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Digitalizzato_20160324 (2)La libertà. Era partita per quello.

Ma ci mise un po’ a trovare le maniche per ribaltare il maglione.

Durante l’ultima mareggiata doveva aver picchiato forte la testa. Aveva un grosso bernoccolo in mezzo alla fronte. E ricordava molto poco di ciò che era successo. Ricordava il vento, le onde e quel cielo lassù, oltre nuvole sempre uguali, che sembrava prendersi gioco di lei. Il resto era avvolto da una spessa nebbia. Ma soprattutto, non trovava le braccia del maglione capovolto.

Le trovò dopo una lunga ricerca e se lo infilò. Faceva freddo e il mare era agitato. Come ogni giorno, leggeva nel diario di bordo. Era partita da Los Angeles perché voleva essere libera. C’era scritto così sulla prima pagina. Aveva lasciato un marito e due figli per essere la prima donna ad attraversare in solitaria l’Oceano Pacifico. Stanca della vita di cemento e scartoffie, aveva preso il largo.

Secondo me quel giorno mi ero fatta qualcosa di molto pesante. Sola in mezzo al mare?, si chiese.

Sfogliò alcune pagine. Poco prima di salpare aveva litigato furiosamente con il marito. Lo aveva chiamato inutile topo di laboratorio. E le dispiaceva. Le altre parole che aveva usato erano più colorite, però. Mi sento una merda per quello che gli ho detto. Vorrei strapparmi la lingua. E lo farei anche, se solo non fosse così stronzo. Le dispiaceva sul serio. Ora come allora. Ma non sapeva più se le dispiaceva perché anche ora sentiva il dispiacere o perché leggeva che a un certo punto le era dispiaciuto averlo trattato così.

Le droghe pesanti fanno male. Le droghe pesanti bruciano i neuroni, si disse.

Poi si fece coraggio e saltò alla parte più recente.

Nella stiva aveva viveri per tre mesi, diceva un appunto. Dalle date, ne era passato già uno. E le braccia confermavano. Erano pesanti come un mese di sartie tirate e strambate schivate. Sartie. Strambate. Le piaceva come suonavano quelle parole. Le sentiva dentro. Le sentiva sue. Anche se non ricordava dove le avesse imparate. Eppure aveva condotto la barca per quattro settimane attraverso l’oceano più grande del pianeta. Ed era ancora viva.

Tornò al diario. Oltre ai viveri sembrava aver portato con sé pochi oggetti. Qualche libro, una bottiglia e la foto dei suoi cari. Le carte e gli strumenti per navigare, ovviamente. Niente telefono. Niente computer. Niente aiuti da terra. La solitaria doveva essere davvero solitaria.

La roba che si era fatta quel giorno non era solo pesante. Era avariata. Ormai ne era certa.

Cercò gli oggetti. Moby Dick, Il vecchio e il mare e Il Titanic. Tre libri di mare, tempeste e disastri. Sì, era masochista. Non c’era dubbio. La foto segnava il punto in cui aveva interrotto il racconto di Conrad. I suoi figli la guardavano sorridendo. Ma aveva la netta impressione che quello scatto non fosse recente. Riusciva a immaginarli più grandi. Come aveva potuto lasciarli sbattendo la porta? Giorgio, invece, era come lo ricordava. Ma il suo viso non le ispirava né rabbia né risentimento. Tutt’altro. In quello scatto, poi, indossava il maglione che si erano regalati il giorno del loro quinto anniversario. O forse era il settimo. Quella parte era offuscata dal bernoccolo. Il maglione però era rosso mattone, identico a quello che aveva appena ribaltato e infilato. Il terzo oggetto, diceva la lista in fondo al diario, era una bottiglia. Non fu difficile trovarla. Era esattamente dove doveva essere. Ancorata al suo sostegno, in fondo alla cabina.

Si alzò per raggiungerla ma la barca fu scossa da un incredibile boato. Dal ponte la raggiunsero schizzi salati e uno degli strumenti iniziò a squillare. D’istinto afferrò il timone. Guardò le cifre sul display che ruotavano e si accorse che riusciva a dargli un senso. Stando a ciò che dicevano, la mareggiata aveva spinto la barca contro un fondale sabbioso. La riportò sulla rotta e gli strumenti si azzittirono. Inserì il pilota automatico e tolse le mani dal timone. Senza pensarci due volte incollò gli occhi a uno schermo sulla destra su cui era riprodotto uno schema dello scafo. Non sapeva bene come, ma era sicura che lì avrebbe trovato segnalati eventuali danni strutturali. Le luci erano tutte spente. Nessuna falla. L’aveva scampata anche stavolta.

Anche stavolta? Non ne ricordava altre. Eppure sapeva che era così.

Da ragazza aveva provato il crack. Una volta anche l’eroina. E per tutto il periodo in cui era andata di moda, l’estate la mescalina era d’obbligo. Ma niente le aveva mai lasciato i vuoti di quella porcheria che doveva essersi ingoiata per ingannare la solitudine. O magari per sentire davvero fino in fondo la libertà.

Salì sul ponte per controllare gli alberi e le vele. Anche lì sembrava che tutto procedesse come da manuale. Anche il mare era quello previsto, quello di sempre. Vento, onde che si schiantavano contro le fiancate, profumo salmastro. E in cielo, le solite nuvole grigie.

La libertà aveva un non so che di ripetitivo.

Scese di nuovo sotto coperta e sganciò la bottiglia dal supporto. Gliel’aveva regalata Giorgio, diceva il diario. Aveva impiegato settimane di duro lavoro per infilarci dentro una replica esatta della bialberi con cui stava attraversando il Pacifico. Sul ponte aveva messo anche una replica di lei in scala. Maglione compreso. Un topo di laboratorio, certo. Un po’ ossessivo anche. Ma inutile, non proprio, ammise. In quel momento sentì qualcosa di caldo nascerle nella pancia. Non ricordava bene se ci fosse ancora qualcosa fra loro, ma Giorgio doveva essere un uomo meraviglioso. Che la stronza sia io? Fra le pagine trovò un suo appunto. Ti farà compagnia nei momenti di solitudine, diceva. Poi, se sarai in difficoltà, il modellino ti servirà per capire dov’è il problema. Ogni particolare è come l’originale. Ma ricordati di tenere sempre la bottiglia sul supporto e di assicurarti che il motorino che simula le onde sia acceso. Solo così l’usura dello scafo sarà identica a quella della barca vera. Rimise la bottiglia sul supporto. A quel punto Il calore nella pancia era aumentato.

Giorgio. Le mancava Giorgio. Ma questo non c’era nel diario. Raccolse la fotografia e ammirò di nuovo il suo viso tranquillo. La mascella squadrata. Gli occhi sicuri. Giorgio era un gran fico e aveva voglia di lui. La libertà era bella. Ma faceva anche un po’ schifo, in effetti.

Gli strumenti tacevano da un po’. La barca ondeggiava. Come al solito, stando al diario. Era distrutta. Doveva dormire qualche ora e si accasciò sulla brandina. Nonostante le braccia pesanti non riuscì a prendere sonno. Infilò la foto sotto al maglione ma non fu abbastanza. Guardò la bottiglia ed ebbe un impulso. La staccò dal supporto e se la mise accanto. Non era Giorgio. Ma la strinse come fosse Giorgio. E reclinata su un fianco si addormentò pensando al calore di un suo abbraccio.

Si svegliò che c’era bonaccia. Sgranò gli occhi. Stando al diario, dal giorno della partenza non era mai successo. Un po’ di pace. Finalmente la ruota girava dalla sua parte.

Cercò la bottiglia. Sembrava sparita e un vuoto tremendo le riempì un sospiro. La trovò sotto il cuscino con il motorino delle onde che arrancava. Lo scafo era reclinato su un fianco e la lei in scala era caduta fuori bordo. Che ho fatto?, pensò. Giorgio si era raccomandato. La raccolse e tentò di scuoterla in ogni direzione. Alla fine la barca tornò dritta, ma la lei in scala galleggiava pancia all’aria sulla superficie dell’acqua. Non poteva fare niente per salvarla. Il motorino smise di funzionare. Rimise la bottiglia sul supporto e la ancorò. Rimase lì a guardarla per minuti infiniti. Aveva rotto qualcosa. E c’era bonaccia anche lì dentro.

Uscì sul ponte per respirare un po’ d’aria. Un sole bianco splendeva accecante e il caldo iniziava a essere insopportabile. L’oceano era una tavola. La barca, ferma. Le vele, afflosciate.

“Cazzo, professore!”, una voce tuonò dall’alto.

La donna pensò al bernoccolo e scosse la testa. Le venne in mente la roba avariata e la scosse due volte.

“Si è addormentato di nuovo!”, aggiunse la voce.

Rumori e fruscii assordanti spazzarono via la quiete della bonaccia. Terrorizzata, la donna si strinse allo stipite della cabina. Poi vide un fascio di dita circondare l’oceano. Giorgio la guardava deformato attraverso il cielo. Era lui, non c’era dubbio. Ed era grande. Quelle appese alle mani erano le maniche del loro maglione. Allora Giorgio se l’era sognato! Giorgio in realtà era Dio! E quello vicino a lui con il camice bianco doveva essere un angelo preoccupato. Si agitava avanti e indietro. “Il motorino, il motorino!” bofonchiava, continuando a chiamarlo professore. Intorno a loro c’erano schermi e macchinari.

Devo essere morta durante una delle mareggiate e questo è il paradiso più strano che abbia mai immaginato, rifletté. Era strano perfino il nome che gli avevano dato. Lo leggeva al contrario su un’insegna lontana. C’era scritto Dipartimento di Fisica Nucleare.

Anche se Giorgio era Dio lei lo amava lo stesso. Forse addirittura di più.

Poi notò che la cima dell’albero anteriore era appoggiato a una gobba di vetro trasparente. E la prua aveva infilzato dolcemente una parete di sughero. Alta. Perfettamente rotonda.