Archivio per luglio, 2019

sussurroSe vi dicessi che è la storia di cinque ecoterroristi che portano dentro alla “causa” i loro bagagli, le loro biografie, sarebbe come dirvi che la Bibbia è la storia di Eva, Mosé, e Abramo.

Se vi dicessi che è l’epopea degli alberi per interposti esseri umani, sarebbe come dirvi che la Bibbia è la storia di Dio.

Invece, “Il sussurro del mondo” è entrambe le cose e molto di più.

Il titolo originale “The Overstory” un paio di suggerimenti li offre. La overstory è la copertura della foresta pluviale, l’insieme delle chiome più alte. Ma overstory significa anche “la storia che sta sopra” – non nel senso di “alto” in opposizione a “basso” – ma quella che sta oltre, quella scritta dai giganti plurisecolari, dalle loro radici, dai loro trochi. Una overstory che potrebbe dare senso diverso alle vicende dei piccoli sapiens. Alle loro domande. Alle loro inquietudini.

Come tutte le grandi storie anche questa nasce dai viaggi di eroi-protagonisti che a un certo punto si rivelano molto poco eroici e, in questo caso, protagonisti fino a un certo punto. Protagonisti in senso relativo, riportati alla giusta dimensione dalla overstory. L’altra storia. Quella dei grandi antenati: gli alberi.

“Il modo più semplice ed efficace per convincere una foresta a ripresentarsi in qualunque appezzamento di terreno disboscato è non fare niente – assolutamente nulla, e farlo più in fretta di quanto possiate pensare.”

Un romanzo però non è solo un tema e una trama che crea palcoscenici ai personaggi. Le storie sono state raccontate più o meno tutte, e in ognuna ci sono tracce di quelle che l’hanno preceduta. Che valga la pena leggerne una in particolare dipende più dal “come” che dal “cosa”. Di storie su pluriomicidi e sul rapporto fra norma e libertà, fra colpa individuale e sanzione collettiva, ne sono state scritte diverse. Ma solo una è “Delitto e castigo”. Di storie sul tennis e sulle dipendenze da cultura pop, lo stesso. Ma una sola è “Infinite Jest”. E l’unicità dipende dal “come”, dalla voce e dalla struttura che Dostoevskij e Wallace scelsero di dare ai loro romanzi.

E su questo fronte Powers fa il passo decisivo. Stili vicini ma diversi ritagliati sui 9 personaggi, nelle “Radici”. Stili che convergono e si intrecciano nel “Tronco” per sciogliersi nell’uniformità delle “Chiome”, come cresciuti, pronti a sbocciare e lanciare nel vento i “Semi”.

Qui è lì – comprensibile in più di 600 pagine di svolte e prosa trascinanti – Powers inciampa nel peccato veniale di quasi tutti gli scrittori, prima o poi: la digressione colta che spiega al lettore come dovrebbe interpretare ciò che sta leggendo, e il dialogo citazionale con il resto della letteratura, quasi per collocarsi all’interno di una biblioteca globale. Superflui entrambi in questo caso, viste le pagine che si hanno di fronte. Superflui e sostanzialmente invisibili in un libro da assaporare, quasi da “ascoltare” come si ascolterebbe la voce, il sussurro, degli alberi. Se solo fossimo in grado.

Ma è anche un libro che andrebbe letto e fatto leggere nell’età in cui si sviluppano le convinzioni “politiche”. Per due motivi principali. Da un lato perché pur essendo un libro “militante” non sfiora mai, nemmeno per errore, la caricatura del “nemico”. Tutt’altro semmai, lo avvolge, lo ricomprende, lo rende parte integrante degli errori commessi, ne sparge le colpe anche sugli eroi-protagonisti per dargli credibilità e umanità. Dall’altro lato, perché le storie sono più potenti di qualunque ragionamento colto fondato sui dati, per quanto esatto e attendibile sia.

“Il gelso è ancora là, dietro il muro della fortezza di tronchi innalzato per difendere Deep Creek. Le migliori argomentazioni del mondo non faranno cambiare idea a una persona. L’unica cosa che può riuscirci è una bella storia.”

Annunci

In un’epoca come la nostra, che resuscita i muri, Santamaria mette a custodia di Tiberia – la Roma sopravvissuta – un recinto. Una rete metallica che protegge i palazzi restaurati del centro dalla devastazione di ciò che si agita nei Quadranti, nelle terre contese. Un recinto con una caratteristica in più: fin dall’inizio non è mai chiaro se chi sta dentro sia in gabbia o protetto, e chi sta fuori sia escluso o, invece, libero. Un recinto che tiene lontano e racchiude allo stesso tempo. Ma un recinto violabile. Ed è proprio Appo, il randagio protagonista, ad andare e venire a suo piacimento, per non essere né di qua né di là, per evitare di appartenere.

Ogni personaggio di “Io sono il fiume” è spinto dalla propria ossessione. Un concetto, un’idea che genera scelte, distrugge relazioni. Un principio a cui vale la pena sacrificare tutto il resto. Che si tratti della libertà o del potere, dell’amore o della scienza fa poca differenza.

L’articolo completo: https://bit.ly/2XzgSV1

IoSonoIlFiume_Header FB

9gradiNove storie connesse una all’altra da esili fili. Un romanzo quasi “per caso” che potrebbe essere tranquillamente una raccolta di racconti ben riuscita. I gradi di libertà, per come l’analogia è arrivata a me, sono quelli delle particelle. Particelle che per altro la fisica vuole entangled, in qualche modo legate anche a distanza. Come le nove storie di Mitchell. Non a caso la protagonista della storia ambientata a Clear Island, Mo Muntervary, è una fisica che si occupa di cognizione quantistica. Curiosamente, il titolo italiano ha un legame evidente con questo capitolo mentre quello inglese (Ghostwritten) ce l’ha con il precedente. Ovvero l’episodio ambientato a Londra in cui Marco, ghostwriter e batterista, salva Mo da un’incidente stradale.

Leggilo se: non ti spaventa la frammentazione e ti piace ricomporre il puzzle. Se la commistione di generi diversi non ti disorienta ma ti incuriosisce.

Non leggerlo se: cerchi ordine e compostezza. Se vuoi leggere un romanzo monotematico e rassicurante nella forma.

Il personaggio venuto meglio: difficile da dire vista la varietà e la struttura del romanzo. Forse Neal Brose,  l’avvocato finanziario che, mentre inizia il suo ultimo viaggio, si scrolla di dosso le appendici della professione.

Strana la scelta di iniziare con l’episodio venuto peggio. Quello che rischia di dare un colore ben preciso a tutto il resto, che invece di colori ne ha altri e meglio tinteggiati. La scelta si comprende solo nel finale e sembra dettata più dal manierismo strutturale che dal valore narrativo e stilistico.

* letto nella traduzione di A.E. Giagheddu e E. Nortey, edizioni Sperling &Kupfer