Nebbia – Episodio 1

Pubblicato: 25 aprile 2016 in Narrabit originali

Nebbia Narrabit“Cosa ti manca di più di casa?” Gianni snocciola proiettili dal caricatore alla scatola. Uno a uno, con un movimento rapido del pollice che dura un secondo. L’ha cronometrato.

Enzo lo osserva. Sa anche lui che le munizioni non mancheranno mai. Così come il tempo. Che rimane appollaiato sulle loro spalle come l’aria asfissiante delle dune. Lancia un’occhiata all’esterno, attraverso la piccola apertura ricavata fra i sacchi di sabbia. La strada è ancora deserta. Si scrocchia il collo, solleva l’M40 e scivola l’occhio dietro al mirino.

“E’ ancora presto, rilassati.” Gianni conta i caricatori ai suoi piedi, scuote la scatola e fa una stima. “Mancano almeno 600 proiettili prima che arrivi qualcuno.”

“Ancora 600? Ma che cazzo di ora è?”

“Un’ora bollente fra poco fa e fra un po’,” risponde Gianni abbozzando un sorriso.

Enzo si volta senza staccare la guancia dal calcio. “Ancora con queste cazzate giapponesi?”

“Tecnicamente sarebbero cinesi. Ma comunque no, il buddismo non c’entra niente. Era tanto per dire. Per vedere se ti funziona ancora il cervello, visto che non mi rispondi.”

“Non stai bene, bello.” Enzo si schiaccia un insetto sul braccio e lo gratta via con forza. Il dito scava una striscia più chiara attraverso la crosta di polvere e sudore. “A forza di fare quel giochino coi proiettili ti sei fritto gli ultimi due neuroni che questo posto di merda ti aveva risparmiato.”

“A me almeno qualcosa di casa è rimasto. Per fortuna mio padre è morto dopo che mi sono arruolato e ha fatto in tempo a insegnarmi due o tre cose.”

“Sì, ad affettarti la faccia col rasoio e a dire stronzate per ammazzare il tempo.” Enzo fa scivolare in avanti lo zoom del mirino. Mette a fuoco il filo spinato, inspira e trattiene il fiato. Cerca un’ombra, la vibrazione di un movimento. Ma il confine è ancora in silenzio. “Ce lo vedo il tuo vecchio che predica seminudo per le vie del paese. Il rispetto, la saggezza,” si alza in piedi e getta braccia e sguardo verso il soffitto.

“Che cazzo fai?” Gianni spalanca gli occhi terrorizzato. “Abbassa la voce e vieni giù.”

Ma Enzo è altrove. “Ogni vita ha valore. Ascoltate la parola di Buddha.” Ormai sta gridando.

“600”. Il proiettile vola nella scatola e la voce di Gianni è interrotta dal sibilo e dal primo schianto sulla parete.

Enzo si butta a terra, striscia fino ai sacchi bestemmiando e imbraccia di nuovo l’M40. “Kebabbari del cazzo!” Dopo sei mesi a presidiare quella striscia di terra arida dovrebbe aver imparato a controllarsi. Ma è più forte di lui. Tira il grilletto a fine corsa e la raffica crivella l’intonaco di un palazzo decapitato. Uno a caso. Cosa gli manca di casa? Gli piacerebbe poter fare un elenco. Ma in realtà a casa non lo aspetta nessuno. Morti i genitori, morti i nonni. I pochi conoscenti, partiti a cercare fortuna.

“Sei un cretino,” Gianni inserisce un caricatore nel suo fucile e lo fissa al treppiede. “La prossima volta ti staccano la testa.” Un altro fischio fende l’aria e si schianta sulla parete esterna. Gianni non si scompone. Enzo digrigna i denti. La sua tranquillità lo fa infuriare.

“Almeno abbiamo smosso un po’ le acque. Fino all’alba non c’è un cazzo da fare in questo posto dimenticato da Dio.” Mentre il suo occhio destro scruta ogni incrocio, ogni portone, Enzo si accarezza i peli morbidi che gli penzolano dal mento.

Gianni si infila il guanto sinistro e si stende dietro a Bart. Il suo fucile ha il nome di uno dei Simpson e lui è mancino. Sarà per questo che non sbaglia quasi mai?

“Ma davvero sei buddista?” gli chiede Enzo. “Su serio credi a quelle cazzate sulla reincarnazione?”

“Mio padre è tornato così dall’Oriente. E ci ha educato secondo i principi della compassione.” Una vibrazione impercettibile attraversa la serranda al piano terra. “C6. Mio.” Hanno numerato gli isolati per rendere più semplice aggiudicarsi il bersaglio. E Gianni glielo ha appena soffiato da sotto il naso.

“E’ il vento,” cerca di sminuirlo Enzo.

“Sei tu che sei cieco.”

Una figura incappucciata sgattaiola dalla finestra del retro, fa capolino da dietro l’angolo e si ritira. Gianni esplode il primo colpo alla sua destra. E’ un trucco per stanarla e i civili ci cascano sempre. I militari di meno. La figura si getta di corsa nella traversa e Gianni le fracassa il cranio. Il muro si striscia di rosso. Poi il vento ricopre il cadavere con un sottile lenzuolo di sabbia.

“Uomo. Sono tre punti.” Gianni chiude gli occhi e tira un sospiro di sollievo. Fa così ogni volta che non si tratta di una donna. O di un bambino. Le donne e i bambini valgono il doppio ma lui dice che gli lasciano l’amaro in bocca. Striscia verso la parete laterale, estrae il coltello e aggiunge tre tacche verticali accanto al suo nome. “Voglio vedere se sarai di parola quando torniamo.”

Hanno scommesso che chi arriva prima a cento potrà chiedere all’altro qualunque cosa. Ma solo quando saranno di nuovo al paese. Ed Enzo sa che Gianni si prenderà la sua Ducati. Ci ha messo gli occhi sopra da almeno due anni. Da quando facevano finta di studiare per la maturità. Da poco prima che iniziasse la guerra. “Strano. Da un paio di giorni quei kebabbari del cazzo non ci sparano più quando abbattiamo uno dei loro. Rimangono appollaiati lassù in silenzio.”

“Stanno finendo le munizioni. Le usano solo quando beccano un cretino allo scoperto.” Gianni espelle il bossolo e ricarica. Il suo occhio esplora di nuovo il reticolato oltre il confine. “Non gliene frega niente di quei poveracci che tentano di scappare. Anzi. Prima glieli togliamo dalle palle, prima tornano a casa anche loro.”

“E come la metti con la compassione?” Enzo prova a distrarlo. Oggi deve guadagnare qualche punto o la distanza diventa incolmabile. Il suo crocicchio incontra qualcosa fra C7 e D8. Poi lo vede serpeggiare ventre a terra fra le macerie poco più in là. “D9. Mio,” esclama. Inspira. Trattiene. Aspetta. Aspetta. Poi preme il grilletto. La pallottola attraversa un masso come fosse burro. Il corpo che è nascosto dietro rotola per alcuni metri. Si dimena. Si scuote. Trema. Poi rimane immobile in una pozza di sangue. Lo zoom gli assegna sei punti. Una donna. Disarmata.

“Miro alla testa. Ecco come la metto con la compassione.” Gianni stringe le labbra e la mascella si gonfia. “Non sono un sadico malato come te. Me lo ricordo come ti divertivi con le lucertole e gli spilli.”

“Allora eravamo due ragazzini.” Enzo si tira su a sedere per massaggiarsi la spalla. “Gli ordini sono di ripulire l’area. Io obbedisco agli ordini. Nessuno mi ha mai detto dove devo colpirli, questi kebabbari di merda.” Cosa gli manca di casa? Niente. Non gli manca niente. Lì era solo, qui almeno c’è Gianni. Gianni che vuole tornare al paese al più presto. Ma con l’anima intera. Mentre la sua, di anima, era già secca prima di indossare l’uniforme. E sparare alla fine lo fa sentire utile. Utile all’Italia. Utile alla gente che vive aldilà del mare. Ma forse qualcosa c’è che gli manca di casa. Gli mancano i desideri. Che qui non si pensa oltre la prossima ora. Desideri come quello di un cane, che il nonno non gli aveva mai permesso di avere.

“Ma io ho visto come ti scintillano gli occhi mentre li guardi rantolare fra la vita e la morte.”

“Loro lo sanno che siamo qui su. Lo sanno e lo accettano. Sotto sotto la pensano come mio nonno.”

“Tuo nonno?” Gianni ha tolto l’occhio dal mirino. Guarda gli sbuffi di sabbia in strada, la bandiera con la mezzaluna dorata che sventola sul confine. Il vento è più forte.

“Il vecchio aveva fatto la campagna di Russia. Tornato vivo da quell’inferno si beccò il cancro al midollo. Diceva sempre che la guerra è meglio della vita. Perché in guerra la morte la guardi in faccia. Nella vita, invece, ti prende sempre alle spalle.”

Gianni ha un sussulto. Si muove rapido. Lo vede spostare la canna verso il limite esterno del reticolato. Ha visto qualcosa. Enzo stringe i pugni. “A3. Mio.” Un bersaglio lontano. Un colpo difficile. Sbaglierà, si dice. Deve sbagliare.

Gianni aggiusta la guancia e sfiora il grilletto. Poi tira a sé delicato. “Cazzo!” esplode. “Si è mosso troppo veloce per un civile. E’ un militare. Uno di quei disertori che poi chiedono asilo.” Nella sua voce c’è uno squillo sommesso di gioia. Ed Enzo sa perché. Anche stavolta non è una donna. “Su Bart, vecchio mio.” Gianni accarezza la canna prima di riposizionarsi.

“E poi sarei io quello malato,” gli dice.

Gianni lo ignora. Muove il mirino su A4, A5, A6.

“Perché Bart? Perché gli hai dato un nome?” Enzo insiste.

“Perché sennò è un M40 come un altro,” biascica Gianni mentre Bart continua a ruotare. A8, A9. “E invece è lui che mi salva la vita un’ora dopo l’altra. E poi che ne so se avrò mai un figlio. Almeno così avrò dato un nome a qualcosa.”

“Come non lo sai. Non mi hai detto di quella magrolina che ti viene dietro al paese? Vedrai ora che torni!”

“Sembra un cane.”

“Come sembra un cane? Hai detto che è carina.”

“In strada, idiota. Sembra un cane. B10. Dà un’occhiata.”

“Non è possibile.” Enzo si tuffa di nuovo dietro al mirino. “I kebabbari se li sono mangiati tutti. Secondo me racconti cazzate. Hai visto che è una donna e non vuoi reincarnarti in un bacarozzo.” B8, B9, B10. Ma dietro al crocicchio c’è solo vento e cemento. “Se vuoi te la salvo io l’anima. Basta che passi la mano. Magari riesco a tenermi la Ducati.”

“E’ un cane. Ora è in C7. E’ veloce. Ha imparato a muoversi bene. Ma un cane sono comunque due punti.”

“Col cazzo.” La lente di Enzo raggiunge il quadrante. Per un istante vede la coda strisciare e cancellare le impronte nella sabbia.

“Lo dice il regolamento. Due punti.”

“Quale regolamento? Non esiste nessun regolamento. Dobbiamo ripulire l’area dal nemico. Il cane non è il nemico. Il cane è un cane.”

“Due punti.” Gianni lo ignora. “Se un uomo vale tre, un cazzo di cane varrà almeno due punti no?” Aggiusta la spalla e sfiora il grilletto.

Enzo scivola sulla pancia fino alla sua postazione. “Ho detto il cane no,” ringhia fra i denti strattonando il treppiede di Bart.

Gianni bestemmia “Ma stai fuori?”

“Il cane non è il nemico.”

“Tu sei malato.”

“Se sbagli quelli capiscono dov’è.” Enzo si volta verso i sacchi ma è alla strada che pensa. E al cane squartato e arrostito su un fuoco improvvisato. “Se lo mangiano, capisci? Se lo mangiano.”

“Io non sbaglio.” Gianni lo spinge via con i piedi e rimette Bart in posizione.

“Prima mi hai chiesto cosa mi manca di casa.” Enzo prova di nuovo a distrarlo. Gianni lo fissa e aspetta. “La Playstation. Mi mancano la Playstation, la fica e un cane.”

Gianni sorride, scuote la testa e si sdraia in posizione. “Sulla playstation non ho dubbi. Ma la fica non l’hai mai vista nemmeno col binocolo. E per quanto ne so, un cane non ce l’hai mai avuto.”

“Appunto.”

“C4. Mio.”

Enzo chiude gli occhi. Il tonfo sordo. Poi il guaito.

“Figlio di una cagna,” esclama Gianni. “M’ha fregato. Il tuo bastardo a quattro zampe mi ha fregato.”

Enzo serpeggia sui gomiti fino al suo M40 e schianta l’occhio sul mirino. Nella pancia ha una strana sensazione di vuoto. C4. Sarà scappato verso C5.

“L’ho perso,” si lamenta Gianni. “Gli ho solo tranciato di netto la coda. E il bastardo si è spostato.”

Colpi singoli strappano l’afa e si conficcano a caso nelle pareti dalle parti di C5. Provengono dall’edificio lontano. Anche i kebabbari lo cercano. Ora anche loro sanno più o meno dov’è. E se lo mangeranno. Se lo mangeranno. Enzo scruta il reticolato palmo a palmo. Come da ragazzino. Quando il nonno gli insegnava a cercare l’oggetto indicato dal corvo della Settimana Enigmistica. Un quadrante alla volta. Come se il resto non esistesse. C6, C7, C8.

Poi lo trova. E’ solo un rivolo sottile di fiato che sposta la sabbia da dietro un muro portante. Non sa come. Non sa perché. Ma sa che è lì. Dove, lo tiene per sé. Rotola sulla schiena e si tira su a sedere, spalle sui sacchi. Afferra la pistola, un paio di caricatori e si infila il casco.

“Che cazzo fai?” gli chiede Gianni preoccupato.

“Coprimi. Vado a prenderlo.” E prima che il compagno possa tentare qualcosa, Enzo sgattaiola oltra la porta e giù per le scale. In lontananza lo sente tirare giù i santi nel suo dialetto sincopato.

Finale

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