Archivio per marzo, 2016

Saremo in 4

Pubblicato: 24 marzo 2016 in Uncategorized

Stavolta verremo con voi dove vi pare. Stavolta saremo interi, non a puntate. Stavolta saremo in 4.

Cioè …. Saremo sempre in 2. Saremo sempre Alberto e Mario. Ma loro saranno in 4.

Coming soon. Ad aprile … il gran finale dei festeggiamenti.Colage

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Tempo prima di oraLimpida e fredda. Era stata così l’ultima notte della Stagione delle Foglie Assenti. La luna piena aveva acceso di bianco i pendii innevati e le stelle si erano allineate accanto ai picchi gemelli. Gli anziani avevano cantato e i tamburi erano tornati a rullare. Nella terra dei Grigi era di nuovo tempo di caccia.

Alla fine dei mesi freddi il rumore dello stomaco vuoto lo metteva sempre di cattivo umore. Lupo era il cacciatore più abile del suo popolo. Ma durante le Foglie Assenti le prede erano così scarse che nemmeno la sua destrezza con l’ascia di selce era sufficiente. Non appena gli alberi imbrunivano, i Grigi sapevano che iniziava un periodo di fame e di stenti. Mesi in cui anche gli insetti fuggivano il gelo e le riserve di bacche si assottigliavano a vista d’occhio. Durante quei brevi e interminabili giorni le donne dissotterravano radici. Gli uomini, invece, osservavano il cielo con ansia attendendo il primo mattino delle Foglie Verdi.

E quel mattino era finalmente arrivato.

Lupo si svegliò prima dell’alba e sgattaiolò fuori dalla grotta senza farsi sentire. Indossò il gonnellino di corteccia, afferrò l’ascia e si inoltrò nel bosco. Non aveva intenzione di aspettare oltre. La sua gente era allo stremo. I riti, le danze e i discorsi propiziatori non erano roba per lui. Conosceva le regole degli antichi e rispettarle lo aveva sempre aiutato a tornare a casa con le ossa sane e il cibo a tracolla. Ma considerava le cerimonie una perdita di tempo. Gli spiriti sapevano già che i Grigi avrebbero ripreso il sentiero della vita e della morte, serpeggiando fra le querce giganti fino al confine delle terre abitate. Non c’era ragione di perdere tempo.

Una volta nel folto degli arbusti, Lupo si accucciò ad annusare la brezza. Il suo fiuto leggendario lo avrebbe aiutato anche in quella occasione. Socchiuse gli occhi e si voltò nelle quattro direzioni, iniziando da quella dove i primi raggi del sole avevano schiarito i profili degli alberi. Cercava l’odore che ogni creatura emanava quando avvertiva la presenza di un predatore. Cercava il profumo della paura. Ma quella mattina l’alito del bosco sapeva solo di licheni, foglie marce e bacche velenose. Sbuffò e cercò di concentrarsi. Finché, puntando la linea dei muschi perenni, captò uno spiffero stantio, di sudore ed escrementi umani. Si sdraiò dietro un tronco caduto e impugnò l’ascia. Intorno al manico le nocche si fecero bianche. Strinse i denti. Tese le orecchie. Ogni muscolo si preparò ad attaccare.

Una folata più intensa si insinuò fra le fronde e i rami in alto cigolarono. Uno in particolare si lamentò più forte degli altri. Gemette. Scricchiolò. Poi si spezzò con uno schiocco netto. Una figura voluminosa e pesante precipitò mugugnando, rimbalzò più volte fra due tronchi vicini e cadde sul tappeto di foglie con un tonfo.

“Stramaledetto vento!” disse la figura fra i denti. “Possibile che debba sempre soffiare dalla parte sbagliata?” Si alzò in piedi portandosi la mano alla schiena, nel punto esatto su cui era atterrata. Imprecò in preda al dolore. “Gli alberi non sono più quelli di una volta.”

Lupo conosceva quella voce. E ora che ci pensava, anche quella puzza disgustosa. “Gufo,” gridò per spaventarlo uscendo allo scoperto. “Che ci fai fuori a quest’ora?”

Gufo fece un passo indietro e si portò una mano al petto. Tremava. Iniziò a balbettare e cercò a tastoni l’ascia nella cintola. Dopo un giro completo realizzò che non era lì. Abbassò lo sguardo e la intravide a terra, probabilmente caduta durante il volo. Barcollò fino al cerchio di pietre, la raccolse e la brandì di fronte a sé. Il braccio si agitava e se lo afferrò con l’altro, nel tentativo di tenerlo fermo. “Chi sei?” miagolò.

“Gli alberi non sono più quelli di una volta?” lo prese in giro Lupo girandogli intorno. “Non sarà mica colpa di quel pancione da nettare che ti ritrovi?”

Lontano dal controluce Gufo lo riconobbe. Si raddrizzò dolorante, allargò le spalle e si spolverò la mezza tunica di corteccia. “Ma sei impazzito? Ci mancava poco che ti spaccavo la testa,” roteò il polso fingendo destrezza e al secondo girò l’ascia gli sfuggì di mano. Atterrò qualche metro più in là.

“Ancora devo capire come fai a essere così grasso dopo tre lune di Foglie Assenti,” grugnì Lupo grattandosi il braccio peloso. “Noi arriviamo a stento alle Foglie Verdi e tu rotoli come una palla di neve giù dal pendio.”

“E’ perché non sapete cercare,” gli si avvicinò grattandosi il naso aquilino. “Puntate tutto sui muscoli,” batté entrambi i palmi sulle spalle possenti di Lupo, “e niente sulla testa,” si indicò una tempia. “Foglie, nettare, miele, bacche. C’è un mondo là fuori.”

“Ma noi siamo tanti. E tu tieni tutto per te. E’ per questo che la tua pelle è tesa come quella del tamburo.”

“Dì la verità che sei solo invidioso,” si percosse la pancia con vigore. “Chi pensi morirà prima se non riusciamo a sfuggire alla carestia? Io cerco solo di sopravvivere.”

Lupo mosse un passo verso di lui minaccioso e arricciò il naso. Passò l’ascia da una mano all’altra e gli si sollevarono i peli sulle spalle come quando cadevano i fulmini. Gufo indietreggiò. E stava per dire qualcosa quando la testa di Lupo scattò nella direzione opposta. Un odore evanescente gli aveva appena attraversato le narici. Acre. Pungente. Il profumo della paura.

“Cos’è?” chiese Gufo con interesse. “Cosa senti?”

“Se non passassi tutto il tuo tempo a ingozzarti e a nascondere il cibo, lo sentiresti anche tu.” Guardava lontano. Verso le colline innevate. “Che razza di cacciatore sei?”

“Sì, sì. Ora lo sento,” finse Gufo affiancandosi a Lupo. “Dai. Ti seguo, così in due lo catturiamo di certo.”

Lupo lo spinse via con un gesto. “Mi saresti solo d’intralcio.” Infilò l’ascia nella cintola e corse via. In direzione dei grandi massi che spiccavano verso il cielo al termine degli arbusti.

Sorpreso, Gufo esitò, poi gli corse dietro. Si arrestò quasi subito e tornò  in fretta sui suoi passi. Si piegò a fatica per raccogliere l’ascia e borbottò qualcosa, prima di riportare i suoi passi pesanti nelle orme di Lupo.

****

La lama di selce roteò fendendo l’aria con un sibilo.

Un lampo nocciola zigzagò giù dal tronco una frazione di secondo prima che l’ascia si conficcasse nella corteccia con un colpo sordo.

“Scappano come insetti,” si lamentò Lupo accucciandosi per recuperare la sua arma. “Sembra siano diventati più veloci.” Un anello di liane intrecciate gli pendeva dal torso. A ognuno dei cinque nodi era assicurato il cadavere di uno scoiattolo.

“Veloci?” replicò Gufo grattandosi la pancia. “Non starai diventando vecchio, ragazzone mio?”

Lupo guardò le sue prede e sollevò un sopracciglio in direzione della tracolla vuota di Gufo. Erano ore che vagavano lungo il sentiero della vita e della morte e il suo inutile compagno non aveva ancora catturato niente. Il magro bottino non sarebbe certo bastato a sfamare la loro gente.

“Continuo a chiedermi come mai i Grigi non ti abbiano ancora cacciato via a calci,” disse Lupo cercando una nuova traccia nell’aria.

“Un motivo ci sarà pure.”

“Non osservi le regole degli antichi. Non rispetti gli anziani.” Lupo si immobilizzò con il naso teso in direzione delle cortecce secche.

“Ti prego non dirmi che è un altro di quei maledetti affari pelosi che corrono come il vento.” Gufo stava riposando la schiena dolorante appoggiato a un albero giovane, ricurvo sotto il suo peso.

L’odore si era dissolto e Lupo si voltò verso di lui. “Ci fai pena, non ti accoppi con le femmine e non ci sei quasi mai. Per questo nessuno ti ha ancora allontanato”.

“Sulle femmine non sarei così sicuro.” Gufo si spolverò le spalle guardando a terra. “Non le vostre, per carità. Non quelle della grotta,” si affrettò a giustificarsi, incontrando lo sguardo penetrante di Lupo. “O forse non mi cacciate perché vi fanno comodo le informazioni che vi porto dai confini delle terre abitate? Anche regalucci come la fiamma o il veleno per pescare non mi sembra vi siano dispiaciuti.”

“Il sapere lo custodiscono gli anziani. Di che informazioni parli?” Lupo si sedette a terra, approfittando per riposare le piante dei piedi. Il sole era già oltre metà della corsa.

“Chi pensi abbia detto ai tuoi preziosi anziani che fine avessero fatto i Marroni?” Gufo indicò i corpi penzolanti dalla tracolla di Lupo.

I racconti degli anziani dicevano che quel fatto era avvenuto nel tempo prima di ora. Dicevano che Scoiattolo e la sua banda di Marroni avevano scavato in cerca delle pietre dorate. Quelle proibite. E che sul far della sera li aveva sorpresi un temporale. La buca si era trasformata in una pozza e il fango feroce li aveva intrappolati. Coperti da capo a piedi, avevano gridato per giorni in preda ad atroci dolori. Fino a quando, esausti, si erano addormentati. Al risveglio non sapevano più parlare ed erano coperti di peli del colore del fango. La pozza li aveva schiacciati fino a farli diventare piccoli come l’avambraccio di un uomo. Non erano più gente. Erano diventati gli animali che i Grigi cacciavano e chiamavano scoiattoli.

Lupo gettò un’occhiata alle sue prede e alle tracce di sangue che gli avevano lasciato sui peli ispidi del petto. “Quelli sono eventi del tempo prima di ora” grugnì. “Non li hai certo scoperti tu. I Grigi se li tramandano da sempre, di generazione in generazione.”

“Se lo dici tu,” Gufo si infilò nel naso adunco la lunga unghia del mignolo ed esplorò con insistenza la narice di destra.

“Non ho tempo di ascoltare le tue fandonie.” Lupo si alzò e afferrò l’ascia. Batté i piedi con forza e il suolo si scosse. Si era riposato abbastanza ed era ora di tornare a cercare orme nel sottobosco.

“Quindi di certo saprai cos’è accaduto ai Verdi,” Gufo lo sfidò guardandolo dritto negli occhi.

“Che vuoi dire?” Lupo si voltò di scatto. Una delle femmine con cui si accoppiava apparteneva al popolo dei Verdi e già da tre soli non tornava alla grotta. A suo tempo, d’accordo con quanto prescriveva la tradizione, Lupo l’aveva scambiata con sua figlia maggiore. Era così che i Grigi ei Verdi mantenevano la loro alleanza da tempi immemori. Dalla fine del tempo prima di ora, dicevano le storie.

Gufo si sollevò dal tronco, che sembrò tirare uno scricchiolio di sollievo. “Racconto solo fandonie. L’hai detto tu. Se vuoi saperlo, torna alla grotta e chiedilo agli anziani, no?” Gli diede le spalle e mosse qualche passo nella direzione opposta a quella di Lupo.

L’altro lo afferrò per la parte superiore della tunica e lo sollevò da terra.

“Va bene, va bene. Se proprio lo vuoi sapere, ti ci porto.” I piedi di Gufo annaspavano in aria cercando sostegno. Ma il grassone sorrideva. Sembrava soddisfatto.

Lupo lo lasciò andare e Gufo cadde a faccia avanti nelle foglie. Si rialzò barcollando. “Ecco bravo. Che se non mi lasciavi andare subito, stavolta sì che te la rompevo la testa.” Estrasse di nuovo l’ascia dalla cintola e piegò la faccia in uno sguardo minaccioso.

Lupo sbuffò. “I Verdi, ciccione. Cosa sai dei Verdi?”

“Giù.” Gufo indicò la base del pendio che precipitava ripido poco più in là. “Dobbiamo scendere fino al ruscello.”

“E allora scendi, che devo sbrigarmi. Alla grotta la nostra gente sta morendo di fame.” E con la pianta del piede lo spinse oltre l’orlo. Gufo rotolò verso il basso fra mugugni e sbuffi di foglie secche.

***

Due lombrichi pelosi si agitavano all’interno del cappio. Le dita di Lupo stringevano l’altra estremità del lungo filo di fibre d’agave.

Un animale tozzo, poco più grande di una mano si avvicinò guardingo. Era verde smeraldo e faceva un verso che Lupo non aveva mai sentito. A un palmo dal cappio si guardò intorno, scoprendo gli occhi tondi che gli spuntavano dal muso.

“Cos’è quell’essere mostruoso?”, sussurrò Lupo.

“Stai zitto, bisonte, che lo fai scappare.” Lo rimproverò Gufo. “E’ cibo.”

L’animale gonfiò la gola come una palla. Emise di nuovo quel suono ruvido, srotolò la lingua e afferrò uno dei lombrichi. In quell’istante Lupo strattonò il filo e il cappio si strinse.

“Ah!” esclamò Gufo. “Che ti avevo detto che avrebbe funzionato? Se non ci fossi io!” E si batté la pancia soddisfatto.

Mentre Lupo lo tirava a sé, appeso per la lingua, l’essere tentava di resistere spingendo sulle zampe palmate. “Potevi farlo da solo, allora,” gli disse.

“Ma io sono la mente,” Gufo oscillò gli indici vicino alle tempie. “Il braccio sei tu, ragazzone.” Lupo gli squadrò la mano posata sul suo bicipite e Gufo la ritrasse. “Dammi qui.” Il grassone si impossessò del filo e sollevò l’animale lasciandolo penzolare a mezzaria. Con l’altra mano si frugò sotto la tunica ed estrasse un involucro di foglie. Lo poggiò a terra, lo aprì e raccolse una delle bacche rosse lucenti che conteneva.

Lupo gli afferrò il braccio. “Quelle sono le bacche proibite. Solo gli anziani possono maneggiarle. Cosa vuoi farci?”

“Non so, pensavo a una bella festa. E volevo che la nostra amica, qui, si sentisse a suo agio.” Gufo sfoderò un sorriso forzato e gli mostrò i denti grigi. Poi tornò serio. “Cosa voglio farci? Secondo te?”

Lupo strinse la presa e il braccio iniziò a scricchiolare. “Non dovresti nemmeno averle. Quelle bacche sono pericolose.”

Gufo gemette. “Servono per ucciderla. Le rane muoiono se mangiano le bacche rosse.”

“Rane?” Lupo spalancò gli occhi. Rana era la sorella della sua femmina. Rana apparteneva al popolo dei Verdi.

“Le chiamano così,” si lamentò Gufo fra i denti. “Me lo stai spezzando,” disse spostando gli occhi sul suo avambraccio dolorante. La rana, dondolando dal cappio, continuava a gracidare. Lupo mollò la presa e con l’altra mano gliela strappò via. Era viscida. E batteva le palpebre in continuazione. Se la avvicinò alle narici e ne studiò l’odore. Lo scompose e dietro alle fragranze sconosciute avvertì una traccia comune. Era il profumo della paura.

Gufo ne approfittò per infilare di nuovo l’involucro con le bacche sotto la tunica. “Cibo,” disse orgoglioso. “Non era forse cibo per la nostra gente che stavi cercando?”

Lupo chiuse gli occhi e scivolò il polpastrello su per il ventre della rana. Cercava la pulsazione della vita. Quando l’ebbe trovata ci avvicinò la lunga unghia dell’indice. I Grigi se le lasciavano crescere e le affilavano come lame. La spinse più a fondo che poté e l’animale smise di agitarsi. Trascinò il dito fino alle zampe posteriori ed espose le viscere. Le strappò via con un gesto e sciacquò la rana nel ruscello. Il suo primo morso si portò via la testa e parte del tronco. “Dimmi cosa sai,” disse masticando con gusto.

“Rana era al lago tiepido in cerca di cavallette. Il cibo preferito dei Verdi. Ne dovresti sapere qualcosa, con quella femmina nel tuo gruppo.”

“Continua.” Lupo si infilò in bocca il resto della rana.

“Avvolta a un tronco morente ha trovato l’edera che scotta e si è fatta tentare dai suoi frutti”.

L’edera che scotta era la pianta proibita dei Verdi, si ricordò Lupo. Solo gli anziani potevano raccogliere i pomi gialli che produceva nella stagione delle Foglie Calde.

“Appena l’ha ingoiati un bruciore insopportabile le ha fatto venire i tremori,” proseguì Gufo. “Alla fine è svenuta. Quando si è svegliata era appesa a uno dei tralci. Per la lingua, che era diventata lunga e rossa. Mentre il calore le aveva gonfiato le pupille e il nettare della pianta le aveva fatto diventare la pelle verde e viscida. Da allora i Verdi sono diventati rane. Non sono più gente. Sono cibo.”

“E’ una storia come un’altra. Perché dovrei crederti sulla parola?”

“Non devi.”

“Già.” Lupo si strofinò le mani sui peli delle gambe e si alzò. “Ho poco tempo prima che il sole scenda dietro le montagne. Devo catturare qualche altra preda o i miei se la vedranno male.”

“Non devi credere alle mie parole ma potresti credere ai tuoi occhi.” Gufo sollevò le spalle e lo fissò da sotto le sopracciglia inarcate.

Lupo gli diede le spalle e si allontanò. Stavolta sperava sul serio che non lo seguisse.

“Sono i Bianchi ad aver deciso di chiamarle rane. Dalle loro parti ce ne sono in quantità. E io so dove trovarle. Se vuoi, ti ci porto,” gli gridò dietro.

Lupo tirava dritto per la sua strada. Un ramo secco schioccò sotto i suoi piedi.

“Pensaci. Branchi di centinaia e centinaia di rane in attesa della tua ascia. Non dovresti nemmeno prendere la mira. Prima dell’alba potresti mettere insieme il cibo che qui nel bosco richiederebbe giorni. Pensa al tuo gruppo.”

Lupo rallentò.

“Affamato. Nella grotta,” aggiunse Gufo.

Lupo si fermò, si voltò e tornò sulle sue orme a passo spedito. Raggiunse Gufo e lo afferrò per il collo. “Perché dovresti aiutarmi? Perché non ci vai da solo e tieni tutto per te come sempre? A te cosa ne viene?” gli chiese a brutto muso.

“Vi voglio bene,” disse Gufo con un filo di voce, respirando a fatica. “Siete pur sempre la mia famiglia.”

Lupo serrò la stretta. “Con me non ci provare. Non la bevo.”

“E va bene. Ne voglio metà. Io ti porto nella loro tana, ma sarai tu a doverle catturare.”

Lupo lo lasciò andare e Gufo cadde seduto fra le radici di una quercia.

***

“Sto ancora aspettando,” Lupo si era fatto impaziente. Le colline innevate si erano colorate di rosso e di lì a poco sarebbe arrivata la notte. Dalla sua tracolla penzolavano una decina di scoiattoli. Ma del luogo meraviglioso dove le rane si affollano a centinaia, nemmeno l’ombra.

“Hai troppa fretta,” borbottò Gufo che si trascinava stanco da un passo a un altro. “Ho fame. Offrimene uno,” e indicò le prede di Lupo.

“La nostra gente sta morendo. Certo che ho fretta. Quasi quasi ti metto giù a quattro zampe, ti monto e poi ti faccio a pezzi.” Lo squadrò dalla testa ai piedi. “Con te riusciremmo a sopravvivere per più di una luna.” Violentare un avversario lo escludeva dal mondo degli uomini. E se non sei un uomo, sei parte del bosco. Se non sei un cacciatore, allora sei una preda. Sei cibo. Lo dicevano le storie.

Gufo si voltò e per un attimo non riuscì a mascherare la paura dietro il velo dello scherno.

“Tranquillo grassone. Anche a pezzi saresti indigesto. Se ti portassi alla grotta come cibo, i Grigi mi maledirebbero per il resto della mia vita.” Lo spinse in avanti con la pianta del piede. “Sbrigati,” aggiunse.

Gufo inciampò e atterrò sugli alberi incrociati che segnavano la fine del sentiero della vita e della morte. Poco più lontano il grande fiume scorreva ai confini del bosco. Le sue acque si gonfiavano di bianco intorno alle pietre, gorgogliando più forte. Un coro di grida sommesse che cresceva in direzione dei muschi perenni ed esplodeva nel ruggito di Candida, la possente cascata.

Il grande fiume segnava il confine della terra dei Grigi.

“E ora? Dove si va?”

“E ora siamo arrivati.” Un sorriso gigante illuminò il viso di Gufo. “Ancora un piccolo sforzo per andare di là e ci siamo. Dai ragazzone che ce l’abbiamo fatta. Non sei contento?”

“Di là?” Lupo fece un passo indietro. “La terra dei Grigi finisce alla sponda. Di là non possiamo andare.”

“Sì, lo so. Lo dicono gli anziani. Lo dicono le storie.” Al solito tono di scherno si era aggiunto un ghigno che gli arricciava gli zigomi. Il naso aquilino sembrava più lungo. “Ma la nostra gente è affamata. L’hai detto tu. Che vuoi che sia una piccola trasgressione se ne va della loro sopravvivenza? Bastano un paio di alberi della giusta misura. Li buttiamo giù,” fece il gesto e il rumore di due tronchi che scricchiolano e precipitano, “o meglio li butti giù tu, che sei più forte,” si corresse. “E andiamo e torniamo in men che non si dica. Carichi di rane. So anche quali abbattere.” Gli indicò la direzione.

“Come fai a sapere quali abbattere?” Lupo si insospettì.

“E’ evidente. Sono quelli …” Gufo balbettò in cerca di una conclusione.

“Sei già stato qui, non è vero?” Lupo si irrigidì e sfiorò con il palmo il manico all’ascia. “Questa piccola trasgressione, come la chiami tu, l’hai pensata da tempo.”

Gufo esitò. Rifletté un momento, poi rimise su il suo sorriso festoso e si mosse verso il compagno. “Certo che l’ho pensata da tempo, ragazzone. Da quando ho visto le rane migrare verso la terra dei Bianchi. Siete convinti che io pensi solo a me stesso, ma non è così. Vi ho portato la fiamma. Vi ho portato il veleno per i pesci. E quando ho visto che durante le Foglie Assenti arrivava la carestia …”

Lupo non era convinto. “Se andiamo di là, la prenderanno come un’invasione e sarà guerra. Fra i Bianchi e i Grigi non corre buon sangue, lo sai.”

“Sarà guerra solo se ci scoprono.” Gufo gli strizzò un occhio e pettinò con le unghie la sua folta barba rossiccia. “Vuoi o non vuoi salvare la tua gente?”

Le fronde graffiarono l’aria frusciando ad alta voce e i due tronchi si schiantarono uno accanto all’altro sulla sponda opposta.

“Sapevo che ce l’avresti fatta,” si complimentò Gufo. “Bravo, ragazzone.” E assestò una pacca sulla spalla di Lupo che risuonò acquosa. Gufo si guardò il palmo della mano fradicio di sudore e, disgustato, se la asciugò su una gamba.

Attraversarono al tramonto in completo silenzio. Lupo era teso come una corda di violino. Seguire le regole degli anziani era ciò che lo aveva tenuto in vita fino a quel momento. Andavano rispettate. Le storie spiegavano cosa fare e cosa non fare nelle terre abitate. E loro stavano facendo il contrario. Ma il suo gruppo era affamato e non avrebbe resistito oltre. Era più importante salvarli o rispettare le regole? Le rane! Doveva pensare alle rane. Ai branchi numerosi dove la sua ascia avrebbe sempre colpito qualcosa.

Dovevano essere cauti, però. Nessuno doveva scoprirli. “Sta giù,” disse a Gufo, che camminava in punta di piedi stirando il collo oltre gli arbusti.

“Tranquillo,” gli rispose l’altro. “Qui al confine non c’è mai nessuno. Più o meno”.

“Che intendi più o meno?”

“Le rane, le rane …,” si affrettò a precisare Gufo.

“Ecco. Dove sono le rane? Facciamo in fretta.”

“Ci siamo quasi. La radura è dietro il grande albero,” e glielo indicò. “Ma non c’è fretta. E’ quasi notte e al ritorno ci proteggerà l’oscurità.”

Il cielo era ormai nero e la luna si era appena sollevata dall’orizzonte. Un disco luminoso che tuffava le loro ombre nelle acque del fiume. A Lupo suonava come un triste presagio.

Arrivarono al confine della radura serpeggiando fra arbusti ed erbe alte quanto loro. Gufo gli fece cenno di accucciarsi e di aspettare. Lupo sollevò il naso in direzione della brezza e tese le orecchie. Non sentì gracidare, né il tanfo viscido che aveva appreso lungo il ruscello. Non c’erano rane lì intorno. “Qui non c’è niente, grassone,” sussurrò Lupo fra i denti.

“Di notte sono in acqua e non cantano. Non puoi sentirle,” disse Gufo.

Ma nelle sua voce c’era un tremore che non lo convinceva. Da quando erano lì Gufo non staccava gli occhi dalla radura. Poi Lupo avvertì qualcosa. La traccia di un odore sconosciuto e lo strofinare di passi leggeri sull’erba. Il suo viso si contorse. Pensò ai Bianchi. Alle regole degli anziani. Alla guerra. Si irrigidì e afferrò il braccio di Gufo.

“E’ già qui?” gli chiese l’altro.

“Già qui? Di che diavolo parli?”

“Di chi, vorrai dire” Sul viso di Gufo era comparso un alone che Lupo non aveva mai visto. Gli occhi si erano piegati verso il basso e, nonostante il biancore della luce lunare, le sue guance sembravano arroventate.

“Ce ne dobbiamo andare, grassone. Qualcuno si sta avvicinando. Sento i passi. Sento l’odore.” Lupo continuava a strattonarlo ma Gufo non staccava gli occhi dalla radura.

“Piacerebbe anche a me,” disse continuando a fissare il lago di luce fra gli alberi.

“Cosa?”

“Sentire il suo odore.”

“Stai delirando. Se ci scoprono è la fine. Vieni via.”

Gufo si voltò di scatto con il viso contratto in una smorfia di rabbia. In mano aveva l’ascia e la agitava come fosso pronto a colpire. “Se vuoi vattene,” soffiò sotto il naso aquilino. “Io rimango ancora un po’. Poi ti raggiungo dall’altra parte del fiume.”

“Tu vieni con me. Ora. Non ti lascerò scatenare una guerra per … non so nemmeno perché?”

“Chi è là?” gridò da lontano una voce dura, ma delicata.

Lupo si gettò fra le erbacce. Gufo ne approfittò per divincolarsi e si nascose dietro il grande albero.

“Vi ho visto,” insistette la voce. “Uno grosso e alto. Uno piccolo e grasso. L’odore non lo riconosco, ma gli scherzi non mi piacciono. Se non venite fuori, corro al villaggio e torno con i miei fratelli.”

“E’ bellissima,” sussurrò Gufo. Lupo chiuse gli occhi e strinse i denti. “Guardala, se non mi credi,” insistette Gufo.

Lupo si sporse oltre un arbusto e guardò verso il confine opposto della radura. Una femmina dalla pelle ambrata era in piedi con lo sguardo rivolto nella sua direzione. Aveva due fascine di erba strette fra il corpo e le braccia. Un mantello di ricci neri le scendeva fino alle anche. Era magra ma aveva il seno rigoglioso di una madre che allatta. Una giovane femmina dei Bianchi, non c’era dubbio. Quella era l’erba di cui erano ghiotti. E con se non aveva niente. Il villaggio non poteva essere lontano.

“E bellissima,” ripeté Gufo. “Vedrai che non scapperà,” cercò di convincere sé stesso ad alta voce. “Ti ho portato con me per questo. Non posso  lasciarmi scappare questa opportunità. Non posso.”

Lupo cercò di dirgli qualcosa ma Gufo era ormai allo scoperto. Camminava in trance nel lago di luce pronunciando frasi sconnesse.

Non appena lo vide, la femmina dei Bianchi spalancò la bocca terrorizzata. Lasciò cadere a terra le due fascine e prese a correre verso il villaggio.

Gufo le trotterellava dietro,  ribadendo senza sosta le stesse frasi. “Non voglio farti del male. Sei bellissima. Lasciami parlare.”

Lupo picchiò i pugni sul terreno e si lanciò all’inseguimento. Non aveva scelta se voleva evitare una guerra. Superò Gufo in un batter d’occhio, si infilò fra gli alberi e altrettanto rapidamente piombò sulla femmina. La sdraiò a terra e la costrinse sotto il ginocchio.

“Che volete da me, Grigi schifosi?” gridò lei cercando di sottrarsi al peso di Lupo.

“Io nulla,” rispose lui. “Mi dispiace,” aggiunse fra i denti stretti, con gli occhi rivolti altrove.

“Ti dispiacerà di più appena i miei fratelli ti metteranno le mani addosso. Lasciami andare!”

“Non posso.”

“I miei fratelli stanno arrivando, li sento. Ti conviene scappare finché sei in tempo.”

“Non sta arrivando nessuno. Le mie orecchie funzionano bene. Mi dispiace.” C’era un profondo rammarico nella voce di Lupo. “Mi dispiace,” aggiunse.

“Cosa vuoi farmi?” chiese lei non appena capì.

“Lepre,” sussurrò Gufo raggiungendoli, guardando la femmina negli occhi.

“Conosci anche il suo nome?” sibilò Lupo.

“Non puoi,” lo implorò Gufo cadendogli accanto in ginocchio.

“E’ colpa tua. E sai bene che farla sparire è l’unico modo per evitare una guerra,” Lepre riprese a scuotersi ancora più forte. “La nostra gente sta morendo di fame. Siamo troppo deboli. Se la monto contro la sua volontà non sarà più gente, sarà cibo. Una vita recisa per salvarne molte.”

“Non puoi,” gridò Gufo cercando di aggredirlo.

Lupo si alzò in piedi, afferrò Lepre con un braccio e con un calcio spinse Gufo lontano. Lo vide cadere a terra e battere la testa su una pietra. “Per quello che sto per fare ti porterai dentro il rimorso per il resto della vita,” gridò nella sua direzione, mentre sdraiava Lepre pancia sotto su un tronco caduto. Con un solo gesto le strappo via la tunica e le scoprì i genitali. Si alzò il gonnellino e le afferrò i fianchi. “A me, invece, spetterà la gratitudine della mia gente,” gridò mentre affondava dentro di lei.

Gufo scosse la testa e mentre la scena si materializzava attraverso la nebbia, inorridì. “Non te lo permetterò,” urlò mentre correva verso Lupo frugandosi sotto la tunica. Afferrò le bacche proibite e, senza pensare alle conseguenze, saltò addosso al compagno, schiacciandogliele sul viso.

Lupo fermò gli affondi e si passò la mano sulle guance in silenzio. “Cos’hai fatto?” sussurrò. “Cos’hai fatto?” gridò. Poi qualcosa iniziò ad ardergli dentro, come un incendio vorace che dalla pancia risaliva verso la testa. I suoi occhi divennero gialli come la giada e il suo viso si arricciò in un ghigno feroce. Con la mano sporca di bacche afferrò Gufo e lo scaraventò contro un albero. Poi rinsaldò la presa sui fianchi di Lepre e riprese gli affondi. E più affondava più il bruciore sembrava crescere. Le lunghe unghie dei Grigi divennero artigli.

Lepre si voltò gemendo per i suoi colpi. Poi lo guardò in viso e si mise a urlare, non era più il dolore a terrorizzala. La paura le aggredì prima i capelli, poi la pelle. Entrambi divennero bianchi come la neve. E mentre gli artigli di lupo si facevano sempre più spessi e i suoi affondi più frequenti, i fianchi di lepre si ingrandivano e si incurvavano. “Aiutatemi, vi prego,” gridava lei mentre una peluria spessa e candida le rivestiva il corpo.

Gufo si alzò ed estrasse le pietre focaie. Lupo lo intravide con la coda dell’occhio. Il suo naso aquilino si era incurvato fin quasi a toccare il mento e sembrava diventato duro e lucido come i sassi del torrente. Dalla punta delle orecchie gli spuntavano ciuffi di peli. “Non puoi. Ci scopriranno,” gli disse Lupo non appena capì le sue intenzioni.

“Pagherai per quello che le hai fatto,” disse l’altro scoccando un’altra scintilla.

Lepre approfittò della distrazione di Lupo per assestargli un morso sul polso, farlo barcollare e sottrarsi con un guizzo al suo peso. Prima che Lupo riuscisse a reagire, la vide correre via a balzi sulle sue nuove gambe curve e possenti. Bianca come i petali delle margherite, fuggiva verso le colline innevate.

Gufo scoccò la scintilla definitiva e fiamme verdi e azzurre li circondarono in un baleno.

Lupo gli corse incontro. “Guarda cos’hai fatto,” gli ringhiò in faccia mostrandogli i peli ispidi che gli crescevano sulla pelle e i canini che si allungavano oltre i  margini delle labbra. “Guarda cos’hai fatto.” Gli prese gli occhi e glieli divaricò. “Guarda,” insistette alitandogli nelle pupille ormai giganti.

Gufo cercò di divincolarsi ma Lupo lo afferrò per le scapole. “Perché usare le bacche proibite? Perché?”.

Per una istante Gufo sembrò trovare una risposta. Ma la lasciò andare. “Nel mondo degli uomini non c’è ancora una parola per ciò che mi ha spinto fin qui,” gli rispose prima di affondargli un artiglio nel braccio peloso. Lupo gemette e scoprì i denti fin oltre le gengive. Gufo strattonò per un’ultima volta e la sua pelle, ormai cosparsa di piume, cedette alla forza del compagno cacciatore. Da dove prima c’erano ossa fuoriuscirono un paio di ali corte ma potenti. Lupo, sorpreso dall’apparizione, esitò e Gufo ne approfittò per librarsi e volare via. Il vento generato dalla sua fuga spense le fiamme. Ma non prima che il fumo avesse lasciato sulle sue piume e sul pelo di Lupo uno spesso manto di grigio. Non un grigio qualunque, però. Quello della cenere rimasta a terra dopo l’incendio.

Lupo lanciò verso la luna il suo grido disperato.

****

La guerra non ci fu.

Ma da quel giorno la lepre delle nevi non esce più all’aperto di notte, dorme al sicuro in un cunicolo scavato nel suolo al limitare del bosco. Il gufo reale riposa di giorno e, non appena cala l’oscurità, veglia su di lei. Spalanca i suoi occhi giganti e lancia versi per spaventare le creature del buio.

Da quel giorno la lepre e il gufo non sono più gente. Sono altro.

Nemmeno il lupo è più gente. I suoi occhi di giada vagano nel folto degli alberi. Cerca la lepre, forse per vendicarsi del gufo. Ma cerca soprattutto quell’odore acre e pungente che ogni preda emette quando il cacciatore è vicino. Cerca il profumo della paura.

E gli anziani avevano torto. Il tempo prima di ora non è ancora finito.

Geppetto e la sega DEFNon ci crederete mai. Il giorno più triste della mia vita fu quando mi dissero che, sì, mi avrebbero pubblicato. Ma solo se li avessi fatti ridere.

Sulle prime offrii un sorriso spavaldo. Per uno scrittore abile, versatile, profondo, intenso ma essenziale, delicato ma potente, luminoso, direi raggiante come me sarebbe stato un gioco da ragazzi. Ne ero convinto. Che ci vorrà mai a far ridere, pensai. Basta

E lì entrai in crisi. Proprio su quei puntini di sospensione. L’ultima volta che avevo fatto ridere qualcuno era stato negli spogliatoi della piscina calandomi il costume. Ma l’episodio non si addiceva certo a un opera letteraria.

Urgeva una soluzione rapida ed efficace. Mi arrovellai per mezza giornata, poi convocai mio fratello, che fa il falegname. Un uomo estremamente virile. Come Geppetto a cui fu sufficiente masturbarsi per fare Pinocchio.

Ecco, appunto, direte, non fa ridere. Quella battuta, infatti, non l’avevo mai capita. Forse non era proprio masturbarsi. Forse, ora che ci penso bene, c’era di mezzo una sega. Ma non per niente lassù, dopo Basta ci sono i puntini di sospensione. Che ci vorrà mai a far ridere, pensai. Basta

A far ridere non ero capace. Punto.

Non avevo dubbi. Ci voleva mio fratello. Che alla sua mitragliatrice comica non avrebbe resistito nemmeno Clint Eastwood. Quando ci si vedeva tutti a cena, se non stavi attento, per quanto ridevi finivi a sputare riso dal naso.

Ci vedemmo in un pomeriggio di pioggia. Che come mi consigliereste tutti, è una frase di troppo, spezza il ritmo e non fa ridere.

Quando ci vedemmo, il suo consiglio fu inappellabile. “L’hai mai sentito Brignano? Pe falli ride devi dì e parolacce.”

“Le parolacce? In realtà si tratterebbe di qualcosa di più sofisticato.”

“Sofisti …ché? Ma devi fa ride o nun devi fa ride?”

“In effetti.”

“Prova?”

“C’era una volta una graziosa testa di cazzo.”

“C’era una volta? Ma che di solito inizi un libro co c’era na volta? Ma chi sei Collodi?”

“Di solito?” lo fulminai con lo sguardo. Lui faceva il falegname. Un lavoro faticoso, certo. Ma che ne sapeva della vera fatica. Anzi, che cazzo ne sapeva. Sottolineando cazzo. La fatica di scrivere. Di cercare qualcuno che creda nel tuo progetto. “Questo è il primo. Ti ricordi?” gli dissi con molta pazienza. “Sai, per pubblicare un libro ci vuole tempo. Devi maturare come scrittore. Trovare la tua voce”.

“Ma sti cazzi! Ma che è na conferenza de Eco? Conferenza. Conferenza. Conferenza”.

Sorrisi di nuovo. Stavolta per condiscendenza. Deridere uno scrittore famoso, per giunta appena morto, mi sembrava una cattiveria inutile. Un sacrilegio, ecco.

“Quindi? Com’o nizi di solito sto libro?”

“Si potrebbe provare con un dialogo.”

“Bene.” Mi fece cenno con la mano e lo interpretai come un’incitazione a mettere in pratica la regola.

Dobbiamo proprio deciderlo ora se ordinare un Beaujolais nouveau del ’97 o un Coteaux de Chalosse del ’98?” Mi guardava impassibile. Come se gli avessi rubato la sua sega preferita. La sua sega, mi ripetei in testa. In effetti anche sega poteva diventare un parolaccia. Ci pensai un po’ su. Avrei potuto dire come se lo avessi interrotto con la sua sega preferita. Che era pure una metafora. Me lo appuntai.

“Oh,” mi fece mio fratello irritato. “Ma che stai a scrive Il Nome della Cosa? O magari, Er Batacchio de Focò? E le parolacce?” insistette.

“Eh … dammi un attimo. Ora le aggiungo. Il processo creativo ha bisogno dei suoi tempi.” Mi vide scrivere e cancellare, cerchiare parole e spostarle.

“Ma che stai a fa?” mi chiese.

“Scrivere è riscrivere. Scrivere è cancellare.”

Mi guardò di nuovo come se avessi rifatto quella cosa con la sega.

E allora mi lanciai.

Mi lanciai … Insomma. C’era di mezzo una quasi-bestemmia. E pronunciare il nome di Dio invano era quasi peggio che pronunciare quello di Umberto Eco. Riflettei ancora un po’. Poi mi lancia. Stavolta sul serio.

Cristo!” Ormai l’avevo detto. E stava all’inizio. Doveva far ridere per forza. Proseguii. “Dobbiamo proprio deciderlo ora se ordinare un cazzo di Beaujolais nouveau del ’97 o una merda di Coteaux de Chalosse del ’98, porca troia?”

Stavolta la sega sembrava proprio che gliela avessi interrotta.

Chiuse gli occhi e si strinse la radice del naso. “Il tuo problema n so e parolacce. Il problema è che fai ride come n caro funebre.”

Avrei voluto dirgli che anche quella era una metafora, ma temevo fraintendesse.

“Guarda,” cercai di spostare il discorso sulle questioni che più mi premevano. “Lasciamo perdere le parolacce, che sono roba troppo grezza per un libro. In realtà anche l’ironia ha le sue regole. Partirei da quelle, così siamo sicuri che l’editor non storce il naso.”

“A me me risurta che pure Dante usava le parolacce,” asserì da dietro uno sguardo sicuro, leggermente interdetto. “Nell’inferno c’era uno coperto de merda, una puttana … e poi quello cor culo che fece trombetta”.

“Ma Dante lo faceva per rispettare le sillabe dei versi. Per la rima.”

“Sarà. Ma er culo che fa trombetta è na scureggia. E na scureggia fa ride.”

“Una scorreggia farà pure ridere in un bar. Ma in un libro non ci sta proprio.”

“Una scorreggia, che lo dici come se te la stai a trattené da mezz’ora, no de certo. Ma na scureggia fa ride eccome”.

La situazione mi stava sfuggendo di mano. Ero intrappolato fra la sega di Geppetto e la scorreggia di Dante.

“Come ti dicevo esistono alcune regole. Sai … come le istruzioni. Tu segui le istruzioni e l’apparecchio funziona. Una delle più importanti dice che all’inizio devi far vedere qualcosa, poi lo devi nascondere e alla fine lo devi far vedere cambiato”.

“Praticamente un porno. Ce manca solo Rocco Siffredi.” E fece quel gesto osceno all’altezza dell’inguine. “Inzomma sto Signor Editor niente parolacce, ma se è robba de sesso, allora va bene.”

“Non mi sono spiegato. Era per dire …” ma non riuscii a terminare.

“Ma poi che cazzo de cognome è Editor. Nun è italiano!”

Stavolta sembrava che avessero interrotto me, con la mia sega preferita. Passai oltre. “Un meccanismo comico molto efficace, che potrei provare nel libro è l’aforisma. Magari nella maniera colta e insolita in cui lo usa Woody Allen.”

A quelle parole mio fratello si alzò di scatto. Scuro in viso, mi diede le spalle. “Fraté, da te non mo sarei mai aspettato. Tutti sti problemi pe du parolacce e poi scherzi co e malattie serie. Io non te capisco proprio.”

“Malattie?” replicai incredulo.

“Sì guarda … Marisa. Ta ricordi a sorella de Danilo?” Annuii. “Ecco. L’hanno ricoverata tre giorni fa ar Policlinico co st’aforisma. Dice che ce l’ha qui, in mezzo alla fronte. Na roba tremenda, che po esse che va sott’i feri e manco se risveja.”

“Mi dispiace veramente,” lo incoraggiai. Mi alzai e gli appoggiai una mano sulla spalla. “Però penso che quello si chiami aneurisma. L’aforisma è una frase. O magari un paio”.

“Ah ecco. Me pareva. Non era da te scherzà co ste cose.” Si risedette come nulla fosse.

“Tornando a noi,” provai a ripartire. “Potrei fare come Woody Allen”

“Saresti perfetto, che to dico a fa,” asserì con assoluta convinzione. “Depresso sei depresso. La fica, manco col lumicino. Basta che te fai venì n po’ de raffreddore e te metti a barbettà …”

Non era tanto il depresso che mi indisponeva, ma quella cosa della fica. Quella non era proprio vera. Avevo avuto ben due donne nella mia vita. “In realtà intendevo che potrei provare a usare l’aforisma come lo usa Woody Allen. La tecnica consiste nel mettere una accanto all’altra una proposizione alta e una bassa.”

Mi guardò di nuovo con lo sguardo della sega. “Ah ho capito! Tipo, lo sai qual è il colmo pe Pippo Baudo? Fasse magnà in testa da Brunetta.”

Mi schiarii la voce e feci appello all’amore fraterno. “Una frase alta nel senso di colta. Una frase bassa nel senso di popolare. Come …” Mi ero messo di nuovo nei guai. Pensai. Riflettei. E mi venne un’idea. “La nuova frontiera della fisica è penetrare la materia oscura.”

“Che è pure l’obbiettivo de ogni omo,” concluse lui. Arricciando le labbra e allargando le braccia nell’universale posa dell’ovvietà.

Per carità, la regola era stata osservata nel dettaglio. Ma ero convinto che l’editore pensasse a una comicità frivola e leggiadra, sottile e allo stesso tempo acuta, tagliente ma discreta. Non a quel pastrocchio osceno e aggressivo. Far ridere, in fin dei conti, è una cosa seria.

“L’ultima tipologia che mi è stata consigliata è la serie comica,” gli dissi. Riflettendo con me stesso più che cercando un suo riscontro.

“Tipo i Simpson? Quelli sì che so forti. Ma hai detto che ar Signor Editor no je piacciono le parolacce. Sei sicuro che ce poi mette robba tipo ciucciami il calzino?”

Respirai. E cercai di riportare alla mente il motivo per cui avessi deciso di interpellare mio fratello. “Serie nel senso di insieme di elementi dello stesso tipo,” specificai. “Comica, nel senso che, per far ridere, ci aggiungi un intruso”.

“Tipo Signor Editor, libro comico, mi fratello?” rise a crepapelle battendosi il palmo sulla coscia.

“Non proprio.” Non sapevo più che dire. Avevo sbagliato tutto. Rivolgermi a lui mi aveva fatto perdere di vista l’asse portante del lavoro che la casa editrice si aspettava da me. Ero distrutto. E avevo perso tempo prezioso.

Mio fratello notò la mia espressione sconfitta, si avvicinò e mi cinse con un braccio le spalle. “Fraté,” mi disse, “Se vai avanti così nun c’hai speranza. Il libro nu to stampano, to tirano appresso. Damme retta. Ricomincia dae cose semplici.”

Mi voltai verso di lui. L’elementarità di quel commento mi colpì nel profondo. “Tipo quella cosa di Geppetto e della masturbazione?” gli chiesi. “Della sega” mi corressi, sentendo che ero vicino alla soluzione.

“Più semplice fraté. Ce sta n italiano, n francese e n tedesco.”