Archivio per dicembre, 2014

Uomo

Pubblicato: 10 dicembre 2014 in Micronarrabit

SEPOLTO NEL DESERTO ASTRONACVEIdo mi mostrò le immagini del Pianeta Azzurro. Era orgoglioso della sua scoperta. In un anno di esplorazione si era spinto fino alla periferia della Via Lattea ed era riuscito a trovare ciò che cercavamo da tempo.

Il nostro mondo stava morendo. Noi stessi stavamo morendo. Di nuovo.

C’è acqua – mi disse lasciandosi cadere sulla poltrona di luce. Ormai i brividi dell’Oscurità, il male profondo che ci aveva colpito, lo scuotevano come un meteorite nella scia di una cometa – Ma sono troppo debole e non riuscirò a tornarci. Stavolta la rinascita toccherà a te.

E Odi? – gli chiesi con rammarico. Il solo pensiero di lasciarmi alle spalle le luminose colline della mia terra per chissà quanti anni mi toglieva il respiro. Perché io, che ero il più piccolo, e non Odi, il più grande, il più saggio dei miei fratelli?

E’ partito ieri. Porterà la nostra immagine verso est. L’ovest sarà compito tuo – sentenziò Ido, forte del fatto che sulla nostra stella era al fratello di mezzo che spettava il comando.

Decollai l’altro ieri. O forse dopodomani. Anno, oggi, mese, ieri o domani erano solo parole. Le usavamo per indicare eventi diversi fra loro. Nel nostro mondo stabilivamo noi cosa era prima e cosa dopo.

Viste dall’alto le nuvole infuocate dai tramonti del Pianeta Azzurro mi lasciarono senza parole. Le montagne che svettavano verso il cielo sembravano trascinare faticosamente le aride sabbie alle loro spalle fino al confine estremo delle terre emerse. Di fronte, le dense acque dell’oceano gorgogliavano dei sussurri della vita. Mancava solo una cosa all’imperfezione di quel mondo minore. Mancava la luce. La nostra luce.

Era già passata una settimana da quando ero atterrato fra le dune la prima volta. Ore che valevano secoli. Giorni pari a millenni. Dovevo chiudere quel capitolo e dovevo farlo in fretta. Le forze mi stavano abbandonando e non volevo morire in esilio, solo su un pianeta alieno. Affondai le mani fra i granelli umidi di un’oasi e lasciai che la mia mente desse forma a ciò che conoscevo meglio. Ancora una volta ero costretto a portare a termine quel compito ingrato. L’avevamo già fatto centinaia di volte in passato. O forse in futuro. Prima e dopo, d’altra parte, dipendevano solo dalla direzione in cui si guardava. Ed eravamo noi a deciderla. L’avevamo già fatto e solo la prima volta era stato piacevole. Poi, mera routine. Un atto dovuto per la sopravvivenza.

Quando la nostra immagine iniziò a delinearsi sulla superficie della sabbia aprii gli occhi. Era come guardare me stesso o uno dei miei fratelli, distesi sotto la tenue luce della stella più vicina. Era come prendere atto per l’ennesima volta della nostra perfezione.

Feci quell’essere grande. Lo feci gigante. A misura di un luogo primitivo come quello che avrebbe abitato. Raccolsi uno degli ultimi bagliori rimastimi dentro e lo soffiai nella sua direzione. Poi caddi in ginocchio. Esausto.

Si scosse. L’essere strinse fra i pugni l’umidità del suo letto di polvere e grugni. Spalancò le palpebre e cercò nella mia direzione – Dove sono? – Mi chiese.

Non avevo pensato a un nome per il Pianeta Azzurro ma terra era tutto ciò che avevamo intorno e – Terra – gli risposi – la tua casa si chiama Terra.

L’essere si chiuse in uno sguardo perplesso e si alzò torreggiando su di me e il mio velivolo. L’avevo fatto delle dimensioni giuste. Sarebbe sopravvissuto. La nostra eredità sarebbe stata conservata – Da dove vieni? – Mi chiese gettando la sua ombra lontano – E perché sei così piccolo?

Elisio – gli risposi puntando l’indice verso est. Era quello il nome della nostra stella, che muore e rinasce grazie alle creazioni. Grazie alle colonie – E io non sono piccolo, ma come è giusto che sia in un mondo superiore dove viviamo in 3 puntando all’unità – Non avevo altro da dirgli e gli diedi le spalle.

Io sono Uomo – mi disse a gran voce battendosi con il palmo sul petto. Mi voltai. Sembrava fiero del nome che aveva scelto per sé stesso. Era suo. E nessuno glielo aveva imposto. Il suo primo atto di libertà, però, aveva lo sguardo minaccioso di chi si sente in pericolo. Ripresi a indietreggiare verso il mio velivolo guardandolo dritto negli occhi. Non mi fidavo. Stavolta non era come con le altre creazioni. Qualcosa era andato storto.

Uomo si mise in ginocchio e sibilò scoprendo i denti – E tu come ti chiami? Chi sei? Cosa cerchi nella mia Terra?

La domanda mi lasciò perplesso. Al momento dell’emersione soffiavamo dentro le creazioni la luce e questa imprimeva nelle loro menti la conoscenza. Di solito, appena deste, sapevano già tutto di noi. Sapevano che su Eliso i Padri Estinti avevano lasciato solo 9 famiglie, ognuna di 3 fratelli. Che la nostra era l’ultima rimasta. Che le altre avevano raggiunto i Padri oltre l’orizzonte di Tracaia, il buco nero ai confini della Galassia. Le creazioni, di solito, sapevano già tutto questo.

Ma stavolta qualcosa era andato storto.

Salii a bordo dell’astronave correndo e mi chiusi il portello alle spalle. Il gigante continuò a gridarmi dietro le sue domande, battendo a terra i pugni e scoprendo i denti – Come ti chiami? Dimmelo!

Come faceva a non sapere che su Eliso erano le lettere usate per i nomi a distinguere le famiglie le une dalle altre? Come faceva a non sapere che Odi e Ido erano i miei fratelli più anziani? Gli ultimi rimasti sulla nostra stella? – Dio – gli gridai mentre fuggivo – Mi chiamo Dio! – e virai verso oriente appena in tempo per schivare le sue dita giganti che rastrellavano l’aria tentando di abbattermi.

Stavolta qualcosa era andato veramente storto.

Per la prima volta sarebbe stato necessario tornare.

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Il manuale

Pubblicato: 3 dicembre 2014 in Narrabit originali
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PUGILE

In piedi – gli gridò il secondino. Lo diceva il manuale. Intervieni subito e con fermezza.

Dammi un secondo. C’è il mio sangue fra le zolle – Il detenuto 69 inspirò rapido fra le sillabe. Faceva un caldo infernale sull’autostrada e il sole aveva cotto la terra come ceramica.

Alza il culo da quella panca e torna alla vanga – Il secondino inclinò gli speroni e il cavallo scalpitò, inarcando il collo. Controsole la canna della carabina sembrava una terza narice che nitriva minacce. Lo diceva il manuale. Sfrutta la posizione, rimani in sella. Sfrutta il volume, manda avanti il cavallo.

Guarda. Non dico cazzate – il detenuto gli mostro i palmi solcati da due piaghe. Bianche di carne viva. Rosse e grondanti sangue.

Il secondino si sporse in avanti e sollevò gli occhiali da sole. Nessuna lesione evidente. Erano quelli gli ordini.

Ma fu sufficiente perché l’ombra gli scivolasse alle spalle. Un fruscio impercettibile, nascosto dal ruggire dei tir.

Quando sentì la mano callosa serrargli le labbra cercò la pagina giusta del manuale. La strappò di netto la lama bollente che gli squarciò la schiena. Diceva occhio per occhio, dente per dente. Ciò che semini raccogli.