalle, con il viso contratto da un misto di tenerezza e paura.

Le presi le mani fra le mie – Sei ferita – le dissi separandole. L’ago aveva attraversato il polpastrello con tutta la forza generata dalla spinta del motore. Fortunatamente l’aveva colpita di striscio.

Unico modo per uscire – mi rivelò sollevando le spalle.

Dobbiamo sciacquarla e disinfettarla. Di corsa – visualizzai la ruggine che avevo notato sulle macchine da cucire dello scantinato e mi tonò alla mente l’ossessione di mia nonna per il tetano. D’istinto cercai con lo sguardo una fontanella lungo il marciapiede di fronte.

Io sciacquare. Tu andare via. Subito. Qui pericoloso – disse accigliata scivolando fuori dai miei palmi – Se loro capire … – lasciò  la frase in sospeso ma il concetto era chiaro. Non stavo mettendo in pericolo solo me stesso ma lei in primo luogo. Che diavolo mi ero messo in testa? Se erano informazioni che cercavo, conferme ai miei dubbi, le avevo già da un bel pezzo. Perché ero rimasto? Avevo forse intenzione di intervenire? Su due piedi, da solo contro due uomini armati? Se una soluzione esisteva, non l’avrei certo trovata lì quella notte. Per ogni minuto che passava, il rischio di mettere lei in difficoltà aumentava. Dovevo andarmene. In fretta. Con l’indice spinsi gli occhiali su per il naso, come facevo ogni volta che ero in difficoltà – Scusami – sussurrai abbassando lo sguardo – Ci vediamo domani a lezione – aggiunsi e, senza pensarci su ulteriormente, mi avviai di nuovo verso Piazza Vittorio.

Ma lei mi trattenne. Mi voltai e la sua mano ferita stringeva saldamente una manciata della mia manica – Grazie – sussurrò con il viso illuminato da un sorriso. Fece un passo verso di me, si alzò sulle punte e mi appoggiò le labbra sulla guancia. Sorpreso e stordito, cercai qualcosa da replicare. Una frase fra le mille che mi ero preparato e le altre mille che avevano appena iniziato ad agitarmisi nella mente. Ma – Figurati – fu l’unica che mi oltrepassò le labbra. Per anni avevo trascorso ore di fila a dibattere di linguistica o di politica e tutto ciò che ero riuscito a dire era la stessa parola di convenienza con cui rispondevo al portiere che mi ringraziava per la mancia di Natale. La vidi sparire nell’ombra, leggera come una foglia spinta dal vento. Frastornato, ripresi la strada di casa.

***

Sangue. Non avrei mai immaginato che il nostro primo contatto sarebbe stato macchiato dal sangue. Mi guardai le mani avvolte dai vapori dell’acqua calda. Dovevo decidermi a lavarle. Le tracce solide rimaste sul dorso sembravano quelle di un assassino di ritorno dalla scena del crimine. Ero consapevole dell’assurdità di quel pensiero, ma avevo paura che, sciacquandole via, avrei cancellato anche ciò che rimaneva del suo tocco. Della carezza impaurita dei suoi polpastrelli. Dei brividi di piacere che avevo avvertito mentre mi scivolavano lungo la pelle. Il fruscio del rubinetto coprì il frastuono dei miei pensieri e mi ricordò dov’ero. Oltre la porta scorsi la penombra in cui era avvolto il mio appartamento. La luce da tavolo illuminava la pila di compiti in classe da correggere. Poco più in là gli esercizi dei miei allievi stranieri. Quelli a cui dedicavo i lunghi pomeriggi di volontariato. Quelli che non potevano permettersi un insegnante a pagamento. Quasi tutti clandestini, adulti e prigionieri di vite ai margini. Mi voltai verso lo specchio e con la mano cercai il mio viso dietro alla condensa. E mentre il palmo diradava la nebbia, insieme ai tratti di me stesso che ben conoscevo trovai la lunga coda di Zhan Min e un ricordo che non sarei mai riuscito a dimenticare.

Era una fredda sera di dicembre di due anni prima. Nella sede dell’associazione si battevano i denti. Nonostante avessimo disposto le sedie intorno alla piccola stufa a pellet, nessuno aveva avuto il coraggio di rimuovere guanti e cappello. Gli spifferi sibilavano sotto i vecchi infissi di legno, impazienti anche loro di partecipare alla discussione.

Io mangiare mela – disse Ange convinto, incrociando sul petto le braccia tornite che lo avevano portato in Libia attraverso mezzo continente africano e da lì, a remi, fino alle coste della Sicilia. Stava ancora osservando i disegni che avevo fatto con il gesso su una vecchia lavagna di ardesia e per lui non c’era dubbio, la soluzione dell’enigma era quella.

Lui mangiando mela – lo corresse Ray, un medico senegalese che lavorava di notte a un distributore di benzina self service.

Lui no mangiare mela – sussurrò con il dito alzato Zhan Min.

Perché no? – le chiesi

Mela e faccia di lui distanti – rispose con la semplice immediatezza che avrei imparato essere uno dei suoi tratti distintivi.

Guardai la lavagna e, in effetti, la faccia e la mela erano almeno a 20 cm di distanza. E, nonostante le frecce che, nella mia intenzione, avrebbero dovuto spiegare l’azione, la bocca spalancata era ben lontana dall’addentare il frutto.

Va bene – sorrisi – Non la sta mangiando. Il punto però è la forma del verbo. Lui “non mangia” la mela. E non “lui no mangiare mela”. Io, mangio. Tu mangi. Lui mangia. In questo caso “lui non mangia la mela”. Chiaro?

Italiano difficile – Ange scosse la testa – Inglese di Congo facile. I eat. You eat. He eat. Sempre eat. Perché italiano tutto diverso?

Bella domanda, pensai. Se solo sapessi quanto era più complicato il latino!

Anche cinese facile. Anche cinese tutto uguale – aggiunse Zhan Min – se io dire “io bere succo frutta con acqua dura vedi dentro” tu capire, no?

Veramente no, dissi a me stesso – Acqua dura vedi dentro? – le chiesi sollevando il sopracciglio.

Io capire – intervenne Ange

Anche io “antando” – ci andò vicino Ray usando il francese come tramite – fredda. Acqua dura e fredda.

Ghiaccio! – esclamai sorridendo – acqua dura che ci vedi dentro – ripetei sottovoce mentre tutti si complimentavano con lei per quella piccola vittoria. Di fatto ero io l’insegnante ed ero l’unico a non aver capito subito cosa intendesse. All’inizio pensai si fosse trattato di un caso. Ma quando la cosa iniziò a ripetersi sempre più spesso, capii che Zhan Min era così. Quando non conosceva una parola, ne usava altre per costruire intorno al suo significato un recinto di sensazioni. Qualcosa che assomigliava fin troppo alla poesia. Qualcosa di raro che, da un certo momento in poi, iniziai ad apprezzare più che correggere.

Italiano lingua difficile. Per quello Italia paese piccolo. Cinese lingua facile. Per quello Cina paese grande. Come inglese. Per quello inglese parlare ovunque – in 6 frasi Zhan Min aveva illustrato la sua versione della storia delle civiltà umane. Gli altri del gruppo annuirono con soddisfazione. Ange si spinse fino ad applaudire le sue considerazioni e quei minuti al centro dell’attenzione dipinsero le guance di Zhan Min del colore dell’imbarazzo. Era la prima volta che la vedevo oltrepassare la soglia della penombra in cui la sua riservatezza la teneva al sicuro. Una miscela, quella fra timidezza e sprazzi di audacia, che non avevo mai provato prima e della quale avevo già voglia di ubriacarmi.

Il palato arso dalle lunghe ore di appostamento e lo scroscio del rubinetto mi aiutarono a rimettere a fuoco l’immagine sullo specchio. C’era il mio viso dietro alla nebbia che il vapore dell’acqua calda continuava a stendere e la mia mano a rimuovere con un gesto meccanico. Cercavo conforto e tranquillità nel viso del mio sosia. Speravo che la sua espressione mi suggerisse una soluzione. E invece quell’ingrato, che doveva la sua vita solo al mio transitare davanti a superfici riflettenti, si ostinava a raddoppiare i dubbi e a restituirmi le incertezze così come gliele avevo consegnate. Ruvide. Acerbe. Senza via d’uscita. Non solo. Continuava a confermare con smorfie insignificanti che il mio viso era espressivo come quello di Clint Eastwood senza il cappello. E che cercare significati nella complessa topografia di rughe e pieghe della pelle era completamente privo di senso.

To be continued

016_lei sul trenoFinalmente la città. Non ne posso più di questa giornata. Sorridere sui tacchi mi ha indolenzito i piedi e gli zigomi. Oggi, poi, ci mancava solo il regista. 4 frasi idiote ripetute almeno una ventina di volte – lo sguardo, più intenso lo voglio – blaterava l’isterico – Devi sprizzare passione. Chi ti guarda deve vibrare. Deve desiderarti – Nemmeno stessimo girando Ultimo tango a Parigi. E’ proprio vero che gli uomini sono come le metropoli. Più crescono, più tutto ciò che senti è rumore di fondo. Traffico di pensieri senza senso. Smog denso di parole sature del loro ego.

Oltre il finestrino c’è la periferia nord. Luci distanti punteggiano l’oscurità. Quartieri decadenti. Minicar a zonzo. Un grande serbatoio sferico riconquistato dal tempo. Bianco ma verde di vegetazione. Un distributore ENI. Meno 30 centesimi se la fai al self-service. Più un euro per il bengalese che aspira dal filtro sporco di grasso. Buio di nuovo. E’ bella Roma al buio. Come un uomo con il corpo scolpito. Lo guardi con i polpastrelli e dimentichi quel viso che non riesce a piacerti.

La carrozza sussulta. Sferraglia. Rallenta – Dove va questo treno – Chiede per la decima volta il tipo impomatato con Spiderman sul desktop. Nessuno gli risponde ma a lui non interessa. La domanda è servita solo a interrompere il silenzio che lo inquieta. O magari a mostrare a tutti la perfezione del suo ciuffo. La Santissima Trinità degli uomini di inizio millennio. L’Uomo Ragno, il calcio e il ciuffo. Fino alle droghe e al rock’n’roll potrei arrivarci. Ma cosa abbia sostituito il sesso non lo capisco proprio. Ah, ecco. Da come se lo accarezza, direi il ciuffo.

Prossima fermata, Roma Tiburtina. Next stop, Roma Tiburtina – ripete un paio di volte la donna di metallo.  – Sono loro in ritardo – si lamenta la tipa con i ricci. E con l’indice batte sull’orologio che ha al polso. Il cellulare stretto fra l’orecchio e la spalla – Non vedo perché ora dovrei ricomprare il biglietto per la coincidenza. E’ colpa loro, cazzo – Rovista rabbiosamente nella borsa e tira fuori una busta di carta con i colori di Trenitalia – Freccia Rossa 99825 – grida nel microfono scandendo le sillabe – Arrivo a Roma Tiburtina ore 20.35. Ora mi ci portano loro a Napoli – La porta sbuffa. Scendono – Non ti ci mettere anche tu ora! – Esclama da sotto i ricci che le cadono attraverso la guancia fin sotto ai capezzoli. Poi attacca e sbatte il cellulare nella borsa. Vorrei averceli io quei capelli. A pensarci bene, anche quei capezzoli. Li vedo spingere sotto il maglione appena il freddo che viene da fuori li accarezza.

Un rumore acuto. Lo riconosco in ritardo. Squilla il cellulare. Quello rosso, non quello nero. Spingo di lato il tasto verde sul touch screen. E’ il centralino di Tre. Il solito sondaggio a cui rispondo a monosillabi. Sì. No. Sì. Poi le sillabe aumentano ma la solfa è la stessa. Poco soddisfatta. Molto soddisfatta. No. Sì. Abbastanza soddisfatta. Ma perché deve ripetermi ogni volta tutte le opzioni? Mi chiedo. Non gli si secca la gola? Sono sempre le stesse, mica sono deficiente. Il tipo impomatato suda la sua ansia lungo le tempie. Ha fretta. Da quando si sono aperte le porte sono passati già ben 30 secondi e nessuno si è ancora mosso. Una vera tragedia. Tamburella nervosamente sulla valigia. Una casa a rotelle di plastica rumorosa. Si volta nella mia direzione e mi scivola gli occhi giù per la scollatura. Ma non è l’articolo che gli interessa. Gli basta l’idea di essere quasi riuscito a rubarlo. Come un bambino colto in flagrante in un negozio di figurine che ripete non sono stato io alla security che gli fruga nello zaino. Non appena lo guardo e gli sorrido ammiccando torna a sbuffare. Cerca con lo sguardo l’intoppo che rallenta la fila e riprende a masturbarsi il ciuffo irrigidito dal gel.

Non saprei proprio – rispondo sovrappensiero all’uomo del call center. L’indice e il medio hanno perso frammenti di smalto. Sembro una puttana dell’est dopo una lunga notte sul marciapiede.

Non ce l’ho come risposta – ribatte la voce di Tre.

In che senso scusi?

Mi deve dire sì o no. Non saprei non è previsto.

Ho capito – insisto – Ma lei mi sta chiedendo se consiglierei Tre a un amico. E io proprio non ne ho idea. Dipende da cosa mi offrite in cambio.

Silenzio. Sento le sue dita pogare sulla tastiera alla ricerca di una opzione cliccabile.

Sì o no – cerco di aiutarlo – Possibile che non ci sia almeno un forse?

Ancora silenzio. Ma stavolta le dita sono ferme. Il lontananza sento accavallarsi le stesse domande rivolte ad altri malcapitati come me. Gli accenti dei suoi colleghi come le diverse voci di un’eco sbadato.

Forse. Sì c’è un forse. Ma se lei mette forse, io perdo 0,5 sul conteggio finale – lo sento contare sulla punta delle dita – sono 30 centesimi a questionario. Con la mia media può significare anche 30 euro al giorno. Il suo forse non me lo posso permettere.

Sì. Consiglierei Tre a un amico. Ci metta sì – Dopo 5 ore e 4 clienti, uno più esigente dell’altro, non potrei sopportare i tuoi 0,5 sulla coscienza.

Prossima fermata, Roma Termini. Next stop, Roma Termini – Ancora un grido dei freni e il treno cigola fino a fermarsi. Nel finestrino i binari si perdono all’orizzonte. Si alzano tutti. Ma la donna di metallo ha appena annunciato il ritardo. Saranno stanchi di stare seduti, penso. O magari sperano che il desiderio inganni l’attesa. Che agitarsi avvolga i minuti più rapidamente sulla bobina del tempo.

Penso di sì – rispondo. Quante ancora? Rifletto pensando alle domande. Se sapevo che era così lunga attaccavo.

Mi scusi ma vedo che il titolare di questo servizio è suo marito. Devo sentire la sua voce e avere da lui le risposte – Il ragazzo del call center è categorico. Ho voglia di mandarcelo ma mi trattengo.

Le è chiaro, vero, che sono su un treno? Sì, deve esserle chiaro, visto che è la terza volta che glielo ripeto. Non posso farla parlare con mio marito. O magari preferisce perdere qualche altro 0,5 – La minaccia vibra nel silenzio. Aspetto.

In realtà in questo caso sarebbe 1,25 – sottolinea senza espressione. Come riguardasse qualcun altro.

Ancora silenzio. E i polpastrelli riprendono a cercare opzioni rincorrendosi fra i tasti.

Si. Va bene. Però – inizio, ma poi ci ripenso – Rimanga in linea, un attimo che glielo passo.

Lo metto in attesa e mi avvicino al tipo alto che legge il Corriere. Ha evidenziato in giallo un paio di titoli. In verde diversi occhielli. Con la penna nera sottolinea righe e scrive commenti. A prima vista dovrebbero capirsi alla perfezione. Cerco il suo sguardo ma è come cercare di staccare un adolescente da Youporn. Mi salva il treno che riparte. Seguo lo scossone e gli cado addosso. Pagina 3 è andata. Strappata fino a metà. Si volta con le narici dilatate e le sopracciglia chiuse in un riccio di rughe. Ma il suo sguardo finisce dritto dentro la laguna verde dei miei occhi. Il dorso della sua mano accarezzato dal mio seno.

Posso chiederle un favore? – azzardo, con il cellulare ancora appoggiato sulla spalla. Il suo viso si distende. Mi guarda le labbra lucidate dal rossetto e so che ormai è in trappola. Mi mordo quello inferiore sollevando le sopracciglia. Il colpo di grazia. Tutti uguali dai 25 in su.  – Intervista telefonica. Vogliono sapere se siamo soddisfatti del servizio di TV via cavo. 3 domande. Risponda a tutte di sì. Le sfumature ce le metta secondo il suo gusto.

Lo vedo sorridere. Accetta il telefono e recita la sua parte da Leone d’Oro a Berlino. Lo ringrazio e lui solleva le spalle e incurva le labbra. Sta per dire qualcosa ma mi volto. Mentre rispondo alle ultime domande del questionario lo sento annusare il profumo che i miei capelli hanno sparso nell’aria. Apprezza. Un intenditore. Poi ripiega il giornale e si rituffa nella pagine di economia, penna alla mano. Il treno si ferma di nuovo. L’ultima volta per stanotte. E’ ora di scendere.

L’umidità delle sere d’estate mi uccide. Eppure accolgo il suo abbraccio come una fetta di millefoglie alla fine della dieta. Finalmente posso fumare. Cerco il pacchetto ma la borsa me lo nasconde. Sa anche lei che dovrei smettere. Ma non oggi, le dico nervosamente mentre sollevo le chiavi, sposto il portafoglio, guardo fra il Prozac e il Cipralex. Quando lo trovo, le mani mi tremano. Sarà la stanchezza, mi dico. Ma so bene che è l’astinenza. E la prima ondata che scende nella trachea me lo conferma. Ho fame e vedo in lontananza le luci di un distributore automatico. Una volta si chiamavano solo macchinette. Ora sono i bar on the run. Nemmeno una parola nella mia lingua. ‘Fanculo, mi tengo il languore.

E’ tardi ormai e il binario è deserto. Il ronzio del camioncino giallo delle pulizie mi distoglie dal sapore acre del tabacco. Non è più quello di un tempo. La Marlboro deve aver cambiato fornitore. Sento uno squillo. E lungo la banchina c’è un uomo che corre. Sarà il suo. Un uomo che corre? Mi chiedo. A quest’ora? Lungo i binari della stazione? Guardo meglio e mi convinco. Viene verso di me ansimando. Ancora uno squillo. E’ alto. Filiforme. Lucido di sudore. Piegato su un fianco, saltella da un piede all’altro zoppicando. E’ lento ma si sforza come stesse correndo la maratona di New York in testa alla folla. Mi guarda e fa un cenno con la testa. Un saluto. Che in realtà è una scusa per fissare il punto in cui finisce il pendaglio che ho al collo. Tiene un braccio fermo a mezz’aria mentre l’altro dondola seguendo il ritmo sincopato della sua corsa. Sulle prime non capisco. Ma quando mi passa accanto mi rendo conto che nella mano stringe una lattina. Red Bull. Ancora quello squillo. Ma non si allontana con lui. Allora è il mio. Di nuovo quello rosso, non quello nero. Un numero che non è in rubrica. Sarà la solita telefonata di mezzanotte.

Una parola. Che suona come una domanda ma in realtà è un’affermazione. L’ordine timido di una voce adolescente. Prendilo, mi dice, ce l’ho fra le mani. Poi aspira fra i denti con forza. Immagino in preda alla libidine. Anche se a me sembra più una lingua bruciata da una Fisherman’s Friend. Individuo una scomodissima panchina di marmo. Devo sedermi. Anche se non penso che sarà una cosa lunga.

Dio quanto è grosso. Lo voglio in bocca. Sì, spingilo fino in fondo. Sì, così. Continua – lo incito. Come farò a parlare mentre usa le mie labbra come quelle grandi di una bambola di plastica, non so. Poi mi rendo conto che non è il realismo che lo interessa. Le nuvole si sono spostate e le stelle visibili da 2 sono diventate 3.

Così, in piedi. Girati e appoggiati al muro – mi chiede con un ringhio, sperando di mascherare una voce non ancora maggiorenne. Già rotta dai primi spasmi di piacere.

In lontananza un’ombra saltella da un piede all’altro. Goffa. Fuori tempo. Prende un sorso dalla lattina che stringe nella sinistra. E’ il maratoneta al suo secondo giro. Secondo da quando sono scesa dal treno. Chissà quanti ne avrà fatti stanotte. Quando entra nel cono di luce del lampione il suo odore mi ha già raggiunto. Ed è l’odore di questa città. Del suo degrado. Della sua storia che marcisce come la frutta in un mercato di periferia.

Toccami – sussurro gemendo per lo schermo nero dello smartphone – Più forte stronzetto non stai mica accarezzando il gatto! – Con stronzetto forse ho esagerato. O magari stronzo era meglio. Lo avrebbe fatto sentire più uomo – Continua, così. Dai che vengo. Dai che mi fai bagnare tutta! – Sto per dare voce al mio orgasmo quando il maratoneta filiforme inciampa a pochi passi da me. I piedi si intralciano uno con l’altro. Sul suo viso vedo il terrore. Ma non ha paura di farsi male né di farne a me. Tutta la sua attenzione è sulla lattina. La tiene in alto. Protegge con il corpo quel sacro Graal. Poi, esaurite tutte le evoluzioni possibili, cade e metà del sangue di Dio finisce fra le mie gambe. Sul vestito da 400 euro.

Porca Troia! – Lo insulto.

Mi scusi, mi dispiace – balbetta mentre si rialza. Corre sul posto e si inchina più volte come un giapponese. Ma i suoi occhi riprendono a sbirciare in fondo alla mia scollatura. Lo caccio con un gesto e riprendo da dove avevo interrotto.

Sì, sei la mia troia – sento il ragazzino tentare un ruggito dal profondo della gola imberbe. Non ce l’avevo con te, vorrei dirgli. Ma già geme a denti stretti. Poi inizia a sbuffare come una vecchia teiera e dopo un mio Dio sibila un’imprecazione. Pensando alla macchia sui suoi calzoni sfioro quella sul mio vestito. Appiccicosa. La lavanderia mi costerà una fortuna.

Giovanni era un lamento quello? – La voce stridula di una donna lo chiama da lontano – Si è alzata di nuovo la febbre che hai ripreso a lamentarti? La madre penso. Ma prima di averne la certezza Giovanni attacca a metà di un altro cazzo sussurrato. Sorrido allo schermo che prima torna nero, poi vibra. Un SMS. Tre ha il piacere di confermarle l’accredito di 25 euro sul suo conto corrente. Niente male per uno alla sua prima volta. Tenerlo al telefono non è stata una passeggiata.

To be continued ….