Archivio per settembre, 2014

Nei narrabit precedenti … Il cadavere di Polluce giaceva sul balcone, fra i tubi della lavatrice. Né Pina, né Oreste intendevano, però, rimuoverlo. Pina provò a ricorrere alla sua arma segreta. La sua amica Letizia, l’animalista sovrappeso, senza dubbio l’avrebbe aiutata a sbarazzarsene.  Oreste decise, invece, di affidarsi a Orlando, il saggio senza tetto che viveva nel parco sotto casa e studiava gli uccelli. La sera dell’incontro Orlando si invaghì di Letizia e nessuno dei 2 proporre una soluzione ragionevole per la questione “piccioni”. Non solo. Alla fine toccò a Oreste rimuovere il cadavere dal balcone.

Due settimane più tardi Pina e Oreste rientrarono dalle vacanze.

Pina aggrottò la fronte e uscì dal taxi scuotendo la testa. I suoi pensieri erano ormai altrove. Oreste raccolse i bagagli e salutò il tassista – Grazie e buona giornata.

Grazie a lei – gli rispose l’altro. Poi, chiudendo la testa fra le spalle e accennando con il mento verso Pina, aggiunse – la ammiro, signore. Lei ha tutto il mio rispetto.

Dillo a me, pensò Oreste. Le braccia distese dal peso delle cabine armadio portatili di Pina. Le spalle occupate dal suo zaino. La bocca serrata intorno al portafogli. E lei, ormai lontana, che si guardava intorno per registrare eventuali cambiamenti nel cortile da riportare all’amministratore. Casa dolce casa.

Episodio 1

Episodio 2

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IMAG5339_1_1Entrarono di soppiatto dopo aver fatto scivolare lentamente l’ultima mandata. Tesero l’orecchio ma il silenzio non s’interruppe. Si guardarono perplessi e Oreste bofonchiò qualcosa di incomprensibile – Che? – gli chiese Pina di getto. Poi si rese conto e gli tolse di bocca il portafogli – Grazie – sussurrò lui ironicamente mentre le gocce di sudore che gli imperlavano la fronte iniziarono a scendergli lungo le guance – Sarà morto – aggiunse con un ghigno. Lei gli colpì la spalla e con l’indice gli intimò di fare silenzio. Oreste strinse gli occhi per il dolore e fece per appoggiare le valigie giganti che si era trascinato su per 3 piani, ma Pina lo fermò – Non fare rumore – bisbigliò. Lui sbarrò gli occhi – Oh per favore! – esclamò a gran voce lasciandole cadere a terra e asciugandosi il sudore con l’avambraccio – Sarà lì, nascosto da qualche parte. Sono giorni che non parli d’altro! E va bene che i genitori se ne sono andati e l’hanno lasciato solo, ma mica è un bambino che dorme per screscere. E poi, che aveva detto il Capodoglio Rosa Confetto? Ci vogliono almeno 30 giorni da ora perché voli – l’imitazione degli acuti di Letizia gli veniva alla perfezione – Ne sono passati una ventina. Sarà lì da qualche parte – ripeté ad alta voce tendendo l’orecchio verso il balcone – Da qualche parte! – gridò battendo sulla serranda.

Pina lo guardava in cagnesco – Se gli è successo qualcosa …

Da qualche parte! – urlò di nuovo Oreste, muovendosi rapidamente verso la finestra che dava sul balcone. Sollevò la serranda con gesti rapidi e precisi – Mi ci manca solo che questo deficiente si sia fatto male saltellando qui e lì – disse sottovoce per non farsi sentire.

Come scusa? – gli chiese Pina.

Dicevo che è sicuramente lì fra i tubi, dove lo abbiamo lasciato – e indicò la parte posteriore della lavatrice dove Castore era nato. Ma nessun movimento confermò la sua ipotesi e Oreste spalancò la finestra. Pina lo raggiunse e si sporsero entrambi fino alla vita guardandosi intorno – sarà sul condizionatore – tentò di tranquillizzarla Oreste mentre il viso di lei si scuriva – vedrai che la Mangia Babà Chanel 5 si sbagliava. Avrà contato male e quello sta già svolazzando felice – le disse indicando verso l’altro e cercano di rassicurarla. Ma non funzionava. Anzi. Quando si voltò verso di lei la trovò inorridita, con la bocca spalancata e il dito puntato verso il basso.

Batuffoli di piume gialle erano sparsi a casaccio fra i cavalli di frisia e le lame appuntite. Non c’era dubbio. Il balcone era stato il teatro di uno scontro. Un regolamento di conti feroce, nel quale un giovane piccione aveva avuto la peggio. L’avversario doveva essere un adulto piuttosto corpulento. Una manciata delle sue piume grigie erano sparse qui e lì. Pina si portò la mano alla bocca. Oreste corse alla portafinestra, aprì lo scatolone che conteneva la tuta da balcone e le scarpe di ordinanza e iniziò a indossarle – ‘Fanculo – esclamò in preda all’ansia. Le getto a terra, sollevò la serranda e uscì all’esterno. Appena poggiò il piede sulle mattonelle oltre la soglia scivolò fino alla ringhiera e la afferrò appena in tempo per non cadere. Guardò a terra. Guano. Ovunque. Bagnato dalla pioggia e impastato con piume e rimasugli di semi. Non appena la puzza gli raggiunse le narici, rimpianse le procedure di Pina e i vestiti nello scatolone. Si voltò e riprese a cercare.

Di Castore non c’era traccia. Non era né fra i tubi, né appollaiato sul condizionatore. Il pensile era vuoto e l’armadio troppo pieno. Non c’era molto altro dove guardare e Oreste, in preda all’ansia, si sporse dalla ringhiera per controllare la grondaia. Magari aveva spiccato il volo ma aveva deciso di rimanere nei paraggi – Non è nemmeno qui – confermò a Pina alzando le spalle – Ma dovrà essere da qualche parte, no? – gli disse lei con la voce tremante – Volato via? – provò Oreste mimando con le braccia il movimento delle ali – Falla finita – lo rimproverò Pina – e fa qualcosa. Controlla le orme sul pavimento – Oreste la guardò sbigottito – Sì ok, passami il kit che prendo pure le impronte digitali. Ma per chi mi hai preso per CSI? – Non fece in tempo a finire che un tonfo sordo lo immobilizzò sul posto. Un secondo e un terzo seguirono il primo. Venivano dalla lavatrice. E dopo il quarto e il quinto tonfo li sorprese un verso inconfondibile. Il “tu” espirato dei piccioni in allarme. Oreste si inginocchiò davanti all’elettrodomestico e aprì l’oblo. Castore balzò fuori terrorizzato, saltellò nel guano battendo le ali e gli si appollaiò sulla spalla. Non era più il pulcino giallognolo e spelacchiato di due settimane prima. Non c’era stato nessun combattimento all’ultima zampata. Le piume sparse sul balcone erano quelle che aveva perso mettendo su la muta grigia da adulto. Con la coda dell’occhio e la morte nel cuore Oreste vide le strisce marroni e nauseabonde sulla sua polo Ralph Lauren e soffocò un’imprecazione. “Tu, tu”, lo salutò il piccione. Oreste si voltò e sorprese Pina in un ampio sorriso che lei ritrasse una frazione di secondo più tardi – Era ora – sentenziò tornata seria.

Come sarebbe a dire che è un compito mio. Ma sei impazzita? – La trappola di Pina stava per scattare e Oreste cercò disperatamente di divincolarsi. La serata precedente l’aveva trascorsa a pulire il terrazzo. La notte, invece, a rassicurare Pina che il volatile era ancora nel suo nido. E che per un po’ non sarebbe potuto andare lontano. Al sorgere del sole aveva detto a sé stesso che per quanto lo riguardasse aveva già contribuito a sufficienza.

Senti, i genitori sono spariti, il povero Castore non sa volare e non ha nessuno che gli insegni come si fa – ribatté Pina stizzita – Sei tu il mister, il coach, no? E allora fa il tuo mestiere! “Coacha”!

Fammi sentire l’alito – le intimò Oreste. Pina poteva pure essere Pina e non poter essere altro che Pina, ma questo era decisamente troppo.

In che senso? Che c’entra? – non appena Oreste le si avvicinò, Pina fece un passo indietro.

Fammi sentire l’alito. E’ impossibile che tu possa dire queste idiozie da sobria. Devo accertarmi che tu sia quantomeno alticcia. Non dico ubriaca fradicia ma almeno con un principio di sbronza – insistette lui.

Idiota – Pina lo respinse.

Ti risulta per caso che abbia mai addestrato animali? Eppure ci conosciamo da 20 anni – Oreste inghiotti a vuoto e si complimentò silenziosamente con sé stesso per la tenacia.

Ma non lo devi addestrare – gli rispose lei scuotendo la testa – Letizia mi ha detto che ce l’hanno già in quel coso che sta nel sangue. Il DDT.

DNA – la corresse.

Sì, in quello. In pratica imparano da soli. A Castore serve solo un po’ di incoraggiamento. E’ solo. Il fratello è morto che era ancora pulcino. La madre e il padre se ne sono andati. Gli manca la motivazione sufficiente per spiccare il volo.

Ora sì che mi è più chiaro – annuì Oreste – e secondo te devo partire dall’analisi dei sogni o esplorare prima il complesso di Edipo?

Entrambe le cose mi sembrano piuttosto complicate – gli rispose Pina pensierosa – non parli la lingua dei piccioni. Fossi in te proverei con qualcosa di più gestuale.

Oreste rimase a bocca aperta. Non poteva essere vero. Non poteva aver pronunciato quelle frasi senza ironia. Con la serietà richiesta da un consiglio ragionato. Era evidente che con l’età che avanzava Pina stava peggiorando a vista d’occhio. E per lui si metteva male. Controbattere sarebbe stato inutile. Provare a scaricare su di lei il compito, ancora peggio. Non restava che arrendersi. Se qualcuno gli avesse detto che un giorno avrebbe usato i suoi 20 anni di esperienza nello sviluppo delle risorse umane per incoraggiare un piccione saltellante a spiccare il volo, gli avrebbe dato del pazzo. Scosse la testa e accennò un sorriso. Poi, in silenzio, raccolse da terra i vestiti da balcone e si preparò per la seduta.

Aveva impiegato un’ora buona a rimuovere dal balcone cavalli di frisia e punte acuminate, mentre Castore saltava dagli uni agli altri tubando. Totalmente indifferente alla loro potenziale pericolosità. Ora che il terreno di gioco era pronto si trattava di capire da dove iniziare. Con una manciata di chicchi di mais nel palmo attirò a sé il piccione e lo afferrò per il corpo serrandogli le ali. Non riusciva ancora a capacitarsi che il piccolo pulcino giallognolo sopravvissuto potesse essersi trasformato in quell’uccello corpulento che teneva in braccio. Avrà preso dal padre, pensò – Amico mio è ora di abbandonare il nido – gli disse sollevandolo di fronte a sé fin a quando i loro occhi non furono alla stessa altezza – Vediamo come te la cavi con il primo esercizio – Con un movimento rapido e deciso Oreste lo lanciò in aria verso il muro opposto del balcone. Castore spiegò le ali e atterrò saltellando. “Tu – tu”, protestò, non riuscendo più a sollevarsi – Andiamo bene – sussurrò Oreste.

Pina lo osservava con orgoglio.

Dopo un quarto d’ora di lanci, però, il piccione era sempre allo stesso punto. Atterrava. Saltellava. Batteva le ali senza esito. Protestava – Ma non avrai mica un paio di galline nell’albero genealogico? – lo prese in giro Oreste – La Balenottera dice che ce l’hai nel DNA, ma a me sembra che di queste ali non sai proprio che fartene. Vediamo se riesco a farti capire – Lo catturò di nuovo col trucco dei chicchi ma questa volta lo depositò a terra. Gli afferrò le estremità delle ali fra i polpastrelli, le aprì  fino alla posizione di volo e iniziò a muoverle, simulando il battito necessario a staccarsi da terra. Il piccione lo guardava assorto e ogni tanto protestava con il suo “tu-tu”. Da lontano un verso identico rispose moltiplicandosi come l’eco di una grotta. Oreste si voltò verso la grondaia del palazzo di fronte e riconobbe Spartaco. Accanto a lui un piccione più piccolo. Da lontano non la riconosceva ma era sicuro che fosse Marta – Coraggio ragazzo – lo incitò – ora ci sono pure mamma e papà. Facciamogli vedere di cosa sei capace – lo guardò dritto negli occhi, becco e naso quasi a contatto – non puoi sbagliare – lo rassicurò. E dopo un paio di oscillazioni lo lanciò in aria per l’ennesima volta. Come un sacco di patate, rallentato appena da un paio di colpi d’ala, Castore cadde a terra rimbalzando sulle zampe. “Tu-tu”, ribadì con insistenza e, saltellando, si diresse verso l’angolo in cui si erano radunati alcuni chicchi. Iniziò a beccarli con avidità.

Pina lo guardava con un accenno di impazienza.

Ora sì che ti ho capito – mormorò Oreste annuendo – Tu sei un furbone. Cibo a sbafo, un posto dove dormire e fare la cacca lontano dalla mischia dei tuoi simili, e chi te lo fa fare a volare? A quel punto saresti costretto a trovarti una sistemazione altrove – ci pensò un attimo e poi concluse la riflessione – ma guarda te se proprio a me doveva capitare il piccione-bamboccione. Altro che incoraggiamento. Con te ci vuole una bella cura shock.

Pina, ancora in silenzio, iniziò a guardarlo con preoccupazione.

Oreste si chinò e senza preavviso lo afferrò di nuovo ad ali chiuse. Castore protestò, ingoiò l’ultimo chicco e cercò di beccargli le dita ma non riuscì a raggiungerle – Non ci provare sai, scroccone di un piccione – lo avvisò – Mamma! Papà! – gridò in direzione del tetto di fronte – Ora arrivo in volo oppure mi schianto sull’asfalto lì sotto.

Pina spalancò gli occhi – Che fai! – gridò correndogli incontro senza scarpe e tuta da balcone, violando per la prima volta nella vita uno dei suoi protocolli. Ma non fece in tempo a raggiungerlo che le braccia di Oreste avevano già compiuto l’ultima oscillazione. Le dita si erano divaricate e il corpo grigio e affusolato di Castore era stato abbandonato all’inconsistenza dell’aria oltre la ringhiera. Entrambi immobili, con lo sguardo rivolto verso il basso, osservarono il piccione spigare la ali e agitarle disordinatamente. E’ spacciato, pensò Oreste con una vena di delusione. Appena tocca terra lo uccido, pensò Pina, avendo ben chiaro che il soggetto del primo verbo non era uguale all’oggetto del secondo. Nel frattempo Castore cadeva. Batteva le ali e cadeva. Poi un colpo più deciso spostò la sua traiettoria e il piccione atterrò sul tendone del secondo piano. Rimbalzò e saltò di nuovo nel vuoto. A quel punto il suo verso si fece più profondo e le ali si mossero per la prima volta all’unisono. Una, due, tre volte. Non ce la fa, pensò Oreste. Appena si schianta sull’asfalto, ti getto di sotto a raccoglierlo, pensò Pina. A un paio di metri da terra l’oscillare verticale del corpo di Castore si interruppe. Le ali si tesero e l’uccello iniziò a planare. Sfiorò l’asfalto e, con il gesto naturale di un volatile esperto, posò le zampe a terra. “Tu-tu”, protestò guardandosi intorno. Poco dopo riprese il volo e salì a spirale fino alla grondaia dove Spartaco e Marta lo aspettavano.

Ah! – esclamò Oreste sorridendo e colpendo Pina con il gomito – Ce l’ha fatta!. Ne ero sicuro! Visto che avevo ragione? – La moglie lo guardò aggrottando la fronte e scuotendo la testa. Poi sorrise rassegnata, gli abbracciò la vita e, sospirando, reclinò la testa sulla sua spalla. Sentì lo stomaco contrarsi e una lacrima le scivolò dagli occhi lungo la linea del naso. Oreste le accarezzò la testa e le baciò i capelli.

***

E’ quello – disse lei con determinazione.

No – ribatté lui – è quell’altro sulla destra. Quello accanto al comignolo.

Guarda, ne arriva un altro – aggiunse lei – le piume della coda sono le stesse. E’ cresciuto, eh?

Non è quello Pina – Oreste scosse la testa socchiudendo gli occhi per mettere a fuoco il tetto di fronte – Ha un occhio nero e Castore li ha uguali.

Si guardarono per un istante e sospirarono entrambi – Sono tutti uguali – sussurrò lei abbracciandolo – e sono così tanti.

Oreste la strinse a sé e le accarezzò il viso con dolcezza – Ma un gatto come lo vedresti?

Pina si divincolò dall’abbraccio e lo guardò come se avesse bestemmiato – Ma sei impazzito? Una palla di pelo sul mio divano? Con le unghie che graffiano in parquet di rovere? Immagina cosa farebbe al mio tappetino tibetano. No, no. Io devo rilassarmi, devo rilassarmi – E con le braccia distese lungo i fianchi s’incamminò lentamente verso il salone per riprendere la meditazione.

Pina era pur sempre Pina.

***

IMAG5335_1_1Buongiorno – una voce stridente interruppe il silenzio – Le dispiace se mi siedo? Dovrei verificare che Dio sia tornato dalla sua vacanza.

Quella voce. Quel profumo. Chanel 5. Orlando si voltò e non credette ai suoi occhi. Come ogni giorno era sdraiato sulla solita panchina ad ammirare il cielo e gli storni. Di solito niente riusciva a distrarre la sua avida curiosità per gli uccelli. Ma quella mattina non poté che fare un’eccezione.

Dolcezza – si tirò su di scatto, pulì la panchina con la manica sfilacciata del maglione e, con un cenno la invitò a sedersi – Cosa ci fa una creatura meraviglia come te nella mia umile dimora? – e con il palmo rivolto verso l’alto le mostrò i confini del parco.

Curiosità scientifica – gli rispose Letizia accavallando le gambe strabordanti e lasciando di proposito intravedere il nastro deorato delle autoreggenti. La gonna era ancora più corta di quella che indossava il giorno del loro primo incontro – Le sue teorie sugli uccelli sono decisamente anticonvenzionali, ma affascinanti. Mi piacerebbe approfondire – sollevò le sopracciglia e lo guardò di traverso ammiccando.

Con piacere – gli rispose lui inghiottendo a vuoto. La sua mente corse veloce dalle forme rigogliose di Letizia al ricordo sbiadito della casa in cui non entrava da 10 anni. Si vide aprire la porta e invitare quella donna meravigliosa a entrare. L’unica a varcare la soglia oltre a sua madre – Ma prima mi permetti un regalo?

Letizia lo guardò stupita e accennò un sorriso. Non sapeva nemmeno della sua visita. Come poteva avere un regalo per lei?

Orlando scivolò sulla panchina fino a quando la sua anca fu a contatto con quella di lei. Chiuse gli occhi e inspirò con soddisfazione una folata di Chanel 5. Si concentrò per alcuni istanti, poi sollevò le palpebre e le sorrise – Ora! – con entrambe le braccia che indicavano verso gli alberi al centro del parco, Orlando la invitò ad ammirare il suo regalo. In quello stesso istante uno stormo gigante si sollevò dalle fronde. E prima di sparire verso l’orizzonte, seguì per alcuni minuti le indicazioni delle mani di Orlando.

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Nei narrabit precedenti … Pina e Oreste avevano cercato per lungo tempo di sbarazzarsi dei piccioni che nidificano sul loro balcone. Ma proprio quando ormai davano la battaglia per vinta il vano dietro la lavatrice gli riservò una sorpresa. Una coppia e le loro due uova avevano messo su casa fra i tubi. Finirono per dargli un nome, a lui Spartaco e a lei Marta, decidendo di aspettare la schiusa per poi cacciare l’allegra famiglia una volta per tutte. Al momento della verità, però, Oreste trova Polluce, uno dei due pulcini gemelli, morto.

Pina lo spinse via con entrambi i palmi – Lo sapevo che stavi scherzando. Cosa pensi che sia un’idiota? E ora? La cosa è seria. Dobbiamo sbarazzarci del cadavere. Ci manca solo che aggiungiamo un corpo in putrefazione alle dosi quotidiane di merda, piume e liquami vari – la sua voce era improvvisamente tornata sui toni militareschi della combattente al fronte. Alzò gli occhi e fissò con fermezza quelli di Oreste. Il messaggio era chiaro.

No, no – le rispose lui – non se ne parla nemmeno. A me fa schifo. Anche con i guanti.

Io non so come si gestisce la morte di un piccione. Non mi metto in mezzo alle questioni di famiglia – sottolineò lei. Poi si guardarono, annuirono e si resero conto di aver avuto la stessa idea – Letizia! – esclamarono simultaneamente.

Episodio 1

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IMAG5335_1_1In ogni nome è racchiuso il destino di chi lo porta – le disse Oreste facendo ballare fra i denti il cucchiaio mentre il gelato gli si scioglieva in bocca – se chiami una Jessica sai già che, se le v
a bene, farà la sciampista. Genoeffa, d’altra parte, non potrebbe essere che una sorellastra snob e un po’ stronza. E poi, prendi Letizia. Esistono parole più semplici per dire la stessa cosa. Felicità, allegria. Senti come suona bene felicità – e lo ripeté scandendo le sillabe e intonando note sulle vocali.

Pina scosse la testa sconcertata. Le era già chiaro dove volesse arrivare e cercò di cambiare discorso – Per favore potresti almeno toglierti la felpa coi buchi? – Aveva invitato Letizia a prendere un tè e mancava poco all’ora dell’appuntamento. L’obiettivo, ovviamente, era quello che risolvesse per loro il problema del piccione cadavere in balcone.

Non pretenderai mica che mi metta in ghingheri per Moby Duck? – fece una pausa sperando che il gioco di parole le strappasse un sorriso, ma Pina era ferma sulle sue posizioni. Per raggiungere il suo scopo era disposta a tutto. Si era addirittura truccata e aveva messo tacchi e tailleur di seta. Conosceva bene Letizia e sintonizzarsi sul suo linguaggio era l’unico modo per ottenere qualcosa – Figurati – gli disse storcendo il naso e scorrendo con gli occhi fra i buchi e le macchie di ciò che indossava – non chiederei tanto. Non vorrei mai che una volta in divisa ti scattasse di nuovo il trip del consulente.

Felicità – sussurrò di nuovo Oreste affondando il cucchiaio nella vaschetta di cioccolato fondente – Allegria – scherzò soffermandosi sulla doppia elle e mimando con le braccia un girovita extralarge – Letizia, invece – lo disse storcendo il naso – non può che essere il nome di una donnetta schifiltosa tutta chanel e borsetta in miniatura. E poi, dai, Letizia. Se i suoi volevano mantenere per forza il registro aristocratico, bastava un’occhiata alla neonata di 5 chili per scegliere qualcosa di più adatto. Una cosa tipo Abbondanza – Scoppiò a ridere mentre Pina continuava a osservarlo impassibile.

Sei sicuro di voler iniziare questo gioco dei nomi? – gli chiese inarcando un sopracciglio – volendo potrei iniziare con qualche simpatica digressione liceale su Oreste.

Parli tu che ti porti appresso il nome della mostruosa figlia del Ragionier Fantozzi – rispose lui gongolando.

Giuseppina. Mi chiamo Giuseppina. Sono solo gli amici a chiamarmi Pina – Il non verbale che accompagnò l’ultima frase avrebbe dovuto metterlo in allarme. Quel privilegio poteva essergli revocato con la stessa rapidità con cui gli era stato concesso. Ma Oreste decise di rischiare – Appunto, il classico nome dei vorrei ma non posso campani. Dei proletari che giocano a fare gli aristocratici. Visto il caratterino che hai, a quel punto era meglio Angelica – Con un sorriso ampio, finto come quello di un presentatore televisivo, sottolineò l’ironia di quel commento. E Pina stava per esplodere la sua replica quando Oreste cambiò all’improvviso espressione. Si alzò in piedi e si portò la mano alla fronte – Orlando! – esclamò. Il nome dell’eroina di Ariosto gli aveva fatto venire in mente quello del paladino che era impazzito d’amore per lei – Orlando! – ripeté e, prendendo in contropiede l’ira inespressa di Pina, la abbracciò, la baciò su una guancia e si precipitò fuori di casa.

Un chilone 5 euro! Forza donne brave, donne belle! Mi voglio rovinare. Un chilone di qualsiasi cosa, 5 euro! – le urla del mercato rionale lo colsero di sorpresa. Era domenica ed erano aperti. Strano, si disse. Questi non farebbero straordinari nemmeno per guadagnare il doppio. E, per la prima volta senza invidia, fece il paragone con quello che lo aspettava la settimana successiva. Durante il giorno coaching individuale e di gruppo con i manager di una farmaceutica di Milano. Debriefing serale con i responsabili delle risorse umane. Attività di socializzazione dopocena. E dulcis in fundo, la mattina presto esercizi all’aperto per sviluppare la coesione di gruppo. Il tutto per riuscire a malapena a pagare il mutuo e a fare le vacanze una volta ogni due anni. Le vacanze. L’unico pensiero felice dell’ennesima domenica casalinga gli fece ricordare che se voleva salvarle, le vacanze, doveva assolutamente trovare Orlando. Si avviò verso il parco e intravide la sua sagoma corpulenta adagiata sulla solita panchina.

Orlando, che si dice? – lo salutò come se lo avesse incontrato per caso.

Con il viso nascosto dietro a una folta barba e gli occhi rimpiccioliti da lenti spesse un dito, sdraiato sulla schiena, Orlando osservava il cielo. Si portò l’indice al naso e senza distogliere lo sguardo dalle nuvole gli chiese silenzio. Oreste piegò indietro la testa e cercò nell’azzurro del cielo primaverile qualcosa che valesse la pena guardare, ma non vide nulla. Sollevò le spalle senza troppa meraviglia. In fin dei conti tutti nel quartiere sapevano che l’Uomo degli Uccelli non era uno normale. O almeno non lo era più da quando era morta la madre. Si diceva che il giorno stesso del funerale fosse tornato a casa, avesse adagiato il vestito nero sul letto rifatto e si fosse chiuso per sempre alle spalle la porta di casa. Da quel momento aveva iniziato a vagare per il parco. Dormiva sulle panchine. Si lavava con accuratezza alla fontanella di fronte al bar. E seguiva ora dopo ora, giorno dopo giorno, il volo degli uccelli. Ma quella domenica Oreste aveva esaurito la pazienza. Nemmeno il potente infuso di camomilla e valeriana riusciva più a sedare la fretta che aveva di risolvere gli eventi in drammatica evoluzione sul suo balcone. Si piegò in avanti risoluto e cercò di dirgli qualcosa. Ma Orlando sollevò la sua mano gigante, indurita dalle intemperie – Ora! – Esclamò sussurrando. E una nuvola nera di storni si sollevò all’improvviso dagli alberi del parco. Disegnò un cuneo. Poi una bolla. Con la coda dell’occhio Oreste si accorse che le braccia di Orlando seguivano le evoluzioni dello stormo. Stesse forme. Stesso ritmo. Come fosse parte di quella danza leggera e continua. Poi guardò meglio e si rese conto che non era lui a seguire loro, ma il contrario. Un’onda a destra, una a sinistra e poi il gruppo si divise. E le braccia di Orlando anticipavano ogni cambio di direzione. Della stessa frazione di secondo con cui lo sguardo del direttore d’orchestra anticipa la sua bacchetta.

Meravigliosi no? – gli chiese Orlando in maniera retorica.

Ma come fai? – Ancora incredulo, Oreste gli rispose con un’altra domanda.

A sapere dove vanno prima che ci vadano? – sorrise Orlando con la bocca nascosta dai baffi – Che giorno è oggi?

Domenica. Ma che c’entra? – Oreste era sempre più disorientato e la cosa non migliorò quando Orlando gli indicò il trambusto degli ambulanti.

Il mercato è aperto. Di domenica. Come mai? – gli chiese aggrottando le sopracciglia.

Non ne ho idea.

Sei sicuro? Guarda bene – E con un occhio socchiuso e l’indice all’altezza del naso gli indicò una serie di punti in lontananza. I negozi sotto il porticato erano tutti aperti. Un gruppo di netturbini aveva appena finito di ripulire le strade e si godeva il caffè al sole tiepido della mattina. Una coppia di anziani vestiti di tutto punto attraversava sulle strisce. Una signora in tiro ancheggiava sui tacchi nella loro direzione. Lungo il marciapiede si era fermato un camioncino rosso. Il padrone, in divisa gialla, stava accendendo la macchina dello zucchero filato. nl alto nastri di bandierine colorate facevano da volta al viale alberato. Appesa al muro esterno della tabaccheria, una locandina annunciava la presenza del Presidente del Municipio. In fondo alla discesa c’era agitazione. Il capannello che si era raccolto divenne presto una piccola folla. Il cancello nero si spalancò e dal cortile della chiesa uscì il parroco con la veste bianca e la stola verde intorno al collo.

Il Santo! – esclamò Oreste – E’ la festa del Santo!

Ecco come faccio – gli rispose Orlando saltellando con il dito fra i vari punti che gli aveva indicato – gli uccelli sono creature straordinarie. Abitudinarie e allo steso tempo imprevedibili. Questo stormo poi è particolare. Lo osservo da mesi e, a seconda del meteo e della confusione in strada, spicca il volo scegliendo fra 3 sequenze di figure. Sempre quelle. Poi, dopo l’overture, inizia l’improvvisazione. E lo stormo segue compatto il leader del giorno. Vanno la mattina e tornano la sera al tramonto. Per ore un solo uccello li guida attraverso le insidie della città, con la sua strategia di volo li protegge dai predatori. Consapevole che domani toccherà a lui affidarsi a un altro. Ti ricorda qualcosa?

Oreste cercò disperatamente qualcosa di analogo fra i ricordi ma niente. Libri, documentari ed esperienze vissute non lo aiutavano. Desistette alzando le spalle.

Appunto – sottolineò Orlando – non c’è nulla di simile nella storia dell’uomo. Le società di mammiferi dovrebbero funzionare diversamente. Ma quando gli uomini pretendono di vivere in spazi ristretti, accalcati gli uni sugli altri come gli uccelli, dovrebbero alzare gli occhi al cielo e imparare qualcosa.

Sì – disse Oreste con fermezza seguendo con gli occhi lo stormo che spariva all’orizzonte. Cosa avesse voluto dire Orlando non gli era affatto chiaro. Per una volta, però, la fama che precedeva l’uomo non era né esagerata né immeritata. Orlando era veramente un esperto. O quantomeno lo sembrava. Ed era tutto ciò di cui Oreste aveva bisogno.

Si sedette in fondo alla panchina e iniziò senza preamboli – ho bisogno del tuo aiuto, Orlando.

20 minuti più tardi, quando varcò di nuovo la soglia di casa, aveva accanto il suo consulente. Informato dei fatti. Aggiornato sugli scenari e sulla controparte. Consapevole degli obiettivi da portare a casa al tavolo negoziale. Con lo sguardo fiero entrò nel salone e lo trovò già impregnato della scia di Letizia. Chanel 5 più due dita di fondotinta in sublimazione. Il suo sguardo di disgusto incrociò sulla porta quello identico di Pina. Quello di lei, però, non era rivolto ai profumi dell’amica ma alla sua felpa bucata e ai calzoni consumati di Orlando.

****

Cara, Polluce è una creatura di Dio. E Dio non permette che lo gettiate nella spazzatura come un oggetto malfunzionante o un frutto marcito. Senza esequie. Senza sepoltura – Con il mignolo sollevato e la tazza già sporca del suo lucidalabbra rosa confetto, Letizia guardava Pina cercando la sua approvazione.

Dolcezza – si intromise Orlando fissando le gambe di Letizia, strizzate in un paio di calze contenitive color carne – Dio è ormai in vacanza da qualche secolo. E tutta questa sceneggiata per il cadavere di un pennuto mi sembra veramente eccessiva. Fossi in voi – si rivolse a Oreste – me ne libererei prima che ci pensino i vermi.

Vermi? – esclamò Pina con un’ombra di disgusto sul viso.

Il corpo è ancora in pieno rigor mortis – sottolineò Letizia con sdegno, continuando a rivolgersi a Pina –Prima che inizi a decomporsi ci vorranno almeno 24 ore. C’è tutto il tempo per accompagnare la sua anima verso l’Empireo.

Tesoro – riprese Orlando lasciando scivolare lo sguardo dai fianchi rigogliosi di Letizia alla profonda scollatura in cui era immerso il suo seno – Nemmeno San Francesco era sicuro che gli uccelli avessero un’anima. I piccioni, poi, per dirla col vocabolario dell’epoca, sono esseri immondi. Che trascinano di casa in casa malattie, liquami, zecche – Oreste, rivolto a Pina, annuiva ad ogni parola di Orlando.

Ma mi faccia il piacere – lo apostrofò Letizia, trascinando a fatica verso l’alto il collo del vestito appesantito dalla sua quinta .

IMAG5337_1_1Individualisti. Meschini – Oreste continuava ad annuire e Pina sbuffava impazienza a ogni frase. Quando sarebbero arrivati al dunque? – Infestano le nostre piazze mendicando un po’ di cibo. Usano la forza del gruppo solo per ottenere qualcosa per sé stessi. Poi, appena uno di loro si volta, un altro si getta sul suo verme, sul suo chicco di grano. Glielo strappa da sotto il becco e lo divora.

Devo rilassarmi, devo rilassarmi. Pina socchiuse gli occhi e iniziò a recitare il suo mantra. Oreste annuiva inebetito mentre Letizia sospirava, continuando a sorseggiare da una tazza ormai vuota.

Niente a vedere con i miei amici storni. Vi prego osservateli – Orlando indicò oltre la finestra uno stormo che si esibiva a ritmo di Valzer – Non solo l’eleganza. Non fermatevi solo allo stile, alla superficie. Provate ad andare oltre. Fino alla filosofia del loro volteggiare. Al senso del loro esistere.

Devo rilassarmi, devo rilassarmi. Oreste proseguiva i suoi sì di approvazione.

L’individuo si perde nella grandezza collettiva dello stormo – Orlando si alzò e si avvicinò alla finestra. Letizia iniziò a battere nervosamente la punta di un piede sul pavimento – Ognuno per tutti e tutti per ognuno. Ogni giorno un capo diverso. Nessuna gerarchia. Gli storni hanno superato a sinistra Marx, Engel, Bakunin. Una società impeccabile, totalmente anarchica e perfettamente ordinata. Altro che il gretto egoismo dello squallido piccione!

Devo rilassarmi, devo rilassarmi, proseguiva Pina.

Orlando tornò sui suoi passi e, sulla strada per il divano, si fermò alla poltrona ripiena del corpo di Letizia. Annusò l’aria intrisa di Chanel 5 e sospirò – Sono sinceramente meravigliato che una splendida creatura come te posso incorrere in simili errori di valutazione – A quelle parole Letizia arrossì e affondò nuovamente il naso nella tazza vuota. Pina riemerse dal suo mantra e Oreste sbarrò gli occhi e smise di annuire – Una donna che sprizza classe da ogni poro, che si confonde con sudici volatili che infestano tetti e grondaie.

In effetti, disse il sopracciglio sollevato di Oreste. Riferito, ovviamente, ai piccioni. Non certo agli apprezzamenti di Orlando per il cetaceo che gli sedeva di fronte.

Veniamo al dunque? – si spazientì Pina

Il dunque – esitò Orlando – Il dunque è che l’ardore di questa donna mi distrae – Letizia sbarrò gli occhi e sentì il calore del sangue irrorarle le guance. Prese la teiera, riempì goffamente la sua tazza e, portandola alla bocca, ci nascose di nuovo il suo imbarazzo – I miei pensieri si nascondono. La mia missione mi appare sempre meno chiara – Orlando si fermò con lo sguardo perso nella nuca bionda di Letizia.

Il piccione! – esclamò Pina – ce ne vogliamo liberare o no?

Il piccione – ripeté Orlando, riprendendo contatto con la realtà – il piccione deve sparire. Subito. Prima che la puzza vi riempia la casa – Oreste riprese ad annuire.

Stavolta Pina seguì con la testa il suo gesto – Prego, faccia come se fosse a casa sua – lo incitò indicandogli la portafinestra e la tuta da balcone.

Vi dirò di più, amici miei – aggiunse Orlando iniziando a gesticolare con gli occhi sbarrati – Tutta la famigliola deve sloggiare. Il vostro balcone sembra il muro di cinta di un campo di concentramento. E siete voi i prigionieri.  Se non vi date una mossa quelli in men che non si dica vi mettono le zampe in testa. Individualisti, meschini. E’ questa la loro natura.

Mica male come idea, c’era scritto sul viso di Oreste. In definitiva non ha tutti i torti. E’ quello che volevamo fin dall’inizio, aggiungeva lo sguardo di Pina. Letizia si accorse che la sua proposta perdeva terreno a vista d’occhio – Lei è un pazzo – disse senza guardarlo. Scansando le sue idee con un gesto della mano.

Sì dolcezza, sono un pazzo. Perché non rinuncio ai miei ideali per compiacerti – le rispose Orlando cercando di nuovo il suo sguardo in maniera teatrale – Perché sottometto i bisogni della carne a quelli dell’intelletto – Pina e Oreste si guardarono soffocando una risata – Ma è così che sono ed è così che desidero che tu mi veda – si rivolse di nuovo a Pina e Oreste – Il punto. E’ che ho la soluzione che fa al caso vostro – Era ora, pensò Pina. Orlando mise le mani in tasca e tirò fuori una manciata di granturco e una bustina bianca – Veleno per topi – disse senza troppi preamboli mentre un ghigno gli accendeva lo sguardo – ne basta poco fra i chicchi. Posiamo una manciata vicino alla lavatrice e lasciamo fare alla madre. Ne darà al pulcino ancora vivo e ne mangerà anche lei. Due piccioni con una fava! – strizzò l’occhio soddisfatto della vena ironica che accompagnava la soluzione perfetta di quel dilemma – Se siamo fortunati, al prossimo giro anche il padre ne mangerà. Una volta sterminata l’allegra famigliola, per un bel po’ gli altri gireranno a largo.

Oreste aggrottò le sopracciglia – Ma questa cosa è tremenda! E tu sei un assassino! – esclamò.

Perverso e senza un briciolo di pietà – aggiunse Pina scattando in piedi.

Raccapricciante – lo apostrofò Letizia, con la tazza ancora in mano e osservandolo con la coda dell’occhio – E’ proprio vero che Dio è in vacanza.

Pina socchiuse di nuovo gli occhi e riprese il suo mantra. Devo rilassarmi, devo rilassarmi. Qui e ora. Elimina il rumore di fondo. Ascolta il respiro. Prima che la situazione precipitasse Oreste si alzò scuotendo la testa. Prese sotto braccio Orlando e sfoderò il suo sorriso di convenienza, allenato in un decennio di consulenza aziendale – Grazie mille per i tuoi consigli – gli sussurrò trascinandolo lentamente verso la porta – ti assicuro che, al momento di decidere, li prenderemo dovutamente in considerazione. Per ora è tutto e, nel caso avessimo ancora bisogno, ci faremo risentire – e con un gesto lo invitò ad uscire sul pianerottolo.

Orlando rubò un’ultima occhiata alle curve di Letizia poi, sospirando, si rivolse a Oreste – Mi sembra avessimo un accordo.

Già – rispose lui – non ti muovere di qui – e sparì di corsa verso la cucina.

Orlando ignorò l’avvertimento e corse di nuovo nel salone. Si inginocchiò ai piedi di Letizia e le afferrò la mano libera dalla tazza. Ne osservò il dorso con avidità. Avvicinò le labbra alla sua pelle e gliela baciò dolcemente – La tua minestra – lo distolse Oreste afferrandogli le spalle e porgendogli un contenitore di plastica fumante – E’ ora di andare – aggiunse. Orlando mollò la presa e si lasciò condurre all’uscita. Letizia guardò la sua mano come fosse quella di un’altra e, per l’ennesima volta quella sera, le sue guance si colorarono di rosso. Non appena si accorse che Pina la stava osservando chiuse il pugno e lo ritrasse – ma chi era quel rozzo figuro? Non immaginavo che tuo marito frequentasse certa gente.

Appena la porta si chiuse Oreste lanciò un’occhiata prima alla moglie poi all’amica di lei. Ce l’avevano fatta. Si erano appena liberati del sanguinario assassino che reclamava le vite innocenti di Castore, Spartaco e Marta. Il problema, però, non era stato risolto. Del funerale di Polluce non voleva nemmeno sentir parlare. Rimaneva comunque la questione del cadavere. Con Orlando assente, chi si sarebbe occupato di sbarazzarsene?

Gli occhi delle due donne conversero all’unisono su di lui e Oreste sentì espandersi nello stomaco una fastidiosa sensazione di disagio. Gli vennero in mente la tuta da balcone, i polpastrelli che toccavano il corpo freddo e ossuto di Polluce, una buca nel giardino condominiale. Ora sì che ho bisogno di qualcosa di forte, si disse camminando verso la cucina. Afferrò il barattolo della valeriana e mise l’acqua a bollire.

***

Via Pisino – disse seccamente Pina al tassista – e lo so che non sa dov’è. Prenestina. Una volta là le dico io.

Signo’ se vvole la faccio pure guida’, eh – le rispose il tassista indicando il volante.

Oreste ridacchiò. Nemmeno dopo una vacanza di 2 settimane Pina riusciva a non essere Pina.

All’alba di un giorno senza nuvole anche Roma riusciva a sembrare un luogo di pace e silenzio. Avevano scelto quel volo apposta. Con Stoccolma e la dimensione umana degli ambienti urbani scandinavi alle spalle, tornare all’ora di punta sarebbe stato un trauma eccessivo.

Che meraviglia quello stage di shiatsu – sospirò Pina con la nostalgia nelle voce.

Sì, come vedere la Corazzata Potëmkin in ginocchio sui ceci – mugugnò Oreste

La seconda a destra – intimò Pina al tassista che la guardò con la coda dell’occhio ingoiando il commento che stava per sfuggirgli – Bella invece la tua mostra di tette e patate pelose – aggiunse rivolta al marito

Helmut Newton. Quello era Helmut Newton – Le rispose Oreste indignato – uno dei più grandi fotografi del ‘900. Ed era la prima volta che esponevano il suo intero lavoro.

Newton. Quello della mela – disse Pina con disinvoltura – Certo che deve essergli caduta in testa da molto in alto se poi ha iniziato a fare quelle foto.

Oreste e il tassista si voltarono insieme sperando che stesse scherzando. Ma Pina era Pina e non avrebbe potuto essere altro che Pina.

A proposito – aggiunse come se c’entrasse qualcosa – speriamo che Castore abbia imparato a volare e che finalmente Marta e la sua famigliola siano migrati verso luoghi migliori.

Con tutto quello che mi sono costati di semi, medicine e intrugli vari per non farli deperire ci pagavo un’altra settimana di vacanza – le rispose Oreste.

Potevi rifiutarti.

Ma tu hai insistito.

Non mi sembra di aver dovuto insistere troppo – ironizzò lei.

Solo perché, se non se ne sono andati da soli, voglio che siano bene in forma per quando li caccerò a calci nella coda.

Sì come no, si disse Pina sorridendo – A destra, poi ancora a sinistra, poi la seconda a destra e siamo arrivati – disse seccamente al tassista.

E meno male signo’ – rispose lui con calma – n’artro paio de svolte e me toccava licenzia’ er navigatore! Chi li sente poi i sindacati.

Pina aggrottò la fronte e uscì dal taxi scuotendo la testa. I suoi pensieri erano ormai altrove. Oreste raccolse i bagagli e salutò il tassista – Grazie e buona giornata.

Grazie a lei – gli rispose l’altro. Poi, chiudendo la testa fra le spalle e accennando con il mento verso Pina, aggiunse – la ammiro, signore. Lei ha tutto il mio rispetto.

Dillo a me, pensò Oreste. Le braccia distese dal peso delle cabine armadio portatili di Pina. Le spalle occupate dal suo zaino. La bocca serrata intorno al portafogli. E lei, ormai lontana, che si guardava intorno per registrare eventuali cambiamenti nel cortile da riportare all’amministratore. Casa dolce casa.

To be contiuned ….

IMAG5336_1_1Quando gli acuti di una jingle bells suonata 3 ottave sopra gli perforarono i timpani stava mangiando il profitterol. Quello di sua madre, però, ché a Pina veniva uno schifo. I suoi bignè si ammosciavano sempre. Mentre a lui piacevano croccanti, delicati. Che appena i denti li attraversavano, il cioccolato colava nella crema e la loro unione si diffondeva in bocca, avvolgendo la lingua e scivolando sul palato. Una carezza che  precedeva di poco una sensazione molto simile all’orgasmo. Oddio, simile. Non proprio. Qualcosa che lo ricordava. Vagamente. Il problema era decidere se quel “vagamente” dipendesse dal fatto che le due cose si assomigliavano poco o dal fatto che era il suo ricordo dell’orgasmo a essere vago.

Guardò le cifre squadrate del quadrante digitale e si rese conto che il profitterol era un sogno. Il resto, purtroppo, no. Quello che suonava, infatti, era il cellulare di Pina. E lei, ovviamente, era altrove. Perché la sua sveglia suonasse alle 7 anche di domenica rimaneva un mistero più inspiegabile di quelli di Fatima. Vivevano insieme da 8 anni e lei non si era mai alzata più tardi delle 6.30. Domenica, Capodanno, Pasqua, la Giornata Nazionale del Sonno, se fosse esistita, non faceva differenza. Perché quindi settare l’allarme sempre alle 7 e lasciarlo suonare a oltranza? Lo faceva apposta? Era un modo per lanciargli qualche segnale? O era solo perché Pina, alla fine, non poteva altro che essere Pina?

Dal salone lo raggiunse nel silenzio il fruscio cadenzato e profondo di un respiro. Oreste contò fino a 5.

La spegni o no questa sveglia? – Il tono neutro e sarcastico gli tolse ogni dubbio. Pina non sarebbe mai riuscita a cambiare nemmeno il colore del suo spazzolino. Pina non poteva altro che essere Pina. L’aveva presa ai saldi, come gli ricordava lei con ironia. Articolo difettoso, capita. Quel giorno avrebbe dovuto essere più cauto e portarsi gli occhiali. La clausola scritta in piccolo era chiara. Non si accettano restituzioni.

Oreste si alzò e si trascinò lungo il corridoio sognando un caffè. Solo una bella tazza di miscela arabica poteva aiutarlo ad iniziare una nuova, meravigliosa domenica di vita domestica. Poi la vide e capì subito che anche nero, concentrato e doppio il caffè non sarebbe bastato. Adorava quella esile donna. Dopo anni continuava ad essere innamorato come il primo giorno. Ma sempre più spesso gli sfuggiva il perché. E guardandola seduta in terra nella posizione del loto, con lo sguardo rivolto al sole nascente, la domanda che prese il sopravvento sui suoi pensieri fu proprio perché. Perché quel maledetto giorno di 3 mesi prima le aveva fatto vedere quel sito? Perché si era preoccupato della sua ansia e le aveva parlato degli effetti benefici della meditazione sullo stress? E perché, poi, l’aveva fatta concentrare proprio su quel protocollo americano che si sposava alla perfezione con lo scetticismo di lei per tutto ciò che aveva anche vagamente a che fare con la religione e l’esoterismo?

La vide con gli occhi chiusi e il collo leggermente piegato in avanti. Scosse la testa e si allontanò. Meglio non disturbare il cane che dorme.

Che c’è? Non vedi che sto meditando? Che vuoi? – gli chiese Pina con l’intonazione fissa della voce da GPS, senza accennare alcun movimento.

Oreste sbarrò gli occhi e sorrise – Veramente nulla – le rispose – stavo andando a farmi qualcosa di forte – e visto l’incipit la sua mente passò dall’idea del caffè a quella di una bella tisana alla camomilla.

Lo sai che quando medito non mi devi disturbare. Devo concentrarmi sul respiro. Cancellare i rumori di sottofondo e il flusso dei pensieri. Vivere il presente in ogni suo istante. Concentrarmi sul qui e ora. E tu, invece, stai lì appollaiato come l’uccello del malaugurio. Il tuo sguardo mi distrae. Trascina via la mia consapevolezza – sbuffò e con un gesto di stizza cercò di allontanare da sé gli elementi di disturbo – Devo rilassarmi. Devo rilassarmi – ripeté più volte a sé stessa. Ma il tentativo durò poco. Delusa e ormai deconcentrata si alzò dal tappetino decorato con la bandiera tibetana, lo ripiegò e dichiarò chiusa la sua sessione.

Grazie, eh – gesticolò verso Oreste che ormai le dava le spalle – E’ questo il bello della vita di coppia. Uno può sempre contare sul sostegno dell’altro.

Oreste sapeva bene che rispondere sarebbe stato un suicidio. Che in questi casi Pina non aspettava altro, per agganciarsi e sferrare il suo attacco. Ma la sveglia era stata traumatica. Il profitterol della madre gli era sfuggito quando ormai l’aveva quasi addentato. In più la camomilla non era ancora pronta. In fin dei conti era domenica mattina e le lancette della cucina segnavano solo le 7,30. Un cedimento della sua proverbiale pazienza non gli sembrava così ingiustificato. Stava per dare voce al lato oscuro quando un suono proveniente dal balcone lo lasciò di sasso. Un “tu” espirato. Caldo. Ascendente. Inconfondibile. I suoi occhi sbalorditi incontrarono quelli di Pina che brancolavano fra lo sconforto e la disperazione.

Non può essere. Non può essere – ripeté lei sull’orlo delle lacrime.

Non ha funzionato – aggiunse lui – Sono tornati.

***

Con il naso infilato nella feritoia di luce fra l’infisso e la tenda osservavano entrambi ogni angolo visibile del balcone. A un “tu” grave rispondeva un altro più acuto – Non è da solo – sussurrò Pina – questi maledetti sono in due. Ma come è possibile? – chiese a sé stessa stringendo i pugni e digrignando i denti.

La domanda sfiorò anche i pensieri di Oreste, mischiandosi alle immagini di quello che una volta era il loro balcone. La ringhiera in ferro battuto era coperta da cima a fondo da una rete metallica dentata. Il davanzale esterno, come quelli di entrambe le finestre, era cosparso di cocci di bottiglia fissati al marmo con un mastice che avrebbe resistito ai venti della Patagonia. La lavatrice e il motore del condizionatore erano avvolti dal filo spinato. E ovunque, sul pavimento e sulle pareti, Oreste aveva fissato aste appuntite e lame arrotate come rasoi. Il loro balcone assomigliava ormai a una trincea austriaca della Prima Guerra Mondiale. E attraversarlo per fare il bucato era come serpeggiare fra gli ostacoli di un campo minato cercando di uscirne indenni. Un’altra coppia di “tu” espirati gli ricordò che la battaglia non era conclusa. Che il nemico era di nuovo alle porte. Oddio, rifletté, parlo come lei.

Si girò e vide la moglie passeggiare su e giù per il salone con lo sguardo abbassato sui listoni del parquet – Non ha funzionato. Non ha funzionato – si ripeteva a ciclo continuo – ma ora gliela faccio vedere io a quei maledetti. Che cos’altro possiamo fare? Che cos’altro possiamo fare? – iniziò a chiedersi insistentemente. Poi all’improvvisò si fermò al centro della stanza con gli occhi fissi nel vuoto. Li socchiuse e allargò le braccia con un gesto lento e controllato. Espirò – Devo rilassarmi. Devo rilassarmi – disse ad alta voce cercando di convincersi – Cos’altro possiamo fare? – chiese, stavolta diretta al marito.

Oreste rimase un attimo perplesso. Sapeva bene che ormai la miccia era stata accesa e che doveva intervenire rapidamente. Se non fosse riuscito a disinnescare la bomba in tempo, l’esplosione avrebbe raso al suolo la sua domenica – Cara, non è niente – le disse avvicinandosi, sorridendo e accarezzandole una guancia con tenerezza – Sono solo piccioni. Se ne andranno. Oggi è una bella giornata di sole. Lasciamoli perdere e godiamoci il nostro meritato riposo. Usciamo magari. Un cinema?

Sono solo piccioni? – replicò lei su tutte le furie, scansandogli la mano dal viso – Lasciamoli perdere? Ma dico io, ti ha dato di volta il cervello? Merda, piume. E poi acqua. E poi un miscuglio nauseabondo di merda, piume e acqua. Quell’odorino così piacevole che ti accoglie appena sveglio e ti accompagna come un amico fedele al tavolo della colazione e si mescola, per il tuo piacere, all’aroma del caffè e della marmellata. Ma ti ricordi o no?

Tesoro – riprovò Oreste cercando di sorridere anche con gli occhi – fra qualche settimana partiamo. Cerchiamo almeno questa volta di arrivare alle vacanze sereni. Sai che ti dico? Mettiti qualcosa di carino e andiamo a fare un po’ di shopping. Poi, se vuoi, passiamo a trovare tua madre. E’ un secolo che non la vediamo.

Pina aggrottò la fronte e arricciò le labbra in un’espressione di dubbio – Tu odi mia madre. E l’ultima volta che mi hai accompagnato a fare shopping eravamo ancora alle superiori – poi alzò il mento e sbarrò gli occhi, come illuminata dà un’intuizione – Fammi vedere, fammi vedere – gli si avvicinò per osservargli il viso da vicino – non starai mica facendo una di quelle cose psico-consulenziali con me? Quelle che fai con i tuoi pazienti, clienti o come diavolo li chiami?

Coachee – sottolineò lui, evidentemente in difficoltà

Sì, sì – annuì lei – quello è proprio il sorriso rassicurante che gli sbatti in faccia per tranquillizzarli. Ma con me non funziona, eh. No, no. Tu se vuoi vai pure a trovare mia madre. Vai a fare shopping, se preferisci. Io ho un problema da risolvere – e si allontanò a grandi passi lungo il corridoio.

Che ci fosse un problema da risolvere era chiaro. Ma Oreste non era più sicuro che si trattasse dei piccioni che nidificavano sul loro balcone. Eh sì, pensò sospirando, ci vuole qualcosa di veramente forte. Andò in cucina, accese il bollitore e mentre l’acqua iniziava a gorgogliare mischiò un cucchiaio di valeriana ai fiori bianchi della camomilla. Lo aspettava una lunga giornata.

****

IMAG5340_1_1Trovati! – l’urlo di vittoria di Pina lo raggiunse a metà della seconda tazza di infuso – Vieni, vieni. Vieni a vedere questi piccoli bastardi dove si sono infilati – ormai rassegnato, bevve un ultimo sorso, assaporò con piacere il liquido dolciastro della tranquillità e si avviò come un automa attraverso il salone. La voce di Pina che gli impartiva istruzioni su come e dove indossare ogni elemento della tenuta da balcone gli arrivava come il rumore della pioggia sotto la voce di Jim Morrison. Riders on the storm. Into this house we’re born. Into this world we’re thrown  – Mettiti la tuta intera e chiudila fino al collo – gli ordinava Pina dal sottofondo . Chissà perché proprio questa canzone, si chiese – Mettiti i guanti. E gli scarponi indossali sulla soglia. Non prima – le istruzioni erano quelle di sempre. Il protocollo Pina lo aveva messo nero su bianco, plastificato e appeso a entrambe le finestre che davano sul balcone. Ogni tanto gli faceva anche domande a trabocchetto per verificare che lo avesse imparato a memoria – I guanti mi raccomando – ribadì la voce flebile della moglie mentre Morrison insisteva. Riders on the storm. There’s a killer on the road – Ci sono due uova!

Quell’ultima parola fece scivolare via con un gemito acuto la puntina del suo vecchio giradischi mentale. I Doors svanirono e la domanda che lo tormentava li rimpiazzò facendolo vacillare – Hai detto uova? – chiese per verificare di aver capito bene. Pina annuì con lo sguardo perso. Oreste indossò il copricapo di cotone d’ordinanza e, serpeggiando a memoria fra punte acuminate e cavalli di frisia, la raggiunse. Dietro la lavatrice, nascosta fra i tubi, una femmina di piccione li osservava gonfiando il collo con fare minaccioso. Oreste avvicinò la mano e lei saltò in piedi battendo le ali. Due uova bianche giacevano sul fondo di un nido improvvisato. Fra fili di erba secca e rimasugli di cartone.

E ora? – sussurrò Oreste, sperando di incontrare lo sguardo risoluto dell’implacabile guerriera urbana che aveva fino a quel giorno combattuto quella dura battaglia. Ma non appena si voltò, ebbe l’impressione di guardarsi allo specchio. Pina si strinse fra le spalle e gli restituì quel dubbio moltiplicato per due.

***

Capisci? Fanno come Al Qaeda. Li usano come scudi umani. Hanno messo lì quelle due uova per farci impietosire – Pina urlava nell’auricolare appeso al suo orecchio gesticolando come un traduttore simultaneo per sordomuti – E’ inconcepibile. E’ disumano. E adesso cosa dovrei fare secondo te? – Mentre aspettava la risposta la casa precipitò di nuovo nel silenzio. Oreste alzò gli occhi al cielo e scosse la testa ripetutamente. Non riusciva a credere che Pina l’avesse chiamata sul serio. L’esperta era lei, gli aveva ripetuto, evidenziando la non negoziabilità di quell’affermazione. Esperta con la E maiuscola, aveva sottolineato, con ben 20 anni di esperienza con uccelli di ogni specie. A quel punto Oreste si era morso la lingua per evitare una scontatissima battura, che nel caso dell’Esperta con la E maiuscola non sarebbe stata nemmeno credibile. Letizia, infatti, era tutt’altro che la materializzazione di un sogno erotico. Con le gambe piegate da una trentina di chili di troppo, e un sedere che in aereo si adagiava a fatica sui sedili della prima classe, poteva al massimo rappresentare l’incubo di un lottatore libero la notte prima di una finale. Sfortuna voleva, però, che fosse la presidente dell’AIPU. L’Associazione Internazionale Protezione Uccelli. Laureata, diceva lei, in Biologia alla UCL di Londra. Attivista dalla metà degli anni ’80 in tutti i maggiori movimenti per la preservazione dell’ambiente e delle specie protette.

Sì, lo so che bisogna avere rispetto per tutte le creature viventi – rispose Pina nell’auricolare – Ma queste non sono creature viventi. Sono piccioni – In attesa del commento di Letizia socchiuse di nuovo gli occhi e si sedette a terra nella posizione del loto. Devo rilassarmi, devo rilassarmi, si disse.

Chiuse la chiamata con l’indice e lanciò l’auricolare sul divano – Dice che dobbiamo avere pazienza. Che la vita va preservata. Che non c’è differenza fra un airone cinerino e un piccione. Che un uccello è un uccello. Che sono creature meravigliose – fece una pausa per mettere in evidenza ciò che seguiva – E che non riesce ad immaginare che si possa essere così vigliacchi da scacciare una madre che cova o prendersela con due pulcini ancora nell’uovo. Sarebbe come essere a favore dell’aborto – Oreste sbarrò gli occhi e si coprì il viso con entrambe le mani. Un gesto che era facile tradurre con Dio santo o E questa sarebbe l’esperta? – Lo so – gli rispose Pina prima che riuscisse a parlare – Ma l’esperta è lei. Cosa dovrei fare?

Ma come – si sbracciò Oreste imitandola – I maledetti sono tornati. Dobbiamo fare qualcosa. Ora gli faccio vedere io. E poi basta qualche frase di quella mangia porchetta compulsiva e di colpo diventi la presidente del Piccion Club?

Il nomignolo che aveva dato a Letizia a Pina non era piaciuto. La sua espressione era inequivocabile. Aveva serrato le sue labbra sottili in un fessura impenetrabile e si preparava a esplodere – Senti – gli disse dilatando le narici – Sono venti anni che fa quel mestiere, qualcosa dovrà pur saperlo. Mi ha detto di avere pazienza, mica di portarmeli in casa. E poi, scusa, ma non eri tu quello di “sono solo piccioni, se ne andranno”?

Sì ma io lo dicevo solo per tranquillizzarti. Serviva a controbilanciare il tuo umore. A riportare la relazione in equilibrio. Ma non ho nessuna intenzione di avere 3 piccioni sul balcone in pianta stabile – ci pensò e poi si corresse – Anzi 4. Ché ancora dobbiamo fare conoscenza con il piccione padre.

Ecco, bravo, ci sei riuscito – gli rispose Pina risoluta – Ora siamo in perfetto equilibrio. Tu te ne vuoi sbarazzare, io ho intenzione di ascoltare chi ne sa più di me.

Da non crederci – Oreste, esterrefatto, si lasciò andare sul divano – Mettila come vuoi ma quei piccioni se ne devono andare.

Mettila come vuoi – ribadì lei – Ma per quanto li voglia fuori di qui, al momento non ho nessuna intenzione di sfrattare Marta e i suoi pulcini.

Oreste si sporse in avanti incredulo – Marta?

***

Darle un nome era stato il primo gravissimo errore. Darlo anche ai due batuffoli di piume gialle usciti dalle uova e al grosso piccione col petto gonfio che faceva visita al balcone un paio di volte al giorno poteva significare una sola cosa. Guai.

Erano passate due settimane e Castore e Polluce pigolavano in continuazione – Ma come è possibile che mangino così tanto? – le chiese Oreste – Non riesco a capire dove infilino tutte quelle schifezze che Marta gli porta in continuazione. Poi ci credo che non fanno altro che cacare sui nostri tubi! – Affacciati entrambi alla finestra, osservavano con attenzione i movimenti dei loro ospiti alati – Quanto pensi che dobbiamo aspettare ancora per cacciarli?

Letizia dice che appena sapranno volare potremo gentilmente invitarli ad abbandonare il nostro balcone – gli rispose Pina senza staccare gli occhi dall’esterno.

Sì, gentilmente – ribadì Oreste – e magari gli prenotiamo un bel terrazzo panoramico sul tetto dell’Hilton. Alla fine, dopo tutto questo sgobbare, una bella vacanza di famiglia se la meritano, no?

Pina lo colpì su una spalla e cambiò discorso – Poi un giorno mi spiegherai perché Castore e Polluce. Da dove ti sono usciti questi nomi?

L’amava con tutto sé stesso, ma alla fine Pina era pur sempre Pina. Solo lei era in grado di sventolare ai quattro venti la propria ignoranza senza alcun imbarazzo. Con il candore di una bambina nel periodo del perché. La mitologia greca non era certo il suo forte. E dei gemelli figli di Zeus non ricordava nemmeno l’esistenza. Con Spartaco, invece, era andata meglio. Sapeva per certo che era un antico romano e che aveva la faccia di Kirk Douglas. Che alla fine morisse la rendeva un po’ triste e le fece pensare che quel nome portasse iella. Nonostante ciò, quando Oreste lo affibbiò al possente piccione padre, lei non obiettò.

Guarda le piume del petto come sono bianche. E le penne delle ali, poi. Grigie come la lama di un gladio. Spartaco è un nome azzeccatissimo, fidati – le ribadì per l’ennesima volta mentre, dopo il suo secondo giro di ricognizione, il piccione saltò nel vuoto e riprese il volo in direzione del luogo in cui trascorreva le notti.

E’ ora – gli disse Pina annuendo – Sennò poi si fa tardi.

Ma perché sempre io? – le chiese Oreste facendo un passo indietro.

Sei o non sei l’uomo di casa?

Ma tu sei o non sei quella che vuole aspettare che riescano a volare? La piccionara obesa è amica tua, mica mia. Vacci tu là fuori – le rispose di getto. Ma appena quelle parole furono oltre le labbra si pentì di averle pronunciate. L’effetto della tisana che ormai da alcune settimane accompagnava le domeniche di sentinella al nido di Marta era decisamente svanito. E della sua proverbiale pazienza non rimaneva che qualche flebile traccia. Una risposta del genere era quindi prevedibile. Com’era prevedibile la reazione di Pina ogni volta che venivano tirate in ballo Letizia e le sue consulenze ornitologiche. La vide infatti socchiudere gli occhi, agitare le dita freneticamente ed espirare a fondo – Mi devo rilassare, mi devo rilassare – all’avviarsi del suo mantra, Oreste seppe che non c’era speranza. Toccava di nuovo a lui uscire.

Coperto dalla testa ai piedi come un biologo alla ricerca di un virus letale, ripeté per l’ennesima volta il percorso fra i cavalli di frisia. Arrivato all’altezza della lavatrice si sporse oltre il bordo ma notò subito qualcosa di strano. Il volume del pigolio era diminuito e Marta si muoveva nervosamente fuori dal nido. Guardò meglio e si accorse che Polluce era fermo sotto al tubo più grande. Poi vide Marta avvicinarsi rapidamente e punzecchiarlo con il becco. Ma il pulcino non si mosse e lei ripeté un paio di volte la stessa danza. Si lanciava verso il nido, spingeva via il batuffolo giallo con la testa, lo beccava e poi fuggiva lontano saltellando. Alla fine Oreste si decise. Si piegò in avanti e trascinò il nido improvvisato fuori da groviglio dei tubi. Castore iniziò a gridare e Marta gli si appollaiò sul braccio per tenere d’occhio ogni sua mossa. Con le dita coperte dal guanto di lattice Oreste agitò il corpo di Polluce ma non notò reazioni. Morto. La parola gli attraversò i pensieri accompagnata da un senso di leggerezza. Uno di meno, si disse con soddisfazione. Poi una vertigine repulsiva gli corse lungo la schiena e gli fece ritrarre la mano. Prima di allora non aveva mai toccato nulla di così rigido, duro e senza vita. Le ossa minute che aveva avvertito sotto al piumaggio gli avevano chiuso lo stomaco. Lì per lì aveva pensato si trattasse di empatia per una vita spezzata a pochi giorni dal suo inizio. In fin dei conti era il suo mestiere quello di far vibrare le sue corde in sintonia con quelle dei suoi clienti. Coachee, si corresse. Poi dovette ricredersi. Quello non era un cliente. Non era nemmeno un essere umano. Era un piccione. E quello che provava era semplice ribrezzo.

Si tolse la tuta da balcone, rientrò in casa e diede a Pina la notizia senza troppi preamboli – Uno è morto.

In che senso. Chi? Che intendi per morto? – gli chiese Pina allarmata.

Come che intendo per morto? Morto significa solo morto. Caput, finito, senza vita, cadavere – Ma prima che potesse proseguire Pina lo fermò – Ho capito, ho capito. Quel dei due? Ma come è potuto succedere? – gli chiese, quasi in apprensione.

Allora vediamo – iniziò Oreste fingendo il tono di un esperto – forse l’influenza aviaria. Oppure il tifo dei piccioni, o magari l’ebola. Ora che mi ci fai pensare, però, vista la rigidezza delle zampe, potrebbe anche trattarsi di infarto miocardico – Pina lo ascoltava con attenzione, ammirata – Scherzo Pina – sottolineò Oreste – Scherzo. Che diavolo vuoi che ne sappia perché è morto? Fatto sta che da oggi Castore è figlio unico.

Pina lo spinse via con entrambi i palmi – Lo sapevo che stavi scherzando. Cosa pensi che sia un’idiota? E ora? La cosa è seria. Dobbiamo sbarazzarci del cadavere. Ci manca solo di aggiungere un corpo in putrefazione alle dosi quotidiane di merda, piume e liquami vari – la sua voce era improvvisamente tornata sui toni militareschi della combattente al fronte. Alzò gli occhi e fissò con fermezza quelli di Oreste. Il messaggio era chiaro.

No, no – le rispose lui – non se ne parla nemmeno. A me fa schifo. Anche con i guanti.

Io non so come si gestisce la morte di un piccione. Non mi metto in mezzo alle questioni di famiglia – sottolineò lei. Poi si guardarono, annuirono e si resero conto di aver avuto la stessa idea – Letizia! – esclamarono simultaneamente

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To be continued ….