Quella mattina

Pubblicato: 23 febbraio 2016 in Micronarrabit

Quella mattina avevo deciso di mettere i gemelli. Quelli che mio padre mi aveva regalato per la comunione. A quel tempo lui sapeva già cosa avrei fatto da grande. Lo aveva sempre saputo. Da prima ancora che nascessi. Avrei fatto quello che faceva lui. Come prescriveva la gloriosa storia della nostra famiglia. Fatta di due nomi a generazioni alterne. Dario, Sergio, Dario, Sergio, fino alla fine dei tempi. E fatta dell’Azienda, con la A maiuscola. Creata dal trisnonno Dario. O forse era Sergio, chissà.

Quella mattina avevo iQuella mattinal vestito buono perché inauguravamo la nuova ala. Che poi un’ala dovrebbe essere qualcosa che si muove, o che perlomeno sta di lato. Questo, invece, stava sopra. Sì, era solo un altro piano. Il centoquarantacinquesimo della Torre A. La sede dell’Azienda. La nostra gloriosa famiglia ne inaugurava uno ogni anno. Più o meno uno ogni miliardo di fatturato. Ci piaceva guardare dall’alto la nostra città e sognavamo il giorno in cui l’ombra della Torre avrebbe toccato il mare. In realtà ero l’unico a sognarlo, perché ero l’unico a cui piacesse il mare. Il resto della gloriosa famiglia viveva fra riunioni a cinque stelle e transazioni a ventiquattro carati.

Quella mattina il colletto inamidato stringeva più del solito. La prigione gessata di sartoria si era trasformata senza avvertire in una cella di isolamento. Soffocavo, in quella hall grande come San Siro, puntinata di scollature da cocktail. Forse perché mia madre aveva preso la Jaguar, lasciandomi le chiavi di un’Audi sgangherata che nemmeno mia zia voleva più guidare. O forse, più probabile, perché li vedevo là fuori.

Appesi alle corde i lavavetri dondolavano come pirati su un vascello. Loro all’aria aperta, io imprigionato fra tartine oleose e scie di dopobarba tedeschi. Loro liberi di salire e scendere a piacimento, io immobile, in attesa che passasse il vassoio per mollare il bicchiere. Uno di loro accennò un saluto con il pugno pieno del suo drappo spumeggiante e mi sorrise brandendo lo scettro che gocciava. Si vedeva che era felice. Si vedeva che quella sera sarebbe tornato a casa contento di una giornata produttiva. Dieci, quindici, venti vetri. Aveva un numero, lui, da raccontare a suo figlio. E per un istante invidiai quegli uomini liberi.

Quella mattina, poco più tardi, venne giù il temporale. Il vento spinse la grandine contro i vetri in un concerto di percussioni.

Uomo saggio, mio padre, a darmi il nome del nonno.

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