Archivio per la categoria ‘Uncategorized’

In un’epoca come la nostra, che resuscita i muri, Santamaria mette a custodia di Tiberia – la Roma sopravvissuta – un recinto. Una rete metallica che protegge i palazzi restaurati del centro dalla devastazione di ciò che si agita nei Quadranti, nelle terre contese. Un recinto con una caratteristica in più: fin dall’inizio non è mai chiaro se chi sta dentro sia in gabbia o protetto, e chi sta fuori sia escluso o, invece, libero. Un recinto che tiene lontano e racchiude allo stesso tempo. Ma un recinto violabile. Ed è proprio Appo, il randagio protagonista, ad andare e venire a suo piacimento, per non essere né di qua né di là, per evitare di appartenere.

Ogni personaggio di “Io sono il fiume” è spinto dalla propria ossessione. Un concetto, un’idea che genera scelte, distrugge relazioni. Un principio a cui vale la pena sacrificare tutto il resto. Che si tratti della libertà o del potere, dell’amore o della scienza fa poca differenza.

L’articolo completo: https://bit.ly/2XzgSV1

IoSonoIlFiume_Header FB

Annunci

Digitalizzato_20160324 (2)La libertà. Era partita per quello.

Ma ci mise un po’ a trovare le maniche per ribaltare il maglione.

Durante l’ultima mareggiata doveva aver picchiato forte la testa. Aveva un grosso bernoccolo in mezzo alla fronte. E ricordava molto poco di ciò che era successo. Ricordava il vento, le onde e quel cielo lassù, oltre nuvole sempre uguali, che sembrava prendersi gioco di lei. Il resto era avvolto da una spessa nebbia. Ma soprattutto, non trovava le braccia del maglione capovolto.

Le trovò dopo una lunga ricerca e se lo infilò. Faceva freddo e il mare era agitato. Come ogni giorno, leggeva nel diario di bordo. Era partita da Los Angeles perché voleva essere libera. C’era scritto così sulla prima pagina. Aveva lasciato un marito e due figli per essere la prima donna ad attraversare in solitaria l’Oceano Pacifico. Stanca della vita di cemento e scartoffie, aveva preso il largo.

Secondo me quel giorno mi ero fatta qualcosa di molto pesante. Sola in mezzo al mare?, si chiese.

Sfogliò alcune pagine. Poco prima di salpare aveva litigato furiosamente con il marito. Lo aveva chiamato inutile topo di laboratorio. E le dispiaceva. Le altre parole che aveva usato erano più colorite, però. Mi sento una merda per quello che gli ho detto. Vorrei strapparmi la lingua. E lo farei anche, se solo non fosse così stronzo. Le dispiaceva sul serio. Ora come allora. Ma non sapeva più se le dispiaceva perché anche ora sentiva il dispiacere o perché leggeva che a un certo punto le era dispiaciuto averlo trattato così.

Le droghe pesanti fanno male. Le droghe pesanti bruciano i neuroni, si disse.

Poi si fece coraggio e saltò alla parte più recente.

Nella stiva aveva viveri per tre mesi, diceva un appunto. Dalle date, ne era passato già uno. E le braccia confermavano. Erano pesanti come un mese di sartie tirate e strambate schivate. Sartie. Strambate. Le piaceva come suonavano quelle parole. Le sentiva dentro. Le sentiva sue. Anche se non ricordava dove le avesse imparate. Eppure aveva condotto la barca per quattro settimane attraverso l’oceano più grande del pianeta. Ed era ancora viva.

Tornò al diario. Oltre ai viveri sembrava aver portato con sé pochi oggetti. Qualche libro, una bottiglia e la foto dei suoi cari. Le carte e gli strumenti per navigare, ovviamente. Niente telefono. Niente computer. Niente aiuti da terra. La solitaria doveva essere davvero solitaria.

La roba che si era fatta quel giorno non era solo pesante. Era avariata. Ormai ne era certa.

Cercò gli oggetti. Moby Dick, Il vecchio e il mare e Il Titanic. Tre libri di mare, tempeste e disastri. Sì, era masochista. Non c’era dubbio. La foto segnava il punto in cui aveva interrotto il racconto di Conrad. I suoi figli la guardavano sorridendo. Ma aveva la netta impressione che quello scatto non fosse recente. Riusciva a immaginarli più grandi. Come aveva potuto lasciarli sbattendo la porta? Giorgio, invece, era come lo ricordava. Ma il suo viso non le ispirava né rabbia né risentimento. Tutt’altro. In quello scatto, poi, indossava il maglione che si erano regalati il giorno del loro quinto anniversario. O forse era il settimo. Quella parte era offuscata dal bernoccolo. Il maglione però era rosso mattone, identico a quello che aveva appena ribaltato e infilato. Il terzo oggetto, diceva la lista in fondo al diario, era una bottiglia. Non fu difficile trovarla. Era esattamente dove doveva essere. Ancorata al suo sostegno, in fondo alla cabina.

Si alzò per raggiungerla ma la barca fu scossa da un incredibile boato. Dal ponte la raggiunsero schizzi salati e uno degli strumenti iniziò a squillare. D’istinto afferrò il timone. Guardò le cifre sul display che ruotavano e si accorse che riusciva a dargli un senso. Stando a ciò che dicevano, la mareggiata aveva spinto la barca contro un fondale sabbioso. La riportò sulla rotta e gli strumenti si azzittirono. Inserì il pilota automatico e tolse le mani dal timone. Senza pensarci due volte incollò gli occhi a uno schermo sulla destra su cui era riprodotto uno schema dello scafo. Non sapeva bene come, ma era sicura che lì avrebbe trovato segnalati eventuali danni strutturali. Le luci erano tutte spente. Nessuna falla. L’aveva scampata anche stavolta.

Anche stavolta? Non ne ricordava altre. Eppure sapeva che era così.

Da ragazza aveva provato il crack. Una volta anche l’eroina. E per tutto il periodo in cui era andata di moda, l’estate la mescalina era d’obbligo. Ma niente le aveva mai lasciato i vuoti di quella porcheria che doveva essersi ingoiata per ingannare la solitudine. O magari per sentire davvero fino in fondo la libertà.

Salì sul ponte per controllare gli alberi e le vele. Anche lì sembrava che tutto procedesse come da manuale. Anche il mare era quello previsto, quello di sempre. Vento, onde che si schiantavano contro le fiancate, profumo salmastro. E in cielo, le solite nuvole grigie.

La libertà aveva un non so che di ripetitivo.

Scese di nuovo sotto coperta e sganciò la bottiglia dal supporto. Gliel’aveva regalata Giorgio, diceva il diario. Aveva impiegato settimane di duro lavoro per infilarci dentro una replica esatta della bialberi con cui stava attraversando il Pacifico. Sul ponte aveva messo anche una replica di lei in scala. Maglione compreso. Un topo di laboratorio, certo. Un po’ ossessivo anche. Ma inutile, non proprio, ammise. In quel momento sentì qualcosa di caldo nascerle nella pancia. Non ricordava bene se ci fosse ancora qualcosa fra loro, ma Giorgio doveva essere un uomo meraviglioso. Che la stronza sia io? Fra le pagine trovò un suo appunto. Ti farà compagnia nei momenti di solitudine, diceva. Poi, se sarai in difficoltà, il modellino ti servirà per capire dov’è il problema. Ogni particolare è come l’originale. Ma ricordati di tenere sempre la bottiglia sul supporto e di assicurarti che il motorino che simula le onde sia acceso. Solo così l’usura dello scafo sarà identica a quella della barca vera. Rimise la bottiglia sul supporto. A quel punto Il calore nella pancia era aumentato.

Giorgio. Le mancava Giorgio. Ma questo non c’era nel diario. Raccolse la fotografia e ammirò di nuovo il suo viso tranquillo. La mascella squadrata. Gli occhi sicuri. Giorgio era un gran fico e aveva voglia di lui. La libertà era bella. Ma faceva anche un po’ schifo, in effetti.

Gli strumenti tacevano da un po’. La barca ondeggiava. Come al solito, stando al diario. Era distrutta. Doveva dormire qualche ora e si accasciò sulla brandina. Nonostante le braccia pesanti non riuscì a prendere sonno. Infilò la foto sotto al maglione ma non fu abbastanza. Guardò la bottiglia ed ebbe un impulso. La staccò dal supporto e se la mise accanto. Non era Giorgio. Ma la strinse come fosse Giorgio. E reclinata su un fianco si addormentò pensando al calore di un suo abbraccio.

Si svegliò che c’era bonaccia. Sgranò gli occhi. Stando al diario, dal giorno della partenza non era mai successo. Un po’ di pace. Finalmente la ruota girava dalla sua parte.

Cercò la bottiglia. Sembrava sparita e un vuoto tremendo le riempì un sospiro. La trovò sotto il cuscino con il motorino delle onde che arrancava. Lo scafo era reclinato su un fianco e la lei in scala era caduta fuori bordo. Che ho fatto?, pensò. Giorgio si era raccomandato. La raccolse e tentò di scuoterla in ogni direzione. Alla fine la barca tornò dritta, ma la lei in scala galleggiava pancia all’aria sulla superficie dell’acqua. Non poteva fare niente per salvarla. Il motorino smise di funzionare. Rimise la bottiglia sul supporto e la ancorò. Rimase lì a guardarla per minuti infiniti. Aveva rotto qualcosa. E c’era bonaccia anche lì dentro.

Uscì sul ponte per respirare un po’ d’aria. Un sole bianco splendeva accecante e il caldo iniziava a essere insopportabile. L’oceano era una tavola. La barca, ferma. Le vele, afflosciate.

“Cazzo, professore!”, una voce tuonò dall’alto.

La donna pensò al bernoccolo e scosse la testa. Le venne in mente la roba avariata e la scosse due volte.

“Si è addormentato di nuovo!”, aggiunse la voce.

Rumori e fruscii assordanti spazzarono via la quiete della bonaccia. Terrorizzata, la donna si strinse allo stipite della cabina. Poi vide un fascio di dita circondare l’oceano. Giorgio la guardava deformato attraverso il cielo. Era lui, non c’era dubbio. Ed era grande. Quelle appese alle mani erano le maniche del loro maglione. Allora Giorgio se l’era sognato! Giorgio in realtà era Dio! E quello vicino a lui con il camice bianco doveva essere un angelo preoccupato. Si agitava avanti e indietro. “Il motorino, il motorino!” bofonchiava, continuando a chiamarlo professore. Intorno a loro c’erano schermi e macchinari.

Devo essere morta durante una delle mareggiate e questo è il paradiso più strano che abbia mai immaginato, rifletté. Era strano perfino il nome che gli avevano dato. Lo leggeva al contrario su un’insegna lontana. C’era scritto Dipartimento di Fisica Nucleare.

Anche se Giorgio era Dio lei lo amava lo stesso. Forse addirittura di più.

Poi notò che la cima dell’albero anteriore era appoggiato a una gobba di vetro trasparente. E la prua aveva infilzato dolcemente una parete di sughero. Alta. Perfettamente rotonda.

Click

Pubblicato: 1 dicembre 2016 in Uncategorized

Click. Ancora quel rumore. Che però nel tempo era cambiato. All’inizio era squillante, metallico. Poi il tempo ci aveva messo lo zampino e, nonostante lavaggi e oliature, il click sembrava essersi incupito. Ma era di un cupo speziato. Non c’era tristezza in quel click.

“Falla finita, per favore.” Marco era appena entrato nello spogliatoio della centrale. Nello specchio c’erano le occhiaie di un’altra notte brava per le strade della città. E addosso odore di femmina. Quella femmina. Quella con i capelli di rame e le curve paraboliche. “Lo sai che quel rumore mi innervosisce.” Stizzito, l’aveva appoggiata con irruenza sul fondo dell’armadietto.

“Tesoro, se non ti dai pace, prima o poi finisci male.” Click. E stavolta sembrava fatto apposta. “Finiamo male.”

Marco fece finta di niente e iniziò a infilarsi la divisa.

“E tirami fuori da questa maledetta fondina che sto soffocando.” La protesta rimbalzò sulle pareti arrugginite.

Marco rimosse l’involucro di pelle e la spostò sovrappensiero sulla panca. Ai matti si dice sempre di sì. Alle voci, finché puoi. Almeno smettono.

“Era ora,” disse lei. “Tutta la pausa seppellita al buio con tre strisce di luce a ricordarmi che non è notte. Nemmeno fossi io la criminale. E dopo la gattabuia quell’involucro di pelle puzzolente. Poi dice che una perde lo smalto. Che sembra vecchia.”

Niente. Oggi era un giorno di quelli.

Click. La pistola si sgranchì muovendo appena il carrello.

Un giorno in cui voleva essere guardata come una volta. Così diceva.

Click.

Un giorno in cui voleva essere presa con decisione, senza chiedere il permesso, come nei primi giorni da recluta.

Click. Click.

“Per favore!” Spazientito, Marco si voltò in cerca della camicia blu.

“Se stai così sulle spine è successo qualcosa. Sarà la sgualdrina.” Un alone di olio sintetico si incollò all’aria pesante dello spogliatoio. Un odore che aveva imparato a riconoscere. La sua Beretta sbuffava così quando era inquieta.

“Là fuori ieri è morto un ragazzo. L’ha fatto secco un carabiniere.”

“La sgualdrina sarà la tua rovina.”

“Ventitré anni. Per una manifestazione no-global. Come cazzo si fa a morire a ventitré anni? Fra sei mesi ne faccio ventidue. Poi altri dodici e fine dei giochi.”

“Ci sei andato di nuovo dopo avermi rinchiusa, vero?” Click. Click. “Dimmelo e la finiamo qui. Voglio solo saperlo. Tanto non posso farci niente.”

Non era solo inquieta, era gelosa. Non era mai successo prima. Doveva essere il profumo in cui s’era fatta il bagno Lucia. La pistola gelosa. Da non crederci. “Ti sto parlando dei casini di ieri e tu mi fai il terzo grado sulla fica?”

“Ti conosco, tesoro. E ho visto i graffi sulla schiena. I manifestanti non graffiano in quel modo. Sono le donne che ti rovinano. E per favore non usare quelle parole con una vecchia signora come me.”

“Si chiama Lucia.” Marco si allacciò il secondo anfibio sul bordo della panca. Scorse il dito lungo il carrello della Beretta. 98FS, diceva la sigla. La vecchia signora gli aveva salvato il culo più volte durante le scorte. A quella canna rigata doveva la vita. Esitò, poi ritrasse la mano. Quel gesto era troppo simile a una carezza. Rimise il piede a terra, si aggiustò il cinturone e riprese a trafficare con l’attrezzatura nell’armadietto.

“Bella la tenuta antisommossa. Finalmente un po’ di azione” Click. Click. Click.

“E’ incinta. Tre mesi fra qualche giorno. E finora non mi aveva detto niente.”

“Ti ha tenuto dentro con il vecchio trucco dei talloni sulle natiche?” Click. Click. E il tanfo d’olio nell’aria.

“Finiscila con questo click. Perché fai click?” Marco scaraventò a terra lo scudo con un calcio. “Si è rotto il preservativo. Dice lei. Ma che differenza fa?”

“La stessa che c’è fra un proiettile a bruciapelo per una rapina e il grilletto premuto per legittima difesa. Il rumore, tesoro, è lo stesso e il cadavere pure. Ma se ti prendono, in un caso finisci dietro le sbarre.”

“Vorresti dire che ha ragione Lucia, che se ne vuole sbarazzare?” Marco sfilò il manganello dal cinturone e si sedette accanto alla pistola di ordinanza. La sua mano destra rastrellava il taglio militare. La gamba sinistra sussultava rapida sulla punta dell’anfibio.

“Sei un poliziotto, un servitore dello Stato. E questa Lucia è una poco di buono. Ma ha ragione lei. Io ho un fiuto particolare, lo sai.”

“Quindi mettere al mondo un figlio sarebbe come ammazzare qualcuno?”

“Se ti prendono, sì. Se hai lo stipendio di un agente della mobile, sì.”

“Devo essere impazzito se sto qui a farmi psicanalizzare da una cazzo di pistola parlante.”

“Finisci di vestirti che andiamo a rimettere un po’ d’ordine in queste strade in mano al libero pensiero. Oggi mi prude anche il grilletto” Click. Click. Ma stavolta era un click diverso. Era il click di quando voleva essere maneggiata, esplorata, smontata e oliata.

“Oggi ti lascio qui. Non voglio problemi, oggi.” Marco si alzò, tirò fuori dall’armadietto il casco e sbatté lo sportello sullo stipite. “Sono troppo incazzato con quella stronza. E là fuori è pieno di quei cazzoni vestiti di nero. Non sono lucido”

“Incazzato va bene. Incazzato è utile.” Click. Click. “Se ti arrabbi ti si alza il testosterone e allora sì che ti riconosco.” Click.

“Smettila di fare quel rumore o ti smonto e ti lascio qui a pezzi.”

“Mi faresti questo? Dopo tutti gli anni passati fianco a fianco?”

Aveva appena lasciato vibrare la canna nel lamento d’acciaio di quando faceva l’offesa. Ce la stava mettendo tutta. Ma oggi non le avrebbe permesso di spuntarla. “C’è già scappato un morto. Non voglio essere il prossimo. Se Lucia vuole tenere il bambino –”

“Vedi che ho ragione. Quella cretina ti annebbia la vista. Sei un servitore dello Stato. E un servitore dello Stato non tentenna.” Click. Click. “Un servitore dello Stato non si lascia distrarre.” Click.

Il vociare nervoso dell’adunata li raggiunse dal corridoio. “Un servitore dello Stato.” Marco si alzò contro voglia, imbracciò lo scudo e raccolse il manganello.

“Un servitore dello Stato pensa ai colleghi e ai cittadini onesti,” disse lei.

“Ma sono solo ragazzi.”

“È ora di rimettere i conti in paro con i vigliacchi delle bombe carta …”

“Ce le tirano addosso. È vero.”

“… con i figli di papà delle spranghette insulse.”

“Ci colpiscono. È vero.”

“Un servitore dello Stato non lascia indietro l’arma di ordinanza,” Click. Click.

“Un servitore dello Stato.”

“Siamo pronti, Rossi?” Il capitano entrò nello spogliatoio subito dopo il suo vocione, con il casco già in testa e le spalle gonfie di discorsi motivazionali. “Oggi devo poter contare su di te, Rossi. Ti voglio lucido. Ti voglio carico. Sei lucido, sì?”

Sapeva di essere l’unico a sentire la voce della Beretta. Eppure per un attimo vacillò. Era lucido uno che sentiva le voci? Anche l’odore del chiacchiericcio metallico era ancora nell’aria. Marco l’annusò in cerca di una risposta. Era lucido? Era un padre, forse, se Lucia insisteva per tenerlo. E forse era anche lucido.

“Lucidissimo capitano. Lo sa che un po’ d’azione mi rimette al mondo.”

Fingeva. Chiunque l’avrebbe capito lontano un miglio. Solo il capitano se l’era bevuta, per non mandare tutto a monte. Ma la Beretta no, lei non si lasciava ingannare. La sentì squarciare il silenzio con un click rovente, e vide lo spigolo del cane brillare. “Lucido,” ribadì Marco esitante. E allora la pistola accennò un altro click, languido come un sorriso imbronciato. “Lucido”, e stavolta ci credeva.

Marco afferrò l’impugnatura con decisione. Sentì le guancette ruvide accarezzargli il palmo e lo sbuffo d’olio che gli avvolgeva le narici.

“Un servitore dello Stato,” sussurrò la Beretta facendo scivolare via la sicura.

“Un servitore dello Stato,” ripeté Marco guardandosi nello specchio. Le occhiaie erano sparite e l’odore di femmina, ora, sapeva di polvere da sparo. Fece scorrere il carrello, richiamò il primo proiettile in canna e si infilò la pistola direttamente sotto la cintura.

“Un servitore dello Stato.”

 

Scoop

Il vecchio era seduto sulla sua poltrona preferita. Accarezzava il pelo morbido del siamese e, sul vassoio, la teiera fumava. Non c’era niente di meglio in una serata piovosa. Il telegiornale diceva di una guerra ai confini, di un attentato in città, di un omicidio-suicidio nel quartiere e di una rapina nella strada accanto. Niente di insolito. Poi il mezzobusto annunciò la pubblicità.

Era giorno e non pioveva nella pubblicità. Un papà in completo scuro sedeva a un tavolo bianco in una cucina luminosa. Accanto aveva suo figlio, biondo come lui, con i piedi che dondolavano a mezz’aria e un raggio di sole che gli sfiorava i capelli. Al centro della tovaglia, una confezione gigante di cereali. La mamma, bionda anche lei, entrava da sinistra, prendeva la scatola e sorrideva. Sorrideva il bambino e sorrideva il padre. Sorridevano tutti mentre lei gli riempiva la tazza di fiocchi di mais. Alla terza cucchiaiata lo schermo sfumava sul nero e appariva la marca.

Ma che fine faceva quella famiglia?, si chiedeva il vecchio ogni volta. Gli piaceva pensare che dopo il buio e il jingle il mondo della pubblicità non finisse inghiottito dal nulla. Immaginava la donna dei fiocchi di mais con un abito elegante che salutava i suoi e si chiudeva la porta alle spalle. Andava al lavoro e quel giorno pioveva.

Lei odiava la pioggia. Ma aveva un’opportunità irripetibile. Il direttore le aveva affidato una troupe, assicurandole la sua prima apparizione al TG di quella sera. Gli doveva procurare uno scoop, però. Un pezzo forte di vita vera. Altrimenti avrebbe continuato a fare news in sovraimpressione per il resto della vita. Una notizia da audience alle stelle con protagonisti in cui gli spettatori si identificassero. Erano state quelle le sue parole.

Facile a dirsi, rifletté la giornalista. Le agenzie non riportavano niente di sensazionale quel giorno. Saltò sul camioncino con l’operatore e il tecnico luci e iniziarono a vagare per la città. Fu uno dei suoi collaboratori ad avere l’idea del quartiere dove viveva suo cugino. Diceva che fra quelle casette c’erano più notizie che sacchetti dell’immondizia abbandonati.

Una volta sul posto, decisero di procedere a piedi.

Via Azzurri 3. Primo piano su uomo dal viso inespressivo. Totale di lui che batte pugni sul tavolo. Moglie seduta difronte con occhi bassi. L’uomo agita foglio della banca. Lo getta a terra. Particolare marchio BNL. Totale di lui che ne agita un altro. Poi un altro. Poi un altro. Moglie non reagisce. Lui estrae pistola e le spara in testa. Se la infila in bocca e spara di nuovo. Particolare di schizzo di sangue che cola su muro. Voice over.

L’hanno già mandato ieri un servizio così, pensò la giornalista.

Quando, però, si affacciarono alla finestra della casetta due traverse più in là, la scena li incuriosì.

Via Verdi 16. Primo piano su donna di colore. Molto bella. Legge. Sorseggia da tazza di tè. Particolare labbra umide che lasciano bordo bicchiere. Totale di lei che chiude libro e pensa. Un’ombra compare alle sue spalle. La afferra per i capelli. Bicchiere cade a terra. L’uomo le cinge la vita e le stringe il collo. Le dice qualcosa all’orecchio. Particolare di viso di lei terrorizzata. Totale uomo che la sdraia, pancia sotto, su tavolo al centro stanza. Le strappa le mutande. L’uomo cala calzoni. Al primo affondo donna spalanca bocca. Grida. Al secondo, piange e chiede aiuto. Primo piano di lei. Poi torna a totale. Ad ogni colpo, tavolo slitta in avanti. Uomo, calzoni alle caviglie, segue tavolo a saltelli. Voice over.

“Il direttore ci licenzia se gli portiamo questo schifo”, borbottò la giornalista accucciata sotto il davanzale di Via Vitti. L’operatore annuì. Il tecnico luci sollevò le spalle.

Via Bianchi 48. Gruppo di amici festeggia compleanno. Quarant’anni. Particolare torta. Suonano alla porta. Primo piano padrone di casa che aggrotta sopracciglia. Totale casa. Ragazzo biondo va ad aprire. Consegnano scatolone gigante. In due lo trascinano nel salone. Un altro paga corriere e li raggiunge. Tutti sorridono. Conto alla rovescia poi coperchio scatolone esplode ed esce pin-up seminuda. Ammicca al festeggiato. Ora sorride anche lui. Lei si china e mostra perizoma. Particolare. Torna dritta e in mano ha qualcosa. Un fucile. Totale della casa. Dallo scatolone escono altri due compari armati. Particolare labbra rosse di lei. Dicono mani in alto questa è una rapina. Voice over.

“Dove sarebbero le notizie di cui parlavi?” La giornalista era su tutte le furie. Il tecnico luci si guardava la punta delle scarpe. Proseguirono per un’ora ma la solfa era sempre la stessa. Un omicidio qui, un suicidio lì. Una rapina, uno stupro, la crisi, il degrado. La stessa pappa trita e ritrita. Poltiglia stantia da canale a tre cifre. Non solo. Continuava a piovere.

Poi, sul far della sera, scorsero una striscia di luce soffusa fra le tende di una casetta lontana. Trotterellarono sull’asfalto bagnato e attraversarono il prato all’inglese in punta di piedi. La giornalista sentì finalmente aria di scoop.

Via Rossi 1. Totale del salone. Vecchio seduto su poltrona. Accarezza pelo di gatto siamese. Sul vassoio teiera che fuma. Alla televisione, TG della sera.

Saremo in 4

Pubblicato: 24 marzo 2016 in Uncategorized

Stavolta verremo con voi dove vi pare. Stavolta saremo interi, non a puntate. Stavolta saremo in 4.

Cioè …. Saremo sempre in 2. Saremo sempre Alberto e Mario. Ma loro saranno in 4.

Coming soon. Ad aprile … il gran finale dei festeggiamenti.Colage

Nei narrabit precedenti … Secondo Enzo, Massimo, il migrante senzatetto che stanno tenendo d’occhio da giorni, non la racconta giusta. Qualcosa non lo convince. La collega sul campo ha ragione ad essere perplessa.

Sandro, la recluta, è stufo di seguire una pista fasulla, che fa acqua dappertutto. Il sospettato non sembra nemmeno rispettare le prescrizioni del Ramdan. Come immaginare che si tratti di un elemento chiave di Santo Sepolcro, il sedicente piano islamico per prendere la città simbolo dell’occidente cristiano?

Nel frattempo Mara va a trovare Massimo sotto al portico e inizia a raccogliere la sua storia. Ambra, un po’ controvoglia, la accompagna. Scoprono quasi subito che Massimo non è arabo, ma persiano. E che il suo passato rocambolesco è un po’ diverso da ciò che entrambe si aspettavano.

Quando la sera uscite insieme, non indossi forse qualcosa per lui? Qualcosa che lascia intravedere una parte ma ne nasconde un’altra? Non è forse nel coprire che si svolge l’intero gioco millenario della seduzione? La meraviglia della rivelazione presuppone che ci sia qualcosa di celato. E’ l’immaginazione che crea il desiderio, non la nudità – Le sopracciglia folte di Massimo si toccano quasi l’una con l’altra. Il suo sguardo le attraversa diventando una breccia di sole estivo nella frescura dell’ombra.

Ambra si guarda le gambe, cosparse di pelle d’oca fino a metà della coscia ma sente il calore avvolgerle le braccia, scivolarle sulle spalle fin dentro la scollatura. Si alza infastidita – E’ ora che vada, sennò si fa tardi. I 10 minuti sono passati da un pezzo – Lara cerca di obiettare qualcosa. Poi si rende conto che, probabilmente, è meglio così.

Per la cronaca, – aggiunge Ambra rivolgendosi a Massimo – quello non è il mio ragazzo. E’ solo uno dei tanti, o delle tante. Da queste parti per un po’ di piacere della carne ci facciamo molti meno problemi.

Sulle labbra di Lara compare l’ombra di un sorriso amaro.

Episodio 1

Episodio 2

*****

il tredicesimo giorno narrabit (5)Lesbica – Enzo guarda il collega con la faccia di chi ha morso la polpa marcia sotto la buccia tesa e intatta – Era quello l’elemento della Parabola con cui non ero compatibile – Sandro si alita sulle mani per scaldarle. Maledette case disabitate. Sullo schermo del tablet lo streaming della telecamera nascosta sotto il porticato prosegue. Da più di un’ora Gaia e la sua coinquilina conversano con il senza tetto che gli arabi intercettati chiamano Mani. Senza cognome o con uno diverso ogni volta. Massimo per gli italiani – Ma non proprio lesbica.

Peggio – dice Enzo. Un altoparlante della cuffia premuto contro l’orecchio, l’altro che oscilla a ogni parola – Una di quelle cose bisessuali. Che schifo la vostra generazione.

Non proprio. Ma penso ci stia ripensando.

Ti piacerebbe.

Francamente non lo so – Sandro tira fuori dallo zaino un termos e si versa del caffè caldo in un bicchiere di carta. Lo offre a Enzo che lo rifiuta schifato.

Quella brodaglia americana ve la bevete tu e tutte le reclute come te – commenta il collega – nemmeno l’espresso siete riusciti salvare da quest’invasione.

Il telefono di servizio lampeggia di nuovo. Messaggio in entrata. Gaia. Sandro fa per leggere poi lo porge a Enzo – Che ti ho detto? Dimmi se è normale. Leggi che scrive.

MO in continua evoluzione – MO. “Modus operandi”, traduce Enzo per sé stesso – Su Twitter la storia dell’SI – “Soggetto Ignoto”. Che poi in realtà ignoto non è, ma così fa più fico – ha già 200 follower. E se fosse solo linguaggio in codice? Se gli stessimo permettendo di attivare le celle dormienti? Continua a far finta di non essere arabo, ma che mente si vede lontano un miglio. Tenete i NOCS in codice rosso. A parte il linguaggio colorito non mi sembra ci sia niente di cui preoccuparsi.

Per un attimo Sandro si permette di distogliere gli occhi dal tablet. Non può averlo detto sul serio. Eppure sul viso di Enzo non c’è traccia di ironia. Sandro si stringe la base del naso e torna allo streaming – Sarà che sono prevenuto. Sarà che la vostra fissazione sui migranti non mi convince.

Vostra?

Sì. Su questo tu e Masi siete sulla stessa lunghezza d’onda – Di nuovo quell’accostamento. I denti di Enzo si serrano. La recluta gioca col fuoco.

E cosa sarebbe che non ti convince?

L’11 settembre a New York i terroristi venivano da fuori. Alcuni di loro avevano solo trascorso periodi di addestramento sul suolo americano. Il 7 luglio del 2005, a Londra, erano cittadini integrati, la seconda generazione – Sandro sorseggia il caffè – Sono passati altri 10 anni da allora e oggi la minaccia è ancora più sepolta fra le pieghe delle nostre comunità. Soprattutto quelle piccole e decentrate. Sono lupi solitari affamati, italiani che non riconosciamo e che cercano altrove un’identità. E’ inutile continuare a perquisire i disperati che riescono a sopravvivere all’odissea nel canale di Sicilia. Non abbiamo le forze.

E con la moschea come la metti? Sai quanti ne abbiamo arrestati senza documenti né permesso di soggiorno?

Che fai mi prendi per il culo? – Qualcosa nell’inquadratura attira l’attenzione di Sandro. Il sospettato scoperchia il contenitore di plastica, raccoglie una prima forchettata di pasta e inizia a masticare compiaciuto. Lo stomaco di Sandro rantola sommessamente. La pizza è ormai un lontano ricordo – Pensi che non sappia che la maggior parte dei clandestini nemmeno sapeva perché si fosse scatenato quel putiferio? Davvero sei convinto che una settimana prima i mandanti fossero sul barcone forato che la Guardia Costiera ha recuperato a largo di Lampedusa? No, perché è da lì che venivano i 23 senza documenti!

E i due di Ravenna allora?

Chi Hassam e Kahled? – il ragazzino è più informato di quanto Enzo si aspettasse – O meglio Enzo – Sandro alza un sopracciglio – e Carlo? Figli di immigrati ormai regolari da 10 anni, in attesa della cittadinanza.

Ma le hai viste le foto inviate ai giornali dalla Siria? – Enzo tossisce nel pugno – Due kebabbari in piena regola. Le barbe, lo sguardo rabbioso. C’era tutto.

E la cosa non ti meraviglia nemmeno un po’? Ragazzi normali che marinano la scuola e vanno in città a fare le vasche. Hanno telefonino e i-pad ma sognano il velo e un’ideologia forte per cui combattere. A un certo punto lasciano l’ultima dichiarazione ai posteri e partono. Finiscono in Siria e gli uomini del Califfato gli ritirano il passaporto. Poi, dopo due giorni di interrogatori, inizia l’addestramento. Sveglie a colpi di mitra, colazioni frugali a base di datteri e giù nel campo per l’allenamento fisico. Combattimenti, nuoto nell’Eufrate, stretching e percorsi di guerra. Poi corsi di dottrina politica e religiosa fino a sera. Un cena da combattenti e di nuovo a nanna fino alla prossima raffica di proiettili che annuncia il nuovo giorno. Tutti, indistintamente, raccontano la stessa storia – Sandro si lascia andare sullo schienale e aggiunge – Certo che se non ti meravigliano nemmeno i messaggi di quella squilibrata …

Cosa dovrebbe meravigliarmi?

Che ci sia sempre tutto. L’elenco completo. Il cliché in ogni suo minimo dettaglio – Sandro accavalla le gambe e il suo tono si fa di sfida – Prima mi hai fatto osservare il sospettato e mi hai chiesto cosa vedevo, cosa c’era. E io t’ho risposto che non vedevo nulla di strano. Che mi sembrava tutto normale. A quel punto mi hai detto di focalizzare su quello che mancava. Ecco, perché non provate a fare la stessa cosa di tanto in tanto? Non vi sembra strano che ogni volta che ci arrivano immagini dallo Stato Islamico, dei foreign fighter come delle esecuzioni, sia sempre tutto un po’ toppo perfetto?

No, ti prego – Enzo riposiziona la cuffia e pesca nel pacchetto l’ultima Marlboro. La guarda con anticipazione. La annusa, poi la guarda ancora ma stavolta con ansia. La mano accenna un tremore. Non ne ha altre e chissà quando riuscirà a uscire per ricomprarne. Stringe i denti a se la infila dietro l’orecchio insieme a una ciocca argentea – Queste cazzate complottistiche lasciale ai blogger di terza categoria. Fanno già abbastanza casino loro. Cristo santo siete poliziotti, mica normali civili!

Mi dai del voi?

Tranquillo, sei in buona compagnia. Non penserai mica di essere l’unica recluta senza palle della Centrale? La cosa che non capisco è perché vi mettano tutti nelle unità antiterrorismo.

Chissà. Magari perché abbiamo una laurea, parliamo 3 lingue, qualcuno anche l’arabo, e abbiamo vissuto nei paesi da cui questa gente proviene. Magari.

Enzo scatta in piedi, lascia cadere la cuffia sul tavolino e con un gesto secco si accende la sigaretta – Sai che ti dico? Mi hai convinto. E’ arrivato il momento di rimettere le cose nella giusta direzione. E’ ora di chiamare la “collega”. Fino a prova contraria sono io il superiore. Se non altro per anzianità di sevizio – afferra il telefono e compone il numero di Gaia.

“Mi hai convinto”, ovviamente, ha ogni sillaba cosparsa di ironia. La prima frase di Enzo è sufficiente perché Sandro ne abbia certezza.

****

il tredicesimo giorno narrabit (3)All’incrocio prima della salita Ambra ha smesso di correre. Non vuole arrivare con il fiato corto. In una mano stringe il volantino che distribuiscono all’ingresso della scuola coranica. Dall’ascella opposta sente una goccia di sudore scivolare giù per il braccio, disegnare una linea retta fino al gomito e saltare nel vuoto. 6 km per stasera dovranno bastare. Nella testa le ronzano ancora le parole del barbone. Non riesco a capire cosa abbiate voi italiani contro il velo. A lei il niqab piaceva. Non è ciò che fai anche tu per il tuo ragazzo? Non è forse nel coprire che si svolge l’intero gioco millenario della seduzione? E’ l’immaginazione che crea il desiderio, non la nudità. Un brivido le attraversa la schiena scoperta e ancora umida. Dal cinese all’angolo ha comprato un asciugamano e se lo scivola sulle spalle. Già sa che lo butterà senza nemmeno lavarlo, ma non voleva essere costretta a salire fino a casa. Prima deve rimettere il barbone al suo posto. Deve ricacciargli in bocca quelle frasi posticce e sbattergli in faccia i fatti. La cruda realtà.

Con una sola falcata scavalca i due gradini di accesso al porticato. Lara la vede arrivare con la coda dell’occhio e il cuore le salta un battito. E’ la fine. Le rovinerà tutto. Ore di impegno che stanno per finire nella pattumiera.

E’ questo il fantastico mondo in cui volete farci vivere? – con un gesto secco Ambra srotola il volantino e un angolo cede al profilo tagliente della sua manicure. Lo sbatte sulle gambe incrociate di Massimo e stringe la mascella in attesa di una risposta. Sul foglio di carta patinata una donna coperta dal burka alza un pugno in segno di sfida. La sua posa galleggia al centro di un cerchio di slogan. Lingue diverse, ma il concetto è lo stesso. “L’Occidente è il vero velo davanti ai nostri occhi”. La firma è inequivocabile. Le muhiarat di Siria. Le spose pellegrine.

L’uovo di marmo è immobile nel palmo di Lara. Massimo lo raccoglie con delicatezza e lascia che riprenda a roteare fra le sue dita – Quello è il mondo in cui vogliono vivere gli estremisti sunniti del Califfato – poi, quasi sussurrando Massimo aggiunge – Io non sono nemmeno musulmano.

Non me la dai a bere – ribatte Ambra. Ma il tono di sfida della sua voce è passato sullo sfondo. Lo sguardo senza fondo di Massimo la risucchia per poi sputarla via come uno scarto. Ambra vacilla. Lara si alza, l’abbraccia e l’aiuta a sedersi nella nicchia – Non me la dai a bere – ripete lei sottovoce lasciandosi guidare.

Massimo mi stava appunto spiegando cosa significano le candele e il resto dei suoi oggetti – aggiunge l’amica.

Mia madre era mazdea, devota della più antica religione persiana. Mio padre, un fabbro ateo e anarchico – Massimo deposita l’uovo di marmo accanto ai germogli secchi – Le mie braccia sono state formate dall’incudine e dal martello. La mia mente dalle parole del profeta Zarathustra. 12 giorni fa, al solstizio di primavera, era il nostro capodanno. E’ così che lo festeggiamo – divarica le braccia con i palmi rivolti verso l’alto, a comprendere i petali a terra, la ciotola con la foglia a galla, i germogli e il circolo di candele – Prima facciamo pulizia, rimoviamo dalla nostra casa le scorie dell’anno precedente e la decoriamo con fiori freschi. Poi chiediamo al fuoco di raccogliere il giallo della nostra debolezza e di donarci il rosso della forza e della vitalità – non è per caso che la camicia e il capello sono del colore del sangue – Nel frattempo prepariamo l’Haft Sin. 7 pietanze che iniziano per “s” e che mangiamo con estrema lentezza, pregando i 7 arcangeli di vegliare sui nostri passi per i mesi a venire. I germogli sono gli unici che conserviamo lasciandoli essiccare accanto alla ciotola della vita – solleva il contenitore – Vita che è trasparente e liquida come l’acqua ma effimera e caduca come una foglia.

E l’uovo? – chiede Lara riemergendo rapidamente dall’ultimo tweet.

Un dono di mia madre, che la sua famiglia si tramanda da generazioni. Custodiscilo come la gallina fa con il suo prima che si schiuda, si raccomandava sempre – Massimo solleva l’oggetto alla luce dei lampioni e uno sbuffo di luce attraversa la V scarlatta – L’uovo è la culla della vita. Duro come il marmo di cui è fatto, delicato come gli smalti che lo decorano.

Mario da Roma dice che la tua è una storia talmente incredibile che sembra un film – Lara sintetizza i tweet salienti – Lucia da Bergamo vuole che ti trasferisci al nord. Ti ospiterebbe lei. Uno come te, sottolinea, non merita di vivere per strada. Insomma anche il vostro Capodanno finisce con un’indigestione, scrive Sergio di Ravenna.

Massimo si alza, si sporge oltre il porticato e osserva il cielo – Il Nawruz, la nostra festa di fine anno, si conclude quando i custodi spengono il fuoco poco dopo la mezzanotte – con le dita umide stringe, uno ad uno, gli stoppini delle candele. Ambra controlla l’ora. La lancetta digitale è appena 4 scatti oltre la verticale – Durante il tredicesimo giorno ci si scusa con gli amici e si fa pace con i nemici – Massimo raccoglie l’uovo di marmo e lo porge ad Ambra sul palmo aperto – E’ tuo se lo vuoi.

Ambra irrigidisce i fianchi e aggrotta le sopracciglia. Scivola indietro nella nicchia per riportare l’oggetto fuori dalla sua sfera intima – A me? Perché proprio a me? – con il mento accenna all’amica.

Lei ha la sua storia – dice Massimo.

Con un finale un po’ triste – Lara si stringe fra le spalle – Certo, tragico sarebbe meglio. Ma non si può mica avere tutto – sottolinea con un ghigno ironico.

Ma non hai niente di cui scusarti – dice Ambra.

Infatti non siamo amici – Massimo non usa mezzi termini.

Appunto. Io e te non ci conosciamo. Quindi non siamo nemmeno nemici.

Ma potremmo esserlo – le sorride da dietro la barba folta e aggiunge – inoltre per me oggi è veramente un nuovo giorno e ho bisogno del favore degli astri. La tradizione vuole così. Bisogna donare qualcosa di prezioso se si vuole che il cammino sia prospero e felice.

Ambra tiene l’uovo fra le dita come fosse di cristallo e si meraviglia della sua pesantezza – Grazie – sussurra.

Grazie è la prima parola italiana che Massimo ha imparato. Grazie è qualcosa che nessuno gli dice da tempo. Grazie è una parola potente che sancisce un debito. E chi è in debito prima o poi è costretto a saldare. In un modo o nell’altro.

Lara osserva soddisfatta lo scatto dello scambio. I suoi follower andranno in visibilio.

*****

Stand by. Per ora sospendete il red code per i NOCS. Potremmo aver preso un granchio. Ho nuovi elementi da sottoporre agli esperi di Medio Oriente. Il messaggio di Gaia fa capolino nella chat criptata.

Sandro getta il cellulare sul tavolino. La torre di mozziconi viene scossa dall’onda sismica che attraversa la plastica ed Enzo fa appena in tempo a evitare che crolli sul pavimento – E noi nel frattempo cosa dovremmo fare? – dice Sandro – Aspettare che ci venga la muffa sulle chiappe? – Si alza, si annoda la sciarpa sul collo e chiude la giacca – Io me ne vado. Ne ho piene le palle delle sue oscillazioni. Un granchio? Cristo santo sono settimane che lo dico – Afferra da terra lo zaino e se lo calza sulle spalla.

Calmo ragazzino – bofonchia Enzo. Le parole avvolte da una nebbia acre – Fino a prova contraria Masi ha messo lei a capo di questa operazione.

Non è un mio problema se Masi – si piega in avanti e con le mani copre i microfoni di entrambe le ricetrasmittenti – ragiona con l’inguine – aggiunge.

A vedere come ti fa agitare, direi che sei un esperto in materia.

*****

Imprecare non è mai stato il suo forte. Eppure le varianti che le vengono in mente sfidano perfino la creatività dei toscani – Non c’è un solo passaggio autentico – Lara salta a caso fra le finestre che affollano il desktop. Ambra, in piedi alle sue spalle, cerca di decifrare la rabbia dell’amica – Ha raccolto pezzi un po’ ovunque. Guarda qui. Un vecchio articolo di Famiglia Cristiana sulle attività della sede in Turchia, il blog di una famiglia di Smirne che insegna geografia ai migranti, i racconti di un emigrato iraniano negli USA e così via.

Di che parli? – le chiede l’amica sovrappensiero.

Frottole. Ecco di che parlo. Ho controllato, e quella che mi ha raccontato non è la sua storia ma un collage ricavato dalla Rete – Lara si lascia andare sullo schienale e la sedia cigola. Si morde l’interno della guancia – Massimo, o qualunque sia il suo vero nome, mi ha preso in giro. Mi ha fatto fare una figura di merda su Twitter e, dopo ore per trascrivere, correggere, sintetizzare, per il blog non ho niente. Un buco nell’acqua totale – si volta verso Ambra – L’unica cosa che non riesco a capire è perché. Perché mettere su una storia così elaborata? Non solo. Quel figlio di un’iraniana si è anche dileguato.

Che intendi?

Mentre ancora dormivi sono scesa per dirgliene 4 ma non era più lì. Sgombrato tutto. Materasso, ritratti, candele. Evaporato. Perché quindi mentire? Non capisco.

Per un istante il viso di Ambra perde i colori – Già. Perché? – sussurra mentre si affretta a pescare il cellulare dalla tasca dei jeans. Si rende conto che le mani tremano vistosamente e si gira di fianco per non insospettire Lara. Apre la finestra della chat criptata e inizia a digitare. Sospettato di nuovo a piede libero. Perché non sono stata avvisata? Ci sono anomalie sulle registrazioni? Ma Enzo e Sandro non rispondono. Il cuore inizia ad accelerare e nelle orecchie sente l’eco delle ultime parole di Massimo. Per me oggi è veramente un nuovo giorno. Non siamo nemici ma potremmo esserlo. Cos’altro potevano essere quelli se non messaggi di sfida? Se non le parole di un terrorista arrogante pronto a colpire? Operazione Santo Sepolcro. Prendere Roma mettendo insieme le cellule jihadiste dormienti. Mesi di preparazione, poi un segnale per passare all’azione. Ed è stata lei a mettere tutto in stand by.

Con la fronte appoggiata nel palmo, Lara è di nuovo con gli occhi sullo schermo alla ricerca di una spiegazione. Ambra ne approfitta per comporre il numero della Centrale e sgattaiolare nel corridoio.

Perfino la messinscena del Nawruz è perfetta – Lara segue con l’indice il capitolo di Wikipedia – La foglia a galla nell’acqua, le candele, L’Haft Sin e le 7 pietanze – Si sofferma sul numero. Accanto, fra parentesi, c’è il numerale persiano. Una V maiuscola, o almeno è ciò che sembra ai suoi occhi. La stessa V scarlatta dipinta sull’uovo di marmo – L ’uovo – sussurra e si guarda intorno per cercarlo. Ambra l’ha poggiato poco più in là su una pila di fogli stampati. Lara lo afferra e lo fa ruotare. Di dito in dito opponendo il pollice, come le ha insegnato Massimo – Ecco cosa vuol dire. E io che pensavo che fosse la V di “vittoria”. Che fosse un augurio per la vita – Si volta convinta di avere Ambra ancora alle spalle e la vede tornare indietro dal corridoio. Il viso scuro. La mascella delusa del cane a cui hanno tolto l’osso.

Il figlio di puttana si è suicidato – le dice con il tono asettico che userebbe un medico legale. Un tono che Lara non riconosce – Un maledetto depresso. Un anziano derelitto. Ecco chi era il tuo barbone.

Suicidato? E tu che ne sai? Chi era al telefono? – ha ancora in mano l’uovo, sollevato all’altezza degli occhi.

Guarda – Ambra si impossessa del mouse e digita un URL alla velocità della luce – E’ sulle agenzie e sta già rimbalzando sui social network. Per fortuna la propagazione è ancora lenta.

Migrante suicida. L’ennesima vittima dell’esodo. Il titolo di ADNKronos forza la realtà nelle griglie della cronaca che deve farsi leggere. Per Lara è chiaro fin dalle prime frasi. Massimo non è un migrante e non si fa accenno al fatto che fosse in Italia ormai da 30 anni. Mani Shakib, si legge più avanti, stando ai documenti ritrovati in tasca al cadavere, era nato a Teheran nel 1966. Non si sa altro dell’uomo ritrovato stamattina sulle sponde del Tevere poco a valle di Ponte Milvio. Né il perché della sua fuga, né tantomeno cosa facesse nel nostro paese. Resterebbero oscure anche le cause della sua morte se non fosse per un biglietto ritrovato nella custodia di plastica del suo passaporto. “Me ne vado volontariamente – scrive Mani – perdonato dagli amici e in pace con i nemici. All’alba di un nuovo anno, all’inizio di un altro ciclo. Oggi per me è veramente un nuovo giorno, ideale per intraprendere un cammino prospero e felice”. Con Mani il conto delle vittime dell’esodo di massa dal Maghreb sale a 345. Quando terminerà la carneficina? Come per tutti gli altri deceduti, l’Associazione Nessuno è Innocente ha consegnato un effetto personale allo scultore Tori Alter. L’artista l’ha aggiunto a “Ignominia” la sua istallazione in continuo divenire. “Il più commovente dei 345 oggetti che compongono la mia opera – ha commentato Alter – Germogli essiccati, accuratamente conservati nella plastica. Un simbolo pregnante che ricorda la carrozzina della Corazzata Potemkin e la slitta di Quarto Potere.”

Per questo Enzo e Sandro non rispondevano. Mani aveva lasciato il porticato durante la notte senza prendere niente con sé. I due l’avevano considerato un allontanamento temporaneo come altri. Un’ora più tardi, però, non era ancora tornato e avevano dato l’allarme. La Direzione Generale aveva mobiliato tutte le forze a disposizione, coinvolgendo anche loro nelle ricerche. Nel frattempo un’intera squadra era stata inviata a ripulire il porticato prima del sorgere del sole. Il Direttore era stato categorico. Ogni oggetto andava considerato una potenziale prova di reato. Il tutto, poi, si era sgonfiato un’ora prima della telefonata di Gaia, al ritrovamento del cadavere. Masi era furioso. Settimane di energie e risorse sprecate per cercare di far germogliare un ramo secco erano qualcosa che né i suoi superiori né i contribuenti avrebbero mai digerito. Il ghigno di Sandro lampeggiava “te l’avevo detto” come un’insegna da disco-bar di provincia. Solo Enzo aveva impacchettato i suoi microfoni controvoglia. L’unico kebabbaro buono, secondo la sua filosofia, era quello dietro le sbarre. Morti non servivano a niente.

Non so se fosse credente sul serio ma il Nawruz persiano lo conosceva bene – Lara indica il titolo dell’ultimo paragrafo alla coinquilina che è convinta si chiami Ambra, sia sua amica e lavori per una multinazionale che fa consulenza di gestione – Il Seezdah Bedar, parole che in iraniano significano ”13” e ”fuori”, è la festa di conclusione del capodanno. All’alba del tredicesimo giorno i semi germogliati che erano sulla tavola per l’Haft Sin devono essere gettati in un corso d’acqua per propiziare la futura fertilità ed esorcizzare i demoni. Durante il Nawruz, infatti, le piantine hanno raccolto tutto il male del vecchio anno intrappolandolo attraverso l’essiccazione. Quale giorno migliore per decidere di incamminarsi verso l’aldilà?

Ambra raccoglie l’uovo di marmo dalla scrivania, lo appoggia sul palmo e prova a farlo ruotare fra le dita alla maniera di Mani, ma non ci riesce. Mentre osserva la V rosso sangue sparire e ricomparire pensa a domani. Alle urla di Masi. Alla ratifica del suo fallimento. Alla fine della Parabola che non ha insegnamenti da offrire. Al ritorno alla vita di Gaia Codi, una donna che, di copertura in copertura, si fa sempre più evanescente – Dai, su. Pensa positivo – dice a Lara esortandola – Anche se la storia di Mani Shakib non è proprio quella che ti ha raccontato è comunque una vicenda avvincente. Secondo me sul blog regge.

Guarda l’amica nel profondo nocciola dei suoi occhi e si accorge che ciò che le brucia di più è sparire per sempre dalla sua vita, come sarà costretta a fare. Senza una parola. Senza una spiegazione. Lasciandosi alle spalle l’ennesima ferita inferta a un’innocente. E non riesce più a considerarlo solo un danno collaterale.

*****

La sera del tredicesimo giorno un uomo corpulento attraversa con passo spedito la galleria di testa della Stazione Termini. Alza lo sguardo verso il tabellone digitale e scuote la testa. Si affretta. Ai binari l’agente della sicurezza gli chiede biglietto e documento. Le suole di cuoio pregiato del passeggero percuotono impazienti il marmo del pavimento.

Il viso ovale, la carnagione olivastra e gli occhi verde spento coincidono, la lunga barba scura, invece, sulla fototessera non c’è. L’uomo in divisa esita per un attimo poi gli restituisce le carte e lo invita a proseguire – Binario 13, Signor Mauri. Si sbrighi sennò lo perde.

Qualche minuto più tardi il boato proveniente dalla carrozza 13 seppellisce Via Giolitti sotto un cumulo di macerie.

Nei narrabit precedenti … Il cadavere di Polluce giaceva sul balcone, fra i tubi della lavatrice. Né Pina, né Oreste intendevano, però, rimuoverlo. Pina provò a ricorrere alla sua arma segreta. La sua amica Letizia, l’animalista sovrappeso, senza dubbio l’avrebbe aiutata a sbarazzarsene.  Oreste decise, invece, di affidarsi a Orlando, il saggio senza tetto che viveva nel parco sotto casa e studiava gli uccelli. La sera dell’incontro Orlando si invaghì di Letizia e nessuno dei 2 proporre una soluzione ragionevole per la questione “piccioni”. Non solo. Alla fine toccò a Oreste rimuovere il cadavere dal balcone.

Due settimane più tardi Pina e Oreste rientrarono dalle vacanze.

Pina aggrottò la fronte e uscì dal taxi scuotendo la testa. I suoi pensieri erano ormai altrove. Oreste raccolse i bagagli e salutò il tassista – Grazie e buona giornata.

Grazie a lei – gli rispose l’altro. Poi, chiudendo la testa fra le spalle e accennando con il mento verso Pina, aggiunse – la ammiro, signore. Lei ha tutto il mio rispetto.

Dillo a me, pensò Oreste. Le braccia distese dal peso delle cabine armadio portatili di Pina. Le spalle occupate dal suo zaino. La bocca serrata intorno al portafogli. E lei, ormai lontana, che si guardava intorno per registrare eventuali cambiamenti nel cortile da riportare all’amministratore. Casa dolce casa.

Episodio 1

Episodio 2

***********

IMAG5339_1_1Entrarono di soppiatto dopo aver fatto scivolare lentamente l’ultima mandata. Tesero l’orecchio ma il silenzio non s’interruppe. Si guardarono perplessi e Oreste bofonchiò qualcosa di incomprensibile – Che? – gli chiese Pina di getto. Poi si rese conto e gli tolse di bocca il portafogli – Grazie – sussurrò lui ironicamente mentre le gocce di sudore che gli imperlavano la fronte iniziarono a scendergli lungo le guance – Sarà morto – aggiunse con un ghigno. Lei gli colpì la spalla e con l’indice gli intimò di fare silenzio. Oreste strinse gli occhi per il dolore e fece per appoggiare le valigie giganti che si era trascinato su per 3 piani, ma Pina lo fermò – Non fare rumore – bisbigliò. Lui sbarrò gli occhi – Oh per favore! – esclamò a gran voce lasciandole cadere a terra e asciugandosi il sudore con l’avambraccio – Sarà lì, nascosto da qualche parte. Sono giorni che non parli d’altro! E va bene che i genitori se ne sono andati e l’hanno lasciato solo, ma mica è un bambino che dorme per screscere. E poi, che aveva detto il Capodoglio Rosa Confetto? Ci vogliono almeno 30 giorni da ora perché voli – l’imitazione degli acuti di Letizia gli veniva alla perfezione – Ne sono passati una ventina. Sarà lì da qualche parte – ripeté ad alta voce tendendo l’orecchio verso il balcone – Da qualche parte! – gridò battendo sulla serranda.

Pina lo guardava in cagnesco – Se gli è successo qualcosa …

Da qualche parte! – urlò di nuovo Oreste, muovendosi rapidamente verso la finestra che dava sul balcone. Sollevò la serranda con gesti rapidi e precisi – Mi ci manca solo che questo deficiente si sia fatto male saltellando qui e lì – disse sottovoce per non farsi sentire.

Come scusa? – gli chiese Pina.

Dicevo che è sicuramente lì fra i tubi, dove lo abbiamo lasciato – e indicò la parte posteriore della lavatrice dove Castore era nato. Ma nessun movimento confermò la sua ipotesi e Oreste spalancò la finestra. Pina lo raggiunse e si sporsero entrambi fino alla vita guardandosi intorno – sarà sul condizionatore – tentò di tranquillizzarla Oreste mentre il viso di lei si scuriva – vedrai che la Mangia Babà Chanel 5 si sbagliava. Avrà contato male e quello sta già svolazzando felice – le disse indicando verso l’altro e cercano di rassicurarla. Ma non funzionava. Anzi. Quando si voltò verso di lei la trovò inorridita, con la bocca spalancata e il dito puntato verso il basso.

Batuffoli di piume gialle erano sparsi a casaccio fra i cavalli di frisia e le lame appuntite. Non c’era dubbio. Il balcone era stato il teatro di uno scontro. Un regolamento di conti feroce, nel quale un giovane piccione aveva avuto la peggio. L’avversario doveva essere un adulto piuttosto corpulento. Una manciata delle sue piume grigie erano sparse qui e lì. Pina si portò la mano alla bocca. Oreste corse alla portafinestra, aprì lo scatolone che conteneva la tuta da balcone e le scarpe di ordinanza e iniziò a indossarle – ‘Fanculo – esclamò in preda all’ansia. Le getto a terra, sollevò la serranda e uscì all’esterno. Appena poggiò il piede sulle mattonelle oltre la soglia scivolò fino alla ringhiera e la afferrò appena in tempo per non cadere. Guardò a terra. Guano. Ovunque. Bagnato dalla pioggia e impastato con piume e rimasugli di semi. Non appena la puzza gli raggiunse le narici, rimpianse le procedure di Pina e i vestiti nello scatolone. Si voltò e riprese a cercare.

Di Castore non c’era traccia. Non era né fra i tubi, né appollaiato sul condizionatore. Il pensile era vuoto e l’armadio troppo pieno. Non c’era molto altro dove guardare e Oreste, in preda all’ansia, si sporse dalla ringhiera per controllare la grondaia. Magari aveva spiccato il volo ma aveva deciso di rimanere nei paraggi – Non è nemmeno qui – confermò a Pina alzando le spalle – Ma dovrà essere da qualche parte, no? – gli disse lei con la voce tremante – Volato via? – provò Oreste mimando con le braccia il movimento delle ali – Falla finita – lo rimproverò Pina – e fa qualcosa. Controlla le orme sul pavimento – Oreste la guardò sbigottito – Sì ok, passami il kit che prendo pure le impronte digitali. Ma per chi mi hai preso per CSI? – Non fece in tempo a finire che un tonfo sordo lo immobilizzò sul posto. Un secondo e un terzo seguirono il primo. Venivano dalla lavatrice. E dopo il quarto e il quinto tonfo li sorprese un verso inconfondibile. Il “tu” espirato dei piccioni in allarme. Oreste si inginocchiò davanti all’elettrodomestico e aprì l’oblo. Castore balzò fuori terrorizzato, saltellò nel guano battendo le ali e gli si appollaiò sulla spalla. Non era più il pulcino giallognolo e spelacchiato di due settimane prima. Non c’era stato nessun combattimento all’ultima zampata. Le piume sparse sul balcone erano quelle che aveva perso mettendo su la muta grigia da adulto. Con la coda dell’occhio e la morte nel cuore Oreste vide le strisce marroni e nauseabonde sulla sua polo Ralph Lauren e soffocò un’imprecazione. “Tu, tu”, lo salutò il piccione. Oreste si voltò e sorprese Pina in un ampio sorriso che lei ritrasse una frazione di secondo più tardi – Era ora – sentenziò tornata seria.

Come sarebbe a dire che è un compito mio. Ma sei impazzita? – La trappola di Pina stava per scattare e Oreste cercò disperatamente di divincolarsi. La serata precedente l’aveva trascorsa a pulire il terrazzo. La notte, invece, a rassicurare Pina che il volatile era ancora nel suo nido. E che per un po’ non sarebbe potuto andare lontano. Al sorgere del sole aveva detto a sé stesso che per quanto lo riguardasse aveva già contribuito a sufficienza.

Senti, i genitori sono spariti, il povero Castore non sa volare e non ha nessuno che gli insegni come si fa – ribatté Pina stizzita – Sei tu il mister, il coach, no? E allora fa il tuo mestiere! “Coacha”!

Fammi sentire l’alito – le intimò Oreste. Pina poteva pure essere Pina e non poter essere altro che Pina, ma questo era decisamente troppo.

In che senso? Che c’entra? – non appena Oreste le si avvicinò, Pina fece un passo indietro.

Fammi sentire l’alito. E’ impossibile che tu possa dire queste idiozie da sobria. Devo accertarmi che tu sia quantomeno alticcia. Non dico ubriaca fradicia ma almeno con un principio di sbronza – insistette lui.

Idiota – Pina lo respinse.

Ti risulta per caso che abbia mai addestrato animali? Eppure ci conosciamo da 20 anni – Oreste inghiotti a vuoto e si complimentò silenziosamente con sé stesso per la tenacia.

Ma non lo devi addestrare – gli rispose lei scuotendo la testa – Letizia mi ha detto che ce l’hanno già in quel coso che sta nel sangue. Il DDT.

DNA – la corresse.

Sì, in quello. In pratica imparano da soli. A Castore serve solo un po’ di incoraggiamento. E’ solo. Il fratello è morto che era ancora pulcino. La madre e il padre se ne sono andati. Gli manca la motivazione sufficiente per spiccare il volo.

Ora sì che mi è più chiaro – annuì Oreste – e secondo te devo partire dall’analisi dei sogni o esplorare prima il complesso di Edipo?

Entrambe le cose mi sembrano piuttosto complicate – gli rispose Pina pensierosa – non parli la lingua dei piccioni. Fossi in te proverei con qualcosa di più gestuale.

Oreste rimase a bocca aperta. Non poteva essere vero. Non poteva aver pronunciato quelle frasi senza ironia. Con la serietà richiesta da un consiglio ragionato. Era evidente che con l’età che avanzava Pina stava peggiorando a vista d’occhio. E per lui si metteva male. Controbattere sarebbe stato inutile. Provare a scaricare su di lei il compito, ancora peggio. Non restava che arrendersi. Se qualcuno gli avesse detto che un giorno avrebbe usato i suoi 20 anni di esperienza nello sviluppo delle risorse umane per incoraggiare un piccione saltellante a spiccare il volo, gli avrebbe dato del pazzo. Scosse la testa e accennò un sorriso. Poi, in silenzio, raccolse da terra i vestiti da balcone e si preparò per la seduta.

Aveva impiegato un’ora buona a rimuovere dal balcone cavalli di frisia e punte acuminate, mentre Castore saltava dagli uni agli altri tubando. Totalmente indifferente alla loro potenziale pericolosità. Ora che il terreno di gioco era pronto si trattava di capire da dove iniziare. Con una manciata di chicchi di mais nel palmo attirò a sé il piccione e lo afferrò per il corpo serrandogli le ali. Non riusciva ancora a capacitarsi che il piccolo pulcino giallognolo sopravvissuto potesse essersi trasformato in quell’uccello corpulento che teneva in braccio. Avrà preso dal padre, pensò – Amico mio è ora di abbandonare il nido – gli disse sollevandolo di fronte a sé fin a quando i loro occhi non furono alla stessa altezza – Vediamo come te la cavi con il primo esercizio – Con un movimento rapido e deciso Oreste lo lanciò in aria verso il muro opposto del balcone. Castore spiegò le ali e atterrò saltellando. “Tu – tu”, protestò, non riuscendo più a sollevarsi – Andiamo bene – sussurrò Oreste.

Pina lo osservava con orgoglio.

Dopo un quarto d’ora di lanci, però, il piccione era sempre allo stesso punto. Atterrava. Saltellava. Batteva le ali senza esito. Protestava – Ma non avrai mica un paio di galline nell’albero genealogico? – lo prese in giro Oreste – La Balenottera dice che ce l’hai nel DNA, ma a me sembra che di queste ali non sai proprio che fartene. Vediamo se riesco a farti capire – Lo catturò di nuovo col trucco dei chicchi ma questa volta lo depositò a terra. Gli afferrò le estremità delle ali fra i polpastrelli, le aprì  fino alla posizione di volo e iniziò a muoverle, simulando il battito necessario a staccarsi da terra. Il piccione lo guardava assorto e ogni tanto protestava con il suo “tu-tu”. Da lontano un verso identico rispose moltiplicandosi come l’eco di una grotta. Oreste si voltò verso la grondaia del palazzo di fronte e riconobbe Spartaco. Accanto a lui un piccione più piccolo. Da lontano non la riconosceva ma era sicuro che fosse Marta – Coraggio ragazzo – lo incitò – ora ci sono pure mamma e papà. Facciamogli vedere di cosa sei capace – lo guardò dritto negli occhi, becco e naso quasi a contatto – non puoi sbagliare – lo rassicurò. E dopo un paio di oscillazioni lo lanciò in aria per l’ennesima volta. Come un sacco di patate, rallentato appena da un paio di colpi d’ala, Castore cadde a terra rimbalzando sulle zampe. “Tu-tu”, ribadì con insistenza e, saltellando, si diresse verso l’angolo in cui si erano radunati alcuni chicchi. Iniziò a beccarli con avidità.

Pina lo guardava con un accenno di impazienza.

Ora sì che ti ho capito – mormorò Oreste annuendo – Tu sei un furbone. Cibo a sbafo, un posto dove dormire e fare la cacca lontano dalla mischia dei tuoi simili, e chi te lo fa fare a volare? A quel punto saresti costretto a trovarti una sistemazione altrove – ci pensò un attimo e poi concluse la riflessione – ma guarda te se proprio a me doveva capitare il piccione-bamboccione. Altro che incoraggiamento. Con te ci vuole una bella cura shock.

Pina, ancora in silenzio, iniziò a guardarlo con preoccupazione.

Oreste si chinò e senza preavviso lo afferrò di nuovo ad ali chiuse. Castore protestò, ingoiò l’ultimo chicco e cercò di beccargli le dita ma non riuscì a raggiungerle – Non ci provare sai, scroccone di un piccione – lo avvisò – Mamma! Papà! – gridò in direzione del tetto di fronte – Ora arrivo in volo oppure mi schianto sull’asfalto lì sotto.

Pina spalancò gli occhi – Che fai! – gridò correndogli incontro senza scarpe e tuta da balcone, violando per la prima volta nella vita uno dei suoi protocolli. Ma non fece in tempo a raggiungerlo che le braccia di Oreste avevano già compiuto l’ultima oscillazione. Le dita si erano divaricate e il corpo grigio e affusolato di Castore era stato abbandonato all’inconsistenza dell’aria oltre la ringhiera. Entrambi immobili, con lo sguardo rivolto verso il basso, osservarono il piccione spigare la ali e agitarle disordinatamente. E’ spacciato, pensò Oreste con una vena di delusione. Appena tocca terra lo uccido, pensò Pina, avendo ben chiaro che il soggetto del primo verbo non era uguale all’oggetto del secondo. Nel frattempo Castore cadeva. Batteva le ali e cadeva. Poi un colpo più deciso spostò la sua traiettoria e il piccione atterrò sul tendone del secondo piano. Rimbalzò e saltò di nuovo nel vuoto. A quel punto il suo verso si fece più profondo e le ali si mossero per la prima volta all’unisono. Una, due, tre volte. Non ce la fa, pensò Oreste. Appena si schianta sull’asfalto, ti getto di sotto a raccoglierlo, pensò Pina. A un paio di metri da terra l’oscillare verticale del corpo di Castore si interruppe. Le ali si tesero e l’uccello iniziò a planare. Sfiorò l’asfalto e, con il gesto naturale di un volatile esperto, posò le zampe a terra. “Tu-tu”, protestò guardandosi intorno. Poco dopo riprese il volo e salì a spirale fino alla grondaia dove Spartaco e Marta lo aspettavano.

Ah! – esclamò Oreste sorridendo e colpendo Pina con il gomito – Ce l’ha fatta!. Ne ero sicuro! Visto che avevo ragione? – La moglie lo guardò aggrottando la fronte e scuotendo la testa. Poi sorrise rassegnata, gli abbracciò la vita e, sospirando, reclinò la testa sulla sua spalla. Sentì lo stomaco contrarsi e una lacrima le scivolò dagli occhi lungo la linea del naso. Oreste le accarezzò la testa e le baciò i capelli.

***

E’ quello – disse lei con determinazione.

No – ribatté lui – è quell’altro sulla destra. Quello accanto al comignolo.

Guarda, ne arriva un altro – aggiunse lei – le piume della coda sono le stesse. E’ cresciuto, eh?

Non è quello Pina – Oreste scosse la testa socchiudendo gli occhi per mettere a fuoco il tetto di fronte – Ha un occhio nero e Castore li ha uguali.

Si guardarono per un istante e sospirarono entrambi – Sono tutti uguali – sussurrò lei abbracciandolo – e sono così tanti.

Oreste la strinse a sé e le accarezzò il viso con dolcezza – Ma un gatto come lo vedresti?

Pina si divincolò dall’abbraccio e lo guardò come se avesse bestemmiato – Ma sei impazzito? Una palla di pelo sul mio divano? Con le unghie che graffiano in parquet di rovere? Immagina cosa farebbe al mio tappetino tibetano. No, no. Io devo rilassarmi, devo rilassarmi – E con le braccia distese lungo i fianchi s’incamminò lentamente verso il salone per riprendere la meditazione.

Pina era pur sempre Pina.

***

IMAG5335_1_1Buongiorno – una voce stridente interruppe il silenzio – Le dispiace se mi siedo? Dovrei verificare che Dio sia tornato dalla sua vacanza.

Quella voce. Quel profumo. Chanel 5. Orlando si voltò e non credette ai suoi occhi. Come ogni giorno era sdraiato sulla solita panchina ad ammirare il cielo e gli storni. Di solito niente riusciva a distrarre la sua avida curiosità per gli uccelli. Ma quella mattina non poté che fare un’eccezione.

Dolcezza – si tirò su di scatto, pulì la panchina con la manica sfilacciata del maglione e, con un cenno la invitò a sedersi – Cosa ci fa una creatura meraviglia come te nella mia umile dimora? – e con il palmo rivolto verso l’alto le mostrò i confini del parco.

Curiosità scientifica – gli rispose Letizia accavallando le gambe strabordanti e lasciando di proposito intravedere il nastro deorato delle autoreggenti. La gonna era ancora più corta di quella che indossava il giorno del loro primo incontro – Le sue teorie sugli uccelli sono decisamente anticonvenzionali, ma affascinanti. Mi piacerebbe approfondire – sollevò le sopracciglia e lo guardò di traverso ammiccando.

Con piacere – gli rispose lui inghiottendo a vuoto. La sua mente corse veloce dalle forme rigogliose di Letizia al ricordo sbiadito della casa in cui non entrava da 10 anni. Si vide aprire la porta e invitare quella donna meravigliosa a entrare. L’unica a varcare la soglia oltre a sua madre – Ma prima mi permetti un regalo?

Letizia lo guardò stupita e accennò un sorriso. Non sapeva nemmeno della sua visita. Come poteva avere un regalo per lei?

Orlando scivolò sulla panchina fino a quando la sua anca fu a contatto con quella di lei. Chiuse gli occhi e inspirò con soddisfazione una folata di Chanel 5. Si concentrò per alcuni istanti, poi sollevò le palpebre e le sorrise – Ora! – con entrambe le braccia che indicavano verso gli alberi al centro del parco, Orlando la invitò ad ammirare il suo regalo. In quello stesso istante uno stormo gigante si sollevò dalle fronde. E prima di sparire verso l’orizzonte, seguì per alcuni minuti le indicazioni delle mani di Orlando.