Nei narrabit precedenti … Enzo, un poliziotto della vecchia guardia, e Sandro, una recluta, sono appostati in un appartamento fatiscente della periferia romana. Tengono d’occhio un migrante, un sospetto terrorista. Nel frattempo una collega sotto copertura li tiene aggiornati sui suoi spostamenti.

Lara, aspirante giornalista, è a caccia di una storia per il suo blog. Sotto casa staziona da giorni un senzatetto dall’aspetto mediorientale che è convinta abbia una vicenda da raccontare. Mentre gli prepara un pasto-esca rincasa Ambra, la sua coinquilina tutta tacchi e curve. Fra le 2 ci sono evidenti trascorsi e Lara vorrebbe che Ambra la accompagnasse dal migrante.

Lara sospira. Afferra la sua Lagostina nuova di zecca e la svuota nello scolapasta. Con la coda dell’occhio vede la pelle dorata di Ambra ricomparire oltre lo stipite. Ha tolto la camicia e il reggiseno le contiene a fatica il seno rigoglioso. Il freddo del pomeriggio le ha indurito i capezzoli. Lara inghiotte a vuoto e per un attimo il pasto del barbone … migrante … passa in secondo piano – Il cellulare – le dice Ambra indicandolo – mi ha ricontattato Alex – aggiunge ammiccando e sparisce.

Alex è il dirigente di una delle aziende per cui lavora. Quello con cui ha scopato fino a un paio di settimane prima. Per sport. Niente di serio, ha detto, fino al giorno in cui lui ha tagliato i ponti.

Episodio 1

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il tredicesimo giorno narrabit (1)E’ una squilibrata – Sandro sorseggia dalla bottiglia di Peroni. Nel cartone della pizza manca la sua metà –Non riesce più a vedere i confini e confonde la vita con i suoi ruoli.

E’ la solita tiritera di chi va in bianco – Enzo afferra la sua fetta di Margherita, la ripiega su sé stessa e se la porta alla bocca. Una lingua rossa fumante gli atterra sulla giacca di pelle – Egiziani del cazzo! Non riuscirebbero a far stare il pomodoro sulla mozzarella nemmeno con la colla. Possibile che non si riesca più a trovare un maledetto pizzettaro romano?

Quando le hanno proposto di passare sul campo, sotto copertura, si è isolata per 3 mesi con una russa che insegna il metodo Stanislavskij – prosegue Sandro – Entrare nella testa del personaggio, sentire ciò che sente. Diventare il personaggio. Si era trasformata in una specie di ossessione. Dopo un po’ mi svegliavo senza sapere se quella con cui ero andato a letto la sera prima era la stessa che avevo accanto.

E ti lamenti? Te ne scopi una la sera e la mattina te ne ritrovi un’altra fra le lenzuola – il rutto di Enzo echeggia amplificato nel vuoto a perdere. Il collo della bottiglia restituisce alla stanza una nota tremolante.

Sì, infatti mi ha liquidato un paio di settimane fa dicendo che non ero adatto alla protagonista della nuova parabola. Capisci con chi abbiamo a che fare? Stiamo alle calcagna di musulmani invasati e il nostro agente sul campo chiama le sue missioni parabole!

La fiamma dell’accendino fa crepitare il tabacco. La carta si incendia ed Enzo aspira avidamente. Trattiene il respiro, poi, mentre esala una scia grigia e acre verso il soffitto, canticchia le note del “Laudato sii”. Le segue a passo di danza con gli occhi fissi sul giovane collega – Almeno parlano la stessa lingua.

Falla finita – Sandro lo liquida con un gesto, afferra lo smartphone di servizio e inizia a cercare con i polpastrelli.

Allora fai solo finta che non te ne frega niente! In realtà essere stato piantato in asso ti brucia – lo sfotte Enzo mentre la sedia di plastica riprende a cigolare sotto il suo peso.

La cosa è seria. Guarda qui. Guarda i messaggi che scrive. Il suo MO non coincide – legge Sandro – Siamo in pieno Ramadan ma non lo vedo pregare. L’SI bofonchia in continuazione ma non si inginocchia. Non lo vedo abboffarsi dopo il tramonto o prima dell’alba. Sta fuori. Pensa di essere sul set di Criminal Minds – scuote la testa – Capisco che la sua famiglia non sia proprio quella del Mulino Bianco, ma non può essere una giustificazione per tutto.

Che intendi?

Non sai niente di lei?

Non direi. Ai miei tempi non si usava ficcare il naso nella vita dei colleghi – Enzo tossisce e sputa rivoli gialli nel tovagliolo unto con il logo della pizzeria takeaway.

Nemmeno se rischiavano di mandare all’aria un’indagine?

Nemmeno. Per quello c’erano le procedure, i superiori, la Disciplinare. Ce l’hai con la collega ma in fin dei conti, fra telefilm, nomi utente e password, vi sentite tutti un po’ degli Dei – In strada calano le prime serrande. L’Alimentari ha finito la ricotta e una cliente se ne va scontenta, raccontando il suo disappunto all’asfalto. I bambini della parrocchia gridano affamati all’uscita dal catechismo.

Sandro stringe i molari. Conta fino a 10 e continua – Viene da un paesino della Ciociaria. Suo padre puliva i bagni di una stazione di servizio sull’A1. La madre è morta di sclerosi multipla quando era adolescente. E nell’ultimo periodo toccava a lei farle il bagno, perché la Signora Codi non voleva che gli uomini di casa la vedessero nuda.

Uomini?

Il padre e un fratello. Morto anche lui. Si è impiccato qualche giorno dopo senza lasciare nemmeno un biglietto. Aveva 16 anni.

Roba che lascia il segno – Enzo abbassa lo sguardo e accartoccia il filtro nel posacenere strapieno. Si infila le cuffie, le copre con le mani e socchiude gli occhi. Il ronzio della strada è un bel luogo in cui diluire i ricordi.

Roba che ti frigge il cervello – sottolinea Sandro.

In quei casi hai solo due possibilità – Enzo fa scivolare di nuovo la cuffia sul collo. Il suo ghigno ironico si è dissolto – Una è quella di comprare una pistola e cercare qualcuno che ti dia un buon motivo per usarla.

Già. E lei ormai è a caccia h24. E’ ambiziosa, determinata. Cocciuta come un mulo. Non permette a niente e a nessuno di mettersi fra sé stessa e la soluzione di un caso.

Mi piace la “collega” – Enzo si toglie il berretto lacero e ricompone la coda brizzolata. Quando l’indice sfiora la cicatrice sulla tempia, la mano rallenta. Non ricorda quasi niente di quel giorno. L’ha cancellato. O forse è stato inghiottito da quel solco che ogni tanto accarezza come qualcosa di sacro – Finalmente qualcuna che oltre alle tette ha anche un po’ di palle.

Se vuoi ci metto una buona parola – Sandro accenna allo smartphone. Pronto a comporre il numero.

Sono troppo vecchio per queste cazzate. Quel tipo di servizi preferisco pagarlo. Più facile. Niente impegno. Niente strascichi.

Già, dimenticavo. Il poliziotto depresso, consumato dal tabacco, a fine carriera. Anche tu hai una reputazione da difendere.

Enzo scava all’interno della giacca di pelle e si porta alle labbra un’altra sigaretta.

Ma te le devi fumare per forza una dietro l’altra? – Sandro si alza e spalanca le finestre. La notte pungente risucchia la nuvola densa all’esterno e la sua lama affilata gli sfiora il collo.

Enzo solleva il bavero imbottito – Ha ragione lei.

Non si tratta di avere ragione o meno. Per far funzionare qualcosa bisogna essere in due.

Ma chi se ne frega se ha deciso di non dartela più, ragazzino – sghignazza Enzo – Intendevo sul kebabbaro, il barbone migrante che stiamo tenendo d’occhio. Ha ragione lei. C’è qualcosa che non mi convince.

In che senso?

Guardalo – Enzo gli indica il tablet. La microcamera istallata nel porticato inquadra un uomo dalla pelle olivastra. La barba lunga gli scende fino oltre le clavicole. Indossa una camicia di velluto rosso e un copricapo disadorno dello stesso colore. Spolvera due ritratti incorniciati. Spazza il pavimento. Accende le candele spente dalla brezza e sostituisce quelle esaurite. Si siede a gambe incrociate difronte a una tovaglietta di cotone e soffia via la polvere da due oggetti – Ferma qui e zooma sulle mani.

Incuriosito, Sandro esegue. Le dita callose dell’uomo accarezzano una foglia a galla in una ciotola di plastica riempita d’acqua a metà. Poco più in là 7 fagioli germogliati, ormai secchi, giacciono reclinati su un fazzoletto di cotone rosso. Enzo si gratta la mascella ispida e il suo viso si scurisce. Con un tocco dell’indice riavvia lo streaming.

Che c’è? – Gli chiede Sandro.

Cosa vedi?

La domanda lo sorprende e Sandro immagina si tratti di un test. Enzo è pur sempre l’agente più anziano – Uomo dalla pelle olivastra. Presumibilmente arabo. Un materasso, due ritratti, una serie di oggetti a terra con cui –.

Non ti ho chiesto di descrivermi la scena. Quella la vedo anche da solo – lo interrompe Enzo – Ti ho chiesto cosa vedi oltre a ciò che è evidente.

Niente. Non vedo niente.

Esatto. E cosa non vedi, invece? – Sandro esita – Sì, hai capito bene, cosa manca? – con il dito puntato verso il palazzo difronte Enzo accenna al canto del muezzin che si affievolisce.

Sandro spalanca gli occhi e afferra il tablet – Non ha il tappeto da preghiera. Non si è mai inginocchiato verso est. E non sta nemmeno usando l’acqua per le abluzioni minori.

Strano no? Che ti dicevo? Forse ha ragione la “collega”. Magari è vero che per capire uno squilibrato serve un altro squilibrato.

E non finisce qui – Sandro volta lo schermo in direzione di Enzo – Mangia – All’esterno la luce rada del tramonto macchia gli asfalti della periferia di neri allungati e deformi. Il sole non è ancora oltre l’orizzonte – Ci siamo sbagliati, cazzo! Questo è musulmano come lo sono io. Ore e ore in questa fogna senza acqua corrente per stare dietro a un barbone qualunque. Quanto tempo è che seguiamo questa pista? Per quanto tempo ancora dobbiamo stare appresso alle fisse di questa squinternata? – Sandro si alza di scatto, con la pianta del piede spinge la sedia lontano e la guarda schiantarsi sulla parete difronte – Un buco nell’acqua. Ecco che cos’è questa operazione.

Tutt’altro, ragazzino – Enzo gli sorride a mezza bocca – Te l’ho detto. La “collega” ha ragione. Quel furbone di un kebabbaro ci sta prendendo in giro. Pensaci. Cosa sappiamo di lui?

Sandro passeggia per la stanza sbuffando. Si gratta la nuca. Enzo insiste – Lo sai bene cosa sappiamo. Poco. Quasi niente – gli dice Sandro a mezza bocca – Si chiama Mani qualcosa. Il cognome ancora non è chiaro, ne abbiamo 3 o 4 diversi. Iraniano. Il suo nome è comparso dal niente in alcune delle intercettazioni dopo i fatti della moschea. Poi qualcuno ha avuto la pensata geniale che si tratti dell’uomo chiave di Santo Sepolcro – il nome glielo aveva dato il Direttore Masi in analogia con lo slogan con cui il Califfato esortava i jihadisti d’Europa a coordinarsi per prendere Roma. Come i crociati hanno conquistato il Santo Sepolcro i figli di Allah, uniti, si impadroniranno del cuore della cristianità. Santo Sepolcro era un piano su ampia scala a cui nessuno credeva ma che nessuno si sentiva di declassare a semplice propaganda. Non dopo gli attacchi di Ravenna. Non dopo i morti della moschea. Non dopo quel venerdì maledetto in cui 3 manifestanti, 2 carabinieri e 2 agenti della Digos erano rimasti riversi sull’asfalto. Uno di loro era lì per sostituire Gaia, la “collega”, che la sera prima aveva avuto uno dei suoi ricorrenti attacchi di panico. E da quel giorno lei era scesa sul sentiero di guerra.

Ci sono prove del suo coinvolgimento.

Indiziarie – sottolinea Sandro – Frammenti di conversazioni gracchiate in farsi, tradotte da chissà chi. Informatori inaffidabili che raccontano per sentito dire. Diciamocelo francamente. Tutta questa storia si regge su un pilastro di cartapesta. Due parole estrapolate dal contesto a cui Masi e quella squilibrata si sono avvinghiati come l’edera – “Muslim Gangs” era il titolo del manuale messo online dall’ISIS per esortare i musulmani italiani ad organizzarsi in gruppi combattenti. Non erano due parole di poco conto.

Se fosse per te, lasceresti perdere.

Secondo me siamo anche noi preda dell’isteria di massa. Terrorizzati come i cittadini che guardano le esecuzioni su YouTube – Sandro avvicina di nuovo la sedia e si siede appoggiando le braccia sullo schienale – E, come alla moschea, rischiamo di fare cazzate mortali.

Secondo me, invece, te la fai addosso alla sola idea che il kebabbaro sia l’uomo che cerchiamo – Enzo gli si avvicina trascinando la sedia con sé. Gli afferra la nuca a mano piena – Gaia ha ragione. Quell’uomo sa più di quello che dà a vedere e puzza lontano un miglio di pantomima. Ci sta prendendo in giro con tutto quel teatrino.

Anche se fosse, potrebbe essere solo uno specchietto per le allodole. Una messinscena per distrarci mentre i veri organizzatori di Santo Sepolcro ce la fanno sotto il naso. Ci avete pensato tu, la squilibrata e il Direttore Masi? – Sandro gli strizza l’occhio. Al solo accenno a una sua ipotetica sintonia con Masi, Enzo si ritira.

Una ragione in più per scavare a fondo. Quell’uomo potrebbe avere informazioni chiave per decapitare le cellule attive in città – Enzo afferra le cuffie e si concentra di nuovo sul brusio della piccola traversa che passa di fianco al porticato. Fra un motore e l’altro, il lamento a singhiozzo di Mani, migrante iraniano. Elemento chiave di Santo Sepolcro? Forse non ci crede nemmeno lui. Ma una cosa è certa. Quei suoni gutturali non sono litanie in arabo e non assomigliano nemmeno un po’ alle preghiere della sera.

Qual è la seconda possibilità – Sandro gli scuote una spalla e incontra il suo sguardo vuoto – Hai detto che quando la vita ti ferisce in quel modo hai solo due possibilità. La prima è cercare un nemico. Qual è la seconda?

Trovarlo. Nello specchio ogni mattina. Ma fra le due è la soluzione più facile – Enzo si sfiora di nuovo la cicatrice nascosta fra i capelli. La accarezza con il rispetto di un devoto per una reliquia – La tua amichetta è una con le palle. Ha scelto la strada più dura.

*****

il tredicesimo giorno narrabit (4)10 minuti, non di più – Ambra getta un’occhiata all’orologio mentre scende i gradini due a due. La coda bionda dondola sfiorandole le spalle scoperte. Le scarpe da corsa fresche di negozio cigolano sul marmo lucido – Ho bisogno di un’ora per finire il giro e mezz’ora per lavarmi e rifare la piega, che domani se non sono al top rischio di mandare all’aria la gara.

Lara la segue con in braccio un contenitore di plastica trasparente, annebbiata dai fumi della pasta. E’ riuscita a convincerla e già questo è un risultato storico – Almeno le spalle le potevi coprire, però.

Scusa?

Non è un meeting con i CEO che devi stendere con la falcata da passerella. E’ arabo. Hai presente il chador, l’area separata nella moschea?

Ambra si ferma sul portone e si volta. Il top e i calzoni aderenti non lasciano spazio all’immaginazione – Senti, ho accettato di aiutarti ma non ho tempo da perdere. Vorrà dire che il tuo terrorista guarderà da un’altra parte – spalanca l’anta e la lascia passare.

Il cancello in fondo al cortile cigola sui cardini arrugginiti e la signora del terzo piano si infila nell’apertura come un cartone spinto dal vento. Curva sul bastone, tira dritto bofonchiando qualcosa fra sé e sé. Ambra se la osserva scivolare sotto l’ascella e scuote la testa. Niente di nuovo.

Ciao, come va? – Lara si avvicina lentamente al materasso steso a terra su un tappeto di cartoni. L’uomo è seduto sul bordo a gambe incrociate, lo sguardo intrappolato fra le pagine di un libro – Ho pensato avessi fame – gli porge il contenitore e si accuccia facendo attenzione che la gonna non si divarichi lasciandole nude le gambe.

Due passi dietro di lei Ambra è pietrificata. Si sforza, poi cede. Si porta la mano al naso e indietreggia. La folata di sudore rancido l’ha raggiunta. Si siede sul davanzale di una nicchia cieca ed espira rumorosamente. Lara la fulmina con lo sguardo. Quando torna sul migrante, lui ha il libro ancora aperto ma i suoi occhi di ossidiana la fissano in cerca di una risposta – Il sole è calato. Devi essere affamato – insiste lei porgendogli il contenitore – Mi chiamo Lara. E lei è Ambra.

Ambra solleva una mano. Un gesto a metà.

L’uomo accenna un sorriso e accetta la ciotola ancora tiepida.

Se vuoi, mangia. Avrai lo stomaco che rantola dopo tutte queste ore. Deve essere duro il Ramadan – Lara guarda la forchetta che ha preso in cucina mentre gliela porge. Si è sbagliata. E’ quella del servizio buono che gli ha regalato il suo ex, o meglio il suo unico, poco prima che lei gli rivelasse di essere lesbica. Poco male.

Sì. Immagino debba essere duro – la voce dell’uomo emerge dalla barba folta come l’eco di una grotta – Almeno così dicono gli amici musulmani della stazione. Io, però, ho mangiato poco fa – sposta il contenitore sul materasso – magari più tardi.

Ha già capito che è scotta – Ambra accavalla le gambe. Negli auricolari Laura Pausini miagola sottovoce.

Lara sospira ma evita di voltarsi. Ambra sa essere odiosa ma in genere darle spago peggiora le cose. L’occasione per agganciare il migrante è lì a portata di mano e non ha nessuna voglia di farsela sfuggire – Quindi non sei credente.

Lo sono eccome – risponde l’uomo quasi interdetto – Solo, non sono musulmano – Il suo italiano ha un accento orientale ma è quasi perfetto.

Ah, ecco – spiazzata, Lara prende tempo – E cosa sei? – Si guarda intorno e, fra le mani dell’uomo, intravede un oggetto lucente. Un uovo. Sembra di marmo e lui se lo fa ruotare in continuazione fra le dita.

Mi chiamo Massimo – l’uomo le tende una mano. Lara la stringe.

Sì, e io sono la Regina di Saba – Ambra continua a fissare lo smartphone. Ogni tanto digita qualcosa. Il volume degli auricolari è sempre più basso. Forse il finale di un brano.

Massimo la guarda per la prima volta. Piega la testa come la stesse studiando e si accarezza la barba. L’uovo di marmo volteggia nel palmo destro, poi l’indice e il pollice lo spingono nella mano sinistra – Vivo in Italia da 35 anni e mi chiamano tutti così. Massimo. Sono uno di voi ormai.

Se lo fossi davvero avresti detto “di noi”! – Ambra lo fissa per un attimo sollevando le sopracciglia perfezionate da pinzette e matita.

Uno di noi? – interviene Lara, infastidita. Se l’amica continua così, la storia per il suo blog rischia di dissolversi ancora prima dell’introduzione – Ma chi è che dice “sono uno di noi”? Dai, Ambra, per favore! –poi di nuovo a Massimo – Quindi sei un migrante di vecchia data. Ma da dove vieni?

Curiose le parole che usate. Ai miei tempi, quando lasciai la Persia, eravamo emigrati. Fuggivamo dall’Ayatollah e dallo sterminio dei suoi oppositori e qualcuno iniziò a chiamarci profughi – l’uovo di marmo continua le sue evoluzioni fra le falangi, come una ballerina fra i vari partner della prima fila – Mi piaceva profughi. Sottolineava le cause, non l’effetto. Poi, quando iniziarono ad arrivare gli africani, diventammo tutti immigrati. Emigrato diceva che c’era un posto lontano da cui venivi. Profugo spiegava perché eri fuggito. Immigrato, invece, raccontava che eri arrivato in Italia, ma che eri di troppo. Oggi migrante ti lascia nel mezzo.

Immigrato è un dato di fatto – bofonchia Ambra – Difficile liberarsi di un dato di fatto. Migrante è qualcosa che sta avvenendo. Qualcosa che prosegue. Qualcuno che ancora speri se ne vada.

Non ci fare caso. Fa così solo quando le chiedo un favore – tira dritta Lara – Come mai sei scappato dal tuo paese? – Ci pensa su poi, prima di lasciarlo iniziare, aggiunge – Ti dispiace se prendo appunti e poi racconto la tua storia? Magari qualche stralcio lo posso anche twittare in diretta – che vuol dire twittare non lo saprebbe nemmeno sua madre – Nel senso che posso farlo leggere ai miei amici con il cellulare – glielo indica come farebbe per spiegarlo a un bambino.

So cos’è twitter. Ora dormo su un materasso in strada, ma non è stato sempre così – due candele si sono spente. Massimo le solleva da terra, le getta in un cartone e le sostituisce con altre due. Le accende. Il silenzio si protrae. Lara segue i suoi movimenti lenti e cadenzati in attesa di una risposta. Anche Ambra smette di digitare e si unisce allo sguardo dell’amica. Una volta ricomposto il cerchio di fiammelle, Massimo spolvera la tovaglietta di cotone, accarezza la foglia a galla nella ciotola di plastica e raddrizza i 7 germogliati essiccati. Tutto è come deve essere. Socchiude gli occhi e mormora una lunga frase in farsi. L’uovo di marmo riprende a ruotare di dito in dito.

Non è arabo, vero? – gli chiede Lara non appena riapre gli occhi. Ma in testa ha ancora la V rossa che ha intravisto sullo sfondo verde dell’uovo.

No. E’ farsi. Non sono arabo, sono persiano.

Ma la Persia non esiste più.

Sulle mappe geografiche forse. Ma qui – si tocca la pancia – e qui – si sfiora la fronte – esiste eccome – Massimo tace, si pettina la barba con le dita. Sembra aspettare qualcosa. Lara si stringe fra le spalle. Non capisce – Questa parte non va bene per i tuoi twit? – con un gesto appena accennato indica lo smartphone che la ragazza stringe come l’impugnatura di un’arma.

Finalmente Lara si rilassa. Un punto a suo favore. Avrà la storia.

Come siete carini – si intrufola Ambra, con l’obiettivo puntato e l’occhio che cerca l’inquadratura – Non vi dispiace vero? – l’otturatore sferraglia anche se nessuno ha acconsentito. Massimo la osserva impassibile. Per un attimo i suoi occhi le scivolano lungo i fianchi e si soffermano sulle gambe. E dietro al barbone, o migrante che sia, dietro l’arabo, o persiano che dica di essere, lei giurerebbe di aver visto l’uomo. Il solito uomo.

Perché hai lasciato la Persia? – Lara riprende da dove si era interrotta.

Ero in buona compagnia. Fuggimmo in 5 milioni fra il ‘79 e l’80. I pasdaran di Khomeyni non facevano differenza fra i sostenitori dello Scià e i laici che avevano contribuito alla rivoluzione. Mio padre era un fabbro marxista che aveva guidato la guerriglia quando l’Ayatollah era ancor in esilio a Parigi. Ma il suo ruolo non gli valse la vita. Lo fucilarono in un vicolo accusando le bande di quartiere che il nuovo governo si sforzava di estirpare. Nonostante il lutto mia madre non volle abbandonare Teheran. Per nessuna ragione al mondo sarebbe morta esule o profuga. Raccolse, quindi, tutti i loro averi e me li consegnò – Massimo ingoia a vuoto. L’uovo di marmo passa di mano per l’ennesima volta – Un compagno di mio padre mi portò al confine insieme ad Hassam, suo figlio. Avevo 19 anni, una laurea in ingegneria, le mani consumate dall’incudine e 500 dollari nascosti nelle mutande. Sapevo che se non fossi fuggito sarei finito come il mio vecchio. Steso con la testa crivellata in un vicolo terroso della capitale. Guardai per l’ultima volta la mia terra all’imbrunire e mi intrufolai con Hassam nel campo dei contrabbandieri. Per buona parte della notte rimanemmo a origliare i loro discorsi. Era fondamentale evitare i convogli che, attraverso la Turchia, portavano i profughi al nord verso l’Evros. Lì attraversare il confine con la Grecia era più semplice, ma c’erano le mine antiuomo. E i militari turchi di frontiera ti puntavano il fucile alla nuca e ti spingevano a camminare. La libertà, corri verso la libertà, gridavano fra una risata e l’altra. Se non saltavi in aria, avevano individuato il percorso fra le mine. Ma gli serviva a ben poco. Il giorno dopo i greci le riposizionano. A notte fonda avevamo individuato i mezzi diretti sulla costa. Ci legammo al fondo di un camion con i nastri di metallo che avevo forgiato io stesso pochi giorni prima e ci lasciammo trasportare quasi fino al mare.

Quasi? – Il cellulare di Lara trilla ripetutamente. Imbarazzata, abbassa il volume fino al ronzio della vibrazione – Rispondono ai twit, si giustifica. Sembra che la tua storia susciti un certo interesse.

Ambra sbuffa. Si sfrega le spalle. Si alza e cammina su è giù per il porticato. La temperatura è scesa velocemente. Digita qualcosa in fretta e furia come se l’aiutasse a tenersi al caldo. Dopo poco lo schermo del cellulare lampeggia. Una chiamata in arrivo. Risponde ma ascolta solamente, poi chiude – Idiota – bofonchia.

Sì, quasi – riprende Massimo – Almeno per il mio compagno di viaggio. I contrabbandieri ci scoprirono quando eravamo ormai nel porto di Smirne, a un passo dalla Grecia. Hassam era il più fragile dei 2 e se la presero con lui. Gli rubarono i soldi, ci chiusero tutti in un container e lo torturarono a morte davanti ai nostri occhi. Gettarono in mare il cadavere la notte successiva, lasciandosi dietro un promemoria per chiunque pensasse di tentare la fuga prima dell’arrivo degli scafisti greci. Nelle 2 settimane successive un pezzo del suo intestino si decompose sul fondo di metallo di quella prigione arroventata. Ci tenevano là dentro notte e giorno con 2 bicchieri d’acqua a testa. Mangiavamo i loro avanzi, ma solo dopo che erano passati nella ciotola dei cani. Sapevo che mi avevano lasciato in vita solo perché domare il ferro e il fuoco mi aveva regalato braccia forti e spalle voluminose. Mi avrebbero venduto alla mafia greca, sempre in cerca di spaccaossa, e per me sarebbe stata la fine. Dovevo fuggire. Presto.

Massimo si toglie il copricapo di cotone rosso e si alliscia i capelli ancora corvini nonostante l’età. Poi passa ai baffi e stende la barba verso il basso. Si direbbe orgoglioso della sua lunghezza. Orgoglioso come l’arabo che dice di non essere. Si aggiusta la camicia e, con lo sguardo perso nel vuoto, sembra che sfogli il volume polveroso dei ricordi. Poi allunga il braccio e afferra il contenitore ormai freddo. La prima forchettata è quella di chi ha fame. Mastica con soddisfazione e ingoia più volte – Buona – commenta.

Ma dai, non è vero! – esplode Ambra – E’ chiaro che racconta frottole – Indica Massimo ma parla con Lara che scuote la testa – Quella pasta fa schifo – Si siede e si sfrega le cosce. Controlla l’ora. La corsa l’aspetta. Si sta facendo tardi. 10 minuti le aveva detto. Ma l’amica non schioda.

Massimo fruga in una valigia scucita, tira fuori una felpa e gliela porge. Ambra lo fissa perplessa – L’ho presa oggi alla Caritas. Non c’è il mio odore – la rassicura. Ambra sospira e torna con le dita nel mondo virtuale. Il suo cellulare vibra risposte.

Massimo ripone il contenitore e riprende – Corrompere il guardiano di turno mi costò 300 dollari. Dei 500 che avevo ne spostai 200 nei calzini e gliene offrii 200. Tutti, mi disse, agitando la canna del fucile. Mi abbassai le mutande e lasciai cadere a terra gli altri 100. All’alba mi tuffai nelle acque gelide del Mediterraneo. Sapevo che c’erano solo 800 metri fra il porto e l’isola di Samos. E 800 metri erano solo 32 vasche della piscina in cui nuotavo all’università. Il mare era calmo e se non finivo fra le eliche di una barca di passaggio sarei arrivato dall’altra parte prima che il sole fosse alto. Da lì attraversai la Grecia per settimane. A piedi, in autostop, a dorso d’asino. Mi ci vollero 3 settimane per raggiungere Patrasso. Lì conobbi Khaled, un ragazzino che mi portò alla “piccola Kabul”, una baraccopoli di cartone e plastica dove bivaccavano gli afghani. Accovacciati sui sassi guardavano il mare, annusavano la pioggia, osservavano i tir. Aspettavano il momento giusto per correre verso la rete e tentare di scavalcare. Il filo spinato era l’unica barriera che li separava dalla speranza di raggiungere l’Italia. Quando arrivava il momento ci si avventavano come mastini idrofobi contro uno sconosciuto alle porte. La scalavano in fretta, ferendosi ovunque. Saltavano aldilà e correvano verso il loro cavallo di Troia. Per qualche giorno raddrizzai i sostegni delle baracche, affilai coltelli e forgiai lame con le braci dei falò e un maglio da carpentiere. Piccoli lavori da fabbro che mi valsero due vecchie cinghie rubate dalle serrande di qualche casa greca. A quel punto avevo tutto per il mio tentativo. Dovevo solo aspettare l’occasione giusta e scegliere il tir a cui assicurarmi per salpare verso Ancona.

Massimo si rinfila il copricapo e srotola le maniche della camicia. Aspetta l’invio dell’ultimo twit di Lara e prosegue – Il mio turno arrivò in una notte di pioggia. Fasciai le mani con stracci vecchi e scotch per i pacchi. Ero giovane, veloce, forte. Scavalcai senza problemi. Poi, mentre correvo verso il tir, sentii il polpaccio bruciare. Non sanguinava molto e sapevo che la ferita era superficiale. Ma soprattutto, che era l’unica. Dovevo arrivare al parcheggio prima che mi vedessero. Se i poliziotti ti prendevano erano guai. La metà dei ragazzi del campo aveva la faccia sfigurata o gli arti rotti dai manganelli. Scivolai due volte nelle pozzanghere melmose ma, grazie alla copertura di un temporale improvviso, ci riuscii. Mi legai sotto al tir e mi sforzai di rallentare il respiro. Chiusi gli occhi. I cani dei Carabinieri cercavano soprattutto droga e io ero nero di fuliggine e puzzavo di fogna di Patrasso, benzina e grasso di camion. Con un po’ di fortuna mi passarono accanto senza notarmi. Raggiunsi così l’Italia e, seguendo il consiglio dei genitori di Khaled, alla prima occasione rubai vestiti nuovi, gettai le cinghie e cercai di mischiarmi alla folla. Impresa non da poco per un uomo con la pelle scura in quegli anni.

Ambra lo fissa con la bocca socchiusa. I suoi denti candidi si sfiorano appena. Ha calato gli auricolari e interrotto i suoi dialoghi in rete. Lo stupore galleggia nei suoi occhi blu cobalto.

E’ incredibile, Massimo – Lara ha la voce rotta dall’emozione. Le tremano le mani e lo smartphone cade a terra. Lo raccoglie – Sono già 200. Seguono la tua storia in diretta e mi chiedono informazioni. Chiara di Pisa vuole sapere che fine hanno fatto gli altri profughi che erano con te a Smirne. Sono morti nel container? Siete mai riusciti a rivedervi negli anni successivi? Paolo di Catania dice che a Patrasso c’è stato e ha visto i bambini mutilati dai manganelli. Ha anche un centinaio di foto. Chiede se ricordi anche tu i bambini. Se ti andasse , cercherebbe il tuo profilo e condividerebbe molto volentieri con te le immagini. Silvio di Roma vuole sapere a cosa pensavi nuotando fra Smirne e Samos. Se hai mai temuto veramente di morire annegato. E poi c’è Marina. Lei chiede come sei arrivato a Roma. Cosa hai fatto per 35 anni.

Di tutto. Ogni mestiere che vi venga in mente l’ho fatto – risponde Massimo all’unica domanda che gli sembri sensata. Anche se, mentre i suoi occhi studiano l’espressione attonita di Ambra, il racconto sembra passato in secondo piano – Ma soprattutto il fabbro. In Italia quasi nessuno voleva più battere il ferro incandescente e lavoro ce n’era ovunque. Bastava accontentarsi della paga in nero ed evitare di dire che avevo una laurea. Poi qualche anno più tardi conobbi una ragazza. Si chiamava Haifa ed era marocchina. Il padre l’aveva portata via dall’Africa per farla studiare. Per lei non sognava certo un marito fabbro, ma ci innamorammo e alla fine me la concesse in sposa – l’uovo si ferma nella mano sinistra e la V scarlatta brilla sotto la luce tremula del lampione. Massimo abbassa lo sguardo sul suo libro.

Una donna araba, quindi? – chiede Ambra, come emergendo da una dimensione parallela.

Sì, molto credente.

Coperta dalla testa ai piedi? Con il velo davanti al viso? – Ambra accavalla di nuovo le gambe e si sporge in avanti attorcigliando la coda intorno all’indice. Per un attimo Lara ha l’impressione che si stringa il seno fra le braccia apposta, per spingere Massimo a guardarle dentro la scollatura.

Il padre era molto conservatore e l’aveva educata così, ma l’Italia lo aveva ammorbidito. E di tanto in tanto Haifa si concedeva di scoprire il viso anche in pubblico.

E a te andava bene così? – Lara cerca invano di attirare l’attenzione di Ambra. Le sue domande stanno prendendo il tono di un interrogatorio in piena regola.

Non stava a me giudicare. A lei il niqab piaceva. Quello nero lo aveva avuto in eredità dalla nonna e, una volta qui, se n’era fatti cucire altri di diversi colori da una sarta di Rieti.

Non ci credo. E’ la solita storia di voi uomini che date per scontato cose di cui non sapete niente.

Ambra, per favore – la supplica Lara.

Non ci credo – ribadisce lei – Mi piacerebbe chiederlo a Haifa, sentire lei che ne pensa.

Un po’ difficile – mormora Massimo accennando un sorriso – E’ morta di tumore 3 anni fa. Poco prima che perdessi l’ultimo lavoro. Poco prima che di lavoro non ce ne fosse più per nessuno – Ambra si strofina nervosamente il dorso del naso e abbassa lo sguardo – E’ da quando sono nel vostro paese che non riesco a capire cosa abbiate voi italiani contro il velo. Le vostre donne lo hanno portato fino a qualche decennio fa.

Poi hanno smesso – sussurra Ambra.

E in qualche piccolo paesino lo portano ancora – prosegue Massimo – Non c’è niente di più eccitante degli occhi di una donna nascosta dal velo. Quando eravamo adolescenti, a Teheran, correvamo dietro alle ragazze e facevamo a gara a chi riusciva a farsi guardare. Per noi era sufficiente, e la carezza di quegli occhi era come un gol alle finali di quartiere. E non erano le laiche quelle a cui puntavamo, ma le musulmane. Essere ricambiati da una ragazza con il velo era qualcosa che non dimenticavi. Avevamo inventato perfino un nome. Le chiamavamo i “boccioli”, chiuse nei loro petali di seta, e ciò che speravamo era proprio che sbocciassero lì di fronte a noi. Farsi guardare, infatti, era solo il primo passo. La vera vittoria era un cenno della mano che ci autorizzasse a seguirle fino a un luogo appartato, lontano dagli sguardi della tradizione. Se un bocciolo ti invitava così, potevi essere sicuro che ti avrebbe mostrato il viso, scolpendo quel ricordo per sempre nella tua memoria. Avrebbe rimosso il velo e lo avrebbe fatto solo per te. Non è ciò che fai anche tu per il tuo ragazzo?

Ambra si irrigidisce – Quale ragazzo?

Quello con cui continui a chattare da quando sei qui – Massimo accenna allo smartphone che penzola dalle sue dita. Chattare, rifletté Lara. Quella parola in bocca a un migrante senza tetto era del tutto fuori contesto. Ma non lo era, forse, tutta la sua riflessione? Troppo alta, troppo colta per il figlio di un fabbro? O era lei che si stava lasciando intrappolare dagli stereotipi? – Quando la sera uscite insieme, non indossi forse qualcosa per lui? Qualcosa che lascia intravedere una parte ma ne nasconde un’altra? Non è forse nel coprire che si svolge l’intero gioco millenario della seduzione? La meraviglia della rivelazione presuppone che ci sia qualcosa di celato. E’ l’immaginazione che crea il desiderio, non la nudità.

Le sopracciglia folte di Massimo si toccano quasi l’una con l’altra. Il suo sguardo le attraversa diventando una breccia di sole estivo nella frescura dell’ombra. Ambra si guarda le gambe, cosparse di pelle d’oca fino a metà della coscia ma sente il calore avvolgerle le braccia, scivolarle sulle spalle fin dentro la scollatura. Si alza infastidita – E’ ora che vada, sennò si fa tardi. I 10 minuti sono passati da un pezzo – Lara cerca di obiettare qualcosa. Poi si rende conto che, probabilmente, è meglio così.

Per la cronaca, – aggiunge Ambra rivolgendosi a Massimo – quello non è il mio ragazzo. E’ solo uno dei tanti, o delle tante. Da queste parti per un po’ di piacere della carne ci facciamo molti meno problemi.

Sulle labbra di Lara compare l’ombra di un sorriso amaro.

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Episodio 3

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