Archivio per settembre, 2016

idrocarburiNella vetrata del supermercato il petroliere vede riflesso un ingegnere, dritto come una trivella ma con una lieve curvatura in alto, un ingegnere della vecchia guardia, non triennale o tre più due, un ingegnere intero con il master alla Bocconi, il Phd alla UCL e l’MBA a Stanford, magro secondo i dettami della Paleozona e appoggiato senza pretese al SUV della Compagnia, grigio, così il logo risalta sullo sfondo scuro dello sportello dove si perdono le sue gambe accavallate, fasciate dalle righe verticali del gessato che salgono dritte fino al collo e alla lieve curvatura in alto, la curvatura del Phd chino sulle formule e dell’MBA fra le tabelle, che la Compagnia gli ha pagato perché l’ingegnere diventasse un petroliere, un pezzo grosso della valle, il capo dei pozzi, il boss della raffineria, l’uomo tutto d’un pezzo nella vetrata, alto come una ciminiera, con cento metri quadrati di terrazzo e il SUV grigio quattro porte trazione integrale e la dietologa a domicilio, una moglie e due figlie, un uomo tutto idrocarburi, con quella lieve curvatura che viene dallo studio anche se è arrivata dopo, la curvatura che nella vetrata tenta di addrizzare, tira il mento in alto e in basso le scapole il petroliere maturo con il PhD e l’MBA che tutti chiamano con il Signor davanti, l’ingegnere che vede l’oro nero riflesso nel mondo di vetro, il clorobenzene nelle zolle da cui ha estirpato i prati, il bitume nell’asfalto che collega i pozzi alla raffineria, il fenolo nelle vernici grigie stese sulla valle, nel grigio del SUV quattro porte trazione integrale, lo stirene negli pneumatici, il benzene nelle fibre del gessato, poi oltre la vetrata vede l’etilene che fa maturare la frutta del reparto alimentari, il polipropilene nei tappeti da salotto, l’anilina delle pillole sugli scaffali della parafarmacia, le stesse pillole nel palmo che lo aiutano con la lieve curvatura in alto e con il grigio che gli idrocarburi gli hanno portato dentro casa.

Ma è l’odore che gli fa notare la siepe proprio al centro del suo regno in bianco e nero. L’essenza insolita dei fiori che una bambina ha raccolto fra i rami e ora stringe in pugno. Una bambina. Una bambina che ha il respiro di fragola. E una giacca rossa. E una siepe verde alle spalle. Con i fiori bianchi.

La bambina gli porge il mazzo. Lui si volta e lo accetta, inondato dal paesaggio e dai colori. Lo annusa con avidità e la lieve curvatura in alto si distende. Certo, non è il profumo dei solventi, della plastica, dei detersivi con poca schiuma, del polistirolo o degli imballaggi. Ma la vetrata del supermercato non mente. La curvatura in alto non c’è più. Le righe del gessato tirano dritte anche sulle spalle.

La bambina si allontana facendo ciao e, chiamandolo con il Signor davanti, sgambetta nelle sue calze agli idrocarburi, masticando polimeri alla fragola, stringendosi nel caldo della giacca ai poliammidi che nel riflesso della vetrata non è più rossa, ma grigio scuro, il colore della raffineria che torreggia sulla valle, dove il petroliere tutti lo chiamano ingegnere e gli rispondono al primo squillo, perché il secondo con il master, l’MBA e il Phd suona già feroce e sa quasi di sfuriata, quindi scattano a qualunque ora del giorno e della notte, soprattutto della notte quando l’etilene, il propilene, il butadiene e il benzene viaggiano a regime basso e una squadra di operai può sganciarsi dal quarto e ultimo turno, attraversare la cittadina al ruggito di una ruspa e sradicare la siepe radice per radice, sommergendo l’olezzo verde con il profumo del gasolio.

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