Click

Pubblicato: 1 dicembre 2016 in Uncategorized

Click. Ancora quel rumore. Che però nel tempo era cambiato. All’inizio era squillante, metallico. Poi il tempo ci aveva messo lo zampino e, nonostante lavaggi e oliature, il click sembrava essersi incupito. Ma era di un cupo speziato. Non c’era tristezza in quel click.

“Falla finita, per favore.” Marco era appena entrato nello spogliatoio della centrale. Nello specchio c’erano le occhiaie di un’altra notte brava per le strade della città. E addosso odore di femmina. Quella femmina. Quella con i capelli di rame e le curve paraboliche. “Lo sai che quel rumore mi innervosisce.” Stizzito, l’aveva appoggiata con irruenza sul fondo dell’armadietto.

“Tesoro, se non ti dai pace, prima o poi finisci male.” Click. E stavolta sembrava fatto apposta. “Finiamo male.”

Marco fece finta di niente e iniziò a infilarsi la divisa.

“E tirami fuori da questa maledetta fondina che sto soffocando.” La protesta rimbalzò sulle pareti arrugginite.

Marco rimosse l’involucro di pelle e la spostò sovrappensiero sulla panca. Ai matti si dice sempre di sì. Alle voci, finché puoi. Almeno smettono.

“Era ora,” disse lei. “Tutta la pausa seppellita al buio con tre strisce di luce a ricordarmi che non è notte. Nemmeno fossi io la criminale. E dopo la gattabuia quell’involucro di pelle puzzolente. Poi dice che una perde lo smalto. Che sembra vecchia.”

Niente. Oggi era un giorno di quelli.

Click. La pistola si sgranchì muovendo appena il carrello.

Un giorno in cui voleva essere guardata come una volta. Così diceva.

Click.

Un giorno in cui voleva essere presa con decisione, senza chiedere il permesso, come nei primi giorni da recluta.

Click. Click.

“Per favore!” Spazientito, Marco si voltò in cerca della camicia blu.

“Se stai così sulle spine è successo qualcosa. Sarà la sgualdrina.” Un alone di olio sintetico si incollò all’aria pesante dello spogliatoio. Un odore che aveva imparato a riconoscere. La sua Beretta sbuffava così quando era inquieta.

“Là fuori ieri è morto un ragazzo. L’ha fatto secco un carabiniere.”

“La sgualdrina sarà la tua rovina.”

“Ventitré anni. Per una manifestazione no-global. Come cazzo si fa a morire a ventitré anni? Fra sei mesi ne faccio ventidue. Poi altri dodici e fine dei giochi.”

“Ci sei andato di nuovo dopo avermi rinchiusa, vero?” Click. Click. “Dimmelo e la finiamo qui. Voglio solo saperlo. Tanto non posso farci niente.”

Non era solo inquieta, era gelosa. Non era mai successo prima. Doveva essere il profumo in cui s’era fatta il bagno Lucia. La pistola gelosa. Da non crederci. “Ti sto parlando dei casini di ieri e tu mi fai il terzo grado sulla fica?”

“Ti conosco, tesoro. E ho visto i graffi sulla schiena. I manifestanti non graffiano in quel modo. Sono le donne che ti rovinano. E per favore non usare quelle parole con una vecchia signora come me.”

“Si chiama Lucia.” Marco si allacciò il secondo anfibio sul bordo della panca. Scorse il dito lungo il carrello della Beretta. 98FS, diceva la sigla. La vecchia signora gli aveva salvato il culo più volte durante le scorte. A quella canna rigata doveva la vita. Esitò, poi ritrasse la mano. Quel gesto era troppo simile a una carezza. Rimise il piede a terra, si aggiustò il cinturone e riprese a trafficare con l’attrezzatura nell’armadietto.

“Bella la tenuta antisommossa. Finalmente un po’ di azione” Click. Click. Click.

“E’ incinta. Tre mesi fra qualche giorno. E finora non mi aveva detto niente.”

“Ti ha tenuto dentro con il vecchio trucco dei talloni sulle natiche?” Click. Click. E il tanfo d’olio nell’aria.

“Finiscila con questo click. Perché fai click?” Marco scaraventò a terra lo scudo con un calcio. “Si è rotto il preservativo. Dice lei. Ma che differenza fa?”

“La stessa che c’è fra un proiettile a bruciapelo per una rapina e il grilletto premuto per legittima difesa. Il rumore, tesoro, è lo stesso e il cadavere pure. Ma se ti prendono, in un caso finisci dietro le sbarre.”

“Vorresti dire che ha ragione Lucia, che se ne vuole sbarazzare?” Marco sfilò il manganello dal cinturone e si sedette accanto alla pistola di ordinanza. La sua mano destra rastrellava il taglio militare. La gamba sinistra sussultava rapida sulla punta dell’anfibio.

“Sei un poliziotto, un servitore dello Stato. E questa Lucia è una poco di buono. Ma ha ragione lei. Io ho un fiuto particolare, lo sai.”

“Quindi mettere al mondo un figlio sarebbe come ammazzare qualcuno?”

“Se ti prendono, sì. Se hai lo stipendio di un agente della mobile, sì.”

“Devo essere impazzito se sto qui a farmi psicanalizzare da una cazzo di pistola parlante.”

“Finisci di vestirti che andiamo a rimettere un po’ d’ordine in queste strade in mano al libero pensiero. Oggi mi prude anche il grilletto” Click. Click. Ma stavolta era un click diverso. Era il click di quando voleva essere maneggiata, esplorata, smontata e oliata.

“Oggi ti lascio qui. Non voglio problemi, oggi.” Marco si alzò, tirò fuori dall’armadietto il casco e sbatté lo sportello sullo stipite. “Sono troppo incazzato con quella stronza. E là fuori è pieno di quei cazzoni vestiti di nero. Non sono lucido”

“Incazzato va bene. Incazzato è utile.” Click. Click. “Se ti arrabbi ti si alza il testosterone e allora sì che ti riconosco.” Click.

“Smettila di fare quel rumore o ti smonto e ti lascio qui a pezzi.”

“Mi faresti questo? Dopo tutti gli anni passati fianco a fianco?”

Aveva appena lasciato vibrare la canna nel lamento d’acciaio di quando faceva l’offesa. Ce la stava mettendo tutta. Ma oggi non le avrebbe permesso di spuntarla. “C’è già scappato un morto. Non voglio essere il prossimo. Se Lucia vuole tenere il bambino –”

“Vedi che ho ragione. Quella cretina ti annebbia la vista. Sei un servitore dello Stato. E un servitore dello Stato non tentenna.” Click. Click. “Un servitore dello Stato non si lascia distrarre.” Click.

Il vociare nervoso dell’adunata li raggiunse dal corridoio. “Un servitore dello Stato.” Marco si alzò contro voglia, imbracciò lo scudo e raccolse il manganello.

“Un servitore dello Stato pensa ai colleghi e ai cittadini onesti,” disse lei.

“Ma sono solo ragazzi.”

“È ora di rimettere i conti in paro con i vigliacchi delle bombe carta …”

“Ce le tirano addosso. È vero.”

“… con i figli di papà delle spranghette insulse.”

“Ci colpiscono. È vero.”

“Un servitore dello Stato non lascia indietro l’arma di ordinanza,” Click. Click.

“Un servitore dello Stato.”

“Siamo pronti, Rossi?” Il capitano entrò nello spogliatoio subito dopo il suo vocione, con il casco già in testa e le spalle gonfie di discorsi motivazionali. “Oggi devo poter contare su di te, Rossi. Ti voglio lucido. Ti voglio carico. Sei lucido, sì?”

Sapeva di essere l’unico a sentire la voce della Beretta. Eppure per un attimo vacillò. Era lucido uno che sentiva le voci? Anche l’odore del chiacchiericcio metallico era ancora nell’aria. Marco l’annusò in cerca di una risposta. Era lucido? Era un padre, forse, se Lucia insisteva per tenerlo. E forse era anche lucido.

“Lucidissimo capitano. Lo sa che un po’ d’azione mi rimette al mondo.”

Fingeva. Chiunque l’avrebbe capito lontano un miglio. Solo il capitano se l’era bevuta, per non mandare tutto a monte. Ma la Beretta no, lei non si lasciava ingannare. La sentì squarciare il silenzio con un click rovente, e vide lo spigolo del cane brillare. “Lucido,” ribadì Marco esitante. E allora la pistola accennò un altro click, languido come un sorriso imbronciato. “Lucido”, e stavolta ci credeva.

Marco afferrò l’impugnatura con decisione. Sentì le guancette ruvide accarezzargli il palmo e lo sbuffo d’olio che gli avvolgeva le narici.

“Un servitore dello Stato,” sussurrò la Beretta facendo scivolare via la sicura.

“Un servitore dello Stato,” ripeté Marco guardandosi nello specchio. Le occhiaie erano sparite e l’odore di femmina, ora, sapeva di polvere da sparo. Fece scorrere il carrello, richiamò il primo proiettile in canna e si infilò la pistola direttamente sotto la cintura.

“Un servitore dello Stato.”

 

commenti
  1. monik56 ha detto:

    Gia, come dire anche loro sono uomini. il guaio è che noi tutte persone, uomini e donne, non vogliamo cedere ai nostri limiti, alle nostre fragilità. E facciamo casini. Splendida asciuttezza di scrittura, come sempre.

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