Devo rilassarmi – Episodio 2

Pubblicato: 15 settembre 2014 in Narrabit originali
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Nei narrabit precedenti … Pina e Oreste avevano cercato per lungo tempo di sbarazzarsi dei piccioni che nidificano sul loro balcone. Ma proprio quando ormai davano la battaglia per vinta il vano dietro la lavatrice gli riservò una sorpresa. Una coppia e le loro due uova avevano messo su casa fra i tubi. Finirono per dargli un nome, a lui Spartaco e a lei Marta, decidendo di aspettare la schiusa per poi cacciare l’allegra famiglia una volta per tutte. Al momento della verità, però, Oreste trova Polluce, uno dei due pulcini gemelli, morto.

Pina lo spinse via con entrambi i palmi – Lo sapevo che stavi scherzando. Cosa pensi che sia un’idiota? E ora? La cosa è seria. Dobbiamo sbarazzarci del cadavere. Ci manca solo che aggiungiamo un corpo in putrefazione alle dosi quotidiane di merda, piume e liquami vari – la sua voce era improvvisamente tornata sui toni militareschi della combattente al fronte. Alzò gli occhi e fissò con fermezza quelli di Oreste. Il messaggio era chiaro.

No, no – le rispose lui – non se ne parla nemmeno. A me fa schifo. Anche con i guanti.

Io non so come si gestisce la morte di un piccione. Non mi metto in mezzo alle questioni di famiglia – sottolineò lei. Poi si guardarono, annuirono e si resero conto di aver avuto la stessa idea – Letizia! – esclamarono simultaneamente.

Episodio 1

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IMAG5335_1_1In ogni nome è racchiuso il destino di chi lo porta – le disse Oreste facendo ballare fra i denti il cucchiaio mentre il gelato gli si scioglieva in bocca – se chiami una Jessica sai già che, se le v
a bene, farà la sciampista. Genoeffa, d’altra parte, non potrebbe essere che una sorellastra snob e un po’ stronza. E poi, prendi Letizia. Esistono parole più semplici per dire la stessa cosa. Felicità, allegria. Senti come suona bene felicità – e lo ripeté scandendo le sillabe e intonando note sulle vocali.

Pina scosse la testa sconcertata. Le era già chiaro dove volesse arrivare e cercò di cambiare discorso – Per favore potresti almeno toglierti la felpa coi buchi? – Aveva invitato Letizia a prendere un tè e mancava poco all’ora dell’appuntamento. L’obiettivo, ovviamente, era quello che risolvesse per loro il problema del piccione cadavere in balcone.

Non pretenderai mica che mi metta in ghingheri per Moby Duck? – fece una pausa sperando che il gioco di parole le strappasse un sorriso, ma Pina era ferma sulle sue posizioni. Per raggiungere il suo scopo era disposta a tutto. Si era addirittura truccata e aveva messo tacchi e tailleur di seta. Conosceva bene Letizia e sintonizzarsi sul suo linguaggio era l’unico modo per ottenere qualcosa – Figurati – gli disse storcendo il naso e scorrendo con gli occhi fra i buchi e le macchie di ciò che indossava – non chiederei tanto. Non vorrei mai che una volta in divisa ti scattasse di nuovo il trip del consulente.

Felicità – sussurrò di nuovo Oreste affondando il cucchiaio nella vaschetta di cioccolato fondente – Allegria – scherzò soffermandosi sulla doppia elle e mimando con le braccia un girovita extralarge – Letizia, invece – lo disse storcendo il naso – non può che essere il nome di una donnetta schifiltosa tutta chanel e borsetta in miniatura. E poi, dai, Letizia. Se i suoi volevano mantenere per forza il registro aristocratico, bastava un’occhiata alla neonata di 5 chili per scegliere qualcosa di più adatto. Una cosa tipo Abbondanza – Scoppiò a ridere mentre Pina continuava a osservarlo impassibile.

Sei sicuro di voler iniziare questo gioco dei nomi? – gli chiese inarcando un sopracciglio – volendo potrei iniziare con qualche simpatica digressione liceale su Oreste.

Parli tu che ti porti appresso il nome della mostruosa figlia del Ragionier Fantozzi – rispose lui gongolando.

Giuseppina. Mi chiamo Giuseppina. Sono solo gli amici a chiamarmi Pina – Il non verbale che accompagnò l’ultima frase avrebbe dovuto metterlo in allarme. Quel privilegio poteva essergli revocato con la stessa rapidità con cui gli era stato concesso. Ma Oreste decise di rischiare – Appunto, il classico nome dei vorrei ma non posso campani. Dei proletari che giocano a fare gli aristocratici. Visto il caratterino che hai, a quel punto era meglio Angelica – Con un sorriso ampio, finto come quello di un presentatore televisivo, sottolineò l’ironia di quel commento. E Pina stava per esplodere la sua replica quando Oreste cambiò all’improvviso espressione. Si alzò in piedi e si portò la mano alla fronte – Orlando! – esclamò. Il nome dell’eroina di Ariosto gli aveva fatto venire in mente quello del paladino che era impazzito d’amore per lei – Orlando! – ripeté e, prendendo in contropiede l’ira inespressa di Pina, la abbracciò, la baciò su una guancia e si precipitò fuori di casa.

Un chilone 5 euro! Forza donne brave, donne belle! Mi voglio rovinare. Un chilone di qualsiasi cosa, 5 euro! – le urla del mercato rionale lo colsero di sorpresa. Era domenica ed erano aperti. Strano, si disse. Questi non farebbero straordinari nemmeno per guadagnare il doppio. E, per la prima volta senza invidia, fece il paragone con quello che lo aspettava la settimana successiva. Durante il giorno coaching individuale e di gruppo con i manager di una farmaceutica di Milano. Debriefing serale con i responsabili delle risorse umane. Attività di socializzazione dopocena. E dulcis in fundo, la mattina presto esercizi all’aperto per sviluppare la coesione di gruppo. Il tutto per riuscire a malapena a pagare il mutuo e a fare le vacanze una volta ogni due anni. Le vacanze. L’unico pensiero felice dell’ennesima domenica casalinga gli fece ricordare che se voleva salvarle, le vacanze, doveva assolutamente trovare Orlando. Si avviò verso il parco e intravide la sua sagoma corpulenta adagiata sulla solita panchina.

Orlando, che si dice? – lo salutò come se lo avesse incontrato per caso.

Con il viso nascosto dietro a una folta barba e gli occhi rimpiccioliti da lenti spesse un dito, sdraiato sulla schiena, Orlando osservava il cielo. Si portò l’indice al naso e senza distogliere lo sguardo dalle nuvole gli chiese silenzio. Oreste piegò indietro la testa e cercò nell’azzurro del cielo primaverile qualcosa che valesse la pena guardare, ma non vide nulla. Sollevò le spalle senza troppa meraviglia. In fin dei conti tutti nel quartiere sapevano che l’Uomo degli Uccelli non era uno normale. O almeno non lo era più da quando era morta la madre. Si diceva che il giorno stesso del funerale fosse tornato a casa, avesse adagiato il vestito nero sul letto rifatto e si fosse chiuso per sempre alle spalle la porta di casa. Da quel momento aveva iniziato a vagare per il parco. Dormiva sulle panchine. Si lavava con accuratezza alla fontanella di fronte al bar. E seguiva ora dopo ora, giorno dopo giorno, il volo degli uccelli. Ma quella domenica Oreste aveva esaurito la pazienza. Nemmeno il potente infuso di camomilla e valeriana riusciva più a sedare la fretta che aveva di risolvere gli eventi in drammatica evoluzione sul suo balcone. Si piegò in avanti risoluto e cercò di dirgli qualcosa. Ma Orlando sollevò la sua mano gigante, indurita dalle intemperie – Ora! – Esclamò sussurrando. E una nuvola nera di storni si sollevò all’improvviso dagli alberi del parco. Disegnò un cuneo. Poi una bolla. Con la coda dell’occhio Oreste si accorse che le braccia di Orlando seguivano le evoluzioni dello stormo. Stesse forme. Stesso ritmo. Come fosse parte di quella danza leggera e continua. Poi guardò meglio e si rese conto che non era lui a seguire loro, ma il contrario. Un’onda a destra, una a sinistra e poi il gruppo si divise. E le braccia di Orlando anticipavano ogni cambio di direzione. Della stessa frazione di secondo con cui lo sguardo del direttore d’orchestra anticipa la sua bacchetta.

Meravigliosi no? – gli chiese Orlando in maniera retorica.

Ma come fai? – Ancora incredulo, Oreste gli rispose con un’altra domanda.

A sapere dove vanno prima che ci vadano? – sorrise Orlando con la bocca nascosta dai baffi – Che giorno è oggi?

Domenica. Ma che c’entra? – Oreste era sempre più disorientato e la cosa non migliorò quando Orlando gli indicò il trambusto degli ambulanti.

Il mercato è aperto. Di domenica. Come mai? – gli chiese aggrottando le sopracciglia.

Non ne ho idea.

Sei sicuro? Guarda bene – E con un occhio socchiuso e l’indice all’altezza del naso gli indicò una serie di punti in lontananza. I negozi sotto il porticato erano tutti aperti. Un gruppo di netturbini aveva appena finito di ripulire le strade e si godeva il caffè al sole tiepido della mattina. Una coppia di anziani vestiti di tutto punto attraversava sulle strisce. Una signora in tiro ancheggiava sui tacchi nella loro direzione. Lungo il marciapiede si era fermato un camioncino rosso. Il padrone, in divisa gialla, stava accendendo la macchina dello zucchero filato. nl alto nastri di bandierine colorate facevano da volta al viale alberato. Appesa al muro esterno della tabaccheria, una locandina annunciava la presenza del Presidente del Municipio. In fondo alla discesa c’era agitazione. Il capannello che si era raccolto divenne presto una piccola folla. Il cancello nero si spalancò e dal cortile della chiesa uscì il parroco con la veste bianca e la stola verde intorno al collo.

Il Santo! – esclamò Oreste – E’ la festa del Santo!

Ecco come faccio – gli rispose Orlando saltellando con il dito fra i vari punti che gli aveva indicato – gli uccelli sono creature straordinarie. Abitudinarie e allo steso tempo imprevedibili. Questo stormo poi è particolare. Lo osservo da mesi e, a seconda del meteo e della confusione in strada, spicca il volo scegliendo fra 3 sequenze di figure. Sempre quelle. Poi, dopo l’overture, inizia l’improvvisazione. E lo stormo segue compatto il leader del giorno. Vanno la mattina e tornano la sera al tramonto. Per ore un solo uccello li guida attraverso le insidie della città, con la sua strategia di volo li protegge dai predatori. Consapevole che domani toccherà a lui affidarsi a un altro. Ti ricorda qualcosa?

Oreste cercò disperatamente qualcosa di analogo fra i ricordi ma niente. Libri, documentari ed esperienze vissute non lo aiutavano. Desistette alzando le spalle.

Appunto – sottolineò Orlando – non c’è nulla di simile nella storia dell’uomo. Le società di mammiferi dovrebbero funzionare diversamente. Ma quando gli uomini pretendono di vivere in spazi ristretti, accalcati gli uni sugli altri come gli uccelli, dovrebbero alzare gli occhi al cielo e imparare qualcosa.

Sì – disse Oreste con fermezza seguendo con gli occhi lo stormo che spariva all’orizzonte. Cosa avesse voluto dire Orlando non gli era affatto chiaro. Per una volta, però, la fama che precedeva l’uomo non era né esagerata né immeritata. Orlando era veramente un esperto. O quantomeno lo sembrava. Ed era tutto ciò di cui Oreste aveva bisogno.

Si sedette in fondo alla panchina e iniziò senza preamboli – ho bisogno del tuo aiuto, Orlando.

20 minuti più tardi, quando varcò di nuovo la soglia di casa, aveva accanto il suo consulente. Informato dei fatti. Aggiornato sugli scenari e sulla controparte. Consapevole degli obiettivi da portare a casa al tavolo negoziale. Con lo sguardo fiero entrò nel salone e lo trovò già impregnato della scia di Letizia. Chanel 5 più due dita di fondotinta in sublimazione. Il suo sguardo di disgusto incrociò sulla porta quello identico di Pina. Quello di lei, però, non era rivolto ai profumi dell’amica ma alla sua felpa bucata e ai calzoni consumati di Orlando.

****

Cara, Polluce è una creatura di Dio. E Dio non permette che lo gettiate nella spazzatura come un oggetto malfunzionante o un frutto marcito. Senza esequie. Senza sepoltura – Con il mignolo sollevato e la tazza già sporca del suo lucidalabbra rosa confetto, Letizia guardava Pina cercando la sua approvazione.

Dolcezza – si intromise Orlando fissando le gambe di Letizia, strizzate in un paio di calze contenitive color carne – Dio è ormai in vacanza da qualche secolo. E tutta questa sceneggiata per il cadavere di un pennuto mi sembra veramente eccessiva. Fossi in voi – si rivolse a Oreste – me ne libererei prima che ci pensino i vermi.

Vermi? – esclamò Pina con un’ombra di disgusto sul viso.

Il corpo è ancora in pieno rigor mortis – sottolineò Letizia con sdegno, continuando a rivolgersi a Pina –Prima che inizi a decomporsi ci vorranno almeno 24 ore. C’è tutto il tempo per accompagnare la sua anima verso l’Empireo.

Tesoro – riprese Orlando lasciando scivolare lo sguardo dai fianchi rigogliosi di Letizia alla profonda scollatura in cui era immerso il suo seno – Nemmeno San Francesco era sicuro che gli uccelli avessero un’anima. I piccioni, poi, per dirla col vocabolario dell’epoca, sono esseri immondi. Che trascinano di casa in casa malattie, liquami, zecche – Oreste, rivolto a Pina, annuiva ad ogni parola di Orlando.

Ma mi faccia il piacere – lo apostrofò Letizia, trascinando a fatica verso l’alto il collo del vestito appesantito dalla sua quinta .

IMAG5337_1_1Individualisti. Meschini – Oreste continuava ad annuire e Pina sbuffava impazienza a ogni frase. Quando sarebbero arrivati al dunque? – Infestano le nostre piazze mendicando un po’ di cibo. Usano la forza del gruppo solo per ottenere qualcosa per sé stessi. Poi, appena uno di loro si volta, un altro si getta sul suo verme, sul suo chicco di grano. Glielo strappa da sotto il becco e lo divora.

Devo rilassarmi, devo rilassarmi. Pina socchiuse gli occhi e iniziò a recitare il suo mantra. Oreste annuiva inebetito mentre Letizia sospirava, continuando a sorseggiare da una tazza ormai vuota.

Niente a vedere con i miei amici storni. Vi prego osservateli – Orlando indicò oltre la finestra uno stormo che si esibiva a ritmo di Valzer – Non solo l’eleganza. Non fermatevi solo allo stile, alla superficie. Provate ad andare oltre. Fino alla filosofia del loro volteggiare. Al senso del loro esistere.

Devo rilassarmi, devo rilassarmi. Oreste proseguiva i suoi sì di approvazione.

L’individuo si perde nella grandezza collettiva dello stormo – Orlando si alzò e si avvicinò alla finestra. Letizia iniziò a battere nervosamente la punta di un piede sul pavimento – Ognuno per tutti e tutti per ognuno. Ogni giorno un capo diverso. Nessuna gerarchia. Gli storni hanno superato a sinistra Marx, Engel, Bakunin. Una società impeccabile, totalmente anarchica e perfettamente ordinata. Altro che il gretto egoismo dello squallido piccione!

Devo rilassarmi, devo rilassarmi, proseguiva Pina.

Orlando tornò sui suoi passi e, sulla strada per il divano, si fermò alla poltrona ripiena del corpo di Letizia. Annusò l’aria intrisa di Chanel 5 e sospirò – Sono sinceramente meravigliato che una splendida creatura come te posso incorrere in simili errori di valutazione – A quelle parole Letizia arrossì e affondò nuovamente il naso nella tazza vuota. Pina riemerse dal suo mantra e Oreste sbarrò gli occhi e smise di annuire – Una donna che sprizza classe da ogni poro, che si confonde con sudici volatili che infestano tetti e grondaie.

In effetti, disse il sopracciglio sollevato di Oreste. Riferito, ovviamente, ai piccioni. Non certo agli apprezzamenti di Orlando per il cetaceo che gli sedeva di fronte.

Veniamo al dunque? – si spazientì Pina

Il dunque – esitò Orlando – Il dunque è che l’ardore di questa donna mi distrae – Letizia sbarrò gli occhi e sentì il calore del sangue irrorarle le guance. Prese la teiera, riempì goffamente la sua tazza e, portandola alla bocca, ci nascose di nuovo il suo imbarazzo – I miei pensieri si nascondono. La mia missione mi appare sempre meno chiara – Orlando si fermò con lo sguardo perso nella nuca bionda di Letizia.

Il piccione! – esclamò Pina – ce ne vogliamo liberare o no?

Il piccione – ripeté Orlando, riprendendo contatto con la realtà – il piccione deve sparire. Subito. Prima che la puzza vi riempia la casa – Oreste riprese ad annuire.

Stavolta Pina seguì con la testa il suo gesto – Prego, faccia come se fosse a casa sua – lo incitò indicandogli la portafinestra e la tuta da balcone.

Vi dirò di più, amici miei – aggiunse Orlando iniziando a gesticolare con gli occhi sbarrati – Tutta la famigliola deve sloggiare. Il vostro balcone sembra il muro di cinta di un campo di concentramento. E siete voi i prigionieri.  Se non vi date una mossa quelli in men che non si dica vi mettono le zampe in testa. Individualisti, meschini. E’ questa la loro natura.

Mica male come idea, c’era scritto sul viso di Oreste. In definitiva non ha tutti i torti. E’ quello che volevamo fin dall’inizio, aggiungeva lo sguardo di Pina. Letizia si accorse che la sua proposta perdeva terreno a vista d’occhio – Lei è un pazzo – disse senza guardarlo. Scansando le sue idee con un gesto della mano.

Sì dolcezza, sono un pazzo. Perché non rinuncio ai miei ideali per compiacerti – le rispose Orlando cercando di nuovo il suo sguardo in maniera teatrale – Perché sottometto i bisogni della carne a quelli dell’intelletto – Pina e Oreste si guardarono soffocando una risata – Ma è così che sono ed è così che desidero che tu mi veda – si rivolse di nuovo a Pina e Oreste – Il punto. E’ che ho la soluzione che fa al caso vostro – Era ora, pensò Pina. Orlando mise le mani in tasca e tirò fuori una manciata di granturco e una bustina bianca – Veleno per topi – disse senza troppi preamboli mentre un ghigno gli accendeva lo sguardo – ne basta poco fra i chicchi. Posiamo una manciata vicino alla lavatrice e lasciamo fare alla madre. Ne darà al pulcino ancora vivo e ne mangerà anche lei. Due piccioni con una fava! – strizzò l’occhio soddisfatto della vena ironica che accompagnava la soluzione perfetta di quel dilemma – Se siamo fortunati, al prossimo giro anche il padre ne mangerà. Una volta sterminata l’allegra famigliola, per un bel po’ gli altri gireranno a largo.

Oreste aggrottò le sopracciglia – Ma questa cosa è tremenda! E tu sei un assassino! – esclamò.

Perverso e senza un briciolo di pietà – aggiunse Pina scattando in piedi.

Raccapricciante – lo apostrofò Letizia, con la tazza ancora in mano e osservandolo con la coda dell’occhio – E’ proprio vero che Dio è in vacanza.

Pina socchiuse di nuovo gli occhi e riprese il suo mantra. Devo rilassarmi, devo rilassarmi. Qui e ora. Elimina il rumore di fondo. Ascolta il respiro. Prima che la situazione precipitasse Oreste si alzò scuotendo la testa. Prese sotto braccio Orlando e sfoderò il suo sorriso di convenienza, allenato in un decennio di consulenza aziendale – Grazie mille per i tuoi consigli – gli sussurrò trascinandolo lentamente verso la porta – ti assicuro che, al momento di decidere, li prenderemo dovutamente in considerazione. Per ora è tutto e, nel caso avessimo ancora bisogno, ci faremo risentire – e con un gesto lo invitò ad uscire sul pianerottolo.

Orlando rubò un’ultima occhiata alle curve di Letizia poi, sospirando, si rivolse a Oreste – Mi sembra avessimo un accordo.

Già – rispose lui – non ti muovere di qui – e sparì di corsa verso la cucina.

Orlando ignorò l’avvertimento e corse di nuovo nel salone. Si inginocchiò ai piedi di Letizia e le afferrò la mano libera dalla tazza. Ne osservò il dorso con avidità. Avvicinò le labbra alla sua pelle e gliela baciò dolcemente – La tua minestra – lo distolse Oreste afferrandogli le spalle e porgendogli un contenitore di plastica fumante – E’ ora di andare – aggiunse. Orlando mollò la presa e si lasciò condurre all’uscita. Letizia guardò la sua mano come fosse quella di un’altra e, per l’ennesima volta quella sera, le sue guance si colorarono di rosso. Non appena si accorse che Pina la stava osservando chiuse il pugno e lo ritrasse – ma chi era quel rozzo figuro? Non immaginavo che tuo marito frequentasse certa gente.

Appena la porta si chiuse Oreste lanciò un’occhiata prima alla moglie poi all’amica di lei. Ce l’avevano fatta. Si erano appena liberati del sanguinario assassino che reclamava le vite innocenti di Castore, Spartaco e Marta. Il problema, però, non era stato risolto. Del funerale di Polluce non voleva nemmeno sentir parlare. Rimaneva comunque la questione del cadavere. Con Orlando assente, chi si sarebbe occupato di sbarazzarsene?

Gli occhi delle due donne conversero all’unisono su di lui e Oreste sentì espandersi nello stomaco una fastidiosa sensazione di disagio. Gli vennero in mente la tuta da balcone, i polpastrelli che toccavano il corpo freddo e ossuto di Polluce, una buca nel giardino condominiale. Ora sì che ho bisogno di qualcosa di forte, si disse camminando verso la cucina. Afferrò il barattolo della valeriana e mise l’acqua a bollire.

***

Via Pisino – disse seccamente Pina al tassista – e lo so che non sa dov’è. Prenestina. Una volta là le dico io.

Signo’ se vvole la faccio pure guida’, eh – le rispose il tassista indicando il volante.

Oreste ridacchiò. Nemmeno dopo una vacanza di 2 settimane Pina riusciva a non essere Pina.

All’alba di un giorno senza nuvole anche Roma riusciva a sembrare un luogo di pace e silenzio. Avevano scelto quel volo apposta. Con Stoccolma e la dimensione umana degli ambienti urbani scandinavi alle spalle, tornare all’ora di punta sarebbe stato un trauma eccessivo.

Che meraviglia quello stage di shiatsu – sospirò Pina con la nostalgia nelle voce.

Sì, come vedere la Corazzata Potëmkin in ginocchio sui ceci – mugugnò Oreste

La seconda a destra – intimò Pina al tassista che la guardò con la coda dell’occhio ingoiando il commento che stava per sfuggirgli – Bella invece la tua mostra di tette e patate pelose – aggiunse rivolta al marito

Helmut Newton. Quello era Helmut Newton – Le rispose Oreste indignato – uno dei più grandi fotografi del ‘900. Ed era la prima volta che esponevano il suo intero lavoro.

Newton. Quello della mela – disse Pina con disinvoltura – Certo che deve essergli caduta in testa da molto in alto se poi ha iniziato a fare quelle foto.

Oreste e il tassista si voltarono insieme sperando che stesse scherzando. Ma Pina era Pina e non avrebbe potuto essere altro che Pina.

A proposito – aggiunse come se c’entrasse qualcosa – speriamo che Castore abbia imparato a volare e che finalmente Marta e la sua famigliola siano migrati verso luoghi migliori.

Con tutto quello che mi sono costati di semi, medicine e intrugli vari per non farli deperire ci pagavo un’altra settimana di vacanza – le rispose Oreste.

Potevi rifiutarti.

Ma tu hai insistito.

Non mi sembra di aver dovuto insistere troppo – ironizzò lei.

Solo perché, se non se ne sono andati da soli, voglio che siano bene in forma per quando li caccerò a calci nella coda.

Sì come no, si disse Pina sorridendo – A destra, poi ancora a sinistra, poi la seconda a destra e siamo arrivati – disse seccamente al tassista.

E meno male signo’ – rispose lui con calma – n’artro paio de svolte e me toccava licenzia’ er navigatore! Chi li sente poi i sindacati.

Pina aggrottò la fronte e uscì dal taxi scuotendo la testa. I suoi pensieri erano ormai altrove. Oreste raccolse i bagagli e salutò il tassista – Grazie e buona giornata.

Grazie a lei – gli rispose l’altro. Poi, chiudendo la testa fra le spalle e accennando con il mento verso Pina, aggiunse – la ammiro, signore. Lei ha tutto il mio rispetto.

Dillo a me, pensò Oreste. Le braccia distese dal peso delle cabine armadio portatili di Pina. Le spalle occupate dal suo zaino. La bocca serrata intorno al portafogli. E lei, ormai lontana, che si guardava intorno per registrare eventuali cambiamenti nel cortile da riportare all’amministratore. Casa dolce casa.

To be contiuned ….

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