Archivio per maggio, 2015

UOMO ALBEROGettò un’occhiata alle loro minuscole motoseghe e sghignazzò fra i rami. Non era preoccupato. La loro sorte non lo interessava. Divertito, forse. Come chi osserva una colonna di formiche affannarsi, ignare del rospo appostato nell’ombra.

Appena qualche migliaio di anni e già barcollano anestetizzati – commentò Filla. Quando era nervosa cigolava a voce alta e la cosa un po’ lo infastidiva – Il mondo è lì che continua a cercarli. Li insegue, gli corre incontro a testa bassa. Ma loro lo schivano ignari ogni volta. Hai fatto caso a come guardano sempre nella direzione sbagliata?

Corteccia scricchiolò le sue sopracciglia nodose verso il basso e cercò di tranquillizzarla – Sono solo uno sciame di dieci-dita vestiti, Filla. Cosa ti aspetti? – La cecità dell’uomo riusciva al massimo a metterlo di malumore.

Dovremmo fare qualcosa – Filla agitò le fronde.

Non è ancora il momento – echeggiò lui nei vani del tronco. Ma ciò che aveva in mente era l’esatto contrario dei desideri di Filla.

Quei sacchi in cui infilano la testa – insistette lei – Cos’è che ci trovano?

Respirano i fumi della colla.

Dovrebbero farlo più spesso – aggiunse lei entusiasta – Dopo aver respirato da lì sembra che qualcosa gli arrivi. Qualche scintilla sembra penetrare la bolla lattiginosa in cui sono rinchiusi.

Hai troppa fretta e come al solito sposi una causa persa. I dieci-dita sono senza speranza. Partoriscono soluzioni peggiori dei loro problemi – si scosse e i suoi anni schioccarono quella sentenza fin dentro la terra. La superficie del lago si increspò. E la fila ronzante di motoseghe, sporche di gasolio e segatura, si allontanò impaurita dalle sue radici nodose – Un’altra specie in via d’estinzione – borbottò.

Corteccia era un pino paziente. Era lì da 4900 inverni. Conosceva i racconti e sapeva che il risveglio non era lontano. L’ultima volta che il Popolo delle Foglie si era sollevato per salvare il pianeta aveva cacciato i dinosauri. Ripensando ai giganti del Giurassico guardò dall’alto i piccoli parassiti di carne, ossa e tessuti. La prossima volta, rifletté, sarebbe stato come bere un bicchier d’acqua. Si chinò e lasciò che il vento gli gonfiasse la chioma – Andatevene finché siete in tempo – frusciò il suo monito antico – lasciateci in pace.

Hai sentito? – Paul si voltò di scatto biascicando. Inciampò su un ramo e perse un passo. La tracolla gli scivolò via da una spalla e la motosega cadde fra le foglie.

E’ la colla ragazzo – gli rispose Bud con una pacca sulla spalla – alla tua età, quando la sniffavo bevendo acquavite, sentivo anch’io la voce del vento. Dopo un po’ passa.

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“Un narrabit è un attimo che esplode in una storia e tu sei dentro senza accorgetene. Diventi un personaggio della narrazione, senza desiderare di tirartene fuori”
[Cecilia Santarsiero]

“Racconti crudi, vividi, permeati di realtà e graffiati dalla vita di tutti i giorni. Mario ci accompagna attraverso stralci di vita vissuta o immaginata e il lettore è immerso in un bagno di dettagli tali da ritrovarcisi dentro per poi uscirne certamente con le mani sporche”
[Fabrizio Giallonardo]

“Racconto geniale di una psicosi contemporanea. Se non ti votano, non condividono o non commentano, allora non esisti. Non sei niente. Sei finito. E allora ecco il finale trionfante dove i “like” diventano concreti e incarnano il desiderio del protagonista di essere condiviso. Il finale ricorda l’epilogo de “Il profumo” di Suskind: un’eucarestia pagana”
[Ezio Ramezio su F5]

“Quello che c’è tra Emiliano, Natasha e Victoria, è un legame intenso di valori, sentimenti e sofferenza. In poche pagine si è immersi, e l’impatto è tale da far sembrare il racconto uno di quei libri che amiamo tenere vicino per rileggerne i passaggi, di tanto in tanto”
[Fabio “Loup” G.  su Come fosse tua]

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La festa-gara