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sussurroSe vi dicessi che è la storia di cinque ecoterroristi che portano dentro alla “causa” i loro bagagli, le loro biografie, sarebbe come dirvi che la Bibbia è la storia di Eva, Mosé, e Abramo.

Se vi dicessi che è l’epopea degli alberi per interposti esseri umani, sarebbe come dirvi che la Bibbia è la storia di Dio.

Invece, “Il sussurro del mondo” è entrambe le cose e molto di più.

Il titolo originale “The Overstory” un paio di suggerimenti li offre. La overstory è la copertura della foresta pluviale, l’insieme delle chiome più alte. Ma overstory significa anche “la storia che sta sopra” – non nel senso di “alto” in opposizione a “basso” – ma quella che sta oltre, quella scritta dai giganti plurisecolari, dalle loro radici, dai loro trochi. Una overstory che potrebbe dare senso diverso alle vicende dei piccoli sapiens. Alle loro domande. Alle loro inquietudini.

Come tutte le grandi storie anche questa nasce dai viaggi di eroi-protagonisti che a un certo punto si rivelano molto poco eroici e, in questo caso, protagonisti fino a un certo punto. Protagonisti in senso relativo, riportati alla giusta dimensione dalla overstory. L’altra storia. Quella dei grandi antenati: gli alberi.

“Il modo più semplice ed efficace per convincere una foresta a ripresentarsi in qualunque appezzamento di terreno disboscato è non fare niente – assolutamente nulla, e farlo più in fretta di quanto possiate pensare.”

Un romanzo però non è solo un tema e una trama che crea palcoscenici ai personaggi. Le storie sono state raccontate più o meno tutte, e in ognuna ci sono tracce di quelle che l’hanno preceduta. Che valga la pena leggerne una in particolare dipende più dal “come” che dal “cosa”. Di storie su pluriomicidi e sul rapporto fra norma e libertà, fra colpa individuale e sanzione collettiva, ne sono state scritte diverse. Ma solo una è “Delitto e castigo”. Di storie sul tennis e sulle dipendenze da cultura pop, lo stesso. Ma una sola è “Infinite Jest”. E l’unicità dipende dal “come”, dalla voce e dalla struttura che Dostoevskij e Wallace scelsero di dare ai loro romanzi.

E su questo fronte Powers fa il passo decisivo. Stili vicini ma diversi ritagliati sui 9 personaggi, nelle “Radici”. Stili che convergono e si intrecciano nel “Tronco” per sciogliersi nell’uniformità delle “Chiome”, come cresciuti, pronti a sbocciare e lanciare nel vento i “Semi”.

Qui è lì – comprensibile in più di 600 pagine di svolte e prosa trascinanti – Powers inciampa nel peccato veniale di quasi tutti gli scrittori, prima o poi: la digressione colta che spiega al lettore come dovrebbe interpretare ciò che sta leggendo, e il dialogo citazionale con il resto della letteratura, quasi per collocarsi all’interno di una biblioteca globale. Superflui entrambi in questo caso, viste le pagine che si hanno di fronte. Superflui e sostanzialmente invisibili in un libro da assaporare, quasi da “ascoltare” come si ascolterebbe la voce, il sussurro, degli alberi. Se solo fossimo in grado.

Ma è anche un libro che andrebbe letto e fatto leggere nell’età in cui si sviluppano le convinzioni “politiche”. Per due motivi principali. Da un lato perché pur essendo un libro “militante” non sfiora mai, nemmeno per errore, la caricatura del “nemico”. Tutt’altro semmai, lo avvolge, lo ricomprende, lo rende parte integrante degli errori commessi, ne sparge le colpe anche sugli eroi-protagonisti per dargli credibilità e umanità. Dall’altro lato, perché le storie sono più potenti di qualunque ragionamento colto fondato sui dati, per quanto esatto e attendibile sia.

“Il gelso è ancora là, dietro il muro della fortezza di tronchi innalzato per difendere Deep Creek. Le migliori argomentazioni del mondo non faranno cambiare idea a una persona. L’unica cosa che può riuscirci è una bella storia.”

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9gradiNove storie connesse una all’altra da esili fili. Un romanzo quasi “per caso” che potrebbe essere tranquillamente una raccolta di racconti ben riuscita. I gradi di libertà, per come l’analogia è arrivata a me, sono quelli delle particelle. Particelle che per altro la fisica vuole entangled, in qualche modo legate anche a distanza. Come le nove storie di Mitchell. Non a caso la protagonista della storia ambientata a Clear Island, Mo Muntervary, è una fisica che si occupa di cognizione quantistica. Curiosamente, il titolo italiano ha un legame evidente con questo capitolo mentre quello inglese (Ghostwritten) ce l’ha con il precedente. Ovvero l’episodio ambientato a Londra in cui Marco, ghostwriter e batterista, salva Mo da un’incidente stradale.

Leggilo se: non ti spaventa la frammentazione e ti piace ricomporre il puzzle. Se la commistione di generi diversi non ti disorienta ma ti incuriosisce.

Non leggerlo se: cerchi ordine e compostezza. Se vuoi leggere un romanzo monotematico e rassicurante nella forma.

Il personaggio venuto meglio: difficile da dire vista la varietà e la struttura del romanzo. Forse Neal Brose,  l’avvocato finanziario che, mentre inizia il suo ultimo viaggio, si scrolla di dosso le appendici della professione.

Strana la scelta di iniziare con l’episodio venuto peggio. Quello che rischia di dare un colore ben preciso a tutto il resto, che invece di colori ne ha altri e meglio tinteggiati. La scelta si comprende solo nel finale e sembra dettata più dal manierismo strutturale che dal valore narrativo e stilistico.

* letto nella traduzione di A.E. Giagheddu e E. Nortey, edizioni Sperling &Kupfer

Risultati immagini per La perfezione del tiroUn cecchino che vive di guerra, che guarda il mondo attraverso il mirino. Spietato ed efficace nella normalità della battaglia. Goffo e incapace quando i mortai tacciono. La madre aggredita dalla demenza senile. La ragazza che si prende cura di lei quando lui è al fronte. Un luogo del Medio Oriente qualunque. Un conflitto qualunque che vale per tutti. Sono questi gli ingredienti di una storia feroce, che ti trascina senza tregua dalle strade crivellate agli scontri corpo a corpo. Dai vicoli polverosi a un balcone che dà su una stanza in penombra, dove una donna dorme e un uomo la guarda. Per farle cosa?

Leggile se: non ti spaventano le storie che pescano a fondo nell’orrore. Se ti piace uno stile asciutto e senza fronzoli. Se vuoi meravigliarti per la coesistenza degli opposti.

Non leggerlo se: per te il bene è il bene, e il male è il male. Se non vuoi ansimare aspettando l’inevitabile. Se non vuoi rischiare di identificarti con le pulsioni di un assassino, o che un uomo che nella vita normale disprezzeresti finisca, in qualche modo, per piacerti.

Il personaggio venuto meglio: Myrna, la ragazza che all’improvviso entra nella “linea di tiro” del protagonista. Un misto di innocenza e sensualità.

A un certo punto Enard scrive: “Quando imbracci il fucile, il metallo contro la guancia è gelido. E senti l’odore del grasso e della polvere da sparo fredda mescolarsi con quello del mattino nascente. E’ stato in quel periodo che ho fatto i tiri più difficili e belli, un volta un ragazzo a circa millecinquecento metri, quasi invisibile, non più grande di una formica nel mirino, sono sicuro di averlo colpito anche se l’ho visto a malapena cadere. Un record. Sono convinto che dall’altra parte, laggiù, avevano tutti paura di me e mi avevano dato un soprannome che pronunciavano sottovoce, per scaramanzia, per paura che li sentissi.

La crudeltà implacabile dopo un po’ ti sembrerà un mestiere come un altro.

* letto nella traduzione di Yasmina Melaouah, Edizioni e/o

Risultati immagini per Nei suoi occhi verdiGli ultimi sussulti della guerra. Un bordello da campo. Nazisti e prostitute. Una di loro è ebrea, ha quindici anni ma si è fatta passare per un’ariana diciottenne. E’ sfuggita con un trucco alla fine certa che l’aspettava ad Aushwitz. Ma quella dove è finita è la padella o la brace? Sopportare i corpi del nemico che ti entrano dentro pur di sopravvivere è legittimo? O è solo una forma diversa di collaborazionismo?

Leggilo se: ti piacciono i romanzi dilatati e speculativi. Quelli in cui il ribaltarsi continuo delle opinioni, i travagli interiori, una certa intromissione della voce dell’autore prendono il sopravvento sulla storia. Se non ti interessa cosa succede, ma come, nei dettagli. Spesso ripetuti per sottolineare quello che l’autore vuole lasciarti dentro.

Non leggerlo se: non ti piacciono le metafore che si accavallano e qui e lì ti confondono. Se non hai voglia di ricostruire da solo il tempo della storia. L’autore salta dal presente al passato, al trapassato, alle retrostorie dei personaggi senza avvisarti, forse proprio nell’intento di frammentare.

Il personaggio venuto meglio: il rabbino Gideon Shapiro. I dubbi e i tentennamenti che lo agitano, riflettendo e rinforzando quelli della protagonista. La sua lieve attrazione repressa, appena suggerita.

Lustig era ebreo, nei campi di concentramento c’era stato. Aveva tastato con mano il putridume umano che la storia produce di tanto in tanto. Poi, a guerra conclusa, si arruolò nell’Haganah, uno dei corpi paramilitari ebraici responsabili della pulizia etnica in Palestina. Un vero mistero.

O forse no. Nel romanzo il narratorre, alter ego dell’autore, a un certo punto dice “al prossimo giro, una volta tanto voglio stare dalla parte di chi uccide per non essere ucciso. Non è bello? No. Non è quello che avrei voluto. In me c’è ancora la speranza che sia possibile vivere altrimenti, che non scegliendo di uccidere o di farsi uccidere. Ma per ora purtroppo un mondo diverso non esiste.”

letto nella traduzione di Letizia Kostner, Keller Editore