Europe Central è un collage di parabole di uomini di peso alle prese con decisioni cruciali. Vollmann descrisse più o meno così le sue 800 pagine di echi, corrispondenze, battaglie al fronte e nelle viscere dei suoi protagonisti.

Come diceva Eco però, spesso un libro importante è più intelligente del suo autore. Perché EC è ben più di un collage di parabole. E’ una vera sinfonia letteraria di cui Vollmann riesce a orchestrare ogni voce, ogni amore, ogni esplosione, ogni dramma. Usando l’opera di Shostacovich come pentagramma guida, il prima, il durante e il dopo la Seconda Guerra Mondiale diventano una storia parallela – e in certi casi deformante – ai fatti che conosciamo. Una storia documentata, gloriosamente falsa ma significativa. Come tutte le storie costruite bene.

Qualcuno ne ha voluto fare un manifesto liberale contro le dittature dei due colori. Facendo il solito errore riduzionista di trasformare un narratore in un saggista. E di conseguenza, la letteratura con la elle maiuscola, nel più facile degli story telling propagandistici. EC, per la fortuna dei lettori, è ben altro. E lo è proprio perché le varie propagande narrative le mette in scena e in difficoltà. Non a caso, dei due protagonisti del triangolo amoroso che fornisce un colore all’arcobaleno di Vollmann, uno non fa altro che resistere, con successi e cadute, alla seduzione della propaganda, mentre l’altro ne diventa l’eroe indiscusso. Shostacovich resiste fino in fondo, Roman Karmen racconta per sempre la versione sovietica della storia.

EC non è un libro facile. E’ ricolmo dei vuoti di attesa e dei pieni dirompenti della settima sinfonia di Shostacovich. Per leggerlo con piacere bisogna quindi saper ascoltare, stare a tempo, e prepararsi a cavalcare l’onda degli ottoni e degli archi quando le vicende e la lingua – soprattutto la lingua – galoppano.

In EC, il leader nero Hitler, e quelli rossi Lenin e Stalin, vengono apposta ridotti a ingombranti presenze sullo sfondo. Il nazista insonne e gli scaltri sovietici, da direttori d’orchestra diventano i timpani di fondo che mimano i suoni della distruzione, della guerra, della terra bruciata. Sul proscenio, ad agitare la bacchetta, ci sono uomini e donne discutibili, vacillanti, di secondo piano ma determinanti. Uomini e donne che con le loro scelte la guerra l’hanno fatta, modificata, indirizzata. Uomini e donne che tradiscono.

Perché il tradimento, di persone e ideali, sembra il filo rosso – o nero, fate voi – che attraversa tutto il romanzo. I generali che cambiano casacca. Gli amanti che cambiano letto o che sposano la causa – invece del partner – qualunque essa sia. O che, peggio, oscillano fra uno e l’altra in continuazione, facendo echeggiare nella sinfonia le frasi dei loro strumenti. Tradimento su cui Vollmann non moralizza mai, che per l’autore sembra essere parte del conflitto. Conflitto che è la cifra ultima delle relazioni, interpersonali e internazionali, della specie umana.

Tradimento su cui gli unici a intervenire – oltre a metterlo in scena – sono i protagonisti stessi, in maniera spesso surreale e straniante, e i due narratori, a cui in quei casi Vollmann assegna le tonalità comiche di una tromba stonata che il direttore rimette subito in riga.

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