Archivio per settembre, 2015

Nei narrabit precedenti … Secondo Enzo, Massimo, il migrante senzatetto che stanno tenendo d’occhio da giorni, non la racconta giusta. Qualcosa non lo convince. La collega sul campo ha ragione ad essere perplessa.

Sandro, la recluta, è stufo di seguire una pista fasulla, che fa acqua dappertutto. Il sospettato non sembra nemmeno rispettare le prescrizioni del Ramdan. Come immaginare che si tratti di un elemento chiave di Santo Sepolcro, il sedicente piano islamico per prendere la città simbolo dell’occidente cristiano?

Nel frattempo Mara va a trovare Massimo sotto al portico e inizia a raccogliere la sua storia. Ambra, un po’ controvoglia, la accompagna. Scoprono quasi subito che Massimo non è arabo, ma persiano. E che il suo passato rocambolesco è un po’ diverso da ciò che entrambe si aspettavano.

Quando la sera uscite insieme, non indossi forse qualcosa per lui? Qualcosa che lascia intravedere una parte ma ne nasconde un’altra? Non è forse nel coprire che si svolge l’intero gioco millenario della seduzione? La meraviglia della rivelazione presuppone che ci sia qualcosa di celato. E’ l’immaginazione che crea il desiderio, non la nudità – Le sopracciglia folte di Massimo si toccano quasi l’una con l’altra. Il suo sguardo le attraversa diventando una breccia di sole estivo nella frescura dell’ombra.

Ambra si guarda le gambe, cosparse di pelle d’oca fino a metà della coscia ma sente il calore avvolgerle le braccia, scivolarle sulle spalle fin dentro la scollatura. Si alza infastidita – E’ ora che vada, sennò si fa tardi. I 10 minuti sono passati da un pezzo – Lara cerca di obiettare qualcosa. Poi si rende conto che, probabilmente, è meglio così.

Per la cronaca, – aggiunge Ambra rivolgendosi a Massimo – quello non è il mio ragazzo. E’ solo uno dei tanti, o delle tante. Da queste parti per un po’ di piacere della carne ci facciamo molti meno problemi.

Sulle labbra di Lara compare l’ombra di un sorriso amaro.

Episodio 1

Episodio 2

*****

il tredicesimo giorno narrabit (5)Lesbica – Enzo guarda il collega con la faccia di chi ha morso la polpa marcia sotto la buccia tesa e intatta – Era quello l’elemento della Parabola con cui non ero compatibile – Sandro si alita sulle mani per scaldarle. Maledette case disabitate. Sullo schermo del tablet lo streaming della telecamera nascosta sotto il porticato prosegue. Da più di un’ora Gaia e la sua coinquilina conversano con il senza tetto che gli arabi intercettati chiamano Mani. Senza cognome o con uno diverso ogni volta. Massimo per gli italiani – Ma non proprio lesbica.

Peggio – dice Enzo. Un altoparlante della cuffia premuto contro l’orecchio, l’altro che oscilla a ogni parola – Una di quelle cose bisessuali. Che schifo la vostra generazione.

Non proprio. Ma penso ci stia ripensando.

Ti piacerebbe.

Francamente non lo so – Sandro tira fuori dallo zaino un termos e si versa del caffè caldo in un bicchiere di carta. Lo offre a Enzo che lo rifiuta schifato.

Quella brodaglia americana ve la bevete tu e tutte le reclute come te – commenta il collega – nemmeno l’espresso siete riusciti salvare da quest’invasione.

Il telefono di servizio lampeggia di nuovo. Messaggio in entrata. Gaia. Sandro fa per leggere poi lo porge a Enzo – Che ti ho detto? Dimmi se è normale. Leggi che scrive.

MO in continua evoluzione – MO. “Modus operandi”, traduce Enzo per sé stesso – Su Twitter la storia dell’SI – “Soggetto Ignoto”. Che poi in realtà ignoto non è, ma così fa più fico – ha già 200 follower. E se fosse solo linguaggio in codice? Se gli stessimo permettendo di attivare le celle dormienti? Continua a far finta di non essere arabo, ma che mente si vede lontano un miglio. Tenete i NOCS in codice rosso. A parte il linguaggio colorito non mi sembra ci sia niente di cui preoccuparsi.

Per un attimo Sandro si permette di distogliere gli occhi dal tablet. Non può averlo detto sul serio. Eppure sul viso di Enzo non c’è traccia di ironia. Sandro si stringe la base del naso e torna allo streaming – Sarà che sono prevenuto. Sarà che la vostra fissazione sui migranti non mi convince.

Vostra?

Sì. Su questo tu e Masi siete sulla stessa lunghezza d’onda – Di nuovo quell’accostamento. I denti di Enzo si serrano. La recluta gioca col fuoco.

E cosa sarebbe che non ti convince?

L’11 settembre a New York i terroristi venivano da fuori. Alcuni di loro avevano solo trascorso periodi di addestramento sul suolo americano. Il 7 luglio del 2005, a Londra, erano cittadini integrati, la seconda generazione – Sandro sorseggia il caffè – Sono passati altri 10 anni da allora e oggi la minaccia è ancora più sepolta fra le pieghe delle nostre comunità. Soprattutto quelle piccole e decentrate. Sono lupi solitari affamati, italiani che non riconosciamo e che cercano altrove un’identità. E’ inutile continuare a perquisire i disperati che riescono a sopravvivere all’odissea nel canale di Sicilia. Non abbiamo le forze.

E con la moschea come la metti? Sai quanti ne abbiamo arrestati senza documenti né permesso di soggiorno?

Che fai mi prendi per il culo? – Qualcosa nell’inquadratura attira l’attenzione di Sandro. Il sospettato scoperchia il contenitore di plastica, raccoglie una prima forchettata di pasta e inizia a masticare compiaciuto. Lo stomaco di Sandro rantola sommessamente. La pizza è ormai un lontano ricordo – Pensi che non sappia che la maggior parte dei clandestini nemmeno sapeva perché si fosse scatenato quel putiferio? Davvero sei convinto che una settimana prima i mandanti fossero sul barcone forato che la Guardia Costiera ha recuperato a largo di Lampedusa? No, perché è da lì che venivano i 23 senza documenti!

E i due di Ravenna allora?

Chi Hassam e Kahled? – il ragazzino è più informato di quanto Enzo si aspettasse – O meglio Enzo – Sandro alza un sopracciglio – e Carlo? Figli di immigrati ormai regolari da 10 anni, in attesa della cittadinanza.

Ma le hai viste le foto inviate ai giornali dalla Siria? – Enzo tossisce nel pugno – Due kebabbari in piena regola. Le barbe, lo sguardo rabbioso. C’era tutto.

E la cosa non ti meraviglia nemmeno un po’? Ragazzi normali che marinano la scuola e vanno in città a fare le vasche. Hanno telefonino e i-pad ma sognano il velo e un’ideologia forte per cui combattere. A un certo punto lasciano l’ultima dichiarazione ai posteri e partono. Finiscono in Siria e gli uomini del Califfato gli ritirano il passaporto. Poi, dopo due giorni di interrogatori, inizia l’addestramento. Sveglie a colpi di mitra, colazioni frugali a base di datteri e giù nel campo per l’allenamento fisico. Combattimenti, nuoto nell’Eufrate, stretching e percorsi di guerra. Poi corsi di dottrina politica e religiosa fino a sera. Un cena da combattenti e di nuovo a nanna fino alla prossima raffica di proiettili che annuncia il nuovo giorno. Tutti, indistintamente, raccontano la stessa storia – Sandro si lascia andare sullo schienale e aggiunge – Certo che se non ti meravigliano nemmeno i messaggi di quella squilibrata …

Cosa dovrebbe meravigliarmi?

Che ci sia sempre tutto. L’elenco completo. Il cliché in ogni suo minimo dettaglio – Sandro accavalla le gambe e il suo tono si fa di sfida – Prima mi hai fatto osservare il sospettato e mi hai chiesto cosa vedevo, cosa c’era. E io t’ho risposto che non vedevo nulla di strano. Che mi sembrava tutto normale. A quel punto mi hai detto di focalizzare su quello che mancava. Ecco, perché non provate a fare la stessa cosa di tanto in tanto? Non vi sembra strano che ogni volta che ci arrivano immagini dallo Stato Islamico, dei foreign fighter come delle esecuzioni, sia sempre tutto un po’ toppo perfetto?

No, ti prego – Enzo riposiziona la cuffia e pesca nel pacchetto l’ultima Marlboro. La guarda con anticipazione. La annusa, poi la guarda ancora ma stavolta con ansia. La mano accenna un tremore. Non ne ha altre e chissà quando riuscirà a uscire per ricomprarne. Stringe i denti a se la infila dietro l’orecchio insieme a una ciocca argentea – Queste cazzate complottistiche lasciale ai blogger di terza categoria. Fanno già abbastanza casino loro. Cristo santo siete poliziotti, mica normali civili!

Mi dai del voi?

Tranquillo, sei in buona compagnia. Non penserai mica di essere l’unica recluta senza palle della Centrale? La cosa che non capisco è perché vi mettano tutti nelle unità antiterrorismo.

Chissà. Magari perché abbiamo una laurea, parliamo 3 lingue, qualcuno anche l’arabo, e abbiamo vissuto nei paesi da cui questa gente proviene. Magari.

Enzo scatta in piedi, lascia cadere la cuffia sul tavolino e con un gesto secco si accende la sigaretta – Sai che ti dico? Mi hai convinto. E’ arrivato il momento di rimettere le cose nella giusta direzione. E’ ora di chiamare la “collega”. Fino a prova contraria sono io il superiore. Se non altro per anzianità di sevizio – afferra il telefono e compone il numero di Gaia.

“Mi hai convinto”, ovviamente, ha ogni sillaba cosparsa di ironia. La prima frase di Enzo è sufficiente perché Sandro ne abbia certezza.

****

il tredicesimo giorno narrabit (3)All’incrocio prima della salita Ambra ha smesso di correre. Non vuole arrivare con il fiato corto. In una mano stringe il volantino che distribuiscono all’ingresso della scuola coranica. Dall’ascella opposta sente una goccia di sudore scivolare giù per il braccio, disegnare una linea retta fino al gomito e saltare nel vuoto. 6 km per stasera dovranno bastare. Nella testa le ronzano ancora le parole del barbone. Non riesco a capire cosa abbiate voi italiani contro il velo. A lei il niqab piaceva. Non è ciò che fai anche tu per il tuo ragazzo? Non è forse nel coprire che si svolge l’intero gioco millenario della seduzione? E’ l’immaginazione che crea il desiderio, non la nudità. Un brivido le attraversa la schiena scoperta e ancora umida. Dal cinese all’angolo ha comprato un asciugamano e se lo scivola sulle spalle. Già sa che lo butterà senza nemmeno lavarlo, ma non voleva essere costretta a salire fino a casa. Prima deve rimettere il barbone al suo posto. Deve ricacciargli in bocca quelle frasi posticce e sbattergli in faccia i fatti. La cruda realtà.

Con una sola falcata scavalca i due gradini di accesso al porticato. Lara la vede arrivare con la coda dell’occhio e il cuore le salta un battito. E’ la fine. Le rovinerà tutto. Ore di impegno che stanno per finire nella pattumiera.

E’ questo il fantastico mondo in cui volete farci vivere? – con un gesto secco Ambra srotola il volantino e un angolo cede al profilo tagliente della sua manicure. Lo sbatte sulle gambe incrociate di Massimo e stringe la mascella in attesa di una risposta. Sul foglio di carta patinata una donna coperta dal burka alza un pugno in segno di sfida. La sua posa galleggia al centro di un cerchio di slogan. Lingue diverse, ma il concetto è lo stesso. “L’Occidente è il vero velo davanti ai nostri occhi”. La firma è inequivocabile. Le muhiarat di Siria. Le spose pellegrine.

L’uovo di marmo è immobile nel palmo di Lara. Massimo lo raccoglie con delicatezza e lascia che riprenda a roteare fra le sue dita – Quello è il mondo in cui vogliono vivere gli estremisti sunniti del Califfato – poi, quasi sussurrando Massimo aggiunge – Io non sono nemmeno musulmano.

Non me la dai a bere – ribatte Ambra. Ma il tono di sfida della sua voce è passato sullo sfondo. Lo sguardo senza fondo di Massimo la risucchia per poi sputarla via come uno scarto. Ambra vacilla. Lara si alza, l’abbraccia e l’aiuta a sedersi nella nicchia – Non me la dai a bere – ripete lei sottovoce lasciandosi guidare.

Massimo mi stava appunto spiegando cosa significano le candele e il resto dei suoi oggetti – aggiunge l’amica.

Mia madre era mazdea, devota della più antica religione persiana. Mio padre, un fabbro ateo e anarchico – Massimo deposita l’uovo di marmo accanto ai germogli secchi – Le mie braccia sono state formate dall’incudine e dal martello. La mia mente dalle parole del profeta Zarathustra. 12 giorni fa, al solstizio di primavera, era il nostro capodanno. E’ così che lo festeggiamo – divarica le braccia con i palmi rivolti verso l’alto, a comprendere i petali a terra, la ciotola con la foglia a galla, i germogli e il circolo di candele – Prima facciamo pulizia, rimoviamo dalla nostra casa le scorie dell’anno precedente e la decoriamo con fiori freschi. Poi chiediamo al fuoco di raccogliere il giallo della nostra debolezza e di donarci il rosso della forza e della vitalità – non è per caso che la camicia e il capello sono del colore del sangue – Nel frattempo prepariamo l’Haft Sin. 7 pietanze che iniziano per “s” e che mangiamo con estrema lentezza, pregando i 7 arcangeli di vegliare sui nostri passi per i mesi a venire. I germogli sono gli unici che conserviamo lasciandoli essiccare accanto alla ciotola della vita – solleva il contenitore – Vita che è trasparente e liquida come l’acqua ma effimera e caduca come una foglia.

E l’uovo? – chiede Lara riemergendo rapidamente dall’ultimo tweet.

Un dono di mia madre, che la sua famiglia si tramanda da generazioni. Custodiscilo come la gallina fa con il suo prima che si schiuda, si raccomandava sempre – Massimo solleva l’oggetto alla luce dei lampioni e uno sbuffo di luce attraversa la V scarlatta – L’uovo è la culla della vita. Duro come il marmo di cui è fatto, delicato come gli smalti che lo decorano.

Mario da Roma dice che la tua è una storia talmente incredibile che sembra un film – Lara sintetizza i tweet salienti – Lucia da Bergamo vuole che ti trasferisci al nord. Ti ospiterebbe lei. Uno come te, sottolinea, non merita di vivere per strada. Insomma anche il vostro Capodanno finisce con un’indigestione, scrive Sergio di Ravenna.

Massimo si alza, si sporge oltre il porticato e osserva il cielo – Il Nawruz, la nostra festa di fine anno, si conclude quando i custodi spengono il fuoco poco dopo la mezzanotte – con le dita umide stringe, uno ad uno, gli stoppini delle candele. Ambra controlla l’ora. La lancetta digitale è appena 4 scatti oltre la verticale – Durante il tredicesimo giorno ci si scusa con gli amici e si fa pace con i nemici – Massimo raccoglie l’uovo di marmo e lo porge ad Ambra sul palmo aperto – E’ tuo se lo vuoi.

Ambra irrigidisce i fianchi e aggrotta le sopracciglia. Scivola indietro nella nicchia per riportare l’oggetto fuori dalla sua sfera intima – A me? Perché proprio a me? – con il mento accenna all’amica.

Lei ha la sua storia – dice Massimo.

Con un finale un po’ triste – Lara si stringe fra le spalle – Certo, tragico sarebbe meglio. Ma non si può mica avere tutto – sottolinea con un ghigno ironico.

Ma non hai niente di cui scusarti – dice Ambra.

Infatti non siamo amici – Massimo non usa mezzi termini.

Appunto. Io e te non ci conosciamo. Quindi non siamo nemmeno nemici.

Ma potremmo esserlo – le sorride da dietro la barba folta e aggiunge – inoltre per me oggi è veramente un nuovo giorno e ho bisogno del favore degli astri. La tradizione vuole così. Bisogna donare qualcosa di prezioso se si vuole che il cammino sia prospero e felice.

Ambra tiene l’uovo fra le dita come fosse di cristallo e si meraviglia della sua pesantezza – Grazie – sussurra.

Grazie è la prima parola italiana che Massimo ha imparato. Grazie è qualcosa che nessuno gli dice da tempo. Grazie è una parola potente che sancisce un debito. E chi è in debito prima o poi è costretto a saldare. In un modo o nell’altro.

Lara osserva soddisfatta lo scatto dello scambio. I suoi follower andranno in visibilio.

*****

Stand by. Per ora sospendete il red code per i NOCS. Potremmo aver preso un granchio. Ho nuovi elementi da sottoporre agli esperi di Medio Oriente. Il messaggio di Gaia fa capolino nella chat criptata.

Sandro getta il cellulare sul tavolino. La torre di mozziconi viene scossa dall’onda sismica che attraversa la plastica ed Enzo fa appena in tempo a evitare che crolli sul pavimento – E noi nel frattempo cosa dovremmo fare? – dice Sandro – Aspettare che ci venga la muffa sulle chiappe? – Si alza, si annoda la sciarpa sul collo e chiude la giacca – Io me ne vado. Ne ho piene le palle delle sue oscillazioni. Un granchio? Cristo santo sono settimane che lo dico – Afferra da terra lo zaino e se lo calza sulle spalla.

Calmo ragazzino – bofonchia Enzo. Le parole avvolte da una nebbia acre – Fino a prova contraria Masi ha messo lei a capo di questa operazione.

Non è un mio problema se Masi – si piega in avanti e con le mani copre i microfoni di entrambe le ricetrasmittenti – ragiona con l’inguine – aggiunge.

A vedere come ti fa agitare, direi che sei un esperto in materia.

*****

Imprecare non è mai stato il suo forte. Eppure le varianti che le vengono in mente sfidano perfino la creatività dei toscani – Non c’è un solo passaggio autentico – Lara salta a caso fra le finestre che affollano il desktop. Ambra, in piedi alle sue spalle, cerca di decifrare la rabbia dell’amica – Ha raccolto pezzi un po’ ovunque. Guarda qui. Un vecchio articolo di Famiglia Cristiana sulle attività della sede in Turchia, il blog di una famiglia di Smirne che insegna geografia ai migranti, i racconti di un emigrato iraniano negli USA e così via.

Di che parli? – le chiede l’amica sovrappensiero.

Frottole. Ecco di che parlo. Ho controllato, e quella che mi ha raccontato non è la sua storia ma un collage ricavato dalla Rete – Lara si lascia andare sullo schienale e la sedia cigola. Si morde l’interno della guancia – Massimo, o qualunque sia il suo vero nome, mi ha preso in giro. Mi ha fatto fare una figura di merda su Twitter e, dopo ore per trascrivere, correggere, sintetizzare, per il blog non ho niente. Un buco nell’acqua totale – si volta verso Ambra – L’unica cosa che non riesco a capire è perché. Perché mettere su una storia così elaborata? Non solo. Quel figlio di un’iraniana si è anche dileguato.

Che intendi?

Mentre ancora dormivi sono scesa per dirgliene 4 ma non era più lì. Sgombrato tutto. Materasso, ritratti, candele. Evaporato. Perché quindi mentire? Non capisco.

Per un istante il viso di Ambra perde i colori – Già. Perché? – sussurra mentre si affretta a pescare il cellulare dalla tasca dei jeans. Si rende conto che le mani tremano vistosamente e si gira di fianco per non insospettire Lara. Apre la finestra della chat criptata e inizia a digitare. Sospettato di nuovo a piede libero. Perché non sono stata avvisata? Ci sono anomalie sulle registrazioni? Ma Enzo e Sandro non rispondono. Il cuore inizia ad accelerare e nelle orecchie sente l’eco delle ultime parole di Massimo. Per me oggi è veramente un nuovo giorno. Non siamo nemici ma potremmo esserlo. Cos’altro potevano essere quelli se non messaggi di sfida? Se non le parole di un terrorista arrogante pronto a colpire? Operazione Santo Sepolcro. Prendere Roma mettendo insieme le cellule jihadiste dormienti. Mesi di preparazione, poi un segnale per passare all’azione. Ed è stata lei a mettere tutto in stand by.

Con la fronte appoggiata nel palmo, Lara è di nuovo con gli occhi sullo schermo alla ricerca di una spiegazione. Ambra ne approfitta per comporre il numero della Centrale e sgattaiolare nel corridoio.

Perfino la messinscena del Nawruz è perfetta – Lara segue con l’indice il capitolo di Wikipedia – La foglia a galla nell’acqua, le candele, L’Haft Sin e le 7 pietanze – Si sofferma sul numero. Accanto, fra parentesi, c’è il numerale persiano. Una V maiuscola, o almeno è ciò che sembra ai suoi occhi. La stessa V scarlatta dipinta sull’uovo di marmo – L ’uovo – sussurra e si guarda intorno per cercarlo. Ambra l’ha poggiato poco più in là su una pila di fogli stampati. Lara lo afferra e lo fa ruotare. Di dito in dito opponendo il pollice, come le ha insegnato Massimo – Ecco cosa vuol dire. E io che pensavo che fosse la V di “vittoria”. Che fosse un augurio per la vita – Si volta convinta di avere Ambra ancora alle spalle e la vede tornare indietro dal corridoio. Il viso scuro. La mascella delusa del cane a cui hanno tolto l’osso.

Il figlio di puttana si è suicidato – le dice con il tono asettico che userebbe un medico legale. Un tono che Lara non riconosce – Un maledetto depresso. Un anziano derelitto. Ecco chi era il tuo barbone.

Suicidato? E tu che ne sai? Chi era al telefono? – ha ancora in mano l’uovo, sollevato all’altezza degli occhi.

Guarda – Ambra si impossessa del mouse e digita un URL alla velocità della luce – E’ sulle agenzie e sta già rimbalzando sui social network. Per fortuna la propagazione è ancora lenta.

Migrante suicida. L’ennesima vittima dell’esodo. Il titolo di ADNKronos forza la realtà nelle griglie della cronaca che deve farsi leggere. Per Lara è chiaro fin dalle prime frasi. Massimo non è un migrante e non si fa accenno al fatto che fosse in Italia ormai da 30 anni. Mani Shakib, si legge più avanti, stando ai documenti ritrovati in tasca al cadavere, era nato a Teheran nel 1966. Non si sa altro dell’uomo ritrovato stamattina sulle sponde del Tevere poco a valle di Ponte Milvio. Né il perché della sua fuga, né tantomeno cosa facesse nel nostro paese. Resterebbero oscure anche le cause della sua morte se non fosse per un biglietto ritrovato nella custodia di plastica del suo passaporto. “Me ne vado volontariamente – scrive Mani – perdonato dagli amici e in pace con i nemici. All’alba di un nuovo anno, all’inizio di un altro ciclo. Oggi per me è veramente un nuovo giorno, ideale per intraprendere un cammino prospero e felice”. Con Mani il conto delle vittime dell’esodo di massa dal Maghreb sale a 345. Quando terminerà la carneficina? Come per tutti gli altri deceduti, l’Associazione Nessuno è Innocente ha consegnato un effetto personale allo scultore Tori Alter. L’artista l’ha aggiunto a “Ignominia” la sua istallazione in continuo divenire. “Il più commovente dei 345 oggetti che compongono la mia opera – ha commentato Alter – Germogli essiccati, accuratamente conservati nella plastica. Un simbolo pregnante che ricorda la carrozzina della Corazzata Potemkin e la slitta di Quarto Potere.”

Per questo Enzo e Sandro non rispondevano. Mani aveva lasciato il porticato durante la notte senza prendere niente con sé. I due l’avevano considerato un allontanamento temporaneo come altri. Un’ora più tardi, però, non era ancora tornato e avevano dato l’allarme. La Direzione Generale aveva mobiliato tutte le forze a disposizione, coinvolgendo anche loro nelle ricerche. Nel frattempo un’intera squadra era stata inviata a ripulire il porticato prima del sorgere del sole. Il Direttore era stato categorico. Ogni oggetto andava considerato una potenziale prova di reato. Il tutto, poi, si era sgonfiato un’ora prima della telefonata di Gaia, al ritrovamento del cadavere. Masi era furioso. Settimane di energie e risorse sprecate per cercare di far germogliare un ramo secco erano qualcosa che né i suoi superiori né i contribuenti avrebbero mai digerito. Il ghigno di Sandro lampeggiava “te l’avevo detto” come un’insegna da disco-bar di provincia. Solo Enzo aveva impacchettato i suoi microfoni controvoglia. L’unico kebabbaro buono, secondo la sua filosofia, era quello dietro le sbarre. Morti non servivano a niente.

Non so se fosse credente sul serio ma il Nawruz persiano lo conosceva bene – Lara indica il titolo dell’ultimo paragrafo alla coinquilina che è convinta si chiami Ambra, sia sua amica e lavori per una multinazionale che fa consulenza di gestione – Il Seezdah Bedar, parole che in iraniano significano ”13” e ”fuori”, è la festa di conclusione del capodanno. All’alba del tredicesimo giorno i semi germogliati che erano sulla tavola per l’Haft Sin devono essere gettati in un corso d’acqua per propiziare la futura fertilità ed esorcizzare i demoni. Durante il Nawruz, infatti, le piantine hanno raccolto tutto il male del vecchio anno intrappolandolo attraverso l’essiccazione. Quale giorno migliore per decidere di incamminarsi verso l’aldilà?

Ambra raccoglie l’uovo di marmo dalla scrivania, lo appoggia sul palmo e prova a farlo ruotare fra le dita alla maniera di Mani, ma non ci riesce. Mentre osserva la V rosso sangue sparire e ricomparire pensa a domani. Alle urla di Masi. Alla ratifica del suo fallimento. Alla fine della Parabola che non ha insegnamenti da offrire. Al ritorno alla vita di Gaia Codi, una donna che, di copertura in copertura, si fa sempre più evanescente – Dai, su. Pensa positivo – dice a Lara esortandola – Anche se la storia di Mani Shakib non è proprio quella che ti ha raccontato è comunque una vicenda avvincente. Secondo me sul blog regge.

Guarda l’amica nel profondo nocciola dei suoi occhi e si accorge che ciò che le brucia di più è sparire per sempre dalla sua vita, come sarà costretta a fare. Senza una parola. Senza una spiegazione. Lasciandosi alle spalle l’ennesima ferita inferta a un’innocente. E non riesce più a considerarlo solo un danno collaterale.

*****

La sera del tredicesimo giorno un uomo corpulento attraversa con passo spedito la galleria di testa della Stazione Termini. Alza lo sguardo verso il tabellone digitale e scuote la testa. Si affretta. Ai binari l’agente della sicurezza gli chiede biglietto e documento. Le suole di cuoio pregiato del passeggero percuotono impazienti il marmo del pavimento.

Il viso ovale, la carnagione olivastra e gli occhi verde spento coincidono, la lunga barba scura, invece, sulla fototessera non c’è. L’uomo in divisa esita per un attimo poi gli restituisce le carte e lo invita a proseguire – Binario 13, Signor Mauri. Si sbrighi sennò lo perde.

Qualche minuto più tardi il boato proveniente dalla carrozza 13 seppellisce Via Giolitti sotto un cumulo di macerie.

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Nei narrabit precedenti … Enzo, un poliziotto della vecchia guardia, e Sandro, una recluta, sono appostati in un appartamento fatiscente della periferia romana. Tengono d’occhio un migrante, un sospetto terrorista. Nel frattempo una collega sotto copertura li tiene aggiornati sui suoi spostamenti.

Lara, aspirante giornalista, è a caccia di una storia per il suo blog. Sotto casa staziona da giorni un senzatetto dall’aspetto mediorientale che è convinta abbia una vicenda da raccontare. Mentre gli prepara un pasto-esca rincasa Ambra, la sua coinquilina tutta tacchi e curve. Fra le 2 ci sono evidenti trascorsi e Lara vorrebbe che Ambra la accompagnasse dal migrante.

Lara sospira. Afferra la sua Lagostina nuova di zecca e la svuota nello scolapasta. Con la coda dell’occhio vede la pelle dorata di Ambra ricomparire oltre lo stipite. Ha tolto la camicia e il reggiseno le contiene a fatica il seno rigoglioso. Il freddo del pomeriggio le ha indurito i capezzoli. Lara inghiotte a vuoto e per un attimo il pasto del barbone … migrante … passa in secondo piano – Il cellulare – le dice Ambra indicandolo – mi ha ricontattato Alex – aggiunge ammiccando e sparisce.

Alex è il dirigente di una delle aziende per cui lavora. Quello con cui ha scopato fino a un paio di settimane prima. Per sport. Niente di serio, ha detto, fino al giorno in cui lui ha tagliato i ponti.

Episodio 1

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il tredicesimo giorno narrabit (1)E’ una squilibrata – Sandro sorseggia dalla bottiglia di Peroni. Nel cartone della pizza manca la sua metà –Non riesce più a vedere i confini e confonde la vita con i suoi ruoli.

E’ la solita tiritera di chi va in bianco – Enzo afferra la sua fetta di Margherita, la ripiega su sé stessa e se la porta alla bocca. Una lingua rossa fumante gli atterra sulla giacca di pelle – Egiziani del cazzo! Non riuscirebbero a far stare il pomodoro sulla mozzarella nemmeno con la colla. Possibile che non si riesca più a trovare un maledetto pizzettaro romano?

Quando le hanno proposto di passare sul campo, sotto copertura, si è isolata per 3 mesi con una russa che insegna il metodo Stanislavskij – prosegue Sandro – Entrare nella testa del personaggio, sentire ciò che sente. Diventare il personaggio. Si era trasformata in una specie di ossessione. Dopo un po’ mi svegliavo senza sapere se quella con cui ero andato a letto la sera prima era la stessa che avevo accanto.

E ti lamenti? Te ne scopi una la sera e la mattina te ne ritrovi un’altra fra le lenzuola – il rutto di Enzo echeggia amplificato nel vuoto a perdere. Il collo della bottiglia restituisce alla stanza una nota tremolante.

Sì, infatti mi ha liquidato un paio di settimane fa dicendo che non ero adatto alla protagonista della nuova parabola. Capisci con chi abbiamo a che fare? Stiamo alle calcagna di musulmani invasati e il nostro agente sul campo chiama le sue missioni parabole!

La fiamma dell’accendino fa crepitare il tabacco. La carta si incendia ed Enzo aspira avidamente. Trattiene il respiro, poi, mentre esala una scia grigia e acre verso il soffitto, canticchia le note del “Laudato sii”. Le segue a passo di danza con gli occhi fissi sul giovane collega – Almeno parlano la stessa lingua.

Falla finita – Sandro lo liquida con un gesto, afferra lo smartphone di servizio e inizia a cercare con i polpastrelli.

Allora fai solo finta che non te ne frega niente! In realtà essere stato piantato in asso ti brucia – lo sfotte Enzo mentre la sedia di plastica riprende a cigolare sotto il suo peso.

La cosa è seria. Guarda qui. Guarda i messaggi che scrive. Il suo MO non coincide – legge Sandro – Siamo in pieno Ramadan ma non lo vedo pregare. L’SI bofonchia in continuazione ma non si inginocchia. Non lo vedo abboffarsi dopo il tramonto o prima dell’alba. Sta fuori. Pensa di essere sul set di Criminal Minds – scuote la testa – Capisco che la sua famiglia non sia proprio quella del Mulino Bianco, ma non può essere una giustificazione per tutto.

Che intendi?

Non sai niente di lei?

Non direi. Ai miei tempi non si usava ficcare il naso nella vita dei colleghi – Enzo tossisce e sputa rivoli gialli nel tovagliolo unto con il logo della pizzeria takeaway.

Nemmeno se rischiavano di mandare all’aria un’indagine?

Nemmeno. Per quello c’erano le procedure, i superiori, la Disciplinare. Ce l’hai con la collega ma in fin dei conti, fra telefilm, nomi utente e password, vi sentite tutti un po’ degli Dei – In strada calano le prime serrande. L’Alimentari ha finito la ricotta e una cliente se ne va scontenta, raccontando il suo disappunto all’asfalto. I bambini della parrocchia gridano affamati all’uscita dal catechismo.

Sandro stringe i molari. Conta fino a 10 e continua – Viene da un paesino della Ciociaria. Suo padre puliva i bagni di una stazione di servizio sull’A1. La madre è morta di sclerosi multipla quando era adolescente. E nell’ultimo periodo toccava a lei farle il bagno, perché la Signora Codi non voleva che gli uomini di casa la vedessero nuda.

Uomini?

Il padre e un fratello. Morto anche lui. Si è impiccato qualche giorno dopo senza lasciare nemmeno un biglietto. Aveva 16 anni.

Roba che lascia il segno – Enzo abbassa lo sguardo e accartoccia il filtro nel posacenere strapieno. Si infila le cuffie, le copre con le mani e socchiude gli occhi. Il ronzio della strada è un bel luogo in cui diluire i ricordi.

Roba che ti frigge il cervello – sottolinea Sandro.

In quei casi hai solo due possibilità – Enzo fa scivolare di nuovo la cuffia sul collo. Il suo ghigno ironico si è dissolto – Una è quella di comprare una pistola e cercare qualcuno che ti dia un buon motivo per usarla.

Già. E lei ormai è a caccia h24. E’ ambiziosa, determinata. Cocciuta come un mulo. Non permette a niente e a nessuno di mettersi fra sé stessa e la soluzione di un caso.

Mi piace la “collega” – Enzo si toglie il berretto lacero e ricompone la coda brizzolata. Quando l’indice sfiora la cicatrice sulla tempia, la mano rallenta. Non ricorda quasi niente di quel giorno. L’ha cancellato. O forse è stato inghiottito da quel solco che ogni tanto accarezza come qualcosa di sacro – Finalmente qualcuna che oltre alle tette ha anche un po’ di palle.

Se vuoi ci metto una buona parola – Sandro accenna allo smartphone. Pronto a comporre il numero.

Sono troppo vecchio per queste cazzate. Quel tipo di servizi preferisco pagarlo. Più facile. Niente impegno. Niente strascichi.

Già, dimenticavo. Il poliziotto depresso, consumato dal tabacco, a fine carriera. Anche tu hai una reputazione da difendere.

Enzo scava all’interno della giacca di pelle e si porta alle labbra un’altra sigaretta.

Ma te le devi fumare per forza una dietro l’altra? – Sandro si alza e spalanca le finestre. La notte pungente risucchia la nuvola densa all’esterno e la sua lama affilata gli sfiora il collo.

Enzo solleva il bavero imbottito – Ha ragione lei.

Non si tratta di avere ragione o meno. Per far funzionare qualcosa bisogna essere in due.

Ma chi se ne frega se ha deciso di non dartela più, ragazzino – sghignazza Enzo – Intendevo sul kebabbaro, il barbone migrante che stiamo tenendo d’occhio. Ha ragione lei. C’è qualcosa che non mi convince.

In che senso?

Guardalo – Enzo gli indica il tablet. La microcamera istallata nel porticato inquadra un uomo dalla pelle olivastra. La barba lunga gli scende fino oltre le clavicole. Indossa una camicia di velluto rosso e un copricapo disadorno dello stesso colore. Spolvera due ritratti incorniciati. Spazza il pavimento. Accende le candele spente dalla brezza e sostituisce quelle esaurite. Si siede a gambe incrociate difronte a una tovaglietta di cotone e soffia via la polvere da due oggetti – Ferma qui e zooma sulle mani.

Incuriosito, Sandro esegue. Le dita callose dell’uomo accarezzano una foglia a galla in una ciotola di plastica riempita d’acqua a metà. Poco più in là 7 fagioli germogliati, ormai secchi, giacciono reclinati su un fazzoletto di cotone rosso. Enzo si gratta la mascella ispida e il suo viso si scurisce. Con un tocco dell’indice riavvia lo streaming.

Che c’è? – Gli chiede Sandro.

Cosa vedi?

La domanda lo sorprende e Sandro immagina si tratti di un test. Enzo è pur sempre l’agente più anziano – Uomo dalla pelle olivastra. Presumibilmente arabo. Un materasso, due ritratti, una serie di oggetti a terra con cui –.

Non ti ho chiesto di descrivermi la scena. Quella la vedo anche da solo – lo interrompe Enzo – Ti ho chiesto cosa vedi oltre a ciò che è evidente.

Niente. Non vedo niente.

Esatto. E cosa non vedi, invece? – Sandro esita – Sì, hai capito bene, cosa manca? – con il dito puntato verso il palazzo difronte Enzo accenna al canto del muezzin che si affievolisce.

Sandro spalanca gli occhi e afferra il tablet – Non ha il tappeto da preghiera. Non si è mai inginocchiato verso est. E non sta nemmeno usando l’acqua per le abluzioni minori.

Strano no? Che ti dicevo? Forse ha ragione la “collega”. Magari è vero che per capire uno squilibrato serve un altro squilibrato.

E non finisce qui – Sandro volta lo schermo in direzione di Enzo – Mangia – All’esterno la luce rada del tramonto macchia gli asfalti della periferia di neri allungati e deformi. Il sole non è ancora oltre l’orizzonte – Ci siamo sbagliati, cazzo! Questo è musulmano come lo sono io. Ore e ore in questa fogna senza acqua corrente per stare dietro a un barbone qualunque. Quanto tempo è che seguiamo questa pista? Per quanto tempo ancora dobbiamo stare appresso alle fisse di questa squinternata? – Sandro si alza di scatto, con la pianta del piede spinge la sedia lontano e la guarda schiantarsi sulla parete difronte – Un buco nell’acqua. Ecco che cos’è questa operazione.

Tutt’altro, ragazzino – Enzo gli sorride a mezza bocca – Te l’ho detto. La “collega” ha ragione. Quel furbone di un kebabbaro ci sta prendendo in giro. Pensaci. Cosa sappiamo di lui?

Sandro passeggia per la stanza sbuffando. Si gratta la nuca. Enzo insiste – Lo sai bene cosa sappiamo. Poco. Quasi niente – gli dice Sandro a mezza bocca – Si chiama Mani qualcosa. Il cognome ancora non è chiaro, ne abbiamo 3 o 4 diversi. Iraniano. Il suo nome è comparso dal niente in alcune delle intercettazioni dopo i fatti della moschea. Poi qualcuno ha avuto la pensata geniale che si tratti dell’uomo chiave di Santo Sepolcro – il nome glielo aveva dato il Direttore Masi in analogia con lo slogan con cui il Califfato esortava i jihadisti d’Europa a coordinarsi per prendere Roma. Come i crociati hanno conquistato il Santo Sepolcro i figli di Allah, uniti, si impadroniranno del cuore della cristianità. Santo Sepolcro era un piano su ampia scala a cui nessuno credeva ma che nessuno si sentiva di declassare a semplice propaganda. Non dopo gli attacchi di Ravenna. Non dopo i morti della moschea. Non dopo quel venerdì maledetto in cui 3 manifestanti, 2 carabinieri e 2 agenti della Digos erano rimasti riversi sull’asfalto. Uno di loro era lì per sostituire Gaia, la “collega”, che la sera prima aveva avuto uno dei suoi ricorrenti attacchi di panico. E da quel giorno lei era scesa sul sentiero di guerra.

Ci sono prove del suo coinvolgimento.

Indiziarie – sottolinea Sandro – Frammenti di conversazioni gracchiate in farsi, tradotte da chissà chi. Informatori inaffidabili che raccontano per sentito dire. Diciamocelo francamente. Tutta questa storia si regge su un pilastro di cartapesta. Due parole estrapolate dal contesto a cui Masi e quella squilibrata si sono avvinghiati come l’edera – “Muslim Gangs” era il titolo del manuale messo online dall’ISIS per esortare i musulmani italiani ad organizzarsi in gruppi combattenti. Non erano due parole di poco conto.

Se fosse per te, lasceresti perdere.

Secondo me siamo anche noi preda dell’isteria di massa. Terrorizzati come i cittadini che guardano le esecuzioni su YouTube – Sandro avvicina di nuovo la sedia e si siede appoggiando le braccia sullo schienale – E, come alla moschea, rischiamo di fare cazzate mortali.

Secondo me, invece, te la fai addosso alla sola idea che il kebabbaro sia l’uomo che cerchiamo – Enzo gli si avvicina trascinando la sedia con sé. Gli afferra la nuca a mano piena – Gaia ha ragione. Quell’uomo sa più di quello che dà a vedere e puzza lontano un miglio di pantomima. Ci sta prendendo in giro con tutto quel teatrino.

Anche se fosse, potrebbe essere solo uno specchietto per le allodole. Una messinscena per distrarci mentre i veri organizzatori di Santo Sepolcro ce la fanno sotto il naso. Ci avete pensato tu, la squilibrata e il Direttore Masi? – Sandro gli strizza l’occhio. Al solo accenno a una sua ipotetica sintonia con Masi, Enzo si ritira.

Una ragione in più per scavare a fondo. Quell’uomo potrebbe avere informazioni chiave per decapitare le cellule attive in città – Enzo afferra le cuffie e si concentra di nuovo sul brusio della piccola traversa che passa di fianco al porticato. Fra un motore e l’altro, il lamento a singhiozzo di Mani, migrante iraniano. Elemento chiave di Santo Sepolcro? Forse non ci crede nemmeno lui. Ma una cosa è certa. Quei suoni gutturali non sono litanie in arabo e non assomigliano nemmeno un po’ alle preghiere della sera.

Qual è la seconda possibilità – Sandro gli scuote una spalla e incontra il suo sguardo vuoto – Hai detto che quando la vita ti ferisce in quel modo hai solo due possibilità. La prima è cercare un nemico. Qual è la seconda?

Trovarlo. Nello specchio ogni mattina. Ma fra le due è la soluzione più facile – Enzo si sfiora di nuovo la cicatrice nascosta fra i capelli. La accarezza con il rispetto di un devoto per una reliquia – La tua amichetta è una con le palle. Ha scelto la strada più dura.

*****

il tredicesimo giorno narrabit (4)10 minuti, non di più – Ambra getta un’occhiata all’orologio mentre scende i gradini due a due. La coda bionda dondola sfiorandole le spalle scoperte. Le scarpe da corsa fresche di negozio cigolano sul marmo lucido – Ho bisogno di un’ora per finire il giro e mezz’ora per lavarmi e rifare la piega, che domani se non sono al top rischio di mandare all’aria la gara.

Lara la segue con in braccio un contenitore di plastica trasparente, annebbiata dai fumi della pasta. E’ riuscita a convincerla e già questo è un risultato storico – Almeno le spalle le potevi coprire, però.

Scusa?

Non è un meeting con i CEO che devi stendere con la falcata da passerella. E’ arabo. Hai presente il chador, l’area separata nella moschea?

Ambra si ferma sul portone e si volta. Il top e i calzoni aderenti non lasciano spazio all’immaginazione – Senti, ho accettato di aiutarti ma non ho tempo da perdere. Vorrà dire che il tuo terrorista guarderà da un’altra parte – spalanca l’anta e la lascia passare.

Il cancello in fondo al cortile cigola sui cardini arrugginiti e la signora del terzo piano si infila nell’apertura come un cartone spinto dal vento. Curva sul bastone, tira dritto bofonchiando qualcosa fra sé e sé. Ambra se la osserva scivolare sotto l’ascella e scuote la testa. Niente di nuovo.

Ciao, come va? – Lara si avvicina lentamente al materasso steso a terra su un tappeto di cartoni. L’uomo è seduto sul bordo a gambe incrociate, lo sguardo intrappolato fra le pagine di un libro – Ho pensato avessi fame – gli porge il contenitore e si accuccia facendo attenzione che la gonna non si divarichi lasciandole nude le gambe.

Due passi dietro di lei Ambra è pietrificata. Si sforza, poi cede. Si porta la mano al naso e indietreggia. La folata di sudore rancido l’ha raggiunta. Si siede sul davanzale di una nicchia cieca ed espira rumorosamente. Lara la fulmina con lo sguardo. Quando torna sul migrante, lui ha il libro ancora aperto ma i suoi occhi di ossidiana la fissano in cerca di una risposta – Il sole è calato. Devi essere affamato – insiste lei porgendogli il contenitore – Mi chiamo Lara. E lei è Ambra.

Ambra solleva una mano. Un gesto a metà.

L’uomo accenna un sorriso e accetta la ciotola ancora tiepida.

Se vuoi, mangia. Avrai lo stomaco che rantola dopo tutte queste ore. Deve essere duro il Ramadan – Lara guarda la forchetta che ha preso in cucina mentre gliela porge. Si è sbagliata. E’ quella del servizio buono che gli ha regalato il suo ex, o meglio il suo unico, poco prima che lei gli rivelasse di essere lesbica. Poco male.

Sì. Immagino debba essere duro – la voce dell’uomo emerge dalla barba folta come l’eco di una grotta – Almeno così dicono gli amici musulmani della stazione. Io, però, ho mangiato poco fa – sposta il contenitore sul materasso – magari più tardi.

Ha già capito che è scotta – Ambra accavalla le gambe. Negli auricolari Laura Pausini miagola sottovoce.

Lara sospira ma evita di voltarsi. Ambra sa essere odiosa ma in genere darle spago peggiora le cose. L’occasione per agganciare il migrante è lì a portata di mano e non ha nessuna voglia di farsela sfuggire – Quindi non sei credente.

Lo sono eccome – risponde l’uomo quasi interdetto – Solo, non sono musulmano – Il suo italiano ha un accento orientale ma è quasi perfetto.

Ah, ecco – spiazzata, Lara prende tempo – E cosa sei? – Si guarda intorno e, fra le mani dell’uomo, intravede un oggetto lucente. Un uovo. Sembra di marmo e lui se lo fa ruotare in continuazione fra le dita.

Mi chiamo Massimo – l’uomo le tende una mano. Lara la stringe.

Sì, e io sono la Regina di Saba – Ambra continua a fissare lo smartphone. Ogni tanto digita qualcosa. Il volume degli auricolari è sempre più basso. Forse il finale di un brano.

Massimo la guarda per la prima volta. Piega la testa come la stesse studiando e si accarezza la barba. L’uovo di marmo volteggia nel palmo destro, poi l’indice e il pollice lo spingono nella mano sinistra – Vivo in Italia da 35 anni e mi chiamano tutti così. Massimo. Sono uno di voi ormai.

Se lo fossi davvero avresti detto “di noi”! – Ambra lo fissa per un attimo sollevando le sopracciglia perfezionate da pinzette e matita.

Uno di noi? – interviene Lara, infastidita. Se l’amica continua così, la storia per il suo blog rischia di dissolversi ancora prima dell’introduzione – Ma chi è che dice “sono uno di noi”? Dai, Ambra, per favore! –poi di nuovo a Massimo – Quindi sei un migrante di vecchia data. Ma da dove vieni?

Curiose le parole che usate. Ai miei tempi, quando lasciai la Persia, eravamo emigrati. Fuggivamo dall’Ayatollah e dallo sterminio dei suoi oppositori e qualcuno iniziò a chiamarci profughi – l’uovo di marmo continua le sue evoluzioni fra le falangi, come una ballerina fra i vari partner della prima fila – Mi piaceva profughi. Sottolineava le cause, non l’effetto. Poi, quando iniziarono ad arrivare gli africani, diventammo tutti immigrati. Emigrato diceva che c’era un posto lontano da cui venivi. Profugo spiegava perché eri fuggito. Immigrato, invece, raccontava che eri arrivato in Italia, ma che eri di troppo. Oggi migrante ti lascia nel mezzo.

Immigrato è un dato di fatto – bofonchia Ambra – Difficile liberarsi di un dato di fatto. Migrante è qualcosa che sta avvenendo. Qualcosa che prosegue. Qualcuno che ancora speri se ne vada.

Non ci fare caso. Fa così solo quando le chiedo un favore – tira dritta Lara – Come mai sei scappato dal tuo paese? – Ci pensa su poi, prima di lasciarlo iniziare, aggiunge – Ti dispiace se prendo appunti e poi racconto la tua storia? Magari qualche stralcio lo posso anche twittare in diretta – che vuol dire twittare non lo saprebbe nemmeno sua madre – Nel senso che posso farlo leggere ai miei amici con il cellulare – glielo indica come farebbe per spiegarlo a un bambino.

So cos’è twitter. Ora dormo su un materasso in strada, ma non è stato sempre così – due candele si sono spente. Massimo le solleva da terra, le getta in un cartone e le sostituisce con altre due. Le accende. Il silenzio si protrae. Lara segue i suoi movimenti lenti e cadenzati in attesa di una risposta. Anche Ambra smette di digitare e si unisce allo sguardo dell’amica. Una volta ricomposto il cerchio di fiammelle, Massimo spolvera la tovaglietta di cotone, accarezza la foglia a galla nella ciotola di plastica e raddrizza i 7 germogliati essiccati. Tutto è come deve essere. Socchiude gli occhi e mormora una lunga frase in farsi. L’uovo di marmo riprende a ruotare di dito in dito.

Non è arabo, vero? – gli chiede Lara non appena riapre gli occhi. Ma in testa ha ancora la V rossa che ha intravisto sullo sfondo verde dell’uovo.

No. E’ farsi. Non sono arabo, sono persiano.

Ma la Persia non esiste più.

Sulle mappe geografiche forse. Ma qui – si tocca la pancia – e qui – si sfiora la fronte – esiste eccome – Massimo tace, si pettina la barba con le dita. Sembra aspettare qualcosa. Lara si stringe fra le spalle. Non capisce – Questa parte non va bene per i tuoi twit? – con un gesto appena accennato indica lo smartphone che la ragazza stringe come l’impugnatura di un’arma.

Finalmente Lara si rilassa. Un punto a suo favore. Avrà la storia.

Come siete carini – si intrufola Ambra, con l’obiettivo puntato e l’occhio che cerca l’inquadratura – Non vi dispiace vero? – l’otturatore sferraglia anche se nessuno ha acconsentito. Massimo la osserva impassibile. Per un attimo i suoi occhi le scivolano lungo i fianchi e si soffermano sulle gambe. E dietro al barbone, o migrante che sia, dietro l’arabo, o persiano che dica di essere, lei giurerebbe di aver visto l’uomo. Il solito uomo.

Perché hai lasciato la Persia? – Lara riprende da dove si era interrotta.

Ero in buona compagnia. Fuggimmo in 5 milioni fra il ‘79 e l’80. I pasdaran di Khomeyni non facevano differenza fra i sostenitori dello Scià e i laici che avevano contribuito alla rivoluzione. Mio padre era un fabbro marxista che aveva guidato la guerriglia quando l’Ayatollah era ancor in esilio a Parigi. Ma il suo ruolo non gli valse la vita. Lo fucilarono in un vicolo accusando le bande di quartiere che il nuovo governo si sforzava di estirpare. Nonostante il lutto mia madre non volle abbandonare Teheran. Per nessuna ragione al mondo sarebbe morta esule o profuga. Raccolse, quindi, tutti i loro averi e me li consegnò – Massimo ingoia a vuoto. L’uovo di marmo passa di mano per l’ennesima volta – Un compagno di mio padre mi portò al confine insieme ad Hassam, suo figlio. Avevo 19 anni, una laurea in ingegneria, le mani consumate dall’incudine e 500 dollari nascosti nelle mutande. Sapevo che se non fossi fuggito sarei finito come il mio vecchio. Steso con la testa crivellata in un vicolo terroso della capitale. Guardai per l’ultima volta la mia terra all’imbrunire e mi intrufolai con Hassam nel campo dei contrabbandieri. Per buona parte della notte rimanemmo a origliare i loro discorsi. Era fondamentale evitare i convogli che, attraverso la Turchia, portavano i profughi al nord verso l’Evros. Lì attraversare il confine con la Grecia era più semplice, ma c’erano le mine antiuomo. E i militari turchi di frontiera ti puntavano il fucile alla nuca e ti spingevano a camminare. La libertà, corri verso la libertà, gridavano fra una risata e l’altra. Se non saltavi in aria, avevano individuato il percorso fra le mine. Ma gli serviva a ben poco. Il giorno dopo i greci le riposizionano. A notte fonda avevamo individuato i mezzi diretti sulla costa. Ci legammo al fondo di un camion con i nastri di metallo che avevo forgiato io stesso pochi giorni prima e ci lasciammo trasportare quasi fino al mare.

Quasi? – Il cellulare di Lara trilla ripetutamente. Imbarazzata, abbassa il volume fino al ronzio della vibrazione – Rispondono ai twit, si giustifica. Sembra che la tua storia susciti un certo interesse.

Ambra sbuffa. Si sfrega le spalle. Si alza e cammina su è giù per il porticato. La temperatura è scesa velocemente. Digita qualcosa in fretta e furia come se l’aiutasse a tenersi al caldo. Dopo poco lo schermo del cellulare lampeggia. Una chiamata in arrivo. Risponde ma ascolta solamente, poi chiude – Idiota – bofonchia.

Sì, quasi – riprende Massimo – Almeno per il mio compagno di viaggio. I contrabbandieri ci scoprirono quando eravamo ormai nel porto di Smirne, a un passo dalla Grecia. Hassam era il più fragile dei 2 e se la presero con lui. Gli rubarono i soldi, ci chiusero tutti in un container e lo torturarono a morte davanti ai nostri occhi. Gettarono in mare il cadavere la notte successiva, lasciandosi dietro un promemoria per chiunque pensasse di tentare la fuga prima dell’arrivo degli scafisti greci. Nelle 2 settimane successive un pezzo del suo intestino si decompose sul fondo di metallo di quella prigione arroventata. Ci tenevano là dentro notte e giorno con 2 bicchieri d’acqua a testa. Mangiavamo i loro avanzi, ma solo dopo che erano passati nella ciotola dei cani. Sapevo che mi avevano lasciato in vita solo perché domare il ferro e il fuoco mi aveva regalato braccia forti e spalle voluminose. Mi avrebbero venduto alla mafia greca, sempre in cerca di spaccaossa, e per me sarebbe stata la fine. Dovevo fuggire. Presto.

Massimo si toglie il copricapo di cotone rosso e si alliscia i capelli ancora corvini nonostante l’età. Poi passa ai baffi e stende la barba verso il basso. Si direbbe orgoglioso della sua lunghezza. Orgoglioso come l’arabo che dice di non essere. Si aggiusta la camicia e, con lo sguardo perso nel vuoto, sembra che sfogli il volume polveroso dei ricordi. Poi allunga il braccio e afferra il contenitore ormai freddo. La prima forchettata è quella di chi ha fame. Mastica con soddisfazione e ingoia più volte – Buona – commenta.

Ma dai, non è vero! – esplode Ambra – E’ chiaro che racconta frottole – Indica Massimo ma parla con Lara che scuote la testa – Quella pasta fa schifo – Si siede e si sfrega le cosce. Controlla l’ora. La corsa l’aspetta. Si sta facendo tardi. 10 minuti le aveva detto. Ma l’amica non schioda.

Massimo fruga in una valigia scucita, tira fuori una felpa e gliela porge. Ambra lo fissa perplessa – L’ho presa oggi alla Caritas. Non c’è il mio odore – la rassicura. Ambra sospira e torna con le dita nel mondo virtuale. Il suo cellulare vibra risposte.

Massimo ripone il contenitore e riprende – Corrompere il guardiano di turno mi costò 300 dollari. Dei 500 che avevo ne spostai 200 nei calzini e gliene offrii 200. Tutti, mi disse, agitando la canna del fucile. Mi abbassai le mutande e lasciai cadere a terra gli altri 100. All’alba mi tuffai nelle acque gelide del Mediterraneo. Sapevo che c’erano solo 800 metri fra il porto e l’isola di Samos. E 800 metri erano solo 32 vasche della piscina in cui nuotavo all’università. Il mare era calmo e se non finivo fra le eliche di una barca di passaggio sarei arrivato dall’altra parte prima che il sole fosse alto. Da lì attraversai la Grecia per settimane. A piedi, in autostop, a dorso d’asino. Mi ci vollero 3 settimane per raggiungere Patrasso. Lì conobbi Khaled, un ragazzino che mi portò alla “piccola Kabul”, una baraccopoli di cartone e plastica dove bivaccavano gli afghani. Accovacciati sui sassi guardavano il mare, annusavano la pioggia, osservavano i tir. Aspettavano il momento giusto per correre verso la rete e tentare di scavalcare. Il filo spinato era l’unica barriera che li separava dalla speranza di raggiungere l’Italia. Quando arrivava il momento ci si avventavano come mastini idrofobi contro uno sconosciuto alle porte. La scalavano in fretta, ferendosi ovunque. Saltavano aldilà e correvano verso il loro cavallo di Troia. Per qualche giorno raddrizzai i sostegni delle baracche, affilai coltelli e forgiai lame con le braci dei falò e un maglio da carpentiere. Piccoli lavori da fabbro che mi valsero due vecchie cinghie rubate dalle serrande di qualche casa greca. A quel punto avevo tutto per il mio tentativo. Dovevo solo aspettare l’occasione giusta e scegliere il tir a cui assicurarmi per salpare verso Ancona.

Massimo si rinfila il copricapo e srotola le maniche della camicia. Aspetta l’invio dell’ultimo twit di Lara e prosegue – Il mio turno arrivò in una notte di pioggia. Fasciai le mani con stracci vecchi e scotch per i pacchi. Ero giovane, veloce, forte. Scavalcai senza problemi. Poi, mentre correvo verso il tir, sentii il polpaccio bruciare. Non sanguinava molto e sapevo che la ferita era superficiale. Ma soprattutto, che era l’unica. Dovevo arrivare al parcheggio prima che mi vedessero. Se i poliziotti ti prendevano erano guai. La metà dei ragazzi del campo aveva la faccia sfigurata o gli arti rotti dai manganelli. Scivolai due volte nelle pozzanghere melmose ma, grazie alla copertura di un temporale improvviso, ci riuscii. Mi legai sotto al tir e mi sforzai di rallentare il respiro. Chiusi gli occhi. I cani dei Carabinieri cercavano soprattutto droga e io ero nero di fuliggine e puzzavo di fogna di Patrasso, benzina e grasso di camion. Con un po’ di fortuna mi passarono accanto senza notarmi. Raggiunsi così l’Italia e, seguendo il consiglio dei genitori di Khaled, alla prima occasione rubai vestiti nuovi, gettai le cinghie e cercai di mischiarmi alla folla. Impresa non da poco per un uomo con la pelle scura in quegli anni.

Ambra lo fissa con la bocca socchiusa. I suoi denti candidi si sfiorano appena. Ha calato gli auricolari e interrotto i suoi dialoghi in rete. Lo stupore galleggia nei suoi occhi blu cobalto.

E’ incredibile, Massimo – Lara ha la voce rotta dall’emozione. Le tremano le mani e lo smartphone cade a terra. Lo raccoglie – Sono già 200. Seguono la tua storia in diretta e mi chiedono informazioni. Chiara di Pisa vuole sapere che fine hanno fatto gli altri profughi che erano con te a Smirne. Sono morti nel container? Siete mai riusciti a rivedervi negli anni successivi? Paolo di Catania dice che a Patrasso c’è stato e ha visto i bambini mutilati dai manganelli. Ha anche un centinaio di foto. Chiede se ricordi anche tu i bambini. Se ti andasse , cercherebbe il tuo profilo e condividerebbe molto volentieri con te le immagini. Silvio di Roma vuole sapere a cosa pensavi nuotando fra Smirne e Samos. Se hai mai temuto veramente di morire annegato. E poi c’è Marina. Lei chiede come sei arrivato a Roma. Cosa hai fatto per 35 anni.

Di tutto. Ogni mestiere che vi venga in mente l’ho fatto – risponde Massimo all’unica domanda che gli sembri sensata. Anche se, mentre i suoi occhi studiano l’espressione attonita di Ambra, il racconto sembra passato in secondo piano – Ma soprattutto il fabbro. In Italia quasi nessuno voleva più battere il ferro incandescente e lavoro ce n’era ovunque. Bastava accontentarsi della paga in nero ed evitare di dire che avevo una laurea. Poi qualche anno più tardi conobbi una ragazza. Si chiamava Haifa ed era marocchina. Il padre l’aveva portata via dall’Africa per farla studiare. Per lei non sognava certo un marito fabbro, ma ci innamorammo e alla fine me la concesse in sposa – l’uovo si ferma nella mano sinistra e la V scarlatta brilla sotto la luce tremula del lampione. Massimo abbassa lo sguardo sul suo libro.

Una donna araba, quindi? – chiede Ambra, come emergendo da una dimensione parallela.

Sì, molto credente.

Coperta dalla testa ai piedi? Con il velo davanti al viso? – Ambra accavalla di nuovo le gambe e si sporge in avanti attorcigliando la coda intorno all’indice. Per un attimo Lara ha l’impressione che si stringa il seno fra le braccia apposta, per spingere Massimo a guardarle dentro la scollatura.

Il padre era molto conservatore e l’aveva educata così, ma l’Italia lo aveva ammorbidito. E di tanto in tanto Haifa si concedeva di scoprire il viso anche in pubblico.

E a te andava bene così? – Lara cerca invano di attirare l’attenzione di Ambra. Le sue domande stanno prendendo il tono di un interrogatorio in piena regola.

Non stava a me giudicare. A lei il niqab piaceva. Quello nero lo aveva avuto in eredità dalla nonna e, una volta qui, se n’era fatti cucire altri di diversi colori da una sarta di Rieti.

Non ci credo. E’ la solita storia di voi uomini che date per scontato cose di cui non sapete niente.

Ambra, per favore – la supplica Lara.

Non ci credo – ribadisce lei – Mi piacerebbe chiederlo a Haifa, sentire lei che ne pensa.

Un po’ difficile – mormora Massimo accennando un sorriso – E’ morta di tumore 3 anni fa. Poco prima che perdessi l’ultimo lavoro. Poco prima che di lavoro non ce ne fosse più per nessuno – Ambra si strofina nervosamente il dorso del naso e abbassa lo sguardo – E’ da quando sono nel vostro paese che non riesco a capire cosa abbiate voi italiani contro il velo. Le vostre donne lo hanno portato fino a qualche decennio fa.

Poi hanno smesso – sussurra Ambra.

E in qualche piccolo paesino lo portano ancora – prosegue Massimo – Non c’è niente di più eccitante degli occhi di una donna nascosta dal velo. Quando eravamo adolescenti, a Teheran, correvamo dietro alle ragazze e facevamo a gara a chi riusciva a farsi guardare. Per noi era sufficiente, e la carezza di quegli occhi era come un gol alle finali di quartiere. E non erano le laiche quelle a cui puntavamo, ma le musulmane. Essere ricambiati da una ragazza con il velo era qualcosa che non dimenticavi. Avevamo inventato perfino un nome. Le chiamavamo i “boccioli”, chiuse nei loro petali di seta, e ciò che speravamo era proprio che sbocciassero lì di fronte a noi. Farsi guardare, infatti, era solo il primo passo. La vera vittoria era un cenno della mano che ci autorizzasse a seguirle fino a un luogo appartato, lontano dagli sguardi della tradizione. Se un bocciolo ti invitava così, potevi essere sicuro che ti avrebbe mostrato il viso, scolpendo quel ricordo per sempre nella tua memoria. Avrebbe rimosso il velo e lo avrebbe fatto solo per te. Non è ciò che fai anche tu per il tuo ragazzo?

Ambra si irrigidisce – Quale ragazzo?

Quello con cui continui a chattare da quando sei qui – Massimo accenna allo smartphone che penzola dalle sue dita. Chattare, rifletté Lara. Quella parola in bocca a un migrante senza tetto era del tutto fuori contesto. Ma non lo era, forse, tutta la sua riflessione? Troppo alta, troppo colta per il figlio di un fabbro? O era lei che si stava lasciando intrappolare dagli stereotipi? – Quando la sera uscite insieme, non indossi forse qualcosa per lui? Qualcosa che lascia intravedere una parte ma ne nasconde un’altra? Non è forse nel coprire che si svolge l’intero gioco millenario della seduzione? La meraviglia della rivelazione presuppone che ci sia qualcosa di celato. E’ l’immaginazione che crea il desiderio, non la nudità.

Le sopracciglia folte di Massimo si toccano quasi l’una con l’altra. Il suo sguardo le attraversa diventando una breccia di sole estivo nella frescura dell’ombra. Ambra si guarda le gambe, cosparse di pelle d’oca fino a metà della coscia ma sente il calore avvolgerle le braccia, scivolarle sulle spalle fin dentro la scollatura. Si alza infastidita – E’ ora che vada, sennò si fa tardi. I 10 minuti sono passati da un pezzo – Lara cerca di obiettare qualcosa. Poi si rende conto che, probabilmente, è meglio così.

Per la cronaca, – aggiunge Ambra rivolgendosi a Massimo – quello non è il mio ragazzo. E’ solo uno dei tanti, o delle tante. Da queste parti per un po’ di piacere della carne ci facciamo molti meno problemi.

Sulle labbra di Lara compare l’ombra di un sorriso amaro.

******

Episodio 3

il tredicesimo giorno narrabit (2)Il ronzio della stufa. La staffilata gelida che sibila fra l’infisso e il davanzale. Il posacenere stracolmo di filtri illuminato dai neon dell’insegna difronte. L’odore rancido di tabacco e corpi sfiniti dall’attesa, esauriti da ore con occhi e orecchie in allerta, nella speranza di inchiodarlo.

Che dice la collega? – Sandro si gratta il collo sotto la sciarpa. Appena sposta il mento una vertebra schiocca nella penombra. Espira soddisfatto. La quindicesima ora è sempre la più dura.

La collega? E da quando sei così formale? – Enzo schiaccia l’ennesima Marlboro nel mucchio e getta via le cuffie. Si alza per stirarsi e con la coda dell’occhio nota lo sguardo contrariato del collega – Non preoccuparti c’è solo il ronzio del traffico. 15 cazzo di ore di ronzio.

Ma potrebbe arrivare da un momento all’altro.

Stai cambiando discorso – insiste – Collega? Da quando è tornata ad essere una “collega”?

Da quando la Direzione Centrale registra l’audio di ogni appostamento – Sandro gli indica le ricetrasmittenti. Dopo gli scontri della moschea, il Servizio Centrale Antiterrorismo li tiene tutti al guinzaglio corto. E non è da escludere che prima o poi si passi anche alla museruola.

Figurati – lo rassicura Enzo – Sai quante centinaia di ore di intercettazioni produciamo a settimana? Davvero pensi che qualcuno si metta ad ascoltare le nostre stronzate sessiste per ammazzare il tempo? – Solleva la ricetrasmittente e la avvicina alle labbra – Il Direttore Masi è un senzapalle filoarabo. Un burocrate incapace. Se solo ci avesse ascoltato, quei 7 morti ce li saremmo risparmiati. E adesso non avremmo i blogger di mezzo mondo alle calcagna. Direttore Masi, la prossima volta che vuole scavare una buca provi a chiedere a chi spala fango da tutta una vita! – Enzo strizza l’occhio in direzione di Sandro.

Sei il solito idiota – gli dice l’altro – per questo alla tua età stai ancora appostato con noi reclute a bruciarti i polmoni di noia.

Appostati? E che è un appostamento, questo? – Enzo scosta una delle tendine lacere e la croce verde della Farmacia Preneste gli lampeggia sugli zigomi acuminati – Abbiamo forse il sospettato a vista? Siamo forse pronti a intervenire?

Era l’unico appartamento libero – dice Sandro, come se toccasse a lui giustificarsi.

Se veramente succede qualcosa, con le nuove regole siamo fottuti. Prima che riusciamo a far intervenire i NOCS questi kebabbari del cazzo buttano giù San Pietro – si appoggia al davanzale e si stringe fra le dita la radice del naso. Aggrotta la fronte e 2 lunghe ciocche grigie scivolano via dal berretto. Se le infila dietro le orecchie e tossisce.

Lo so, lo so. Non sono più i bei vecchi tempi in cui la Digos rompeva le ossa ai manifestanti. Magari con una bella P38 impugnata ad altezza uomo – Sandro si lascia andare sullo schienale. La sedia di plastica cigola.

Ma dove vi addestrano oggi giorno, al Gay Pride? – Enzo si alza dal davanzale e muove un passo verso di lui. Minaccioso – Ragioni come un cittadino con il culo al caldo …

… che sputa nel piatto in cui mangia – Sandro prosegue cantilenando. Lo sguardo serio. La fronte stretta in un campo di rughe – Prima vogliono che ci sbarazziamo dalla feccia, poi, appena solleviamo il manganello, si appellano ad Amnesty International – Fa una pausa e intreccia le mani dietro la nuca. Il viso si distende e un sorriso anticipa di poco una risata esplosiva. E’ il solito ritornello e lo conosce a memoria. Ogni volta che lo provoca, Enzo si aggancia. E’ più forte di lui.

Questo buio non ti fa bene, ragazzino – la stufa a incandescenza e lo schermo di un tablet sono gli unici bagliori nella stanza – I tuoi neuroni devono essere già a nanna da un pezzo.

Sandro si alza in piedi. Si irrigidisce e torna serio – E ricordate signori, l’unico modo per sconfiggere le ombre è spegnere la luce – Un silenzio grave cala nella stanza. In strada un commerciante cinese grida al cellulare monosillabi infuriati. Con un colpo di stantuffo il 542 vomita una nuvola di passeggeri nell’aria pungente d’inizio primavera. Sandro ed Enzo si scrutano, fissano uno lo sguardo torvo dell’altro ma non resistono. Si piegano sulle ginocchia e iniziano a sghignazzare con le lacrime agli occhi. La conclusione del discorso di insediamento del Direttore Masi era ormai da mesi un classico della comicità, dalla Direzione fino al più sperduto dei Commissariati.

Una vibrazione nella tasca destra interrompe bruscamente gli spasmi incontrollabili di Enzo – Parli del diavolo – dice, voltando lo smartphone nella direzione di Sandro. La finestra della chat criptata gorgoglia messaggi in sequenza.

Masi? – Sandro sbarra gli occhi. D’istinto copre la ricetrasmittente. Enzo lo fissa e solleva le spalle – Non è possibile – aggiunge.

Infatti non è possibile, pollo di una recluta – Enzo si accarezza la barba ispida, divertito – La “collega” – lo sfotte indicandogli lo smartphone.

Gli ultimi avvisi della chat echeggiano in sequenza nella stanza vuota. Anche stasera è qui. Continua a riaccendere le candele che si spengono. Non fa altro. Ogni tanto legge. Giocherella in continuazione con un oggetto ovale. Stamattina è sparito un paio di volte. Penso in cerca di cibo. Magari di un bagno. Mi ha sorriso. Devo trovare il modo di osservare la cosa più da vicino.

******

Prima della serratura Lara sente la scia del profumo che odia. Storce il naso. I tacchi di Ambra echeggiano sul parquet appena lamato. Per fortuna sono quelli più larghi. Quelli delle scarpe comode, come le chiama lei. Tacchi e profumo avvolgente. Roba a uso e consumo dei maschi. Orpelli, è quella la parola che Lara ha appena imparato leggendo Montanelli. Orpelli, di cui le curve generose di Ambra non hanno bisogno.

Già in cucina? – le chiede Ambra scrutandola da sotto la frangia asimmetrica che le scende morbida su una spalla. A Milano ha rifatto i colpi di sole – Pasta? – indica la pentola che sbuffa da sotto il coperchio – E da quando violi le regole della paleolitica?

Non è per me … per noi – si corregge.

Abbiamo ospiti? – l’idea la infastidisce. E’ evidente.

Non proprio – Lara si siede sullo sgabello dell’isola che dal piano di cottura raggiunge il centro della cucina. Accavalla le gambe e la gonna di cotone le scivola su un lato. Una lunga file di caratteri cinesi le corre lungo la coscia e il polpaccio fino a tuffarsi nell’anfibio. Come un’anguilla in cerca di cibo sul fondale di un torrente – Sembri distrutta.

Sul serio? – Ambra si toglie la giacca del tailleur e si precipita davanti allo specchio. Uno tsunami di Aqua di Giò investe la cucina.

Non preoccuparti, le rughe sono quelle di sempre.

Stronza.

Ma lo sai che sono proprio quelle a farmi impazzire.

Ambra abbassa lo sguardo. Nello specchio si accorge dell’asola vuota dove iniziano i seni. Con disinvoltura scuote le spalle, recupera il bottone sfuggito e accorcia la scollatura. Lara si alza e torna in silenzio agli spaghetti in ebollizione. Quell’unica volta ha lasciato il segno. Per Ambra si è trattato solo di un diversivo, di una puntata sull’altra sponda per vedere com’è. Ne era convinta. Per lei, invece, in quelle carezze c’è stato di più. Molto di più.

Non sono stanca. Sono affranta – Ambra si sfila gli orecchini, poi gli anelli – Quest’anno niente bonus.

Tesoro, quando te lo danno ti lamenti perché ti fanno lavorare troppo – la prende in giro Lara – Quando non te lo danno, perché dovrebbero affidarti più incarichi per raggiungere gli obiettivi di fatturato. Non sarà mica ora di fare pace con il cervello?

Tesoro? A nessuno era permesso chiamarla così. A nessuno, tranne lei. Nonostante i trascorsi, da lei lo accettava, come fosse il logo di quella relazione singolare. Amiche. Di letto, una sola volta, così, per provare. Coinquiline. E confidenti come sorelle, fin nei dettagli, dai segreti dell’orgasmo vaginale fino alle inquietudini del lato oscuro.

A proposito –  difronte all’evidenza, ormai con le spalle al muro, Ambra si sfila. Come al solito – Sono diventata Freccia Oro. Pensa che nel club c’è perfino il bagno interno. Ci puoi portare anche un accompagnatore.

Dove? Nel bagno?

No, nel Freccia Club. Dovresti vederlo. Un salotto da rivista patinata incastonato nello squallore della stazione – poi capisce la battuta – Idiota! – sorride – Una volta ti ci porto. Ma solo dopo averti visto assaggiare la pasta – abbassa gli occhi sullo smartphone e digita qualcosa. Le unghie picchiettano sullo schermo e le dita sono fin da subito oltre la barriera del suono.

Non ci pensare nemmeno – Lara immerge una forchetta fra le bolle e gliela porge intrappolata in un groviglio di spaghetti – Aspettavo te apposta per questo. Sarai affamata.

Cruda. Si vede che la cucina non è il tuo regno.

Senti chi parla. Ancora un paio di mesi e il cinese take away qui sotto ti paga un viaggio premio alla Grande Muraglia.

Tu non ne mangi. Sicuramente non la stai cuocendo per me, sennò me l’avresti già detto – Ambra la osserva perplessa – A cosa dobbiamo, quindi, questo raffinatissimo esperimento di arte culinaria? Hai fatto domanda per “Masterchef”? – spalanca gli occhi – O magari la domanda giusta non è “a cosa” ma “a chi”.

Non è come credi.

Ah no? – Ambra solleva un sopracciglio. La sua french manicure tamburella impaziente sul ripiano – E com’è allora?

Ho una storia per le mani.

Sul serio perdi ancora tempo con quel sito?

Non è un sito qualunque. E’ il mio blog e sto cercando di inventarmi un lavoro – Lara fa scivolare due calici fino a metà dell’isola e li riempie di vino quasi fino all’orlo – Non ho un MBA a Princeton e un padre nei CdA di una decina di partecipate come te.

Hai ragione.

Per una volta non potresti semplicemente ascoltare ed essere felice per me? – Lara tira dritta per la sua strada.

Ho detto che hai ragione – Ambra le sfiora il dorso della mano che stringe ancora la coppa del secondo calice. Sa che non dovrebbe farlo. Ma sa anche che è l’unico modo per farla smettere.

Lara ascolta in silenzio i polpastrelli che le avvolgono le nocche e il senso di tranquillità che le danza intorno come una folata fresca in estate. Poi una vibrazione la scuote. La borsa di canapa afflosciata sul top la chiama, giusto in tempo per sottrarsi a quella carezza ambigua – Commenti sul blog – si giustifica – mi dai 2 minuti?

Ambra sorseggia il Barolo lentamente e, a stomaco vuoto, le va subito alla testa. Il formicolio leggero di un televisore senza antenna le si espande dentro agitando il fondale sabbioso dei giorni passati – Quale storia? – chiede dietro una smorfia adolescente che ottiene sempre quello che vuole.

Lara digita gli ultimi caratteri e aspetta che la prima pagina si materializzi. Zooma sul titolo e volta lo schermo verso l’amica. L’Isis pronto a prendere Roma. Scoperti i piani in una cantina di Ravenna. Ambra la osserva con gli occhi vuoti – Passi troppo tempo fra Sephora e gli alberghi di mezzo mondo, tesoro – le dice Lara, affettuosa – Hai presente il nostro migrante? Quello che da un paio di mesi dorme sotto al porticato?

Più o meno. E quindi? – Ambra rallenta sulle vocali e batte le palpebre più volte.

Non hai visto che in questi giorni sembra più agitato? Ha appeso due quadri. Ha spazzato il suo angolo ogni mattina con la dedizione di una governante tedesca. Ha perfino sparso fiori intorno al materasso. Sembra quasi si prepari a qualcosa di straordinario – Lara si siede sullo sgabello e indica la finestra, ma intende oltre. Intende i vocalizzi aspirati che un altoparlante diffonde per il quartiere – Sono anche i giorni del Ramadan. Periodo particolare per i musulmani.

L’adhan – dice Ambra come fosse ovvio – Il richiamo del muezzin che ricorda ai fedeli le preghiere obbligatorie. Viene dalla scuola coranica qui vicino – Lara si ritrae stupita – C’era un servizio sulla rivista del parrucchiere – Ambra le strizza l’occhio.

Ecco. La pasta è per lui. Appena tramonta il sole scendo e gliela offro. Sarà talmente affamato che dovrei riuscire a carpirgli qualche informazione.

Pensi che sia coinvolto in questa cosa dell’Ipis?

Isis.

Sì, Isis.

Non lo so. Ma nemmeno mi interessa. Voglio sentire la sua storia. E’ un migrante arabo che avrà avuto un buon motivo per andarsene da dovunque provenga. Un uomo con addosso i segni delle vicende che l’hanno portato in Italia – Lara sorride entusiasta. Scoperchia la pentola e rimesta fra le bolle.

Secondo me il coperchio non ci vuole. Si cuoce meglio senza.

Una teoria come un’altra. E per ognuno che la sostiene ne trovi un altro che la smonta.

Come per il terrorista che dorme qui sotto?

Non ho detto che sia un terrorista. Ma magari ha un passato di sofferenza e privazioni che posso raccontare. Vicende che possono emozionare i miei lettori. Poi, usando i tag giusti, provo a inserirmi nel flusso delle notizie. Ultimamente i media non parlano d’altro. E se riesco a usare l’effetto di trascinamento delle testate mainstream, boom – Lara schianta il palmo sul ripiano dell’isola facendo scontrare i calici – la mia storia schizza in alto nei risultati di ricerca di Google.

Ti credo sulla parola – Ambra getta la testa indietro e lascia scivolare l’ultimo sorso di vino fra le labbra umide – Ma chi ti dice che accetterà il tuo esperimento tiepido e scotto?

Non so, il fatto che dopo un giorno di digiuno è probabile che abbia fame?

Stando a quello che dice il telegiornale hanno più bisogno di shampoo e dentifricio.

Come scusa?

Alla stazione hanno allestito un centro di accoglienza provvisoria per l’esercito di disperati che bivacca in città. La portavoce diceva che il cibo non gli serve. Che hanno più bisogno di lavarsi – Ambra si sfila le scarpe con un smorfia di dolore. Quelle comode, dice lei.

Avranno già mangiato – bofonchia Lara.

O magari preferiscono togliersi di dosso il lerciume della strada. Anche io, nei loro panni, preferirei potermi lavare. E’ una questione di dignità.

Mangiare è una questione di sopravvivenza – Lara preleva dall’acqua un altro assaggio di spaghetti, ci soffia sopra e lo porge ad Ambra – Preferiresti morire di fame con le ascelle profumate?

Colla – Ambra esagera apposta una masticata gommosa – Ma il tuo barbone si leccherà i baffi. E sì. Preferirei non puzzare che riempirmi la pancia.

Migrante. Non barbone. Facciamo così – Lara nasconde la forchetta dietro la schiena e con la mano libera le sposta la frangia dietro l’orecchio – Scendi con me con il tuo bagnoschiuma al latte d’asina e miele, e vediamo lui cosa preferisce – Ambra si nega. Lara la implora con lo sguardo – Ho bisogno di una spalla – aggiunge.

Non ci pensare nemmeno, ho i miei 10 km da correre prima di cena. Ormai ho un’età e appena mi distraggo la ciccia compare ovunque – Ambra si solleva la camicia e si osserva il ventre di profilo nello specchio del corridoio – In più se bevo un altro sorso di Barolo, svengo sul divano prima del tramonto – si alza ed esce dalla cucina. La litania del muezzin si dissolve lentamente nel gracchiare statico di un vecchio altoparlante – Salutami il tuo barbone.

Migrante.

Come preferisci.

Lara sospira. Afferra la sua Lagostina nuova di zecca e la svuota nello scolapasta. Con la coda dell’occhio vede la pelle dorata di Ambra ricomparire oltre lo stipite. Ha tolto la camicia e il reggiseno le contiene a fatica il seno rigoglioso. Il freddo del pomeriggio le ha indurito i capezzoli. Lara inghiotte a vuoto e per un attimo il pasto del barbone … migrante … passa in secondo piano – Il cellulare – le dice Ambra indicandolo – mi ha ricontattato Alex – aggiunge ammiccando e sparisce.

Alex è il dirigente di una delle aziende per cui lavora. Quello con cui ha scopato fino a un paio di settimane prima. Per sport. Niente di serio, ha detto, fino al giorno in cui lui ha tagliato i ponti.

Sul viso di Lara cala l’oscurità. Il cespuglio di spaghetti cade con un tonfo nella scodella con il condimento.

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Episodio 2