Geppetto e la sega DEFNon ci crederete mai. Il giorno più triste della mia vita fu quando mi dissero che, sì, mi avrebbero pubblicato. Ma solo se li avessi fatti ridere.

Sulle prime offrii un sorriso spavaldo. Per uno scrittore abile, versatile, profondo, intenso ma essenziale, delicato ma potente, luminoso, direi raggiante come me sarebbe stato un gioco da ragazzi. Ne ero convinto. Che ci vorrà mai a far ridere, pensai. Basta

E lì entrai in crisi. Proprio su quei puntini di sospensione. L’ultima volta che avevo fatto ridere qualcuno era stato negli spogliatoi della piscina calandomi il costume. Ma l’episodio non si addiceva certo a un opera letteraria.

Urgeva una soluzione rapida ed efficace. Mi arrovellai per mezza giornata, poi convocai mio fratello, che fa il falegname. Un uomo estremamente virile. Come Geppetto a cui fu sufficiente masturbarsi per fare Pinocchio.

Ecco, appunto, direte, non fa ridere. Quella battuta, infatti, non l’avevo mai capita. Forse non era proprio masturbarsi. Forse, ora che ci penso bene, c’era di mezzo una sega. Ma non per niente lassù, dopo Basta ci sono i puntini di sospensione. Che ci vorrà mai a far ridere, pensai. Basta

A far ridere non ero capace. Punto.

Non avevo dubbi. Ci voleva mio fratello. Che alla sua mitragliatrice comica non avrebbe resistito nemmeno Clint Eastwood. Quando ci si vedeva tutti a cena, se non stavi attento, per quanto ridevi finivi a sputare riso dal naso.

Ci vedemmo in un pomeriggio di pioggia. Che come mi consigliereste tutti, è una frase di troppo, spezza il ritmo e non fa ridere.

Quando ci vedemmo, il suo consiglio fu inappellabile. “L’hai mai sentito Brignano? Pe falli ride devi dì e parolacce.”

“Le parolacce? In realtà si tratterebbe di qualcosa di più sofisticato.”

“Sofisti …ché? Ma devi fa ride o nun devi fa ride?”

“In effetti.”

“Prova?”

“C’era una volta una graziosa testa di cazzo.”

“C’era una volta? Ma che di solito inizi un libro co c’era na volta? Ma chi sei Collodi?”

“Di solito?” lo fulminai con lo sguardo. Lui faceva il falegname. Un lavoro faticoso, certo. Ma che ne sapeva della vera fatica. Anzi, che cazzo ne sapeva. Sottolineando cazzo. La fatica di scrivere. Di cercare qualcuno che creda nel tuo progetto. “Questo è il primo. Ti ricordi?” gli dissi con molta pazienza. “Sai, per pubblicare un libro ci vuole tempo. Devi maturare come scrittore. Trovare la tua voce”.

“Ma sti cazzi! Ma che è na conferenza de Eco? Conferenza. Conferenza. Conferenza”.

Sorrisi di nuovo. Stavolta per condiscendenza. Deridere uno scrittore famoso, per giunta appena morto, mi sembrava una cattiveria inutile. Un sacrilegio, ecco.

“Quindi? Com’o nizi di solito sto libro?”

“Si potrebbe provare con un dialogo.”

“Bene.” Mi fece cenno con la mano e lo interpretai come un’incitazione a mettere in pratica la regola.

Dobbiamo proprio deciderlo ora se ordinare un Beaujolais nouveau del ’97 o un Coteaux de Chalosse del ’98?” Mi guardava impassibile. Come se gli avessi rubato la sua sega preferita. La sua sega, mi ripetei in testa. In effetti anche sega poteva diventare un parolaccia. Ci pensai un po’ su. Avrei potuto dire come se lo avessi interrotto con la sua sega preferita. Che era pure una metafora. Me lo appuntai.

“Oh,” mi fece mio fratello irritato. “Ma che stai a scrive Il Nome della Cosa? O magari, Er Batacchio de Focò? E le parolacce?” insistette.

“Eh … dammi un attimo. Ora le aggiungo. Il processo creativo ha bisogno dei suoi tempi.” Mi vide scrivere e cancellare, cerchiare parole e spostarle.

“Ma che stai a fa?” mi chiese.

“Scrivere è riscrivere. Scrivere è cancellare.”

Mi guardò di nuovo come se avessi rifatto quella cosa con la sega.

E allora mi lanciai.

Mi lanciai … Insomma. C’era di mezzo una quasi-bestemmia. E pronunciare il nome di Dio invano era quasi peggio che pronunciare quello di Umberto Eco. Riflettei ancora un po’. Poi mi lancia. Stavolta sul serio.

Cristo!” Ormai l’avevo detto. E stava all’inizio. Doveva far ridere per forza. Proseguii. “Dobbiamo proprio deciderlo ora se ordinare un cazzo di Beaujolais nouveau del ’97 o una merda di Coteaux de Chalosse del ’98, porca troia?”

Stavolta la sega sembrava proprio che gliela avessi interrotta.

Chiuse gli occhi e si strinse la radice del naso. “Il tuo problema n so e parolacce. Il problema è che fai ride come n caro funebre.”

Avrei voluto dirgli che anche quella era una metafora, ma temevo fraintendesse.

“Guarda,” cercai di spostare il discorso sulle questioni che più mi premevano. “Lasciamo perdere le parolacce, che sono roba troppo grezza per un libro. In realtà anche l’ironia ha le sue regole. Partirei da quelle, così siamo sicuri che l’editor non storce il naso.”

“A me me risurta che pure Dante usava le parolacce,” asserì da dietro uno sguardo sicuro, leggermente interdetto. “Nell’inferno c’era uno coperto de merda, una puttana … e poi quello cor culo che fece trombetta”.

“Ma Dante lo faceva per rispettare le sillabe dei versi. Per la rima.”

“Sarà. Ma er culo che fa trombetta è na scureggia. E na scureggia fa ride.”

“Una scorreggia farà pure ridere in un bar. Ma in un libro non ci sta proprio.”

“Una scorreggia, che lo dici come se te la stai a trattené da mezz’ora, no de certo. Ma na scureggia fa ride eccome”.

La situazione mi stava sfuggendo di mano. Ero intrappolato fra la sega di Geppetto e la scorreggia di Dante.

“Come ti dicevo esistono alcune regole. Sai … come le istruzioni. Tu segui le istruzioni e l’apparecchio funziona. Una delle più importanti dice che all’inizio devi far vedere qualcosa, poi lo devi nascondere e alla fine lo devi far vedere cambiato”.

“Praticamente un porno. Ce manca solo Rocco Siffredi.” E fece quel gesto osceno all’altezza dell’inguine. “Inzomma sto Signor Editor niente parolacce, ma se è robba de sesso, allora va bene.”

“Non mi sono spiegato. Era per dire …” ma non riuscii a terminare.

“Ma poi che cazzo de cognome è Editor. Nun è italiano!”

Stavolta sembrava che avessero interrotto me, con la mia sega preferita. Passai oltre. “Un meccanismo comico molto efficace, che potrei provare nel libro è l’aforisma. Magari nella maniera colta e insolita in cui lo usa Woody Allen.”

A quelle parole mio fratello si alzò di scatto. Scuro in viso, mi diede le spalle. “Fraté, da te non mo sarei mai aspettato. Tutti sti problemi pe du parolacce e poi scherzi co e malattie serie. Io non te capisco proprio.”

“Malattie?” replicai incredulo.

“Sì guarda … Marisa. Ta ricordi a sorella de Danilo?” Annuii. “Ecco. L’hanno ricoverata tre giorni fa ar Policlinico co st’aforisma. Dice che ce l’ha qui, in mezzo alla fronte. Na roba tremenda, che po esse che va sott’i feri e manco se risveja.”

“Mi dispiace veramente,” lo incoraggiai. Mi alzai e gli appoggiai una mano sulla spalla. “Però penso che quello si chiami aneurisma. L’aforisma è una frase. O magari un paio”.

“Ah ecco. Me pareva. Non era da te scherzà co ste cose.” Si risedette come nulla fosse.

“Tornando a noi,” provai a ripartire. “Potrei fare come Woody Allen”

“Saresti perfetto, che to dico a fa,” asserì con assoluta convinzione. “Depresso sei depresso. La fica, manco col lumicino. Basta che te fai venì n po’ de raffreddore e te metti a barbettà …”

Non era tanto il depresso che mi indisponeva, ma quella cosa della fica. Quella non era proprio vera. Avevo avuto ben due donne nella mia vita. “In realtà intendevo che potrei provare a usare l’aforisma come lo usa Woody Allen. La tecnica consiste nel mettere una accanto all’altra una proposizione alta e una bassa.”

Mi guardò di nuovo con lo sguardo della sega. “Ah ho capito! Tipo, lo sai qual è il colmo pe Pippo Baudo? Fasse magnà in testa da Brunetta.”

Mi schiarii la voce e feci appello all’amore fraterno. “Una frase alta nel senso di colta. Una frase bassa nel senso di popolare. Come …” Mi ero messo di nuovo nei guai. Pensai. Riflettei. E mi venne un’idea. “La nuova frontiera della fisica è penetrare la materia oscura.”

“Che è pure l’obbiettivo de ogni omo,” concluse lui. Arricciando le labbra e allargando le braccia nell’universale posa dell’ovvietà.

Per carità, la regola era stata osservata nel dettaglio. Ma ero convinto che l’editore pensasse a una comicità frivola e leggiadra, sottile e allo stesso tempo acuta, tagliente ma discreta. Non a quel pastrocchio osceno e aggressivo. Far ridere, in fin dei conti, è una cosa seria.

“L’ultima tipologia che mi è stata consigliata è la serie comica,” gli dissi. Riflettendo con me stesso più che cercando un suo riscontro.

“Tipo i Simpson? Quelli sì che so forti. Ma hai detto che ar Signor Editor no je piacciono le parolacce. Sei sicuro che ce poi mette robba tipo ciucciami il calzino?”

Respirai. E cercai di riportare alla mente il motivo per cui avessi deciso di interpellare mio fratello. “Serie nel senso di insieme di elementi dello stesso tipo,” specificai. “Comica, nel senso che, per far ridere, ci aggiungi un intruso”.

“Tipo Signor Editor, libro comico, mi fratello?” rise a crepapelle battendosi il palmo sulla coscia.

“Non proprio.” Non sapevo più che dire. Avevo sbagliato tutto. Rivolgermi a lui mi aveva fatto perdere di vista l’asse portante del lavoro che la casa editrice si aspettava da me. Ero distrutto. E avevo perso tempo prezioso.

Mio fratello notò la mia espressione sconfitta, si avvicinò e mi cinse con un braccio le spalle. “Fraté,” mi disse, “Se vai avanti così nun c’hai speranza. Il libro nu to stampano, to tirano appresso. Damme retta. Ricomincia dae cose semplici.”

Mi voltai verso di lui. L’elementarità di quel commento mi colpì nel profondo. “Tipo quella cosa di Geppetto e della masturbazione?” gli chiesi. “Della sega” mi corressi, sentendo che ero vicino alla soluzione.

“Più semplice fraté. Ce sta n italiano, n francese e n tedesco.”

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