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“Gioca con te” ha vinto la prima edizione del Premio Letterario Roberto Iannilli. E’ stato pubblicato nell’antologia “Trame Verticali.

Mario Santamaria Gioca con teCiao. Sono Alex, disse grattandosi la nuca. Aggiunse qualcosa tipo free solo su roccia, ma non c’era bisogno. Alex lo conoscevano tutti. L’estate prima aveva salito in solitaria Forza 17. Slegato.

Ciao Alex, benvenuto Alex, gli rispondemmo in coro. Sembravamo cretini ma nel Gruppo si faceva così.

Lei invece sgattaiolò lontano dagli sguardi. Succedeva con i nuovi. E Kappa, il nostro coordinatore, le prime volte lasciava correre.

Fu un attimo, una vibrazione. Non so come, ma mi fu subito chiaro. Era proprio lei che cercavo da sempre, e avrei continuato a cercarla se non fosse stato per quell’attimo. Per quella vibrazione.

Quello che non sapevo era che quella stessa notte l’avrei vista morire.

*****

Ci eravamo incontrati così. Un’occhiata nel frastuono di rito. Fra i piacere di conoscerti e le sedie trascinate sulle vecchie mattonelle dello stanzone. Si sedette sulla destra, oltre BS e Spritz. Io mi spostai all’estrema sinistra del semicerchio. Il più lontano possibile.

“Non siamo come gli altri,” aprì Kappa come al solito.

“Siamo guerrieri. Siamo malati,” gli andammo dietro noi, tutti insieme. Era la dichiarazione iniziale. Riconoscere la propria forza. Riconoscere la malattia. Il primo passo. Ma ormai erano parole stanche. Ormai suonavamo come un villaggio Maori in attesa dei turisti. Suonavano, in realtà. Quella sera me ne stavo zitto a dondolare sulle gambe posteriori della sedia. La litania la conoscevo a memoria e c’era qualcosa di più interessante da guardare.

Si era seduta in pizzo, gomiti sulle ginocchia, e con il pollice si sfregava le nocche. Le nocche indurite dall’inverno e dal ghiaccio, tagliate dalle rocce. Le avrei riconosciute ovunque. Le accarezzava come qualcosa di caro. Come qualcosa che temi ti venga portato via o che forse dai già per perso. Le conoscevo quelle nocche. Le ricordavo. Le rispettavo. Toccai le mie, che ormai erano tornate morbide, ed è così che capii. Capii che il tunnel in cui era rimasta incastrata era uguale al mio. Capii che era pericolosa.

Dondolai.

Sospirai.

Dondolai e sospirai.

E la sedia andò giù con uno schiocco.

Kappa si azzittì. E mentre tartarugavo con i piedi, steso sul mio guscio di vergogna, sentii addosso gli occhi di tutti. Tutti tranne lei. La mia anima gemella si era stravaccata sullo schienale e scarabocchiava qualcosa su un foglio a quadretti. Ogni tanto si fermava e riprendeva a sfregarsi le nocche. Gesti rapidi e interrotti. Ansiosi. Non potevo giurarci, ma avevano tutta l’aria dei sintomi dell’astinenza.

“BS ha qualcosa da raccontarci,” disse Kappa col naso ancora storto per l’interruzione. “BS è vicino al traguardo.”

BS, ovvero Boy Scout. Lo chiamavamo così perché era quello che riportava giù gli alpinisti in difficoltà. In Appennino ne aveva recuperati più lui da solo che le stazioni de L’Aquila e Rieti messe insieme. Ormai al 118 chiamavano prima il Soccorso Alpino, per dovere, poi lui, che non si sa mai. Usciva con il vento a cento all’ora, nella tormenta. Quando gli altri si ritiravano, lui si lanciava. Ma non lo faceva per altruismo. Lo faceva perché non poteva farne a meno. Lo faceva per il brivido. Per questo era stato uno dei primi a entrare nel Gruppo. Lo chiamavamo BS per prenderlo in giro.

“Ce l’ho fatta. Ieri. Al volante, mentre salivo su ai Prati.” Aveva le lacrime agli occhi. Dopo un anno di lavoro intenso col terapeuta, di riunioni, di tentativi, finalmente il primo attacco di panico. E il primo era il più importante. Era quello che segnava l’inizio della fine. La liberazione. La prospettiva di una vita normale.

Quando il silenzio iniziò a indolenzirci le mascelle ci guardammo in giro. Avevamo tutti la bocca aperta. Tutti tranne lei. Con la coda dell’occhio la vidi scuotere la testa. Poi riprese a ricalcare linee sul foglio a quadretti. Mi massaggiai la schiena. La botta, mi accorsi, era stata peggio della figura di merda. Poco male. Per far finta di lavorare alla tesi potevo anche trascinarmi piegato in due fra casa e il dipartimento.

“Mi sudavano le mani. Il cuore a duemila e il respiro corto. Ho dovuto accostare. A un certo punto era come se. La macchina. La macchina mi si stringeva intorno. È stato bellissimo.” BS non l’avevo mai visto così fiero. Nemmeno nell’inverno del ’15 quando aveva tirato fuori il bambino dal Garibaldi. Semiassiderato ma vivo. Era stato costretto a lasciare lì il padre, ma aveva battuto il suo record nella bufera. Temperatura e velocità insieme. L’aveva intervistato pure il TG1. La giornalista gli aveva chiesto come si sentiva ad aver salvato una vita. Lui aveva risposto che non faceva molto freddo e che lavorando un po’ di più sull’aerobico poteva fare un tempo migliore. L’intervista non era mai stata trasmessa.

“Non vi fate ingannare,” ci ricordò Kappa. “Il panico è nostro amico. Ma non è l’obiettivo. Il panico è solo uno strumento. La libertà dal bisogno è l’obiettivo. Quel bisogno infantile di avvicinare la mano alla fiamma che brucia. Di stare sempre lì con la vita appesa a un filo, come tossici a giorni dall’ultima dose. Ma perché il panico?” Il gesto, e la domanda, erano rivolti a Spritz.

E a Spritz sembrava che le novità di BS fossero andate per storto. La cicatrice sulla guancia arricciata. Le braccia incrociate sul petto. Eppure BS e Spritz erano i fratelli Huber dello scialpinismo. Inseparabili e, sul ripido estremo, irraggiungibili. Era stato BS a iniziare a chiamare Luca, Spritz. Luca che era astemio. Luca, ricercatore di Fisica, figlio di professori universitari, che sceglieva i convegni internazionali a cui partecipare all’ultimo momento. Sulla base delle temperature e della data dell’ultima nevicata. Luca che raccontava sempre della sua unica donna, agganciata con uno Spritz. E sganciata per scendere per primo un canale a settanta gradi nelle Alpi svizzere.

Perché il panico? Sapevamo tutti perché, ma Kappa lo faceva per i nuovi. Per Alex e per lei. Si voltarono entrambi verso Luca in attesa della rivelazione. Alex per capire meglio. Lei per sfottere. Una stronza presuntuosa che ci guardava dall’alto in basso. Con una nuvola di ricci neri che avrei voluto stringere fra le dita. E le labbra spesse e umide come le more gelso del giardino di mio nonno.

Mentre Spritz iniziava la cantilena indisponente mi allontanai di un altro metro da quel buco nero. La sedia gracchiò sul pavimento. Lo stanzone vuoto fece il resto. “Vaffanculo, Fog!” Spritz mi guardò in cagnesco. Gli avevo rotto l’attacco. Gli avevo reso quella fatica ancora più ostica. E aveva usato il soprannome apposta. Da quando mi ero unito al Gruppo gli avevo chiesto di dimenticarlo. Apparteneva alla vita di prima. Alla vita che volevo lasciare a valle.

*****

“Il Gruppo. Devo ringraziare voi se sono arrivato fin qui.” BS si inchinò come un monaco riconoscente.

Già, il Gruppo. Lo chiamavamo così perché ‘Alpinisti Anonimi’ era troppo, dicevano. Significava mettere tutti gli alpinisti dietro al volante, a cento all’ora, sulla strada senza uscita in cui ci eravamo infilati noi. E poi non eravamo anonimi. Ci conoscevamo tutti, per nome, soprannome e cazzate di vario genere fatte sulle montagne di casa e non. Non solo. I passi che dovevamo fare erano ben più di dodici, dicevano. Ripidi. Verticali. Con i chili sulla schiena. Come nell’universo parallelo che chiamavamo casa. Quindi Gruppo andava più che bene. Gruppo, dicevano, serviva a smitizzare l’epica, a rimetterci coi piedi a terra nel mondo vero. Così dicevano. Nel mondo vero.

“Senza il Gruppo. Senza di voi.” Parole esaurite. Ultimo inchino di San BS. Applauso.

Poi Kappa congedò tutti e mi porse le chiavi. Non capivo.

“Tocca a te chiudere. Ti eri dimenticato,” mi disse sconcertato. Sollevai le spalle. Non mi chiamavano Fog per caso. La nebbia che odiavo in montagna pareva mi si fosse infilata in testa in banchi fitti. Ci vagavo dentro dall’adolescenza e a parte montagne, vette e vie non ricordavo niente per più di qualche ora.

“Stavolta vedi di non perderle.” Kappa si voltò. E non era ancora uscito che il mio cervello aveva già cambiato binario.

Lei.

Mi guardai in giro. Fra i drammi di Alex, le cerimonie di BS, gli insulti di Spritz e le parole sgangherate della tipa che arrampicava col parapendio nello zaino per lanciarsi dalla cima, mi ero distratto. E lei non c’era. Se n’era andata. I ricci come la notte, le labbra di gelso. Non c’era.

Non c’era.

Meglio così, mi dissi. Meglio così, ne ero convinto. Se non vuoi scalare, le piccozze le vendi, non le tieni in cantina. Meglio così, sì.

Accostai il tavolo al muro e impilai le sedie una alla volta. Sotto l’ultima trovai un foglio accartocciato. Lo raccolsi. E stavo per buttarlo quando mi ricordai delle sue nocche. Le rividi accovacciate intorno alla penna, spingerla su e giù per i quadretti.

Meglio così, mi ripetei. Meglio così. Non sbirciare. Se l’appiglio non tiene, la becca non la carichi. Getta quel foglio, idiota.

Lo aprii. Aveva disegnato il fondo di una valle con l’orizzonte lontano.

“Maschio, scusa per prima.” Il vocione di Spritz mi fece saltare un paio di battiti. Maschio era il suo marchio di fabbrica, chiamava tutti così. Anche le donne se le considerava all’altezza. Accartocciai la pagina e me la infilai in tasca di corsa. Mi girai.

“E per cosa?” Stavo sudando. Nemmeno fosse un ingrandimento della Nord del Cervino e mi avessero beccato a progettare una salita.

“Prima. Quando Kappa mi ha fatto ripetere la sbobba sul panico. Tu non c’entri un cazzo.”

“Lo so.” Volevo solo che se ne andasse. Che mi lasciasse in pace per buttare il disegno. Stracciarlo. Farlo a pezzi. Bruciarlo. Meglio così. Meglio così.

“Lo sai?”

Dai, su, ragazzone. È tardi, pensai. Non ce l’hai una casa? “Sì lo so. È per BS. Lui al panico c’è arrivato e noi no. Ora gli manca solo la prova in montagna. Io e te, invece. Non ci pensare,” dissi.

“E come fai a non pensarci? Ci sto pensando eccome. Ci penso e non capisco. Mi rode.”

“Ti capisco.” Casa dolce casa. Casa dolce casa. Cercavo di convincermi che se me lo ripetevo abbastanza a lungo anche Spritz avrebbe pensato al tepore, a un letto.

“Lo so che mi capisci. Ma secondo me dovremmo.”

“Non ci pensare.” Gli appoggiai una mano sulla spalla. Lasciami masticare il foglio, lo implorai. Fammelo strappare, calpestare, lanciare nel camino.

“Ma ci penso eccome.”

“Non ci pensare.”

*****

La telepatia non funzionava. Ora ne avevo la prova certa. Al decimo Non ci pensare, però, Spritz aveva gettato la spugna. E mi aveva lasciato solo con il disegno.

Lo avevo pestato, calciato lontano, maltrattato e buttato nel bidone.

Poi, ovviamente, lo avevo raccolto, aperto sul tavolo e steso con cura. Era una valle, non mi ero sbagliato. Vista dall’alto di una montagna. E quello sullo sfondo sembrava l’Adriatico.

Che poteva esserci di male? Era solo un disegno. E lei comunque non c’era. Se n’era andata senza nemmeno salutare. Ma era meglio così. Sì. Certo. Meglio così.

“Ti piacciono i miei scarabocchi?”

Mi girai di scatto. E forse in quel microsecondo avevo anche sperato che fosse Spritz, in falsetto, che mi prendeva in giro.

Ricci come la notte. Labbra di gelso. Meglio così, come no.

“Pensavo te n’eri andata.” Speravo.

“Sul serio credi a quelle roba?” Anche le sue parole avevano l’odore del gelso. E il sapore. Immaginai subito il sapore. Il palato si inumidì. La lingua iniziò a friggere. La mia astinenza che scalpitava? Pensandoci bene, quella dalle donne era lunga più o meno quanto quella dalle montagne. Ma solo per la seconda avevo un buon motivo da sbandierare. L’ultima donna, infatti, era sparita in autunno. L’avevo piantata in minigonna e tacco dodici su un marciapiede della Tiburtina. La sera del suo compleanno. Aveva provato con Che succede? Perché? Ma il messaggio di un amico di Castelli diceva solo C’è ghiaccio. E quello era bastato. Anche per lei, evidentemente.

“Coltivare la paura e nutrirla. Sentirla e gonfiarla.” Faceva il verso a Kappa. Riusciva perfino a imitare i suoi tic. “Ma dove le avete prese queste boiate?” Sì, era proprio una stronza con la puzza sotto al naso. Aveva pure un accento del nord. “La paura non basta. La paura la puoi usare, è l’amica di ogni alpinista. Ti fa stare all’erta. Se hai paura fai scelte accurate. Ma il panico.” A quel punto assottigliò gli occhi come Spritz. E fece quel gesto con il dito puntato che lui usava per catturarti lo sguardo. “Il panico ti rende libero dall’ossessione.” E rise. Rise di gusto. La stronza.

D’istinto mi allontanai. Sentii di nuovo la forza del suo gorgo. Del vuoto che ti attira. Iniziavo ad adorarla, la mia anima gemella. Per quello mi allontanai.

“Dai, scusa. Non volevo. È solo che.” Schegge di risate ficcate ancora fra le parole. Schegge che facevano male. Ci avevo investito mesi su quelle che lei chiamava boiate.

Nel camino il fuoco si stava spegnendo. Aggiunsi un ciocco. Il mio respiro aveva già una forma.

Cercai il termos. Avevo bisogno di una tazza. Più per il gesto che per il calore. Mi serviva una pausa per evitare di prenderla a schiaffi. O di abbracciarla, chissà.

“Val,” disse. E il tono era cambiato. Via lo scherno, via l’arroganza. Dentro un po’ di imbarazzo. I ricci calati sugli occhi, mi tendeva la mano. Mi mostrava le nocche. Sì, era stronza. “Ti va se ricominciamo daccapo? E magari mi offri un po’ di. Quello che hai lì dentro, insomma.”

“Devo chiudere. Mi aspettano.” Non mi aspettava nessuno, ma dovevo andarmene. E non era solo una sensazione. Dovevo andarmene.

“Un bicchiere. Voglio solo fare due chiacchiere.”

Ovviamente rimasi. E sia i bicchieri che le chiacchiere divennero prima tre, poi quattro. Finché persi il conto.

Alla fine della fiera eravamo sulla stessa lunghezza d’onda io e Val. Io facevo finta di studiare Antropologia, lei faceva finta di studiare Scienze Motorie. Fog non c’entrava niente con il mio nome, così come Val non era il suo. In realtà si chiamava Erika, con la kappa, che anche senza kappa nella mia lista stava in cima, sotto solo a Nives. Per ovvie ragioni. Aveva scelto Val al tempo dei forum, in ricordo dell’infanzia. Da bambina era già alta come ora e il nonno la chiamava la mia Valchiria. Solo che poi, al momento opportuno, non c’era riuscita a riportarlo indietro dal mondo dei morti. Era stata la sua prima grande delusione e la capivo bene. Dei morti, mio nonno era quello che mi mancava di più. Forse solo Schizzo ci si avvicinava.

Al Gruppo l’aveva indirizzata un giudice. Un consiglio che aveva tutte le sembianze di un ordine, che quel cadavere di suo padre aveva assecondato senza battere ciglio. Cadavere. Sì, capivo anche quello. Pure io avrei usato quell’espressione per descrivere il mio. Ma nel caso di Val era pure peggio. Le aveva tagliato i viveri già un anno prima. E lei per studiare e sopravvivere a L’Aquila si era dovuta organizzare. Serviva ai tavoli. Faceva la spesa per un paio di coppie anziane. E quando ci riusciva, portava gente in montagna.

“Sì, da abusiva. Ma che vuoi? Qualcosa dovevo pur.” Si morse un labbro e spinse sulla fossetta del mento con il pollice. Poi tornò a sfregarlo con forza sulle nocche dell’altra mano.

Proprio quel qualcosa l’aveva fregata. Qualche mese prima aveva portato un amico a scalare sul Bianco. “Da amici. Sì insomma un po’ più che amici. Mi piaceva e volevo fargli capire chi sono.” Ma era arrivato un temporale che sulle previsioni non c’era. Un fulmine. Poi il resto era più o meno come l’avevano raccontato i giornali. La notte su una cengia. Lei quasi assiderata. Lui morto sul colpo. L’elicottero. Un classico di fine estate.

Non mi ricordavo di aver sentito niente del genere in giro. D’altra parte nel Gruppo schivavamo le notizie come fossero radioattive. E gli altri alpinisti schivavano noi allo stesso modo. Per tutti si trattava solo di sopravvivere. Difficile, quindi, che riuscissimo a sapere di ogni incidente.

Fatto sta che i genitori del suo amico-forse-di-più avevano preso la palla al balzo. L’avvocato si era fissato sulle sue puntatine nel fai da te del professionismo montano e li aveva consigliati di mirare in alto. Una bella denuncia penale. Che si era risolta con un risarcimento patteggiato, una scrollata di spalle di suo padre e il Gruppo. Il giudice conosceva Kappa. Il giudice si fidava di Kappa.

“Tu invece che ci fai qui?” Con il dito mi chiese la tazza. Agitai il termos. Era vuoto. Ne approfittai per alzarmi e andare a prendere l’altro. Aria, mi mancava l’aria. Ma lei mi afferrò il polso. Aveva le mani calde e la stretta diceva dopo, ora rispondi. Mi chiesi perché volesse tè caldo se era già così calda. Poi nella testa svanì tutto, e rimase solo il caldo. Caldo. Caldo. Che echeggiava. Tornò anche l’aria.

“Schizzo,” risposi.

“In che senso schizzi?”

“No, non schizzo nel senso di schizzare. Schizzo. Il mio socio.”

“E?”

Non avevo nessuna voglia di parlarne. Vattene, deficiente. Non lo senti il formicolio? Non te lo ricordi? I casini. Sono i casini che ti cercano. Ma più del formicolio sentivo il calore. E parlai.

“L’inverno scorso. È venuta via una lastra e sono volato. Saltate due protezioni, strappata la sosta. Siamo andati giù. Il mio pezzo di corda è rimasto incastrato in una fessura. Schizzo invece.” Di solito a quel punto la gola si intasava e dovevo inghiottire per trattenere le lacrime. Quella sera, no. Quella sera mi sentivo come dopo il Prozac. Ma senza il Prozac, che avevo smesso da dieci giorni. Mi sentivo leggero. E avevo caldo, nonostante l’alito si condensasse.

“Mi dispiace davvero.”

“È colpa mia. Quello che è successo a Schizzo.”

“Lo sai bene che non è così.”

“Ho spinto io per salire quel giorno. Lui diceva che aveva fatto troppo freddo. L’ho preso in giro. Gli ho detto che stava iniziando a cacarsi sotto come gli alpinisti della domenica.”

“Poteva dirti di no. Se è venuto –”

Stava per dire scelta. È stata una sua scelta. “Ma che cazzo ne sai?” Le scansai il braccio. Ero già su di giri ma lei rimaneva tranquilla. Ci avevano provato tutti. Per mesi. È stata una sua scelta, ripetevano. Lui era morto, io ero vivo. Dovevo mettermi l’animo in pace. Andare avanti. Ma che ne sapevano di come era andata davvero lassù. “Lo sai che ho fatto dopo? Quando ho capito che era successo? Non puoi più fare niente per lui, mi sono detto. Finisci quello che stavate facendo. Ho lasciato penzolare il mio spezzone di corda e ho aperto gli ultimi tiri in solitaria. Con l’adrenalina che mi schizzava ovunque. Sono arrivato in vetta estasiato. Ho pianto. Ma non per Schizzo. Per la via, perché dopo anni di sopralluoghi e tentativi ce l’avevo fatta. Poi ho vomitato. E solo a quel punto ho chiamato il 118.”

“Non ci vedo niente di strano.”

“Niente di strano? Schizzo poteva stare lì sotto appeso, anche lui. Vivo.”

“Ma non c’era. L’hanno trovato alla base il giorno dopo, no?”

“E tu che ne sai?”

“Il ‘cadavere’ mi ha lasciato al verde, ma ce l’ho ancora un PC.”

“Non ne volevo più sapere di montagne.” Mi alzai e tirai fuori dall’armadietto il secondo termos. “Non era più come prima.”

“Il tuo amico è morto facendo quello che amava.”

“Sempre morto è.”

“Vuoi mettere? Con quegli zombie che si svegliano solo per tirare la carretta fino a sera? Trenta, quaranta anni a timbrare cartellini per pagarsi la vecchiaia e un loculo al cimitero?”

Ingoiai un sorso bollente. Non ce la potevo fare. La solfa sulla superiorità della vita verticale mi faceva venire il prurito dietro le ginocchia.

“Ci metterei la firma.”

Non poteva averlo detto. Non poteva aver detto ci metterei la firma, riferendosi alla morte di Schizzo. Mi girai impietrito. E sentii di nuovo il risucchio. Il calore e il risucchio. Non volevo nemmeno battere le palpebre. Gli occhi bruciavano ma avevo l’impressione che se le avessi lasciate andare lei ne avrebbe approfittato. Per ingoiarmi? Per farmi pensare ‘Schizzo’ più ‘morto’ uguale ‘che ci vuoi fare, succede’?

“Finendo la via hai solo onorato il tuo amico. La sua vita.”

Una piastra incandescente mi si posò sul fianco. Imprecai.

Mi ero versato addosso metà termos.

Lo mollai sul tavolo e lasciai che il buco nero mi chiamasse. Mi abbandonai alla gravità e al tempo che rallentava. Le andai incontro minaccioso. Non l’avrebbe passata liscia. Non ci sarebbe riuscita. “L’ho fatto per la botta. Ci arrivi? Per l’adrenalina.” Le urlai in faccia. “Schizzo, l’onore, la vita più intensa, conoscere sé stessi. Sono tutte cazzate. L’ho fatto per la botta! Erano anni ormai che lo facevo per la botta. Prima scalavo per le sensazioni, per il profumo della neve. Per il cuore che batte a tempo con le picche. Per il senso di pace. Per il piacere di stare dentro le pieghe della montagna. Poi è diventato una via dopo l’altra. La dose che non basta più. E allora sempre di più, sempre più spesso. E mentre ne fai una, di via, pensi già a quella dopo.” Mi guardava con un mezzo sorriso. Di colpo la mia rabbia si volatilizzò. “Schizzo è stata la goccia. E se non fosse per Kappa e per il Gruppo. Non lo so.”

Val sollevò una mano e me la appoggiò sulla guancia. “Portami,” mi disse, al profumo di gelso.

Era pazza. Portami? Che vuol dire portami? Provai a respingerla. Volevo respingerla, ma le braccia mi rimanevano incollate ai fianchi. Strinsi i denti. “Dove dovrei portarti?”

“La via. Portami.”

Mi stava prendendo in giro? Insultava la memoria di Schizzo? No, non poteva passarla liscia. Riuscii a sollevare un braccio e afferrai il suo. Non volevo appoggiarmi al suo palmo tiepido. Non dovevo.

“Ti prego, portami. Un’ultima volta. Poi mi chiuderanno in questa gabbia del cazzo. Mi terrete come un cane al guinzaglio. Il panico. Mi ficcherete nella testa quelle stronzate del panico e allora. Allora sarà finita per sempre. Un’ultima volta. Ti prego.”

Mi stava implorando. E non era più la stronza arrogante di prima. Era una stronza furba. Meravigliosa. “Ci ho messo mesi di impegno per stare lontano,” balbettai.

“Portami.” Una stronza coi ricci come la notte e le labbra di gelso.

“Non capisci.”

“Allora portami e fammi capire.” Mi strinse il viso fra le mani.

L’avrebbe passata liscia eccome.

****

“Come si chiama?”

La domanda bucò il ronzio confuso nella mia testa. È una cazzata, mi dicevo. Pesta il freno, che questa è peggio dell’adrenalina. Se la tocchi, è finita. Scappa finché puoi. Ma l’altro me fremeva come prima di ogni salita. Le dita da scrocchiare, il respiro corto, la temperatura del corpo a picco. Anche se forse il freddo dipendeva dal riscaldamento rotto del catorcio che usavo come casa ambulante. Un pick-up di terza mano con cui stavamo andando al garage. Prima ripetizione, in pieno inverno. In notturna. Roba grossa, bello! L’altro me tirava la riga e faceva già i conti.

Mi voltai per capire.

“La via. Ce l’avrà un nome,” un pennacchio di vapore si fece strada fra le more gelso.

“Gioca con te. Si chiama ‘Gioca con te’.” Ma voleva sapere di più. Mi posò il palmo sull’avambraccio e sentii di nuovo caldo. Le guardai le nocche gonfie e il desiderio si fece feroce. Di lei? Della montagna? “Sale una serie di diedri. Poi la goulotte si infila in un budello che da sotto non si vede. L’abbiamo trovato per caso, d’estate. Stavamo accompagnando Roberto e Luca in un sopralluogo. La nostra via passa accanto alla loro. Quella dove sono morti due estati fa.”

“Mi dispiace.”

“Non è vero, ma fa lo stesso.” Speravo di farla arrabbiare. Visto che non riuscivo a starle lontano, magari se la provocavo ci avrebbe pensato lei. “Quando si incontravano ai Prati, Roberto e Schizzo passavano il tempo a stuzzicarsi. Roberto diceva l’alpinismo è un gioco ma non uno scherzo. E Schizzo rispondeva se pensi di essere tu a giocare al gioco ti illudi, è l’alpinismo che gioca con te, come il gatto col topo, e tu sei il topo. Erano capaci di andare avanti fino a notte.”

“Pesanti, eh? Ma che vuol dire e tu sei il topo?”

“Mai capito. Cose fra loro.” Spiegare Roberto e Schizzo era come spiegare le barzellette. Se ci arrivi, ridi. Se non ci arrivi, va bene così. “Il nome è quello. Gioca con te,” dissi secco, duro, come se la volessi scaricare lì, in mezzo alla strada. Magari se ero sgarbato.

Continuai a fissare la strada che si inerpicava verso Castelli. Non aveva battuta ciglio. Sfotterla era inutile. Ignorarla, lo stesso. Si accarezzava le nocche ed emanava il calore di prima. Solo che ora riuscivo a sentirlo a distanza. Eravamo già sottozero e lei sembrava un camino a pieno regime.

Di solito lasciavo la macchina accesa. Alzare la serranda e caricare l’attrezzatura era un attimo. Ma arrivati al garage la spensi. Forse speravo di assicurare qualche minuto in più per vincere alla parte di me che mi ricordava il Gruppo, le fatiche, i dolori, l’impegno, la faccia. Tutto quello che stavo per gettare nel cesso, insomma. O forse speravo che lei abbassasse la serranda. Che in realtà avesse in mente altro.

Aprii l’armadio che per mesi avevo tenuto nascosto a tutti. Com’era la storia? Se non vuoi scalare le picche le vendi, non le tieni in cantina? La vocina saggia stava diventando un sussurro e trascinava via con sé il formicolio dell’allerta. Più Val mi gironzolava intorno, più il tepore del vortice prendeva il sopravvento. Mi sudavano i palmi. La schiena era umida di un rivolo che scendeva lento. Sul palato, il sapore dell’incertezza. Non vedevo l’ora di impugnare una delle mie amiche fedeli.

Presi casco e ramponi. La osservai mentre sceglieva i suoi fra la roba che ammucchiavo da anni. Dietro ogni pezzo c’era una storia. E lei sembrava leggerle una ad una con i polpastrelli. Una cieca a cui stavo lasciando scorrere le pagine inutili dei miei disastri. Una cieca perfetta. Una stronza spocchiosa che non riusciva a vedere niente di me ma che era esattamente come l’avrei disegnata. Sovrappensiero afferrai le mezze corde più nuove, ma lei mi fermò.

“Poi le appenderò al chiodo. L’ultima deve essere grande,” mi disse. Nelle pupille dilatate aveva una luce che riconoscevo.

“Stai fuori.” Provai a tirare via la mano ma quella non venne. “In basso c’è una sezione dura. Se le condizioni non sono perfette.” Ma la metà tossica nella mia testa giocò sporco. Aggiunse alla somma la parola magica. Solitaria. Prima ripetizione, in pieno inverno, in notturna, slegati. In realtà, tecnicamente non era una solitaria, ma il mio cuore aveva già rallentato come se lo fosse.

“L’ultima volta. Non puoi appendermi a una cazzo di corda,” disse Val.

Mi ricordai di quei cento metri finali, in apertura. La corda che penzolava libera sotto di me. Il vuoto dentro. L’elettricità sulla pelle. La pace.

“Ti prego,” aggiunse.

Ma non c’era bisogno. Il fiotto inebriante si era già sparso ovunque. Sentivo caldo.

*******

Sì, era così. Il mio ago era ricurvo, a forma di becca. La mia polvere bianca cadeva giù fredda in gennaio. Cristalli perfetti, senza bisogno del ‘cuoco’. Zucchero che diventava ‘brown’ con lo scirocco o nei rimasugli incassati di fine stagione.

La sezione dura non era dura come l’avevamo trovata io e Schizzo la prima volta. L’inverno era stato generoso. Precipitazioni rabbiose nei primi mesi, poi venti caldi da sud, notti gelate e lunghe settimane di sole. Le condizioni perfette. Avevamo salito i diedri veloci, precisi, sicuri. Io davanti e lei dietro. La botta era arrivata subito. Piombo fuso carico di euforia mi scorreva dentro senza sosta. Non vedevo niente oltre i pochi metri intorno a me, dove infilavo le punte. Non sentivo niente oltre la vibrazione dei colpi.

Sul primo nevaio ci fermammo e spegnemmo le frontali. Solo a quel punto mi resi conto. La luna piena era talmente vicina che illuminava la parete a giorno. La neve lontana in sfumature chiare, i pilastri di roccia di un grigio profondo. Il mondo bianco e nero delle notti montane. Un’occhiata rapida e ripartimmo. Volevo uscire in fretta e lasciarmi quella ricaduta alle spalle. Perché questo era. Una ricaduta e basta. E sembravo convinto che meno ci rimanevo dentro, più facile sarebbe stato uscirne.

Ticchettammo all’unisono lungo il pendio di neve compatta. Ogni tanto mi guardavo alle spalle e la vedevo salire leggera come una mantide su una foglia. Finché poco prima del budello sentii i suoi colpi farsi più radi fino a fermarsi. Avevo i polpacci in fiamme e un’altra pausa prima dell’ultima goulotte non dispiaceva nemmeno a me. Mi voltai e la vidi ferma in una fetta di bianco lucente. Guardava a terra. Respirava.

Alzò la testa e sollevò una piccozza nella mia direzione. “In bocca al lupo,” mi disse. “Ne avrai bisogno per quello che viene dopo.”

E si lasciò andare.

La vidi scivolare via. Immobile. Senza tentare niente. Senza gridare. Senza opporsi. Poi un leggero risucchio e sparì nel vuoto. Sulla scia di Schizzo. La stessa montagna. Stronza, maledetta. La stessa via. Perché? Rimasi immobile per un’eternità fatta di battiti che mi rimbombavano nel petto. Prima veloci da togliermi il fiato. Poi a calare, sempre più lenti. Le gambe tremavano e stavo aggrappato alle piccozze come se stesse per crollare giù tutto. Pensa, deficiente, pensa. Ma gridai. Gridai fino a svuotarmi perché pensare faceva troppo male. Cento grida diverse rimbalzarono nell’anfiteatro mentre immagini frammentate prendevano il sopravvento. L’ombra che saltava oltre la cengia. Le sue nocche. Il sorriso da stronza. Le labbra di gelso che non avrei mai assaporato. Non c’era più. La mia anima gemella non c’era più.

E in quell’istante il gorgo mi inghiottì. Il freddo dell’aria penetrò oltre i calzoni. Sentivo l’odore della neve. Sul palato, il sapore dimenticato della paura. Le pieghe della montagna cantavano il canto delle sirene.

Lei non c’era più. Ma le gambe avevano smesso di tremare.

Lei non c’è più? Meglio così, disse la vocina. Solitaria.

Mi si strinse la gola. Non potevo averlo pensato. Tastai la tasca della giacca. Il telefono. Dovevo chiamare il 118.

Un volo come quello, bello? A chi vuoi raccontarla?

Era vero. Ottocento metri fino alla base. Sopravvivere era impossibile. Quasi. Forse, però.

Non puoi fare più niente per lei. Finisci quello che stavi facendo.

Dovevo chiamare. Potevo almeno scendere fino all’orlo e controllare.

Finisci quello che stavi facendo.

Inspirai. Guardai verso il basso. Guardai verso l’alto. Inspirai di nuovo e ripartii.

Verso l’alto.

*****

Arrivai senza accorgermene sul pendio sommitale. Un colpo dopo l’altro. La brezza sul viso. Il respiro e il cuore, il cuore e il respiro. La mente vuota. La montagna sotto di me. Sentivo di nuovo tutto, come tanti anni prima. Come quando avevo iniziato. Se questo era il mondo ‘finto’, non c’era dubbio. Mi piaceva più di quello ‘vero’ dove portavano i passi di Kappa.

Forse ero un caso disperato.

Corsi gli ultimi metri di cresta e caddi in ginocchio accanto alla croce di vetta. Piansi. Vomitai. E piansi ancora.

Prima ripetizione, in pieno inverno, in notturna, in solitaria.

Scacciai la vocina. Dovevo chiamare il 118. Trovai la forza di alzarmi. Presi il telefono. Digitai il numero. Mentre parlavo con l’operatrice, un bagliore mi fece voltare verso est. Mi guardai intorno e mi resi conto che il mondo era tornato a colori. Uno spicchio infuocato si sollevava dalle onde. Un panorama che ti lasciava senza fiato. Un panorama che solo la fatica ti regala.

Un panorama.

Che avevo già visto.

Un panorama che avevo già visto da qualche parte. Ma non lì. Non l’altra volta dopo l’incidente di Schizzo.

Rimasi di sasso.

“Signore, è ancora lì?” blaterava il telefonino. “Signore, mi diceva qualcosa di una Camicia? Che c’entra la Camicia, mi scusi?”

Continuai a spiegare in automatico, sperando che il segnale migliorasse.

La valle, l’Adriatico. Come avevo fatto a non capire? Ripensai al foglio a quadretti, al disegno. Erano identici, o giù di lì. Il panorama e il disegno erano identici. La stronza era già salita lassù. Dal sentiero che veniva da sud, probabilmente. Dalla vetta si era affacciata sul precipizio della parete nord e le era venuto in mente come fare.

“Camicia, Castelli, Sasso. Che è un rebus, signore? Lo sa che potrei denunciarla per procurato allarme?”

Un’ultima volta. Così aveva detto, al profumo di gelso. Quella stronza. Quella meravigliosa, perfida stronza. Aveva pensato a tutto. Le serviva solo una guida. Aveva letto, studiato. Mi aveva cercato e mi aveva avvicinato facendolo sembrare un caso. E io c’ero cascato con tutte le scarpe.

“Mi piacciono i rebus, Signore. Ma se è un rebus almeno mi deve dare qualche lettera. Così è troppo difficile.”

Prima ripetizione, in pieno inverno, in notturna, in solitaria. Roba grossa.

Ma non avevo la macchina fotografica. Il telefono era rimato sempre in tasca. E la mia unica testimone era una macchia di sangue in fondo alla valle. Se non altro l’astinenza da montagna sembrava placata.

Visto come è andata, per quella dalle donne mi sa che ti tocca aspettare ancora, bello.

*****

Lo so dove porta la passione che brucia porta contro la parete trasparente che ti gestisce la vita che ti chiama ma tu non sai dov’è che si sposta e tu non ci arrivi mai alla parete che ti chiama e si sposta poi un giorno all’improvviso rimane ferma la parete e ti ci schianti contro alla parete e lo schianto fa ancora più male lo schianto lo sentono tutti lo sentono a valle e solo tu non lo senti lo schianto perché a quel punto sei la parete.

Calata la botta era arrivata la paranoia.

Con molta pazienza ero riuscito a farmi capire dall’operatrice della Settimana Enigmistica. Parete Nord del Camicia, Gran Sasso, sopra Castelli. Una volta capito Mandiamo l’elicottero mi ero tuffato di corsa giù per il Paginone, con quelle parole che mi facevano a pugni in testa. Passione, parete, trasparente, parete, schianto.

Ero nei casini. Casini seri. Val era morta. Immaginavo già le domande, il padre cadavere che avrebbe smesso di esserlo visto che lo era diventato la figlia, i danni che mi avrebbe chiesto, magari mettendo la pratica in mano all’avvocato che li stava chiedendo a lui. E poi l’inchiesta, i Carabinieri, i quotidiani locali, Montagna punto TV. Ma soprattutto il fallimento.

Fallimento, bello? La vocina interruppe la paranoia. Fin a quel punto avevo pensato che fosse la vocina bulla della botta. Ma mi ero sbagliato. Sei il secondo a salire quella parete in solitaria invernale. E in confronto a questa la via di Di Donato era una calla.

Sì, il fallimento. La faccia delusa di Kappa. I compagni del Gruppo traditi.

Che sarà mai, su. Una ricaduta. Ce l’hanno tutti una ricaduta. Ma vuoi mettere? Ormai alla fine di ogni commento immaginavo la vocina bulla che mi faceva l’occhietto.

Dopo ore a sprofondare fino al ginocchio un amico dell’università mi recuperò a Fonte Vetica. Di montagna non capiva niente e non fece domande. Avevo chiamato lui apposta. Mi feci portare prima a Castelli, per nascondere l’attrezzatura, poi a recuperare il pick-up. Per un attimo pensai di seguirlo fino a L’Aquila. Se mi infilavo in biblioteca potevo far finta che non fosse successo niente, aspettare che si calmassero le acque. Poi mi guardai allo specchio. Il segno degli occhiali era già marchiato a fuoco sulla mia faccia. Risolto il rebus, l’operatrice mi aveva chiesto le generalità. Sarebbe venuto tutto a galla. Chi volevo prendere in giro? E poi era una stronza, ma almeno questo glielo dovevo. Si era suicidata come voleva, lasciandomi sulle spalle un peso enorme. Ma non potevo ignorarla. Non ci sarei riuscito comunque.

Tirai dritto per lo stanzone.

Arrivai alla porta e cercai in tasca le chiavi. Non c’erano.

“Da dov’è il panorama? Dente del Lupo?” Il vocione di Spritz mi colse alle spalle. Di nuovo. Fra indice e pollice sventolava un foglio, come se scottasse. Un foglio a quadretti.

No, non era il Dente del Lupo. Era la vetta del Camicia. Ormai lo sapevo.

Nel palmo dell’altra mano di Spritz saltellava un mazzo di chiavi. “Se Kappa sa che hai lasciato aperto ti fa il culo a strisce.” Già in preda all’euforia eravamo usciti di corsa e avevamo lasciato tutto lì. “Oddio, visto il casino che hai sollevato, può essere che nemmeno c’è bisogno. A proposito, bell’abbronzatura.”

Mi lanciò le chiavi. Entrammo. Nel camino la cenere emanava ancora calore. Non avevamo spento nemmeno il fuoco.

“Che cazzo ci facevi lassù, maschio? E i passi?”

“Lo so, sono un idiota. Mi sono fatto convincere. Quella.”

“Convincere?”

“La ragazza. Quella nuova.”

“Quella del paracadute?”

“No, quella va bene per te. A momenti si trascina i menhir sulla schiena. L’altra. Quella mora. Riccia.” La faccia persa di Spritz mi spinse a continuare, anche se era imbarazzante. “Labbra che non si dimenticano. Come le more gelso.”

“Sei sicuro di non aver picchiato la testa? Hai detto la stessa cosa al 118.”

“Quella nuova. È arrivata ieri sera insieme ad Alex.”

“Maschio, l’unica donna del gruppo è la vichinga del parapendio.”

“Che cazzo dici, dai. Non prendermi per il culo. Non è aria, davvero.”

“Meglio che la fai finita con questa storia, dammi retta. Quelli del Soccorso sono incazzati come bisce. Vogliono denunciarti e c’è voluto Kappa per fargli mettere la cosa in stand-by.” Mi strinse la spalla in una delle sue pinze da boscaiolo.

“Storia?” Lo spinsi via. “Quella s’è inventata tutto. Ha fatto la gatta morta e poi ‘Portami’.”

“Respira, maschio, e cerca di tornare in te. Pensa a qualcosa di plausibile perché se ti prende BS io non vi divido. La squadra dell’Aquila ha perlustrato tutto il Fondo della Salsa e non hanno trovato niente. Sangue, pezzi, attrezzatura. Niente. Allora hanno chiamato BS. Lui ha provato a dire di no ma quelli gli hanno detto che si trattava di una ragazza. Ha resistito. Poi gli hanno detto Fondo della Salsa e lo sai che là dentro ha ancora un po’ di record da mettere in fila. Non ce l’ha fatta più ed è partito. Ha sperato nell’attacco di panico. Mi ha tenuto un’ora alla radio. Sarebbe stata la conferma che il suo percorso era finito, diceva. E invece nemmeno quello. Scattata l’emergenza è tornato il BS di sempre. Sta ancora lì in mezzo e l’ultima volta che l’ho sentito ha detto che aveva appena schivato una slavina. È incazzato al quadrato. Uno perché i passi di Kappa non funzionano. E due perché ha guardato ovunque, e là dentro non c’è niente.”

“Non può essere. Deve cercare meglio.”

“Stai parlando di BS, ti ricordo.”

“Non è possibile che non te la ricordi.”

“Maschio, io so solo che ieri sera eri strano forte. Con quella sedia hai fatto un casino del diavolo. E poi a fine riunione. Sembravi andato. Completamente. Ti sei infilato qualcosa in tasca e hai fatto di tutto per mandarmi via. Lì per lì non t’ho detto niente. Ho detto magari è un momento difficile.”

“Mi stai prendendo per il culo.”

“Ero appena uscito e ti ho sentito dire qualcosa. Pensavo ce l’avessi con me. Ho infilato il naso dentro e stavo quasi per chiederti che c’è, dimmi, ma parlavi da solo. Non si capiva un cazzo. Mi sono messo paura, maschio. Sembravano i sintomi di una brutta crisi e sono andato a cercare Kappa.”

“Crisi d’astinenza? Che cazzo dici. È passato troppo tempo dall’ultima.”

“Lo sai che capita. Ti ricordi Falce prima che se ne andasse? E poi mi è venuto in mente che ieri era quel giorno.”

“Che giorno?”

“Come che giorno. L’incidente di Schizzo. Quel giorno.”

Un anno. Non poteva essere passato già un anno.

“Quando siamo tornati non c’eri più.”

“Ero lassù, cazzo. Con lei. E a un certo punto quella si è buttata giù.”

“Lei chi, Fog. Non c’era nessuna lei.”

“Guarda.” Gli strappai il foglio dalle mani e lo stesi sul tavolo. “Questo l’ha fatto lei. Lo vedi? Era andata lassù a fare un sopralluogo.” Gridavo. Se gridavo, magari quell’energumeno duro di comprendonio avrebbe capito. Ma il disegno non sembrava interessarlo. Fissava me e basta. E mi fissava come fossi un alieno appena atterrato nello stanzone.

“Calmati, maschio.” Cercò di toccarmi ma stavolta lo respinsi prima che mi sfiorasse.

“Ha cercato notizie. Si è inventata una storia. Il giudice. La pena. Il Gruppo. Il giudice che conosce Kappa. Guarda.” Ma continuava a non guardare dove battevo il palmo.

“Kappa non conosce nessun giudice.”

“Mi ha provocato. Non ho resistito.”

“Ti capisco. Sono giorni complicati.”

“E invece non capisci un cazzo,” gli urlai in faccia. “Guarda.” Gli indicai il disegno.

Sospirò e voltò la pagina. “Guarda tu.”

Sul retro c’erano parole scritte, barrate, cancellate, sottolineate.

“Quella è la tua scrittura, no? La riconoscerei anche di notte. Hai presente la riunione? Il tempo che non hai passato a fare casino con quella cazzo di sedia, l’hai passato a scarabocchiare quel foglio.”

Misi una dietro l’altra le parole che erano sopravvissute alle correzioni e lessi a bassa voce.

L’alpinismo si desidera, come una donna che ti respinge per gioco. L’alpinismo si odia, come l’avversario che ti batte e ride di te. L’alpinismo ti porta dentro l’alba e ti riempie, poi ti strappa via tutto nella bufera. L’alpinismo ti esalta, ti annulla, ti spinge e ti trattiene, gioca con te e tu sei il topo. Di alpinismo si vive, come di un sogno inesauribile. Di alpinismo si muore, come di una malattia.

No. Non poteva essere.

“A occhio e croce mi sembrano le cazzate filosofiche che piacevano a Schizzo,” disse Spritz.

Dai, dai, ragazzo mio, che siamo tornati in ballo.

In silenzio ripiegai il foglio con cura e mi guardai le mani. Avevo le nocche ferite. E forse stavano già diventando dure.

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