Euscorpius_italicus

Euscorpius italicus

Non mi hai afferrato per un soffio, villica roditrice, ti ho visto, di occhio in occhio, otto frammenti, le ombre, ti ho visto, pesante, grigia contadina, inferiore, come tutti voi quadrupedi senza corazza, lenti, senza un barlume –.

Ti ho visto, ma non ho tempo da sprecare per riaffermare la gerarchia, è ancora freddo là fuori ma si avvicinano i giorni della schiusa, procreare per non perire, nutrirsi per poi affrontare il lungo digiuno, ti ho visto, ma –.

Corro lungo il muro, lo scalo, su in verticale, poi mi stringo in un foro, le chele scricchiolano, l’esoscheletro cigola, esco all’esterno che la notte è ancora spessa e mi regala il suo denso mantello, mi precipito nell’erba, sono le ore della caccia, mi –.

Per primi avverto i suoi tonfi lontani, il suolo vibra furioso, indietreggio, inarco la coda e il pungiglione è pronto a colpire, poi lo vedo e mi tranquillizzo, scruto il suo goffo ritmo binario che si allontana, è solo un bipede gigante, sotterraneo del sotterraneo nella scala delle specie, un maschio con il capo peloso, indegno dei miei secondi, gli volto l’addome e –.

Parla.

Sono due lune vuote che non sento questi gretti bipedi articolare suoni con il rostro morbido e inservibile che hanno in fondo al capo, lo sento e lo vedo, mentre armeggia con un paletto a tre zampe e ci posiziona in cima un oggetto luminoso, lo vedo e mi avvicino, si siede a terra e mi arrampico sul suo esoscheletro liscio, lo vedo e ora lo sento, grugnisce, ma non penso –.

Ciao a tutti, suona lui melodioso, e i suoni sono profondi, il mio tronco trema e i peli sonda si irrigidiscono, strano, succede solo con i maschi all’apice dell’evoluzione, che sfoggiano le chele nel periodo dell’accoppiamento, strano che –.

È una notte bellissima, articola lui verso l’oggetto luminoso, ma le parole, così le chiamano i bipedi, non raggiungono alcuno perché nell’oggetto c’è solo un capo identico al suo che lo scimmiotta, e la luna è meravigliosa, aggiunge scostandosi per fare spazio al globo nel cielo, Bruno se n’è andato da poco, non ho sonno per niente e dovrei dormire, lo so, perché domani è un giorno cruciale, dice così, e non comprendo come sia possibile che motivi tanto sublimi possano fuoriuscire da creature infime e ripugnanti come queste, infime eppure –.

Parla.

E io zampetto rapida verso il punto dove il suo esoscheletro si restringe, sotto il capo, dove le parole risuonano, la superficie oscilla e le premo contro i peli sonda, tesi adesso, e lo lascio parlare questo orrido essere, tesi come –.

Bruno mi ha chiesto perché, scandisce, e mentre si risistema quasi scivolo via, perché lo faccio, perché senza corda, perché proprio ora, che poi è quello che mi chiedete un po’ tutti là sotto nei commenti, ma la risposta la conoscete, ne abbiamo parlato spesso, ho anche provato a trovarne altre nel tempo, poi si ferma, si striscia sul rostro quei ridicoli arti superiori e le vibrazioni si arrestano, e divento impaziente, e non ti sento più bipede, la notte non durerà molto ancora e ho altre faccende a cui dedicarmi, datti –.

Parla.

Refoli importuni gli smuovono i peli sommitali, si arresta e tarda a riprendere gli squilli armoniosi, e io corro, corro su e giù irrequieta, lungo la cerniera frontale del suo esoscheletro, riprendi bipede, riprendi o assaggerai il pungiglione, e sembra capirmi perché calza un copricapo, sfiora l’oggetto luminoso con una propaggine tesa e riprende, forse ha – .

Mi piace quando non c’è nessuno, dice, ma l’ultima parola si sbriciola in un gracchio rigato, allora punge ancora l’oggetto, tossisce all’aria come il cinghiale del bosco, tossisce e sobbalzo, tossisce e le percussioni ruvide che gli rimbombano dentro mi attraversano, tossisce e quasi mi –.

Parla.

Mi piace quando non c’è nessuno, la solitudine, i grandi spazi, un uomo piccolo che si confronta con sé stesso e la montagna, e poi questa è un po’ la montagna dei miei sogni, dove tutto è iniziato, e domani, in realtà oggi ormai, farò una cosa che non ha mai fatto nessuno, la prima solitaria di una cascata senza nome, una cascata che si forma ogni dieci anni, più o meno, quindi mettete i vostri bei pollici in alto, condividete il video e, se siete lì insonni a spingere le ore verso il mattino, commentate e tenetemi compagnia, tocca l’oggetto e la luce si spegne, e insieme alla luce se ne va la melodia, e io tendo la coda, l’arriccio, scrocchio le chele, ma non –.

Parla.

Ecco condividete e commentate che sennò sto nella merda, sussurra mentre armeggia con l’oggetto, poi tace, preme, struscia la propaggine tesa sulla superficie liscia dell’oggetto, ma tace, non lo sento, non lo sento più, non sento più i fremiti sotto l’esoscheletro, e so per certo che ormai è in silenzio, allora mi defilo verso l’erba tacendo mentre il bipede si alza, l’erba chiama, devo schioccare la coda prima dell’alba, nutrirmi, infliggere –.

Lo vedo con il rostro teso verso l’oggetto, insiste, preme, lo fa illuminare, lo osservo mentre sbuffa nuvole dense, mi riposiziono per sommare meglio i frammenti, otto occhi, otto riquadri, in ognuno un pezzo di lui, lo osservo e mi chiedo cosa sarebbe accaduto fra noi se solo mi avessi rivolto uno sguardo, se solo avessi più zampe, se solo non fossi così inadeguato, se solo –.

Mentre mi allontano un brivido mi attraversa, mi volto e lo vedo, ormai distante e minuto, lo vedo e mi accorgo che, quando non spreca fiato in quegli inutili suoni meravigliosi, sembra quasi uno di noi.

** “Solo” è fra i 5 finalisti del Premio Letterario Roberto Iannilli 2019. E’ la storia di una manciata di ore della vita di Marco, raccontata da nove femmine appartenenti alla fauna appenninica. Quella qui sopra è la seconda. La prima è qui. Il racconto completo uscirà in una raccolta di prossima pubblicazione.

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