Nebbia – Episodio finale

Pubblicato: 26 aprile 2016 in Narrabit originali

Nebbia NarrabitUna volta al piano terra si infila nel gilet un pacco di gallette e una corda, poi getta uno sguardo in strada. Il vento è forte abbastanza da offrirgli un po’ di copertura. Non è complicato raggiungere B8. In quella direzione il filo spinato è stato sollevato dai continui tentativi dei clandestini. Dopo basta seguire il loro percorso a ritroso. In un paio di punti sarà allo scoperto ma Bart e l’alito potente del deserto gli copriranno le spalle.

Pensa al cane. Non può lasciare che se lo mangino. Perché quello ormai è il suo cane. E senza volerlo pensa alle scarpate che gli avrebbe tirato il nonno. Sorride, si accuccia dietro al relitto di una station wagon e scivola a piccoli passi lungo il marciapiedi.

Al magazzino sul margine meridionale di D8 ci arriva in affanno. I kebabbari non l’hanno visto. Il fuoco di copertura di Bart li ha distratti. Il cane è lì dentro. Lo sente ansimare. Si muove lentamente lungo il muro esterno tenendo d’occhio i piani alti dell’edificio di fronte. Una volta alla serranda sollevata a metà, si inginocchia e ci rotola sotto.

Appena lo vede, il cane si ritrae. Accucciato sulle zampe posteriori, ringhia e scopre i denti. Il moncone della coda gronda sangue come un tubo forato.

Enzo estrae le gallette, si inginocchia e ne sbriciola un po’ un passo più in là. “Su bello,” lo incoraggia. “Fa il bravo che prima ce ne andiamo, meglio è.”

Il cane lo osserva. Il suo sguardo non lo molla un secondo. Piega il muso, soffia aria dal naso e si lecca i baffi. E’ ancora impaurito ma il cibo lo tenta. Si accuccia e, ventre a terra, si trascina verso le gallette spezzate. Si blocca e ci ripensa. Si alza, gli volta le spalle e si allontana.

“Dove vai bello? Guarda qui, guarda qui.” Enzo gli tende una mano piena di briciole e il cane si volta di nuovo. “Non vorrai mica lasciarmi da solo a vedermela con quei kebabbari di merda. Quelli, se mi trovano qui, mi fanno il culo. Mica scherzano.”

Il cane si ferma e lo fissa ansimando. Guaisce sottovoce. Poi scuote il muso e si avvicina guardingo. A un passo dalla sua mano tesa si blocca. Si sporge sulle zampe anteriori e allunga il collo, pronto a scattare se qualcosa non lo convince. Enzo si protende in avanti e la lingua gli lambisce le dita. Si piega di più. Il cane afferra le briciole e si ritrae. Le divora in una manciata di secondi e torna sulle sue orme. Ne vuole ancora.

Ma stavolta sarà costretto a fidarsi. Enzo raccoglie da terra le altre gallette frantumate. Il palmo, però, lo tiene vicino. Il cane tentenna poi cede alla fame. Mentre le mascelle scattano rapide intorno al pasto, Enzo lo accarezza. Lo stringe e gli alliscia il pelo come pensa si faccia quando hai un cane. E’ bella quella sensazione. E’ come illuderti che non sei più solo. Gli cadono gli occhi sulla coda insanguinata e gli si serra lo stomaco. E’ ora di andare o sarà stato tutto inutile. Con un gesto rapido gli fa scivolare un cappio intorno al collo.

Ma il cane si sottrae. Scatta indietro e strattona la corda con le zanne scoperte.

Enzo si alza in piedi per non cadere in avanti e un dolore lancinante gli sale dal polpaccio fino al ginocchio. Barcolla. La seconda pallottola sbuffa polvere qualche metro più in là. Lo hanno colpito. Si guarda la gamba. Di striscio, ma la ferita è profonda. Ora sanno esattamente dov’è. Le pallottole fischiano attraverso le finestre e il soffitto. La corda è tesa. Il cane esita ancora qualche istante poi anche lui sceglie il minore dei mali e lo segue.

Corrono in strada. Rasentano il muro, svoltano un paio di traverse poi Enzo è costretto a rallentare. Il polpaccio brucia come infilzato da un ferro rovente. Il cane lo guarda perplesso. Strattona la corda come per dirgli che deve muoversi. Che lì non è sicuro. Che solo spostandosi in continuazione si riesce a sopravvivere sulla scacchiera. C6, C7, C8, D8. Enzo ripassa a memoria il percorso. Sorride al suo nuovo amico e riprende a sgattaiolare fra macerie ed edifici fantasma.

Quando raggiungono di nuovo la strada il vento è calato. La cortina di sabbia si è rarefatta. Ora c’è solo Bart a coprirgli la fuga.

Enzo si sporge oltre lo spigolo del palazzo e ascolta il silenzio. Lontano oltre il filo spinato la canna dell’M40 di Gianni emette un bagliore. Enzo sa di avere una sola possibilità. Se sbaglia è la fine. Ispira un paio di volte. Poi guarda il cane che sembra aver capito. “E’ una mezza follia, lo so bello,” gli dice. “Ma se non ci proviamo siamo fottuti entrambi.” Il sangue cola copioso dal suo polpaccio. Il sangue gronda dalla coda del cane. “La guerra è meglio della vita. Perché in guerra la morte la guardi in faccia. Nella vita, invece, ti prende sempre alle spalle,” si dice per farsi coraggio.

E corrono. Corrono entrambi lasciando orme strisciate nella sabbia fine del Sahara. Corrono trattenendo il respiro.

Corrono insieme, lui e il cane, mentre Bart percuote l’aria come i fuochi d’artificio di un ferragosto al paese. Il filo spinato è vicino. Arrivarci è un attimo anche con le pallottole arabe che ti fischiano dietro le orecchie. Il cane arriva per primo e si tuffa nell’apertura. Enzo lo segue. Testa, braccia, spalle. Poi la cinta si incastra. La corda si tende e il cane strattona. Abbassa le orecchie terrorizzato, si getta a terra e tira con tutta la forza che ha. Enzo cerca di gridargli qualcosa ma untonfo spegne le sillabe in un urlo feroce. Il primo proiettile gli ha attraversato la coscia. Il secondo si è conficcato nell’anca. E il mondo si accartoccia in un grumo di buio e dolore. Sta per perdere i sensi. Enzo lo sa.

Il cane non molla. Prende la rincorsa e tende la corda con uno strappo. Insiste, finché il filo spinato cede. Enzo sente la terra che gli scorre sotto la pancia, la fibbia della cinta grattare sui sassi. Poi sviene.

Quando si sveglia è dietro la carcassa arrugginita di una jeep da deserto. I cecchini di Allah fanno scintillare la carrozzeria a intervalli regolari. Il cane lo osserva con la lingua fra i denti, accucciato nell’ombra. Sotto il sedere il sangue ha già impastato la sabbia. Deve muoversi, in fretta. Prova ad alzarsi ma ricade come un sacco di riso, uno di quelli che il nonno teneva in cantina. Si strofina gli occhi annegati nel sudore e si aggiusta il casco. Ci sono solo un centinaio di metri fino all’edificio dove è appostato Gianni. Ma non può farcela. Non con una gamba sola. Nemmeno se è il cane a trascinarlo. Appena uscirà gli staccheranno la testa. Come un cretino allo scoperto. Non aspettano altro, gli ha detto Gianni.

Gianni.

Enzo ascolta l’aria infuocata e si accorge che Bart tace. Forse già tace da un pezzo. E per un istante pensa al peggio. L’hanno colpito. Ed è colpa mia. Tutto per un cane. Per un cazzo di cane. Poi lo vede.

Gianni è al piano terra, spalle al muro e l’M40 a tracolla. Sgattaiola come un soldato vero dietro alla station wagon. Non sembra più il ragazzo di paese con la fissa per le magre senza tette. Si inginocchia nell’unico punto allo scoperto e costringe i kebabbari al silenzio. Li martella per alcuni secondi, la spalla cede a ogni rinculo, poi lo raggiunge.

“Mi hanno preso. Tre volte. L’ultima è brutta.” Enzo lo guarda con le labbra che tremano. Glielo ha chiesto anche senza parole ma non vuole saperlo.

Gianni controlla. “Sì è brutta,” conferma. E ha una mano che trema. Ha gli occhi persi ma sembra ancora calmo. “Ora però alzi il culo da qui e saltelli con me fino alla postazione.” Indica il cane. “Lui lascialo correre avanti.”

Enzo scioglie la corda ma il cane non si muove. “Forza bello, vai,” lo incita. “Ci vediamo dentro.” Il cane si accuccia, sporge il muso e lo ritrae, come ha imparato a fare nei mesi trascorsi nella scacchiera. Un proiettile colpisce la carrozzeria. Un altro, un sasso pochi metri più in là. Il cane aspetta, poi scatta. Veloce, ma non come prima. Zoppica. Hanno colpito anche lui. I fischi si intensificano, come gli schianti. Gli ultimi sull’intonaco aggrappato a fatica alle mura esterne.

Gianni si cinge le spalle con il braccio di Enzo. Si sporge e spara una raffica di copertura. Poi al tre escono allo scoperto. Enzo barcolla. La gamba buona si incendia al secondo salto. Si appende al corpo di Gianni che nel frattempo spara a caso alle loro spalle. Verso una zona indistinta fra A2, A1 e la fine della scacchiera. Le pallottole sibilano a destra e sinistra ma ormai hanno raggiunto la station wagon. Pochi passi e sono al coperto.

Due tonfi sordi dietro di lui. Una staffilata al gomito libero. Poi Enzo inciampa.

Cadono entrambi. Gianni, che è grosso il doppio di lui, gli è sopra con tutto il suo peso. Per metà sono dentro all’edificio, all’ombra, avvolti da una nuvola di polvere. Solo le gambe bruciano al sole che ormai è già alto.

“Ce l’abbiamo fatta brutto figlio di una campagnola,” Enzo prova a sembrare felice fra gli spasmi lancinanti della gamba ferita. “Tu e il tuo cannone mi avete salvato il culo.” Esita. Cerca l’animale con gli occhi e lo trova accucciato in un angolo. Il muso adagiato sulle zampe. Il respiro lento. Il corpo immerso in una pozza di sangue e urina. “Ci avete salvato il culo.” Si sforza di dirlo. Ci vuole credere fino in fondo. “Il mio e quello di Nebbia.” Quel nome. Chissà da dove è arrivato. Poi torna con lo sguardo sulle spalle possenti di Gianni. “Ora però, bello, devi spostarti o muoio soffocato.”

Ma Gianni non risponde.

Ed Enzo sente la mano umida di un liquido caldo.

“No, no, no,” balbetta. E con tutte le forze rimaste spinge via la mole del compagno che rotola sulla schiena. Gli si avvicina strisciando e gli slaccia il gilet. Ha le mani che tremano. Sente freddo come fosse nudo. Come fosse l’inverno della sua valle. Sul torace di Gianni non ci sono fori. Il giubbotto l’ha protetto. Ma un fiotto rosso gli cola dal collo e un altro dall’anca. Prova a ostruirli come può e accosta l’orecchio alle narici dell’altro. Sente aria. Poca. Ma Gianni respira. “Forza, bello, resisti che ora ci inventiamo qualcosa.” Enzo sorride. “Non vorrai mica lasciarmi qui da solo con questi kebabbari del cazzo, no? Adesso gliela facciamo vedere noi. Io, te, Bart e Nebbia. Ripuliamo questa cazzo di fogna e ce ne torniamo al paese. Alla seccardina glielo dico io che ti sei innamorato.”

Gianni solleva un mano e gli afferra il polso. “Sei un cretino,” sussurra.

“Sì, sì, sono un cretino,” Enzo singhiozza. Ride. Piange. “Sono un super cretino.” Balbetta. “E sai che facciamo? Quando torniamo al paese la Ducati te la regalo. A me non serve. Ho la Playstation e un po’ di fica si trova. Ora ho anche il cane.”

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