La pallottola gentile

Pubblicato: 19 dicembre 2018 in Narrabit originali
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la-pallottla-gentile-pulitoCon il coltello ci avevo già provato. Taglio superficiale, aveva detto il paramedico con aria di sufficienza. Ma mica c’erano le istruzioni nella confezione. Mica capita tutti giorni di affettare polsi duri come una sella, conciati dalla trincea e dal campo di gioco. Lama di Seattle, mi aveva assicurato Rosario. Una garanzia.

Con la pistola era andata anche peggio. Il cervello se l’era fatta addosso più del dito e mi ero strappato mezzo orecchio e una striscia di capelli. Quella volta il paramedico aveva solo scosso la testa. Nessuno è perfetto, cazzo, gli avrei voluto dire. Ma il fischio nella testa rimbombava in cerchio. Avevo solo voglia di un goccio e della nebbia. Il sole della California è una maledizione. I mostri li vedi nitidi sul cielo blu.

Ma stavolta il paramedico lo frego io. Stavolta punto al collo. Stavolta taglio via i tre gioielli e non avrò il tempo di chiamare aiuto. Li guardo nello specchio, i miei regali della guerra. Li sfioro con la lama ed è come se non ci fossero. Questi maledetti fanno parte di me, ma non sento niente.

Un sorso di Martini, poi li taglio via.

Impugno il coltello.

Meglio prima un altro goccio.

Ancora uno, perché no.

E la finestra va in frantumi. Schegge di vetro. Un tonfo sul muro. Qualche rimbalzo secco a terra. Un sasso, mi dico. Lo cerco sotto al letto. Neanche morire in pace si può in questa topaia. Se lo prendo, il ragazzino, lo spingo a calci fino all’oceano. Alla fine lo tocco, ma non è un sasso. La pelle, le cuciture, le riconoscerei ovunque. Graffi, ammaccature. L’odore del fango. È una palla vecchia, usata ma senza storia. La raccolgo. La faccio saltellare nel palmo e sento la voce degli spettatori che ondeggia con il mio cognome ridicolo sulle labbra. Polli, che diventa po-li, po-li. Mi sarebbe piaciuto. Era l’unica cosa che sapevo fare. Quella e sparare agli austriaci.

Ora mi sente il ragazzino. Stringo le tre dita e le cuciture incidono la pelle. Gliela spedisco in spiaggia, mi dico. Spalanco la porta con un gesto. “Che cazzo,” grido. “Sei impazzito. Un altro po’ e muoio d’infarto.” Ma non c’è nessuno. Mi guardo intorno e del ragazzino nemmeno l’ombra. Ragazzino? Chissà perché ho pensato subito a un ragazzino?

Il cielo è blu. Maledetto sole della California.

Lascio cadere la palla sulle assi sgangherate e cigolo un passo alla volta nella stanza. Borbotto un insulto. La porta sbatte. Il coltello mi aspetta.

Ma la faccia che trovo nello specchio è un’altra. Ci sono le rughe del baseball, gli occhi socchiusi, i denti stetti prima del lancio. E il manico pesa, la lama pesa. Po-li, po-li, l’eco si allontana. Il grumo nello stomaco è sempre più grande, sempre più stretto. Ci sono i corpi fra i cavalli di frisia, che puzzano di polvere da sparo e decomposizione. E i mozziconi, per buttare giù qualcosa di caldo. La Grande Guerra, dicono. Ma quel “grande” la fa sembrare bella. La guerra invece è piccola e meschina. Ti si infila dentro come il cancro e ti uccide più delle pallottole.

Appoggio la lama su uno dei tre noduli, grandi come mandarini.

Un sorso di Martini, poi li taglio via.

E bussano alla porta, cazzo. Scatto indietro. La lama scivola e mi ferisce. Un rivolo di sangue cola sul colletto inamidato. Faccio finta di niente. Ma insiste, il deficiente.

“Vattene.” Non si può stare un secondo in pace in un’Italia piccola come un quartiere. In Sicilia sarebbe stato più facile. Sarei nei campi a rompermi la schiena come mio padre. Niente grilli per la testa, niente sogni di gloria.

“Signore, volevo scusarmi.” La voce piccola di un ragazzino. “Non era mia intenzione. Ero lontano.” L’accento italiano.

“Vattene, ho da fare.”

“Signore, ero lontano. Non volevo, accetti le mie scuse. Non lo dica a mio padre, sennò mi pesta.”

“Tuo padre? Non so nemmeno chi è tuo padre.”

Silenzio. Ma niente passi. Vattene, ragazzino. Lasciami in pace che il cielo è blu in California. E i mostri si vedono nitidi, sul cielo blu.

“Signore,” bussa ancora.

“Che diavolo vuoi?”

“La palla, Signore. Ho solo quella.”

“Sta lì fuori.”

“No. Non c’è, l’ho cercata.”

“Cerca meglio.” Poggio il coltello sul cassettone. Espiro e crollo a sedere in fondo al letto.

“Ho gli occhi buoni, Signore.”

Le mani nei capelli, i gomiti piantati nelle ginocchia, mi guardo intorno. La palla è lì, nella fetta di luce che penetra dalla finestra. Devo averla urtata rientrando. Il baseball del cazzo mi perseguita. La raccolgo e apro la porta. Il ragazzino caracolla dentro. Lui e un bastone scartavetrato a mano che vorrebbe essere una mazza.

“Ma le orecchie non ti funzionano per niente,” gli dico. “Vattene. Sai che vuol dire ‘vattene’?”

Si rialza in fretta. Calzoni arrotolati alle ginocchia, camicia strisciata di sabbia e una scoppola troppo grande che gli cade su un orecchio. “Dio, Signore ma cos’ha lì al collo?” Indica i miei tre noduli.

“Cristo, ragazzo, puzzi come un peschereccio.” Prima che riesca a spingerlo fuori il fetore ha riempito la stanza. Gli porgo la palla.

“C’è sangue, Signore.”

“Lo so.”

“Tanto.”

Avvicino le dita e il collo è viscido, la camicia umida e collosa. Cazzo. Mi volto e cerco una benda nel cassetto.

“Dio. Cazzo. Ma quella è una Louisevile Slugger.” Indica la mazza appoggiata in un angolo. L’ultima che ho usato prima di finire nei Marines. “Lei gioca, quindi.”

“Giocavo. Prenditi la palla e vattene.”

“Come, giocava? Non lo sa che “non è finita finché non è finita”?”

“E questa idiozia chi te l’ha detta?”

“Mio fratello Vince. Lo dice sempre il coach. Parole di Abaticchio, il primo italiano nella National League.”

“Non gli ho mai sentito dire niente del genere.”

“Dio. Cazzo. Lo conosce?” Mi guarda con gli occhi di chi vede un corpo sfracellato da una mina per la prima volta.

“Certo che no. Ma Abaticchio giocava con i Pirates. E Pittsburgh è dall’altra parte del paese. Il coach di Vince è già tanto se ha visto San Francisco.”

“Non lo dirà a mio padre, vero? Che ho detto “Dio” e “cazzo” nella stessa frase? E con quel coltello, Signore che ci fa?” L’ha visto, lì sul cassettone, la lama sporca di sangue. Mi si avvicina gesticolando e il tanfo delle mani è peggio della scia dei suoi stracci.

“Prendi la palla, ragazzo, e torna al peschereccio da cui vieni.”

“Che ne sa, lei, del peschereccio?”

“Secondo te?”

Mi sfila la palla dalle dita e abbassa lo sguardo. “Immagino che non me la farà tenere in mano per un po’, no? Non ho mai battuto con una mazza vera.” La indica di nuovo.

“Immagini bene.” Gli indico la porta.

“Mi scusi ancora. Non l’ho fatto apposta. Ero giù in spiaggia e ho battuto male. La prego non lo dica a mio padre.”

“Che racconti balle? No, non glielo dico. Se mai dovessi capire chi è tuo padre.”

“Balle, Signore?” Il suo sguardo si accende. Dietro il naso pronunciato gli zigomi si increspano. “Non dire falsa testimonianza. L’ottavo comandamento, che Dio punisce come gli altri. Io non dico balle.”

“Dalla spiaggia. Con quell’affare?” Lo invito a sollevare il bastone.

“Scommettiamo?” Mi sfida.

Mi guardo alle spalle. Il coltello. I noduli che mi fanno sentire stanco appena sveglio e che si sono portati via anche il baseball. I corpi dilaniati. Voglio respirare a fondo, un’ultima volta. Poi basta, che l’aria brucia come i gas dietro al filo spinato.

“Una battuta sola, Signore. Se la rispedisco in spiaggia lei mi fa provare la Slugger.”

E c’è il sole là fuori. Il maledetto sole della California. Il cielo blu.

“Io non dico balle.”

I mostri.

“Uno solo.” Gli dico stringendo i denti. Svuoto il bicchiere e un po’ di nebbia mi aiuta a raggiungere il cortile. Una brezza leggera spinge la puzza del porto. Niente di nuovo a North Beach.

Il ragazzino spolvera la scoppola e se la infila in vita. Si posiziona scomposto e agita la mazza come un cavernicolo. Massaggia il manico e la alza dietro l’orecchio. Le mosse dei campioni. Sorrido. Gli riempiono la testa di fandonie, nelle squadre di quartiere. Gli raccontano di quello che è venuto su dal nulla, ma non degli altri dieci che sono tornati a scaricare al molo.

Mi fa un cenno col mento. È pronto. C’è quella luce nei suoi occhi. Quella che c’era nei miei. Quella che i mostri si portano via. I mostri. Mi guardo intorno, ma per ora non si sono accorti di me. Stringo le cuciture sotto le dita e lancio la palla al ragazzino. C’è troppo sole qui fuori, mi dà alla testa. Devo rientrare in fretta.

Poi vedo il corpo ruotare, le gambe si incrociano e sento lo schiocco. Uno schiocco potente. Il disco scuro si alza nel cielo e si fa piccolo. Piccolo, verso gli sbuffi bianchi all’orizzonte. Una pallottola gentile che strappa il blu e uccide i mostri uno a uno. E scende, scende. Minuscola si tuffa fra le onde. Respiro, sì. Respiro. E forse non sarà l’ultima volta.

“Come hai detto che ti chiami?”

“Joseph, signore. Come mio padre Giuseppe. Joseph di Maggio.” Non posso più dirgli di no e fiero agita la Slugger. Come un vero cavernicolo italiano.

“Un nome un po’ ridicolo, non trovi? Archibald Alexander Leach, orribile no? Senti come suona Cary Grant, invece. Joe di Maggio? Se vuoi arrivare da qualche parte, ti toccherà cambiarlo.”

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