Devo rilassarmi – Episodio 1

Pubblicato: 12 settembre 2014 in Narrabit originali
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IMAG5336_1_1Quando gli acuti di una jingle bells suonata 3 ottave sopra gli perforarono i timpani stava mangiando il profitterol. Quello di sua madre, però, ché a Pina veniva uno schifo. I suoi bignè si ammosciavano sempre. Mentre a lui piacevano croccanti, delicati. Che appena i denti li attraversavano, il cioccolato colava nella crema e la loro unione si diffondeva in bocca, avvolgendo la lingua e scivolando sul palato. Una carezza che  precedeva di poco una sensazione molto simile all’orgasmo. Oddio, simile. Non proprio. Qualcosa che lo ricordava. Vagamente. Il problema era decidere se quel “vagamente” dipendesse dal fatto che le due cose si assomigliavano poco o dal fatto che era il suo ricordo dell’orgasmo a essere vago.

Guardò le cifre squadrate del quadrante digitale e si rese conto che il profitterol era un sogno. Il resto, purtroppo, no. Quello che suonava, infatti, era il cellulare di Pina. E lei, ovviamente, era altrove. Perché la sua sveglia suonasse alle 7 anche di domenica rimaneva un mistero più inspiegabile di quelli di Fatima. Vivevano insieme da 8 anni e lei non si era mai alzata più tardi delle 6.30. Domenica, Capodanno, Pasqua, la Giornata Nazionale del Sonno, se fosse esistita, non faceva differenza. Perché quindi settare l’allarme sempre alle 7 e lasciarlo suonare a oltranza? Lo faceva apposta? Era un modo per lanciargli qualche segnale? O era solo perché Pina, alla fine, non poteva altro che essere Pina?

Dal salone lo raggiunse nel silenzio il fruscio cadenzato e profondo di un respiro. Oreste contò fino a 5.

La spegni o no questa sveglia? – Il tono neutro e sarcastico gli tolse ogni dubbio. Pina non sarebbe mai riuscita a cambiare nemmeno il colore del suo spazzolino. Pina non poteva altro che essere Pina. L’aveva presa ai saldi, come gli ricordava lei con ironia. Articolo difettoso, capita. Quel giorno avrebbe dovuto essere più cauto e portarsi gli occhiali. La clausola scritta in piccolo era chiara. Non si accettano restituzioni.

Oreste si alzò e si trascinò lungo il corridoio sognando un caffè. Solo una bella tazza di miscela arabica poteva aiutarlo ad iniziare una nuova, meravigliosa domenica di vita domestica. Poi la vide e capì subito che anche nero, concentrato e doppio il caffè non sarebbe bastato. Adorava quella esile donna. Dopo anni continuava ad essere innamorato come il primo giorno. Ma sempre più spesso gli sfuggiva il perché. E guardandola seduta in terra nella posizione del loto, con lo sguardo rivolto al sole nascente, la domanda che prese il sopravvento sui suoi pensieri fu proprio perché. Perché quel maledetto giorno di 3 mesi prima le aveva fatto vedere quel sito? Perché si era preoccupato della sua ansia e le aveva parlato degli effetti benefici della meditazione sullo stress? E perché, poi, l’aveva fatta concentrare proprio su quel protocollo americano che si sposava alla perfezione con lo scetticismo di lei per tutto ciò che aveva anche vagamente a che fare con la religione e l’esoterismo?

La vide con gli occhi chiusi e il collo leggermente piegato in avanti. Scosse la testa e si allontanò. Meglio non disturbare il cane che dorme.

Che c’è? Non vedi che sto meditando? Che vuoi? – gli chiese Pina con l’intonazione fissa della voce da GPS, senza accennare alcun movimento.

Oreste sbarrò gli occhi e sorrise – Veramente nulla – le rispose – stavo andando a farmi qualcosa di forte – e visto l’incipit la sua mente passò dall’idea del caffè a quella di una bella tisana alla camomilla.

Lo sai che quando medito non mi devi disturbare. Devo concentrarmi sul respiro. Cancellare i rumori di sottofondo e il flusso dei pensieri. Vivere il presente in ogni suo istante. Concentrarmi sul qui e ora. E tu, invece, stai lì appollaiato come l’uccello del malaugurio. Il tuo sguardo mi distrae. Trascina via la mia consapevolezza – sbuffò e con un gesto di stizza cercò di allontanare da sé gli elementi di disturbo – Devo rilassarmi. Devo rilassarmi – ripeté più volte a sé stessa. Ma il tentativo durò poco. Delusa e ormai deconcentrata si alzò dal tappetino decorato con la bandiera tibetana, lo ripiegò e dichiarò chiusa la sua sessione.

Grazie, eh – gesticolò verso Oreste che ormai le dava le spalle – E’ questo il bello della vita di coppia. Uno può sempre contare sul sostegno dell’altro.

Oreste sapeva bene che rispondere sarebbe stato un suicidio. Che in questi casi Pina non aspettava altro, per agganciarsi e sferrare il suo attacco. Ma la sveglia era stata traumatica. Il profitterol della madre gli era sfuggito quando ormai l’aveva quasi addentato. In più la camomilla non era ancora pronta. In fin dei conti era domenica mattina e le lancette della cucina segnavano solo le 7,30. Un cedimento della sua proverbiale pazienza non gli sembrava così ingiustificato. Stava per dare voce al lato oscuro quando un suono proveniente dal balcone lo lasciò di sasso. Un “tu” espirato. Caldo. Ascendente. Inconfondibile. I suoi occhi sbalorditi incontrarono quelli di Pina che brancolavano fra lo sconforto e la disperazione.

Non può essere. Non può essere – ripeté lei sull’orlo delle lacrime.

Non ha funzionato – aggiunse lui – Sono tornati.

***

Con il naso infilato nella feritoia di luce fra l’infisso e la tenda osservavano entrambi ogni angolo visibile del balcone. A un “tu” grave rispondeva un altro più acuto – Non è da solo – sussurrò Pina – questi maledetti sono in due. Ma come è possibile? – chiese a sé stessa stringendo i pugni e digrignando i denti.

La domanda sfiorò anche i pensieri di Oreste, mischiandosi alle immagini di quello che una volta era il loro balcone. La ringhiera in ferro battuto era coperta da cima a fondo da una rete metallica dentata. Il davanzale esterno, come quelli di entrambe le finestre, era cosparso di cocci di bottiglia fissati al marmo con un mastice che avrebbe resistito ai venti della Patagonia. La lavatrice e il motore del condizionatore erano avvolti dal filo spinato. E ovunque, sul pavimento e sulle pareti, Oreste aveva fissato aste appuntite e lame arrotate come rasoi. Il loro balcone assomigliava ormai a una trincea austriaca della Prima Guerra Mondiale. E attraversarlo per fare il bucato era come serpeggiare fra gli ostacoli di un campo minato cercando di uscirne indenni. Un’altra coppia di “tu” espirati gli ricordò che la battaglia non era conclusa. Che il nemico era di nuovo alle porte. Oddio, rifletté, parlo come lei.

Si girò e vide la moglie passeggiare su e giù per il salone con lo sguardo abbassato sui listoni del parquet – Non ha funzionato. Non ha funzionato – si ripeteva a ciclo continuo – ma ora gliela faccio vedere io a quei maledetti. Che cos’altro possiamo fare? Che cos’altro possiamo fare? – iniziò a chiedersi insistentemente. Poi all’improvvisò si fermò al centro della stanza con gli occhi fissi nel vuoto. Li socchiuse e allargò le braccia con un gesto lento e controllato. Espirò – Devo rilassarmi. Devo rilassarmi – disse ad alta voce cercando di convincersi – Cos’altro possiamo fare? – chiese, stavolta diretta al marito.

Oreste rimase un attimo perplesso. Sapeva bene che ormai la miccia era stata accesa e che doveva intervenire rapidamente. Se non fosse riuscito a disinnescare la bomba in tempo, l’esplosione avrebbe raso al suolo la sua domenica – Cara, non è niente – le disse avvicinandosi, sorridendo e accarezzandole una guancia con tenerezza – Sono solo piccioni. Se ne andranno. Oggi è una bella giornata di sole. Lasciamoli perdere e godiamoci il nostro meritato riposo. Usciamo magari. Un cinema?

Sono solo piccioni? – replicò lei su tutte le furie, scansandogli la mano dal viso – Lasciamoli perdere? Ma dico io, ti ha dato di volta il cervello? Merda, piume. E poi acqua. E poi un miscuglio nauseabondo di merda, piume e acqua. Quell’odorino così piacevole che ti accoglie appena sveglio e ti accompagna come un amico fedele al tavolo della colazione e si mescola, per il tuo piacere, all’aroma del caffè e della marmellata. Ma ti ricordi o no?

Tesoro – riprovò Oreste cercando di sorridere anche con gli occhi – fra qualche settimana partiamo. Cerchiamo almeno questa volta di arrivare alle vacanze sereni. Sai che ti dico? Mettiti qualcosa di carino e andiamo a fare un po’ di shopping. Poi, se vuoi, passiamo a trovare tua madre. E’ un secolo che non la vediamo.

Pina aggrottò la fronte e arricciò le labbra in un’espressione di dubbio – Tu odi mia madre. E l’ultima volta che mi hai accompagnato a fare shopping eravamo ancora alle superiori – poi alzò il mento e sbarrò gli occhi, come illuminata dà un’intuizione – Fammi vedere, fammi vedere – gli si avvicinò per osservargli il viso da vicino – non starai mica facendo una di quelle cose psico-consulenziali con me? Quelle che fai con i tuoi pazienti, clienti o come diavolo li chiami?

Coachee – sottolineò lui, evidentemente in difficoltà

Sì, sì – annuì lei – quello è proprio il sorriso rassicurante che gli sbatti in faccia per tranquillizzarli. Ma con me non funziona, eh. No, no. Tu se vuoi vai pure a trovare mia madre. Vai a fare shopping, se preferisci. Io ho un problema da risolvere – e si allontanò a grandi passi lungo il corridoio.

Che ci fosse un problema da risolvere era chiaro. Ma Oreste non era più sicuro che si trattasse dei piccioni che nidificavano sul loro balcone. Eh sì, pensò sospirando, ci vuole qualcosa di veramente forte. Andò in cucina, accese il bollitore e mentre l’acqua iniziava a gorgogliare mischiò un cucchiaio di valeriana ai fiori bianchi della camomilla. Lo aspettava una lunga giornata.

****

IMAG5340_1_1Trovati! – l’urlo di vittoria di Pina lo raggiunse a metà della seconda tazza di infuso – Vieni, vieni. Vieni a vedere questi piccoli bastardi dove si sono infilati – ormai rassegnato, bevve un ultimo sorso, assaporò con piacere il liquido dolciastro della tranquillità e si avviò come un automa attraverso il salone. La voce di Pina che gli impartiva istruzioni su come e dove indossare ogni elemento della tenuta da balcone gli arrivava come il rumore della pioggia sotto la voce di Jim Morrison. Riders on the storm. Into this house we’re born. Into this world we’re thrown  – Mettiti la tuta intera e chiudila fino al collo – gli ordinava Pina dal sottofondo . Chissà perché proprio questa canzone, si chiese – Mettiti i guanti. E gli scarponi indossali sulla soglia. Non prima – le istruzioni erano quelle di sempre. Il protocollo Pina lo aveva messo nero su bianco, plastificato e appeso a entrambe le finestre che davano sul balcone. Ogni tanto gli faceva anche domande a trabocchetto per verificare che lo avesse imparato a memoria – I guanti mi raccomando – ribadì la voce flebile della moglie mentre Morrison insisteva. Riders on the storm. There’s a killer on the road – Ci sono due uova!

Quell’ultima parola fece scivolare via con un gemito acuto la puntina del suo vecchio giradischi mentale. I Doors svanirono e la domanda che lo tormentava li rimpiazzò facendolo vacillare – Hai detto uova? – chiese per verificare di aver capito bene. Pina annuì con lo sguardo perso. Oreste indossò il copricapo di cotone d’ordinanza e, serpeggiando a memoria fra punte acuminate e cavalli di frisia, la raggiunse. Dietro la lavatrice, nascosta fra i tubi, una femmina di piccione li osservava gonfiando il collo con fare minaccioso. Oreste avvicinò la mano e lei saltò in piedi battendo le ali. Due uova bianche giacevano sul fondo di un nido improvvisato. Fra fili di erba secca e rimasugli di cartone.

E ora? – sussurrò Oreste, sperando di incontrare lo sguardo risoluto dell’implacabile guerriera urbana che aveva fino a quel giorno combattuto quella dura battaglia. Ma non appena si voltò, ebbe l’impressione di guardarsi allo specchio. Pina si strinse fra le spalle e gli restituì quel dubbio moltiplicato per due.

***

Capisci? Fanno come Al Qaeda. Li usano come scudi umani. Hanno messo lì quelle due uova per farci impietosire – Pina urlava nell’auricolare appeso al suo orecchio gesticolando come un traduttore simultaneo per sordomuti – E’ inconcepibile. E’ disumano. E adesso cosa dovrei fare secondo te? – Mentre aspettava la risposta la casa precipitò di nuovo nel silenzio. Oreste alzò gli occhi al cielo e scosse la testa ripetutamente. Non riusciva a credere che Pina l’avesse chiamata sul serio. L’esperta era lei, gli aveva ripetuto, evidenziando la non negoziabilità di quell’affermazione. Esperta con la E maiuscola, aveva sottolineato, con ben 20 anni di esperienza con uccelli di ogni specie. A quel punto Oreste si era morso la lingua per evitare una scontatissima battura, che nel caso dell’Esperta con la E maiuscola non sarebbe stata nemmeno credibile. Letizia, infatti, era tutt’altro che la materializzazione di un sogno erotico. Con le gambe piegate da una trentina di chili di troppo, e un sedere che in aereo si adagiava a fatica sui sedili della prima classe, poteva al massimo rappresentare l’incubo di un lottatore libero la notte prima di una finale. Sfortuna voleva, però, che fosse la presidente dell’AIPU. L’Associazione Internazionale Protezione Uccelli. Laureata, diceva lei, in Biologia alla UCL di Londra. Attivista dalla metà degli anni ’80 in tutti i maggiori movimenti per la preservazione dell’ambiente e delle specie protette.

Sì, lo so che bisogna avere rispetto per tutte le creature viventi – rispose Pina nell’auricolare – Ma queste non sono creature viventi. Sono piccioni – In attesa del commento di Letizia socchiuse di nuovo gli occhi e si sedette a terra nella posizione del loto. Devo rilassarmi, devo rilassarmi, si disse.

Chiuse la chiamata con l’indice e lanciò l’auricolare sul divano – Dice che dobbiamo avere pazienza. Che la vita va preservata. Che non c’è differenza fra un airone cinerino e un piccione. Che un uccello è un uccello. Che sono creature meravigliose – fece una pausa per mettere in evidenza ciò che seguiva – E che non riesce ad immaginare che si possa essere così vigliacchi da scacciare una madre che cova o prendersela con due pulcini ancora nell’uovo. Sarebbe come essere a favore dell’aborto – Oreste sbarrò gli occhi e si coprì il viso con entrambe le mani. Un gesto che era facile tradurre con Dio santo o E questa sarebbe l’esperta? – Lo so – gli rispose Pina prima che riuscisse a parlare – Ma l’esperta è lei. Cosa dovrei fare?

Ma come – si sbracciò Oreste imitandola – I maledetti sono tornati. Dobbiamo fare qualcosa. Ora gli faccio vedere io. E poi basta qualche frase di quella mangia porchetta compulsiva e di colpo diventi la presidente del Piccion Club?

Il nomignolo che aveva dato a Letizia a Pina non era piaciuto. La sua espressione era inequivocabile. Aveva serrato le sue labbra sottili in un fessura impenetrabile e si preparava a esplodere – Senti – gli disse dilatando le narici – Sono venti anni che fa quel mestiere, qualcosa dovrà pur saperlo. Mi ha detto di avere pazienza, mica di portarmeli in casa. E poi, scusa, ma non eri tu quello di “sono solo piccioni, se ne andranno”?

Sì ma io lo dicevo solo per tranquillizzarti. Serviva a controbilanciare il tuo umore. A riportare la relazione in equilibrio. Ma non ho nessuna intenzione di avere 3 piccioni sul balcone in pianta stabile – ci pensò e poi si corresse – Anzi 4. Ché ancora dobbiamo fare conoscenza con il piccione padre.

Ecco, bravo, ci sei riuscito – gli rispose Pina risoluta – Ora siamo in perfetto equilibrio. Tu te ne vuoi sbarazzare, io ho intenzione di ascoltare chi ne sa più di me.

Da non crederci – Oreste, esterrefatto, si lasciò andare sul divano – Mettila come vuoi ma quei piccioni se ne devono andare.

Mettila come vuoi – ribadì lei – Ma per quanto li voglia fuori di qui, al momento non ho nessuna intenzione di sfrattare Marta e i suoi pulcini.

Oreste si sporse in avanti incredulo – Marta?

***

Darle un nome era stato il primo gravissimo errore. Darlo anche ai due batuffoli di piume gialle usciti dalle uova e al grosso piccione col petto gonfio che faceva visita al balcone un paio di volte al giorno poteva significare una sola cosa. Guai.

Erano passate due settimane e Castore e Polluce pigolavano in continuazione – Ma come è possibile che mangino così tanto? – le chiese Oreste – Non riesco a capire dove infilino tutte quelle schifezze che Marta gli porta in continuazione. Poi ci credo che non fanno altro che cacare sui nostri tubi! – Affacciati entrambi alla finestra, osservavano con attenzione i movimenti dei loro ospiti alati – Quanto pensi che dobbiamo aspettare ancora per cacciarli?

Letizia dice che appena sapranno volare potremo gentilmente invitarli ad abbandonare il nostro balcone – gli rispose Pina senza staccare gli occhi dall’esterno.

Sì, gentilmente – ribadì Oreste – e magari gli prenotiamo un bel terrazzo panoramico sul tetto dell’Hilton. Alla fine, dopo tutto questo sgobbare, una bella vacanza di famiglia se la meritano, no?

Pina lo colpì su una spalla e cambiò discorso – Poi un giorno mi spiegherai perché Castore e Polluce. Da dove ti sono usciti questi nomi?

L’amava con tutto sé stesso, ma alla fine Pina era pur sempre Pina. Solo lei era in grado di sventolare ai quattro venti la propria ignoranza senza alcun imbarazzo. Con il candore di una bambina nel periodo del perché. La mitologia greca non era certo il suo forte. E dei gemelli figli di Zeus non ricordava nemmeno l’esistenza. Con Spartaco, invece, era andata meglio. Sapeva per certo che era un antico romano e che aveva la faccia di Kirk Douglas. Che alla fine morisse la rendeva un po’ triste e le fece pensare che quel nome portasse iella. Nonostante ciò, quando Oreste lo affibbiò al possente piccione padre, lei non obiettò.

Guarda le piume del petto come sono bianche. E le penne delle ali, poi. Grigie come la lama di un gladio. Spartaco è un nome azzeccatissimo, fidati – le ribadì per l’ennesima volta mentre, dopo il suo secondo giro di ricognizione, il piccione saltò nel vuoto e riprese il volo in direzione del luogo in cui trascorreva le notti.

E’ ora – gli disse Pina annuendo – Sennò poi si fa tardi.

Ma perché sempre io? – le chiese Oreste facendo un passo indietro.

Sei o non sei l’uomo di casa?

Ma tu sei o non sei quella che vuole aspettare che riescano a volare? La piccionara obesa è amica tua, mica mia. Vacci tu là fuori – le rispose di getto. Ma appena quelle parole furono oltre le labbra si pentì di averle pronunciate. L’effetto della tisana che ormai da alcune settimane accompagnava le domeniche di sentinella al nido di Marta era decisamente svanito. E della sua proverbiale pazienza non rimaneva che qualche flebile traccia. Una risposta del genere era quindi prevedibile. Com’era prevedibile la reazione di Pina ogni volta che venivano tirate in ballo Letizia e le sue consulenze ornitologiche. La vide infatti socchiudere gli occhi, agitare le dita freneticamente ed espirare a fondo – Mi devo rilassare, mi devo rilassare – all’avviarsi del suo mantra, Oreste seppe che non c’era speranza. Toccava di nuovo a lui uscire.

Coperto dalla testa ai piedi come un biologo alla ricerca di un virus letale, ripeté per l’ennesima volta il percorso fra i cavalli di frisia. Arrivato all’altezza della lavatrice si sporse oltre il bordo ma notò subito qualcosa di strano. Il volume del pigolio era diminuito e Marta si muoveva nervosamente fuori dal nido. Guardò meglio e si accorse che Polluce era fermo sotto al tubo più grande. Poi vide Marta avvicinarsi rapidamente e punzecchiarlo con il becco. Ma il pulcino non si mosse e lei ripeté un paio di volte la stessa danza. Si lanciava verso il nido, spingeva via il batuffolo giallo con la testa, lo beccava e poi fuggiva lontano saltellando. Alla fine Oreste si decise. Si piegò in avanti e trascinò il nido improvvisato fuori da groviglio dei tubi. Castore iniziò a gridare e Marta gli si appollaiò sul braccio per tenere d’occhio ogni sua mossa. Con le dita coperte dal guanto di lattice Oreste agitò il corpo di Polluce ma non notò reazioni. Morto. La parola gli attraversò i pensieri accompagnata da un senso di leggerezza. Uno di meno, si disse con soddisfazione. Poi una vertigine repulsiva gli corse lungo la schiena e gli fece ritrarre la mano. Prima di allora non aveva mai toccato nulla di così rigido, duro e senza vita. Le ossa minute che aveva avvertito sotto al piumaggio gli avevano chiuso lo stomaco. Lì per lì aveva pensato si trattasse di empatia per una vita spezzata a pochi giorni dal suo inizio. In fin dei conti era il suo mestiere quello di far vibrare le sue corde in sintonia con quelle dei suoi clienti. Coachee, si corresse. Poi dovette ricredersi. Quello non era un cliente. Non era nemmeno un essere umano. Era un piccione. E quello che provava era semplice ribrezzo.

Si tolse la tuta da balcone, rientrò in casa e diede a Pina la notizia senza troppi preamboli – Uno è morto.

In che senso. Chi? Che intendi per morto? – gli chiese Pina allarmata.

Come che intendo per morto? Morto significa solo morto. Caput, finito, senza vita, cadavere – Ma prima che potesse proseguire Pina lo fermò – Ho capito, ho capito. Quel dei due? Ma come è potuto succedere? – gli chiese, quasi in apprensione.

Allora vediamo – iniziò Oreste fingendo il tono di un esperto – forse l’influenza aviaria. Oppure il tifo dei piccioni, o magari l’ebola. Ora che mi ci fai pensare, però, vista la rigidezza delle zampe, potrebbe anche trattarsi di infarto miocardico – Pina lo ascoltava con attenzione, ammirata – Scherzo Pina – sottolineò Oreste – Scherzo. Che diavolo vuoi che ne sappia perché è morto? Fatto sta che da oggi Castore è figlio unico.

Pina lo spinse via con entrambi i palmi – Lo sapevo che stavi scherzando. Cosa pensi che sia un’idiota? E ora? La cosa è seria. Dobbiamo sbarazzarci del cadavere. Ci manca solo di aggiungere un corpo in putrefazione alle dosi quotidiane di merda, piume e liquami vari – la sua voce era improvvisamente tornata sui toni militareschi della combattente al fronte. Alzò gli occhi e fissò con fermezza quelli di Oreste. Il messaggio era chiaro.

No, no – le rispose lui – non se ne parla nemmeno. A me fa schifo. Anche con i guanti.

Io non so come si gestisce la morte di un piccione. Non mi metto in mezzo alle questioni di famiglia – sottolineò lei. Poi si guardarono, annuirono e si resero conto di aver avuto la stessa idea – Letizia! – esclamarono simultaneamente

***

To be continued ….

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