ghiroGlis Glis

Detto fra noi, non ho capito se ci fai o ci sei. Così gli ha detto l’anziano. Una e un’altra volta. Forse perché quello giovane ci sente poco. Ma io, qui nel mio buchetto di legno, ci sento eccome. E mi hanno svegliata, cristosanto. E ancora non è tempo. Fa freddo, ancora.

Non pensi a tua moglie, Marco? E il piccolo? Il vecchio che già odora di morte blatera così. Con quei suoni mosci e gravi che emettono i bipedi. Mi tiro la coda sulla testa. Copro le orecchie. Forse se mi sforzo riesco a riprendere il letargo. Mi spingo dentro al buco, più a fondo.

Non capisci, dice Marco. E niente. I suoni arrivano lo stesso. Puzze dolci ci fluttuano a fianco. E mi viene fame, una fame feroce. Io sono così, insiste Marco, è questo che cerco. Non potrei essere altro. Tu non capisci. Il tuo negozio, è tutto per te, no? Immagina se te lo togliessero. Se ti dicessero basta. Da domani devi fare altro.

Basta lo dico io, cristosanto. Ora ho fame e la tana è vuota. Le provviste per l’inverno, andate. Mi tocca cercare, adesso. Mi tocca cercare là fuori, nella desolazione bianca.

Al negozio non mi gioco la vita, dice Puzzadimorte. E si muove. Il suo fetore marcio rotola verso di me. Sento scricchiolare la pelle soffice che usano i bipedi. Quella che dismettono a primavera.

Ti hanno rapinato due volte. Te l’ha bruciato il tipo del pizzo. Non ti giochi la vita? E mica hai chiuso, mi pare. I suoni di Marco si fanno più acuti. E io ne ho abbastanza. Salto fuori e mi stiracchio. Spiego le vibrisse all’aria fresca. Spalanco gli occhi. Sul naso sento i primi graffi della primavera. Ma lontani, dentro la notte. Lontani, sotto i solchi di Puzzadimorte. Sotto l’odore di maschio di Marco. Delicato, come tutti i bipedi, mischiato all’aroma dolce delle loro ascelle. Odore di maschio storto e sterile, lo conosco. Di quelli che caccio a pedate, quando arrivano le settimane della monta.

Ma quello è il mio lavoro, si intromette Puzzadimorte. Che dovrei fare? Mi alzo e sfodero gli incisivi. La coda è debole ma mi sostiene. Voglio vederli in faccia, i bipedi molesti. Mi sporgo oltre le coperture di pelle e gomma che hanno alle zampe. Squittisco. Squittisco feroce. State zitti, gli urlo, ma poi capisco. Gli vedo addosso le pelli soffici e colorate. Quelle che perdono piume senza odore. Hanno in fronte l’occhio lucente. Fra loro una fiamma blu con l’acqua che bolle. Sono quelli. Quelli che d’estate arrivano a frotte. Quelli che chiamano la mia tana Siget. Quelli che pensano che non ci viva nessuno. Squittisco. Con quelli è una partita persa.

Il negozio è il tuo lavoro, dice Marco. E questo è il mio. O almeno ci provo. Lo senti questo rumore? E tende l’orecchio verso di me. Scarto di lato, la coda che fruscia. Mi alzo, squittisco feroce. Andate via, mi avete interrotto il sonno. Andate via, che ho fame. Ghiande, bacche, semi, dove li trovo? Annuso in giro. Insetti, forse gli insetti. Andate via.

Sarà un topo, dice Puzzadimorte. È piena di topi questa baracca. Topo non me l’ha mai detto nessuno. E se non fosse che sto quasi a digiuno vedresti. Scarto, mi alzo, squittisco. Cristosanto, squittisco feroce. Salgo, traverso, salgo ancora. Ho fame. Da qui almeno li vedo dall’alto.

Pensi che Bianca mi preferirebbe depresso? Perché io in ufficio ci muoio. Marco gli fa cenno. La tazza è pronta. E se c’è la tazza c’è anche la polvere bianca. Zucchero, mi pare di ricordare. Appiccica le vibrisse, è vero, inzacchera la coda. Ma la fame chiama, cristosanto. Scendo rapida e silenziosa. Il vento si infila sotto la porta. Niente profumo di predatore nell’aria. Posso avanzare. Lo stomaco rantola.

Ti preferirebbe vivo, Bianca. A casa con Lorenzo, che puzza ancora di latte. Mi avvicino e aggiro Puzzadimorte. Sono seduti su tappeti a righe morbide, che cigolano. Se mi muovo insieme a loro non mi sentono. Il rumore mi copre. Ho visto la polvere. La saliva gronda giù dalla lingua. È in un contenitore aperto. Devo essere rapida.

E che padre sarei per Lorenzo se smettessi? Tu sei un fruttivendolo, io sono un alpinista. È quello che sono. Cosa insegnerei a Lorenzo mollando? Vai nel mondo. Fai una vita di merda. Fai quello che altri hanno stabilito per te. Così dice Marco. Scarto di lato. Vicino al suo fianco. Lontano dalla puzza di morto. Allargo le narici. Quindi è un padre. Ma non profuma di padre. Non profuma di maschio con prole.

Poi mi raggiunge l’odore della polvere bianca. Saliva acre. Rantoli. La fame chiama, cristosanto.

La fai troppo complicata. Ti racconti un mucchio di storie, dice il vecchio. Mi acquatto, carico le zampe e mi lancio. Ma mentre entro nel bagliore rotondo delle loro luci, Marco si sposta. Lo colpisco, schivo, arcuo la coda. Ma lui se ne accorge. Sbatto contro il contenitore e la polvere mi piove addosso. Li sento sbraitare e scappo. Scappo verso il buio. Le vibrisse tese. Le zampe gonfie del profumo dei predatori.

Che cazzo era, l’hai visto? Marco agita le zampe anteriori. Fradice del liquido caldo. E io tremo. Tremo e sento il petto che batte impazzito. Mi lecco e li guardo. Li guardo questi bipedi colorati con le zampe coperte di gomma. Da una parte sento tanfo di morte. Dall’altra, tanfo di maschio storto, di maschio sghembo. Che non è profumo di padre.

No. Non ho visto niente. Ma che pretendi? Vieni a dormire in questa catapecchia, dice il cadavere. E il petto rallenta. Mi lecco, mi lecco, ma ora ho più fame di prima. E mi sale la rabbia. Andatevene, cristosanto. Andatevene, bipedi molesti. Scatto avanti e mi alzo. Squittisco feroce. Batto le zampe anteriori, come faccio con i predatori.

Ora sento un ronzio, dice Marco. Ma è troppo presto per le vespe. Non fa così caldo.

Prima topo, ora vespa. Non sanno con chi hanno a che fare, cristosanto. Se solo fossi grossa come voi. Ma il pensiero inutile mi muore fra i gorgoglii della pancia. Le vibrisse hanno captato qualcosa. Ora sento anche il ticchettio. Laggiù fra il muro e il pavimento. Insetto, ne sono certa. Devo essere cauta.

Mentre scivolo fra i calcinacci, Puzzadimorte ci riprova. Ora stai cambiando discorso, dice. Almeno spiegami perché da solo. Perché senza corda. Poi prosegue, perché Marco sta zitto. Ma il resto svanisce sullo sfondo. Nelle orecchie ho solo lo scrocchio dei segmenti. La corazza. Poi vedo la coda, il pungiglione. Inspiro e mi lancio.

** “Solo” è fra i 5 racconti finalisti del Premio Letterario Roberto Iannilli 2019. E’ la storia di una manciata di ore della vita di Marco, raccontata da nove femmine appartenenti alla fauna appenninica. Quella qui sopra è la prima. Il racconto completo uscirà in una raccolta di prossima pubblicazione.

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