Il tredicesimo giorno – Episodio 1

Pubblicato: 7 settembre 2015 in Narrabit originali
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il tredicesimo giorno narrabit (2)Il ronzio della stufa. La staffilata gelida che sibila fra l’infisso e il davanzale. Il posacenere stracolmo di filtri illuminato dai neon dell’insegna difronte. L’odore rancido di tabacco e corpi sfiniti dall’attesa, esauriti da ore con occhi e orecchie in allerta, nella speranza di inchiodarlo.

Che dice la collega? – Sandro si gratta il collo sotto la sciarpa. Appena sposta il mento una vertebra schiocca nella penombra. Espira soddisfatto. La quindicesima ora è sempre la più dura.

La collega? E da quando sei così formale? – Enzo schiaccia l’ennesima Marlboro nel mucchio e getta via le cuffie. Si alza per stirarsi e con la coda dell’occhio nota lo sguardo contrariato del collega – Non preoccuparti c’è solo il ronzio del traffico. 15 cazzo di ore di ronzio.

Ma potrebbe arrivare da un momento all’altro.

Stai cambiando discorso – insiste – Collega? Da quando è tornata ad essere una “collega”?

Da quando la Direzione Centrale registra l’audio di ogni appostamento – Sandro gli indica le ricetrasmittenti. Dopo gli scontri della moschea, il Servizio Centrale Antiterrorismo li tiene tutti al guinzaglio corto. E non è da escludere che prima o poi si passi anche alla museruola.

Figurati – lo rassicura Enzo – Sai quante centinaia di ore di intercettazioni produciamo a settimana? Davvero pensi che qualcuno si metta ad ascoltare le nostre stronzate sessiste per ammazzare il tempo? – Solleva la ricetrasmittente e la avvicina alle labbra – Il Direttore Masi è un senzapalle filoarabo. Un burocrate incapace. Se solo ci avesse ascoltato, quei 7 morti ce li saremmo risparmiati. E adesso non avremmo i blogger di mezzo mondo alle calcagna. Direttore Masi, la prossima volta che vuole scavare una buca provi a chiedere a chi spala fango da tutta una vita! – Enzo strizza l’occhio in direzione di Sandro.

Sei il solito idiota – gli dice l’altro – per questo alla tua età stai ancora appostato con noi reclute a bruciarti i polmoni di noia.

Appostati? E che è un appostamento, questo? – Enzo scosta una delle tendine lacere e la croce verde della Farmacia Preneste gli lampeggia sugli zigomi acuminati – Abbiamo forse il sospettato a vista? Siamo forse pronti a intervenire?

Era l’unico appartamento libero – dice Sandro, come se toccasse a lui giustificarsi.

Se veramente succede qualcosa, con le nuove regole siamo fottuti. Prima che riusciamo a far intervenire i NOCS questi kebabbari del cazzo buttano giù San Pietro – si appoggia al davanzale e si stringe fra le dita la radice del naso. Aggrotta la fronte e 2 lunghe ciocche grigie scivolano via dal berretto. Se le infila dietro le orecchie e tossisce.

Lo so, lo so. Non sono più i bei vecchi tempi in cui la Digos rompeva le ossa ai manifestanti. Magari con una bella P38 impugnata ad altezza uomo – Sandro si lascia andare sullo schienale. La sedia di plastica cigola.

Ma dove vi addestrano oggi giorno, al Gay Pride? – Enzo si alza dal davanzale e muove un passo verso di lui. Minaccioso – Ragioni come un cittadino con il culo al caldo …

… che sputa nel piatto in cui mangia – Sandro prosegue cantilenando. Lo sguardo serio. La fronte stretta in un campo di rughe – Prima vogliono che ci sbarazziamo dalla feccia, poi, appena solleviamo il manganello, si appellano ad Amnesty International – Fa una pausa e intreccia le mani dietro la nuca. Il viso si distende e un sorriso anticipa di poco una risata esplosiva. E’ il solito ritornello e lo conosce a memoria. Ogni volta che lo provoca, Enzo si aggancia. E’ più forte di lui.

Questo buio non ti fa bene, ragazzino – la stufa a incandescenza e lo schermo di un tablet sono gli unici bagliori nella stanza – I tuoi neuroni devono essere già a nanna da un pezzo.

Sandro si alza in piedi. Si irrigidisce e torna serio – E ricordate signori, l’unico modo per sconfiggere le ombre è spegnere la luce – Un silenzio grave cala nella stanza. In strada un commerciante cinese grida al cellulare monosillabi infuriati. Con un colpo di stantuffo il 542 vomita una nuvola di passeggeri nell’aria pungente d’inizio primavera. Sandro ed Enzo si scrutano, fissano uno lo sguardo torvo dell’altro ma non resistono. Si piegano sulle ginocchia e iniziano a sghignazzare con le lacrime agli occhi. La conclusione del discorso di insediamento del Direttore Masi era ormai da mesi un classico della comicità, dalla Direzione fino al più sperduto dei Commissariati.

Una vibrazione nella tasca destra interrompe bruscamente gli spasmi incontrollabili di Enzo – Parli del diavolo – dice, voltando lo smartphone nella direzione di Sandro. La finestra della chat criptata gorgoglia messaggi in sequenza.

Masi? – Sandro sbarra gli occhi. D’istinto copre la ricetrasmittente. Enzo lo fissa e solleva le spalle – Non è possibile – aggiunge.

Infatti non è possibile, pollo di una recluta – Enzo si accarezza la barba ispida, divertito – La “collega” – lo sfotte indicandogli lo smartphone.

Gli ultimi avvisi della chat echeggiano in sequenza nella stanza vuota. Anche stasera è qui. Continua a riaccendere le candele che si spengono. Non fa altro. Ogni tanto legge. Giocherella in continuazione con un oggetto ovale. Stamattina è sparito un paio di volte. Penso in cerca di cibo. Magari di un bagno. Mi ha sorriso. Devo trovare il modo di osservare la cosa più da vicino.

******

Prima della serratura Lara sente la scia del profumo che odia. Storce il naso. I tacchi di Ambra echeggiano sul parquet appena lamato. Per fortuna sono quelli più larghi. Quelli delle scarpe comode, come le chiama lei. Tacchi e profumo avvolgente. Roba a uso e consumo dei maschi. Orpelli, è quella la parola che Lara ha appena imparato leggendo Montanelli. Orpelli, di cui le curve generose di Ambra non hanno bisogno.

Già in cucina? – le chiede Ambra scrutandola da sotto la frangia asimmetrica che le scende morbida su una spalla. A Milano ha rifatto i colpi di sole – Pasta? – indica la pentola che sbuffa da sotto il coperchio – E da quando violi le regole della paleolitica?

Non è per me … per noi – si corregge.

Abbiamo ospiti? – l’idea la infastidisce. E’ evidente.

Non proprio – Lara si siede sullo sgabello dell’isola che dal piano di cottura raggiunge il centro della cucina. Accavalla le gambe e la gonna di cotone le scivola su un lato. Una lunga file di caratteri cinesi le corre lungo la coscia e il polpaccio fino a tuffarsi nell’anfibio. Come un’anguilla in cerca di cibo sul fondale di un torrente – Sembri distrutta.

Sul serio? – Ambra si toglie la giacca del tailleur e si precipita davanti allo specchio. Uno tsunami di Aqua di Giò investe la cucina.

Non preoccuparti, le rughe sono quelle di sempre.

Stronza.

Ma lo sai che sono proprio quelle a farmi impazzire.

Ambra abbassa lo sguardo. Nello specchio si accorge dell’asola vuota dove iniziano i seni. Con disinvoltura scuote le spalle, recupera il bottone sfuggito e accorcia la scollatura. Lara si alza e torna in silenzio agli spaghetti in ebollizione. Quell’unica volta ha lasciato il segno. Per Ambra si è trattato solo di un diversivo, di una puntata sull’altra sponda per vedere com’è. Ne era convinta. Per lei, invece, in quelle carezze c’è stato di più. Molto di più.

Non sono stanca. Sono affranta – Ambra si sfila gli orecchini, poi gli anelli – Quest’anno niente bonus.

Tesoro, quando te lo danno ti lamenti perché ti fanno lavorare troppo – la prende in giro Lara – Quando non te lo danno, perché dovrebbero affidarti più incarichi per raggiungere gli obiettivi di fatturato. Non sarà mica ora di fare pace con il cervello?

Tesoro? A nessuno era permesso chiamarla così. A nessuno, tranne lei. Nonostante i trascorsi, da lei lo accettava, come fosse il logo di quella relazione singolare. Amiche. Di letto, una sola volta, così, per provare. Coinquiline. E confidenti come sorelle, fin nei dettagli, dai segreti dell’orgasmo vaginale fino alle inquietudini del lato oscuro.

A proposito –  difronte all’evidenza, ormai con le spalle al muro, Ambra si sfila. Come al solito – Sono diventata Freccia Oro. Pensa che nel club c’è perfino il bagno interno. Ci puoi portare anche un accompagnatore.

Dove? Nel bagno?

No, nel Freccia Club. Dovresti vederlo. Un salotto da rivista patinata incastonato nello squallore della stazione – poi capisce la battuta – Idiota! – sorride – Una volta ti ci porto. Ma solo dopo averti visto assaggiare la pasta – abbassa gli occhi sullo smartphone e digita qualcosa. Le unghie picchiettano sullo schermo e le dita sono fin da subito oltre la barriera del suono.

Non ci pensare nemmeno – Lara immerge una forchetta fra le bolle e gliela porge intrappolata in un groviglio di spaghetti – Aspettavo te apposta per questo. Sarai affamata.

Cruda. Si vede che la cucina non è il tuo regno.

Senti chi parla. Ancora un paio di mesi e il cinese take away qui sotto ti paga un viaggio premio alla Grande Muraglia.

Tu non ne mangi. Sicuramente non la stai cuocendo per me, sennò me l’avresti già detto – Ambra la osserva perplessa – A cosa dobbiamo, quindi, questo raffinatissimo esperimento di arte culinaria? Hai fatto domanda per “Masterchef”? – spalanca gli occhi – O magari la domanda giusta non è “a cosa” ma “a chi”.

Non è come credi.

Ah no? – Ambra solleva un sopracciglio. La sua french manicure tamburella impaziente sul ripiano – E com’è allora?

Ho una storia per le mani.

Sul serio perdi ancora tempo con quel sito?

Non è un sito qualunque. E’ il mio blog e sto cercando di inventarmi un lavoro – Lara fa scivolare due calici fino a metà dell’isola e li riempie di vino quasi fino all’orlo – Non ho un MBA a Princeton e un padre nei CdA di una decina di partecipate come te.

Hai ragione.

Per una volta non potresti semplicemente ascoltare ed essere felice per me? – Lara tira dritta per la sua strada.

Ho detto che hai ragione – Ambra le sfiora il dorso della mano che stringe ancora la coppa del secondo calice. Sa che non dovrebbe farlo. Ma sa anche che è l’unico modo per farla smettere.

Lara ascolta in silenzio i polpastrelli che le avvolgono le nocche e il senso di tranquillità che le danza intorno come una folata fresca in estate. Poi una vibrazione la scuote. La borsa di canapa afflosciata sul top la chiama, giusto in tempo per sottrarsi a quella carezza ambigua – Commenti sul blog – si giustifica – mi dai 2 minuti?

Ambra sorseggia il Barolo lentamente e, a stomaco vuoto, le va subito alla testa. Il formicolio leggero di un televisore senza antenna le si espande dentro agitando il fondale sabbioso dei giorni passati – Quale storia? – chiede dietro una smorfia adolescente che ottiene sempre quello che vuole.

Lara digita gli ultimi caratteri e aspetta che la prima pagina si materializzi. Zooma sul titolo e volta lo schermo verso l’amica. L’Isis pronto a prendere Roma. Scoperti i piani in una cantina di Ravenna. Ambra la osserva con gli occhi vuoti – Passi troppo tempo fra Sephora e gli alberghi di mezzo mondo, tesoro – le dice Lara, affettuosa – Hai presente il nostro migrante? Quello che da un paio di mesi dorme sotto al porticato?

Più o meno. E quindi? – Ambra rallenta sulle vocali e batte le palpebre più volte.

Non hai visto che in questi giorni sembra più agitato? Ha appeso due quadri. Ha spazzato il suo angolo ogni mattina con la dedizione di una governante tedesca. Ha perfino sparso fiori intorno al materasso. Sembra quasi si prepari a qualcosa di straordinario – Lara si siede sullo sgabello e indica la finestra, ma intende oltre. Intende i vocalizzi aspirati che un altoparlante diffonde per il quartiere – Sono anche i giorni del Ramadan. Periodo particolare per i musulmani.

L’adhan – dice Ambra come fosse ovvio – Il richiamo del muezzin che ricorda ai fedeli le preghiere obbligatorie. Viene dalla scuola coranica qui vicino – Lara si ritrae stupita – C’era un servizio sulla rivista del parrucchiere – Ambra le strizza l’occhio.

Ecco. La pasta è per lui. Appena tramonta il sole scendo e gliela offro. Sarà talmente affamato che dovrei riuscire a carpirgli qualche informazione.

Pensi che sia coinvolto in questa cosa dell’Ipis?

Isis.

Sì, Isis.

Non lo so. Ma nemmeno mi interessa. Voglio sentire la sua storia. E’ un migrante arabo che avrà avuto un buon motivo per andarsene da dovunque provenga. Un uomo con addosso i segni delle vicende che l’hanno portato in Italia – Lara sorride entusiasta. Scoperchia la pentola e rimesta fra le bolle.

Secondo me il coperchio non ci vuole. Si cuoce meglio senza.

Una teoria come un’altra. E per ognuno che la sostiene ne trovi un altro che la smonta.

Come per il terrorista che dorme qui sotto?

Non ho detto che sia un terrorista. Ma magari ha un passato di sofferenza e privazioni che posso raccontare. Vicende che possono emozionare i miei lettori. Poi, usando i tag giusti, provo a inserirmi nel flusso delle notizie. Ultimamente i media non parlano d’altro. E se riesco a usare l’effetto di trascinamento delle testate mainstream, boom – Lara schianta il palmo sul ripiano dell’isola facendo scontrare i calici – la mia storia schizza in alto nei risultati di ricerca di Google.

Ti credo sulla parola – Ambra getta la testa indietro e lascia scivolare l’ultimo sorso di vino fra le labbra umide – Ma chi ti dice che accetterà il tuo esperimento tiepido e scotto?

Non so, il fatto che dopo un giorno di digiuno è probabile che abbia fame?

Stando a quello che dice il telegiornale hanno più bisogno di shampoo e dentifricio.

Come scusa?

Alla stazione hanno allestito un centro di accoglienza provvisoria per l’esercito di disperati che bivacca in città. La portavoce diceva che il cibo non gli serve. Che hanno più bisogno di lavarsi – Ambra si sfila le scarpe con un smorfia di dolore. Quelle comode, dice lei.

Avranno già mangiato – bofonchia Lara.

O magari preferiscono togliersi di dosso il lerciume della strada. Anche io, nei loro panni, preferirei potermi lavare. E’ una questione di dignità.

Mangiare è una questione di sopravvivenza – Lara preleva dall’acqua un altro assaggio di spaghetti, ci soffia sopra e lo porge ad Ambra – Preferiresti morire di fame con le ascelle profumate?

Colla – Ambra esagera apposta una masticata gommosa – Ma il tuo barbone si leccherà i baffi. E sì. Preferirei non puzzare che riempirmi la pancia.

Migrante. Non barbone. Facciamo così – Lara nasconde la forchetta dietro la schiena e con la mano libera le sposta la frangia dietro l’orecchio – Scendi con me con il tuo bagnoschiuma al latte d’asina e miele, e vediamo lui cosa preferisce – Ambra si nega. Lara la implora con lo sguardo – Ho bisogno di una spalla – aggiunge.

Non ci pensare nemmeno, ho i miei 10 km da correre prima di cena. Ormai ho un’età e appena mi distraggo la ciccia compare ovunque – Ambra si solleva la camicia e si osserva il ventre di profilo nello specchio del corridoio – In più se bevo un altro sorso di Barolo, svengo sul divano prima del tramonto – si alza ed esce dalla cucina. La litania del muezzin si dissolve lentamente nel gracchiare statico di un vecchio altoparlante – Salutami il tuo barbone.

Migrante.

Come preferisci.

Lara sospira. Afferra la sua Lagostina nuova di zecca e la svuota nello scolapasta. Con la coda dell’occhio vede la pelle dorata di Ambra ricomparire oltre lo stipite. Ha tolto la camicia e il reggiseno le contiene a fatica il seno rigoglioso. Il freddo del pomeriggio le ha indurito i capezzoli. Lara inghiotte a vuoto e per un attimo il pasto del barbone … migrante … passa in secondo piano – Il cellulare – le dice Ambra indicandolo – mi ha ricontattato Alex – aggiunge ammiccando e sparisce.

Alex è il dirigente di una delle aziende per cui lavora. Quello con cui ha scopato fino a un paio di settimane prima. Per sport. Niente di serio, ha detto, fino al giorno in cui lui ha tagliato i ponti.

Sul viso di Lara cala l’oscurità. Il cespuglio di spaghetti cade con un tonfo nella scodella con il condimento.

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Episodio 2

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