Devo rilassarmi – Episodio finale

Pubblicato: 18 settembre 2014 in Uncategorized
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Nei narrabit precedenti … Il cadavere di Polluce giaceva sul balcone, fra i tubi della lavatrice. Né Pina, né Oreste intendevano, però, rimuoverlo. Pina provò a ricorrere alla sua arma segreta. La sua amica Letizia, l’animalista sovrappeso, senza dubbio l’avrebbe aiutata a sbarazzarsene.  Oreste decise, invece, di affidarsi a Orlando, il saggio senza tetto che viveva nel parco sotto casa e studiava gli uccelli. La sera dell’incontro Orlando si invaghì di Letizia e nessuno dei 2 proporre una soluzione ragionevole per la questione “piccioni”. Non solo. Alla fine toccò a Oreste rimuovere il cadavere dal balcone.

Due settimane più tardi Pina e Oreste rientrarono dalle vacanze.

Pina aggrottò la fronte e uscì dal taxi scuotendo la testa. I suoi pensieri erano ormai altrove. Oreste raccolse i bagagli e salutò il tassista – Grazie e buona giornata.

Grazie a lei – gli rispose l’altro. Poi, chiudendo la testa fra le spalle e accennando con il mento verso Pina, aggiunse – la ammiro, signore. Lei ha tutto il mio rispetto.

Dillo a me, pensò Oreste. Le braccia distese dal peso delle cabine armadio portatili di Pina. Le spalle occupate dal suo zaino. La bocca serrata intorno al portafogli. E lei, ormai lontana, che si guardava intorno per registrare eventuali cambiamenti nel cortile da riportare all’amministratore. Casa dolce casa.

Episodio 1

Episodio 2

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IMAG5339_1_1Entrarono di soppiatto dopo aver fatto scivolare lentamente l’ultima mandata. Tesero l’orecchio ma il silenzio non s’interruppe. Si guardarono perplessi e Oreste bofonchiò qualcosa di incomprensibile – Che? – gli chiese Pina di getto. Poi si rese conto e gli tolse di bocca il portafogli – Grazie – sussurrò lui ironicamente mentre le gocce di sudore che gli imperlavano la fronte iniziarono a scendergli lungo le guance – Sarà morto – aggiunse con un ghigno. Lei gli colpì la spalla e con l’indice gli intimò di fare silenzio. Oreste strinse gli occhi per il dolore e fece per appoggiare le valigie giganti che si era trascinato su per 3 piani, ma Pina lo fermò – Non fare rumore – bisbigliò. Lui sbarrò gli occhi – Oh per favore! – esclamò a gran voce lasciandole cadere a terra e asciugandosi il sudore con l’avambraccio – Sarà lì, nascosto da qualche parte. Sono giorni che non parli d’altro! E va bene che i genitori se ne sono andati e l’hanno lasciato solo, ma mica è un bambino che dorme per screscere. E poi, che aveva detto il Capodoglio Rosa Confetto? Ci vogliono almeno 30 giorni da ora perché voli – l’imitazione degli acuti di Letizia gli veniva alla perfezione – Ne sono passati una ventina. Sarà lì da qualche parte – ripeté ad alta voce tendendo l’orecchio verso il balcone – Da qualche parte! – gridò battendo sulla serranda.

Pina lo guardava in cagnesco – Se gli è successo qualcosa …

Da qualche parte! – urlò di nuovo Oreste, muovendosi rapidamente verso la finestra che dava sul balcone. Sollevò la serranda con gesti rapidi e precisi – Mi ci manca solo che questo deficiente si sia fatto male saltellando qui e lì – disse sottovoce per non farsi sentire.

Come scusa? – gli chiese Pina.

Dicevo che è sicuramente lì fra i tubi, dove lo abbiamo lasciato – e indicò la parte posteriore della lavatrice dove Castore era nato. Ma nessun movimento confermò la sua ipotesi e Oreste spalancò la finestra. Pina lo raggiunse e si sporsero entrambi fino alla vita guardandosi intorno – sarà sul condizionatore – tentò di tranquillizzarla Oreste mentre il viso di lei si scuriva – vedrai che la Mangia Babà Chanel 5 si sbagliava. Avrà contato male e quello sta già svolazzando felice – le disse indicando verso l’altro e cercano di rassicurarla. Ma non funzionava. Anzi. Quando si voltò verso di lei la trovò inorridita, con la bocca spalancata e il dito puntato verso il basso.

Batuffoli di piume gialle erano sparsi a casaccio fra i cavalli di frisia e le lame appuntite. Non c’era dubbio. Il balcone era stato il teatro di uno scontro. Un regolamento di conti feroce, nel quale un giovane piccione aveva avuto la peggio. L’avversario doveva essere un adulto piuttosto corpulento. Una manciata delle sue piume grigie erano sparse qui e lì. Pina si portò la mano alla bocca. Oreste corse alla portafinestra, aprì lo scatolone che conteneva la tuta da balcone e le scarpe di ordinanza e iniziò a indossarle – ‘Fanculo – esclamò in preda all’ansia. Le getto a terra, sollevò la serranda e uscì all’esterno. Appena poggiò il piede sulle mattonelle oltre la soglia scivolò fino alla ringhiera e la afferrò appena in tempo per non cadere. Guardò a terra. Guano. Ovunque. Bagnato dalla pioggia e impastato con piume e rimasugli di semi. Non appena la puzza gli raggiunse le narici, rimpianse le procedure di Pina e i vestiti nello scatolone. Si voltò e riprese a cercare.

Di Castore non c’era traccia. Non era né fra i tubi, né appollaiato sul condizionatore. Il pensile era vuoto e l’armadio troppo pieno. Non c’era molto altro dove guardare e Oreste, in preda all’ansia, si sporse dalla ringhiera per controllare la grondaia. Magari aveva spiccato il volo ma aveva deciso di rimanere nei paraggi – Non è nemmeno qui – confermò a Pina alzando le spalle – Ma dovrà essere da qualche parte, no? – gli disse lei con la voce tremante – Volato via? – provò Oreste mimando con le braccia il movimento delle ali – Falla finita – lo rimproverò Pina – e fa qualcosa. Controlla le orme sul pavimento – Oreste la guardò sbigottito – Sì ok, passami il kit che prendo pure le impronte digitali. Ma per chi mi hai preso per CSI? – Non fece in tempo a finire che un tonfo sordo lo immobilizzò sul posto. Un secondo e un terzo seguirono il primo. Venivano dalla lavatrice. E dopo il quarto e il quinto tonfo li sorprese un verso inconfondibile. Il “tu” espirato dei piccioni in allarme. Oreste si inginocchiò davanti all’elettrodomestico e aprì l’oblo. Castore balzò fuori terrorizzato, saltellò nel guano battendo le ali e gli si appollaiò sulla spalla. Non era più il pulcino giallognolo e spelacchiato di due settimane prima. Non c’era stato nessun combattimento all’ultima zampata. Le piume sparse sul balcone erano quelle che aveva perso mettendo su la muta grigia da adulto. Con la coda dell’occhio e la morte nel cuore Oreste vide le strisce marroni e nauseabonde sulla sua polo Ralph Lauren e soffocò un’imprecazione. “Tu, tu”, lo salutò il piccione. Oreste si voltò e sorprese Pina in un ampio sorriso che lei ritrasse una frazione di secondo più tardi – Era ora – sentenziò tornata seria.

Come sarebbe a dire che è un compito mio. Ma sei impazzita? – La trappola di Pina stava per scattare e Oreste cercò disperatamente di divincolarsi. La serata precedente l’aveva trascorsa a pulire il terrazzo. La notte, invece, a rassicurare Pina che il volatile era ancora nel suo nido. E che per un po’ non sarebbe potuto andare lontano. Al sorgere del sole aveva detto a sé stesso che per quanto lo riguardasse aveva già contribuito a sufficienza.

Senti, i genitori sono spariti, il povero Castore non sa volare e non ha nessuno che gli insegni come si fa – ribatté Pina stizzita – Sei tu il mister, il coach, no? E allora fa il tuo mestiere! “Coacha”!

Fammi sentire l’alito – le intimò Oreste. Pina poteva pure essere Pina e non poter essere altro che Pina, ma questo era decisamente troppo.

In che senso? Che c’entra? – non appena Oreste le si avvicinò, Pina fece un passo indietro.

Fammi sentire l’alito. E’ impossibile che tu possa dire queste idiozie da sobria. Devo accertarmi che tu sia quantomeno alticcia. Non dico ubriaca fradicia ma almeno con un principio di sbronza – insistette lui.

Idiota – Pina lo respinse.

Ti risulta per caso che abbia mai addestrato animali? Eppure ci conosciamo da 20 anni – Oreste inghiotti a vuoto e si complimentò silenziosamente con sé stesso per la tenacia.

Ma non lo devi addestrare – gli rispose lei scuotendo la testa – Letizia mi ha detto che ce l’hanno già in quel coso che sta nel sangue. Il DDT.

DNA – la corresse.

Sì, in quello. In pratica imparano da soli. A Castore serve solo un po’ di incoraggiamento. E’ solo. Il fratello è morto che era ancora pulcino. La madre e il padre se ne sono andati. Gli manca la motivazione sufficiente per spiccare il volo.

Ora sì che mi è più chiaro – annuì Oreste – e secondo te devo partire dall’analisi dei sogni o esplorare prima il complesso di Edipo?

Entrambe le cose mi sembrano piuttosto complicate – gli rispose Pina pensierosa – non parli la lingua dei piccioni. Fossi in te proverei con qualcosa di più gestuale.

Oreste rimase a bocca aperta. Non poteva essere vero. Non poteva aver pronunciato quelle frasi senza ironia. Con la serietà richiesta da un consiglio ragionato. Era evidente che con l’età che avanzava Pina stava peggiorando a vista d’occhio. E per lui si metteva male. Controbattere sarebbe stato inutile. Provare a scaricare su di lei il compito, ancora peggio. Non restava che arrendersi. Se qualcuno gli avesse detto che un giorno avrebbe usato i suoi 20 anni di esperienza nello sviluppo delle risorse umane per incoraggiare un piccione saltellante a spiccare il volo, gli avrebbe dato del pazzo. Scosse la testa e accennò un sorriso. Poi, in silenzio, raccolse da terra i vestiti da balcone e si preparò per la seduta.

Aveva impiegato un’ora buona a rimuovere dal balcone cavalli di frisia e punte acuminate, mentre Castore saltava dagli uni agli altri tubando. Totalmente indifferente alla loro potenziale pericolosità. Ora che il terreno di gioco era pronto si trattava di capire da dove iniziare. Con una manciata di chicchi di mais nel palmo attirò a sé il piccione e lo afferrò per il corpo serrandogli le ali. Non riusciva ancora a capacitarsi che il piccolo pulcino giallognolo sopravvissuto potesse essersi trasformato in quell’uccello corpulento che teneva in braccio. Avrà preso dal padre, pensò – Amico mio è ora di abbandonare il nido – gli disse sollevandolo di fronte a sé fin a quando i loro occhi non furono alla stessa altezza – Vediamo come te la cavi con il primo esercizio – Con un movimento rapido e deciso Oreste lo lanciò in aria verso il muro opposto del balcone. Castore spiegò le ali e atterrò saltellando. “Tu – tu”, protestò, non riuscendo più a sollevarsi – Andiamo bene – sussurrò Oreste.

Pina lo osservava con orgoglio.

Dopo un quarto d’ora di lanci, però, il piccione era sempre allo stesso punto. Atterrava. Saltellava. Batteva le ali senza esito. Protestava – Ma non avrai mica un paio di galline nell’albero genealogico? – lo prese in giro Oreste – La Balenottera dice che ce l’hai nel DNA, ma a me sembra che di queste ali non sai proprio che fartene. Vediamo se riesco a farti capire – Lo catturò di nuovo col trucco dei chicchi ma questa volta lo depositò a terra. Gli afferrò le estremità delle ali fra i polpastrelli, le aprì  fino alla posizione di volo e iniziò a muoverle, simulando il battito necessario a staccarsi da terra. Il piccione lo guardava assorto e ogni tanto protestava con il suo “tu-tu”. Da lontano un verso identico rispose moltiplicandosi come l’eco di una grotta. Oreste si voltò verso la grondaia del palazzo di fronte e riconobbe Spartaco. Accanto a lui un piccione più piccolo. Da lontano non la riconosceva ma era sicuro che fosse Marta – Coraggio ragazzo – lo incitò – ora ci sono pure mamma e papà. Facciamogli vedere di cosa sei capace – lo guardò dritto negli occhi, becco e naso quasi a contatto – non puoi sbagliare – lo rassicurò. E dopo un paio di oscillazioni lo lanciò in aria per l’ennesima volta. Come un sacco di patate, rallentato appena da un paio di colpi d’ala, Castore cadde a terra rimbalzando sulle zampe. “Tu-tu”, ribadì con insistenza e, saltellando, si diresse verso l’angolo in cui si erano radunati alcuni chicchi. Iniziò a beccarli con avidità.

Pina lo guardava con un accenno di impazienza.

Ora sì che ti ho capito – mormorò Oreste annuendo – Tu sei un furbone. Cibo a sbafo, un posto dove dormire e fare la cacca lontano dalla mischia dei tuoi simili, e chi te lo fa fare a volare? A quel punto saresti costretto a trovarti una sistemazione altrove – ci pensò un attimo e poi concluse la riflessione – ma guarda te se proprio a me doveva capitare il piccione-bamboccione. Altro che incoraggiamento. Con te ci vuole una bella cura shock.

Pina, ancora in silenzio, iniziò a guardarlo con preoccupazione.

Oreste si chinò e senza preavviso lo afferrò di nuovo ad ali chiuse. Castore protestò, ingoiò l’ultimo chicco e cercò di beccargli le dita ma non riuscì a raggiungerle – Non ci provare sai, scroccone di un piccione – lo avvisò – Mamma! Papà! – gridò in direzione del tetto di fronte – Ora arrivo in volo oppure mi schianto sull’asfalto lì sotto.

Pina spalancò gli occhi – Che fai! – gridò correndogli incontro senza scarpe e tuta da balcone, violando per la prima volta nella vita uno dei suoi protocolli. Ma non fece in tempo a raggiungerlo che le braccia di Oreste avevano già compiuto l’ultima oscillazione. Le dita si erano divaricate e il corpo grigio e affusolato di Castore era stato abbandonato all’inconsistenza dell’aria oltre la ringhiera. Entrambi immobili, con lo sguardo rivolto verso il basso, osservarono il piccione spigare la ali e agitarle disordinatamente. E’ spacciato, pensò Oreste con una vena di delusione. Appena tocca terra lo uccido, pensò Pina, avendo ben chiaro che il soggetto del primo verbo non era uguale all’oggetto del secondo. Nel frattempo Castore cadeva. Batteva le ali e cadeva. Poi un colpo più deciso spostò la sua traiettoria e il piccione atterrò sul tendone del secondo piano. Rimbalzò e saltò di nuovo nel vuoto. A quel punto il suo verso si fece più profondo e le ali si mossero per la prima volta all’unisono. Una, due, tre volte. Non ce la fa, pensò Oreste. Appena si schianta sull’asfalto, ti getto di sotto a raccoglierlo, pensò Pina. A un paio di metri da terra l’oscillare verticale del corpo di Castore si interruppe. Le ali si tesero e l’uccello iniziò a planare. Sfiorò l’asfalto e, con il gesto naturale di un volatile esperto, posò le zampe a terra. “Tu-tu”, protestò guardandosi intorno. Poco dopo riprese il volo e salì a spirale fino alla grondaia dove Spartaco e Marta lo aspettavano.

Ah! – esclamò Oreste sorridendo e colpendo Pina con il gomito – Ce l’ha fatta!. Ne ero sicuro! Visto che avevo ragione? – La moglie lo guardò aggrottando la fronte e scuotendo la testa. Poi sorrise rassegnata, gli abbracciò la vita e, sospirando, reclinò la testa sulla sua spalla. Sentì lo stomaco contrarsi e una lacrima le scivolò dagli occhi lungo la linea del naso. Oreste le accarezzò la testa e le baciò i capelli.

***

E’ quello – disse lei con determinazione.

No – ribatté lui – è quell’altro sulla destra. Quello accanto al comignolo.

Guarda, ne arriva un altro – aggiunse lei – le piume della coda sono le stesse. E’ cresciuto, eh?

Non è quello Pina – Oreste scosse la testa socchiudendo gli occhi per mettere a fuoco il tetto di fronte – Ha un occhio nero e Castore li ha uguali.

Si guardarono per un istante e sospirarono entrambi – Sono tutti uguali – sussurrò lei abbracciandolo – e sono così tanti.

Oreste la strinse a sé e le accarezzò il viso con dolcezza – Ma un gatto come lo vedresti?

Pina si divincolò dall’abbraccio e lo guardò come se avesse bestemmiato – Ma sei impazzito? Una palla di pelo sul mio divano? Con le unghie che graffiano in parquet di rovere? Immagina cosa farebbe al mio tappetino tibetano. No, no. Io devo rilassarmi, devo rilassarmi – E con le braccia distese lungo i fianchi s’incamminò lentamente verso il salone per riprendere la meditazione.

Pina era pur sempre Pina.

***

IMAG5335_1_1Buongiorno – una voce stridente interruppe il silenzio – Le dispiace se mi siedo? Dovrei verificare che Dio sia tornato dalla sua vacanza.

Quella voce. Quel profumo. Chanel 5. Orlando si voltò e non credette ai suoi occhi. Come ogni giorno era sdraiato sulla solita panchina ad ammirare il cielo e gli storni. Di solito niente riusciva a distrarre la sua avida curiosità per gli uccelli. Ma quella mattina non poté che fare un’eccezione.

Dolcezza – si tirò su di scatto, pulì la panchina con la manica sfilacciata del maglione e, con un cenno la invitò a sedersi – Cosa ci fa una creatura meraviglia come te nella mia umile dimora? – e con il palmo rivolto verso l’alto le mostrò i confini del parco.

Curiosità scientifica – gli rispose Letizia accavallando le gambe strabordanti e lasciando di proposito intravedere il nastro deorato delle autoreggenti. La gonna era ancora più corta di quella che indossava il giorno del loro primo incontro – Le sue teorie sugli uccelli sono decisamente anticonvenzionali, ma affascinanti. Mi piacerebbe approfondire – sollevò le sopracciglia e lo guardò di traverso ammiccando.

Con piacere – gli rispose lui inghiottendo a vuoto. La sua mente corse veloce dalle forme rigogliose di Letizia al ricordo sbiadito della casa in cui non entrava da 10 anni. Si vide aprire la porta e invitare quella donna meravigliosa a entrare. L’unica a varcare la soglia oltre a sua madre – Ma prima mi permetti un regalo?

Letizia lo guardò stupita e accennò un sorriso. Non sapeva nemmeno della sua visita. Come poteva avere un regalo per lei?

Orlando scivolò sulla panchina fino a quando la sua anca fu a contatto con quella di lei. Chiuse gli occhi e inspirò con soddisfazione una folata di Chanel 5. Si concentrò per alcuni istanti, poi sollevò le palpebre e le sorrise – Ora! – con entrambe le braccia che indicavano verso gli alberi al centro del parco, Orlando la invitò ad ammirare il suo regalo. In quello stesso istante uno stormo gigante si sollevò dalle fronde. E prima di sparire verso l’orizzonte, seguì per alcuni minuti le indicazioni delle mani di Orlando.

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