Dove dormono le barche – Episodio finale

Pubblicato: 8 agosto 2014 in Uncategorized
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Nei narrabit precedenti …  L’ho seguita fino a Piazza Vittorio. Si chiama Zhan Min. Una ragazza cinese, immigrata clandestinamente dallo Zhejiang. Le insegno italiano nei pomeriggi dopo la scuola. E di notte confeziona vestiti in uno scantinato illegale. L’ho seguita fin li ma non so bene perché.  Mi scopre e mi prega di allontanarmi.  Se ci scoprono i suoi aguzzini siamo entrambi in pericolo.

E invece quell’ingrato, che doveva la sua vita solo al mio transitare davanti a superfici riflettenti, si ostinava a raddoppiare i dubbi e a restituirmi le incertezze così come gliele avevo consegnate. Ruvide. Acerbe. Senza via d’uscita. Non solo. Continuava a confermare con smorfie insignificanti che il mio viso era espressivo come quello di Clint Eastwood senza il cappello. E che cercare significati nella complessa topografia di rughe e pieghe della pelle era completamente privo di senso.

Episodio 1

******

032_la feritaIl giorno dopo i fatti di Piazza Vittorio Zhan Min era in ritardo. O meglio, non era in anticipo come al solito. La stavo aspettando da mezz’ora sulla soglia seguendo a memoria la cassa di Two Hearts. Il pezzo di Springsteen mi ronzava nella testa da giorni e il mio piede batteva sui sampietrini come fosse sul palco insieme alla E-Street Band. Dopo anni di astinenza ero addirittura ricorso al pacchetto di Carlo, avevo acceso una delle sue Pall Mall e stavo aspirando con l’avidità chi ci ricade dopo la prima settimana. L’ansia, però, non recedeva di un passo.

Quando la vidi arrivare spensi la sigaretta sotto la suola interrompendo la canzone prima dell’applauso del pubblico e le camminai incontro nervosamente – Dobbiamo parlare – le dissi bruscamente. Con gli auricolari ancora nelle orecchie stava fissando la strada davanti a sé quando le interruppi brutalmente il cammino. Spalancò la bocca e d’istinto portò le mani al petto, terrorizzata. Si tranquillizzò solo quando si accorse che l’uomo che la stava importunando era solo il suo insegnate di italiano.

Non volevo spaventarti – mi scusai.

No lezione oggi? – mi chiese con la tristezza che le corrugava la fronte.

Prima devo parlarti – tagliai corto – Ieri sera – balbettai – Il posto in cui lavori. Quelli sono malviventi. Non puoi continuare.

Mio lavoro quello – mi rispose con candore.

Ma quello non è un lavoro. Per due lire fai la schiava per un gruppo di banditi. E’ illegale. E poi è pericoloso. In una cantina, senza finestre né vie di fuga – inghiottii, mi feci coraggio e aggiunsi qualcosa che fino a quel momento avevo faticato ad ammettere perfino con me stesso – Se ti succedesse qualcosa, ne morirei.

Lei mi guardò stupita poi abbassò di nuovo lo sguardo e aggiunse – Mio lavoro quello. Soldi servire per pagare debito, mandare in Cina.

Ti aiuto io a trovarne un altro – era una promessa che sapevo già di non poter mantenere. Ma che lì per lì mi sembrò comunque meglio dello scantinato dove la tenevano prigioniera 12 ore al giorno. Alla fine, ero convinto, la certezza di un male è pur sempre peggio di un bene improbabile.

No posso. Se io andare via, loro conoscere mia famiglia. E tutti finire in giardino dove morti diventare fiori – alzò il viso e mi accorsi che nei suoi occhi non c’era altro che una serena rassegnazione. Niente paura. Niente rabbia per gli eventi che la sorte le aveva riservato. Nessuna invidia per chi stava meglio. La vita, per Zhan Min, era un binario su cui era stata messa alla nascita. Dal primo vagito in poi nulla accadeva più per caso. L’ansia e il timore erano emozioni possibili solo per chi credeva di poter cambiare le carte in tavola. Per chi poteva permettersi di immaginare scenari diversi. Seguire il tracciato, accettare e adeguarsi. Era quella la sua via. Ed era nella via che Zhan Min trovava la pace. Un’assurdità per me, convinto com’ero che l’uomo costruisce giorno dopo giorno il proprio destino. Sfidando il caso. Raddrizzando con la volontà le storture. O quanto meno fallendo nel tentativo. Un’assurdità dalla quale nemmeno il giardino dove i morti diventano fiori, che sostituiva l’aridità di cimitero, riusciva a distogliermi. Un’assurdità contro la quale ero pronto a sfoderare la spada e a far sellare il cavallo bianco.

Possiamo sempre denunciarli – aggiunsi con convinzione – Con l’associazione seguiamo da anni casi come questi. Il Commissario di zona ci conosce bene e ogni volta che facciamo una segnalazione la Polizia non esita mai. Intervengono prontamente e mettono i sigilli seduta stante. Mi basta una telefonata per liberarti per sempre.

Appena pronunciate, quelle parole mi tornarono indietro con la forza di un boomerang scagliato controvento. E per la prima volta da quando la conoscevo, vidi una vena di terrore adombrarle lo sguardo – No. Tu no potere. Se tu denunciare, loro denunciare me. E io tornare Cina – si voltò e mi diede le spalle perché non vedessi le lacrime che avevano iniziato a diluirle l’eye-liner – Cina peggio di stanza dove macchine fanno vestiti. Tu no capire.

Era così. Fino a quel momento non avevo nemmeno preso in considerazione il fatto che fosse una clandestina. Che lo Stato non avrebbe esitato un secondo a rimpatriarla. Che, paradossalmente, sarebbe stato più facile per i due sgherri armati della cantina tornare in circolazione che per lei rimanere in Italia. Stavo per abbracciarla quando una mano possente mi afferrò la spalla destra.

Tu sempre con ragazze carine, professore – Il vocione profondo di Ange era facile da riconoscere. Ma era la sua stretta ad essere inconfondibile. Mi voltai e, nonostante indossasse gli occhiali da sole che non toglieva nemmeno al tramonto, fui certo che mi stesse strizzando l’occhio.

Già qui? – cambiai discorso sperando che la sorpresa non mi avesse fato arrossire.

5 pomeriggio – mi rispose scoprendo il finto rolex dorato che gli cingeva il polso.

E’ vero – guardai il mio – E’ ora di entrare. Oggi facciamo il passato prossimo – aggiunsi cercando gli occhi di Zhan Min che, senza sollevarli da terra, si era già incamminata verso la sede.

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Se vuoi il mio parere stai facendo una cazzata – Carlo mi si avvicinò mentre con un panno umido ripulivo la lavagna dai resti degli ausiliari essere e avere.

Mi voltai aggrottando la fronte. Come faceva a sapere? – In realtà ancora non ho ancora preso nessuna decisione – gli dissi.

Perché, sei già alla fase delle decisioni? Non pensavo fosse così seria la faccenda – Carlo si accarezzò la barba, estrasse un pacchetto di sigarette dal taschino della giacca di velluto e me ne offri una.

Ci pensai su qualche secondo, poi rifiutai. Non potevo aggrapparmi al tabacco alla prima difficoltà. Dopo quanto mi era costato smettere, ricominciare sarebbe stata, sì, una vera cazzata – E’ più seria di quello che immagini – gli dissi sedendomi e cercando il calore della stufa.

Se ti va di fare due chiacchiere, lo sai, su di me puoi sempre contare – e si sedette anche lui. Sulla sedia di fronte a me. Proprio quella su cui fino a 10 minuti prima era stata appollaiata a gambe incrociate Zhan Min.

Sospirai. Conoscevo bene Carlo. Per lui la rettitudine veniva prima di tutto. L’etica, la legge e i diritti erano qualcosa che travalicava le esigenze dell’individuo. Una sorta di lapide sotto alla quale era disposto a seppellire chiunque, se la causa chiamava. Ma se già sapeva, se in qualche modo aveva capito, negare non aveva senso. Magari, parlandone, sarei riuscito ad ammorbidire i suoi estremismi e a fermarlo in tempo prima che si lanciasse in un nuovo capitolo della sua crociata. D’altra parte si trattava solo di confermare i sospetti che aveva sempre avuto. D’altra parte si trattava pur sempre del caro vecchio Carlo. L’uomo a cui dovevo quasi tutto. Il compagno che aveva dato un senso alla vita che trascinavo con fatica fra una supplenza e l’altra – Avevi ragione – gli dissi a denti stretti. Mi costava ammettere, per l’ennesima volta, che le sue conclusioni fossero più accurate delle mie – è una dei marginali – Lo sentii sospirare e attendere che continuassi – l’ho seguita e l’ho vista entrare in una di quelle cantine. Lavora di notte alle macchine da cucire. Come da manuale. Speravo veramente che non fosse come pensavi tu.

Mi dispiace – mormorò sporgendosi in avanti e schiacciando il mozzicone fra indice e pollice – Mi dispiace veramente. Anche se in realtà io parlavo di voi due.

Lo guardai con gli occhi sbarrati e una sensazione di vuoto sostituì per un istante il battito del mio cuore. Senza alcun motivo avevo appena offerto a un guerriero un nuovo campo di battaglia. A quel punto trattenere la sua sete di sangue e di giustizia sarebbe stato impossibile. Maledissi la mia stupidità e provai a spostare l’asse del discorso – Noi due? Che intendi?

Si vede lontano un miglio che lei ti piace. Se ne sono accorti tutti. Ben prima che te ne accorgessi tu stesso. Ma sai bene come vanno a finire queste storie – sentenziò con il tono saccente del maestro che impartisce all’allievo una lezione di vita – Te la porti in casa. Le prometti il mondo. Poi fra due anni uno dei due si rende conto che provenite da universi completamente diversi. Impossibili da conciliare. Libera dalla schiavitù del debito, lei inizia a sentire la mancanza di casa. E il giorno che decide che vuole tornare in Cina tu le dici che ce la potete fare. Che per lei abbandoneresti tutto. Che la seguirai in capo al mondo. Salvo poi immaginarti in un paesino dello Zhejiang solo, in mezzo a gente che non capisci e incastrato nella rete delle convenzioni sociali della Cina rurale. Ed è in quel preciso istante che prenderai atto di qualcosa che dentro di te sai già adesso. Donne e buoi dei paesi tuoi.

Mi piace il tuo ottimismo – gli dissi afferrando il pacchetto e accendendomi la sigaretta che avevo rifiutato poco prima – Com’era che avevi detto? Se hai voglia di chiacchierare, puoi contare su di me? Se non sapessi che sei laureato in Scienze Politiche, penserei addirittura Psicologia.

Lo so che accettare la realtà è il passo più duro – mi rispose come se non avesse colto l’ironia – ma è anche quello fondamentale per esaminarla per ciò che è e iniziare a risalire prima di toccare il fondo.

Strinsi il filtro fra le labbra, aspirai avidamente. Di solito invidiavo il distacco con cui Carlo analizzava ogni avvenimento. Lo consideravo l’indiscutibile talento di un leader a cui affidi la vita, ricevendo in cambio protezione e sicurezza. Quel giorno però mi sembrava solo la lezione senza anima di un militante androide i cui consigli rimbalzavano fra gli spigoli di una voce metallica. Fissai le mattonelle ed evitai di rispondere a quella che, attraverso il velo della rabbia, mi sembrava sempre di più una provocazione.

Se proprio non vuoi darmi retta – aggiunse Carlo alzandosi, in tono conclusivo – almeno fai in fretta. Portala via di lì prima che puoi. Perché sai cosa siamo costretti a fare in questi casi no?

Sapevo che non sarei riuscito a distogliere per troppo tempo l’attenzione del cane dall’osso – Non puoi! – esclamai, accartocciando la sigaretta nel posacenere e accendendone un’altra.

Come scusa? – Carlo sbarrò gli occhi incredulo.

Non puoi – ripetei sussurrando. Ricordando bene quanto lo disturbassero le obiezioni gridate – Gliel’ho detto anch’io ma mi ha chiesto di non farlo. Sa che, per lei, significherebbe l’espulsione. E qualunque cosa sarebbe meglio che tornare in Cina. Se andasse via o denunciasse i suoi aguzzini, poi, quelli se la prenderebbero con la famiglia – Carlo ascoltava imperturbabile. Non riuscivo a capire cosa gli passasse per la testa quindi continuai – Chi siamo noi per decidere cos’è meglio per lei?

C’è la legge – disse sollevando le spalle – ci sono i valori per i quali facciamo ciò che facciamo. I diritti umani, la solidarietà, la battaglia contro lo sfruttamento. Cosa faresti se, invece di Zhan Min, si trattasse di una donna qualunque? E se, invece che 10, le donne schiavizzate là sotto fossero 100? Cosa faresti, un sondaggio?

Perché no? Chi sei tu per stabilire cos’è giusto fare? E se la maggior parte di loro la pensasse come Zhan Min? Se nessuna di loro avesse qualcosa per cui valga la pensa tornare? Secondo me insisti solo perché denunciandoli andresti a dormire tranquillo di aver compiuto la tua buona azione quotidiana. Lo fai per te stesso e per i tuoi principi, non per quelle donne – non avevo nemmeno finito di pronunciare la frase che mi ero già pentito di averlo fatto.

Se, se, se … – mi  rispose stringendo fra i denti la rabbia e assestandomi un paio di pacche sulla spalla – se l’uomo avesse le ali sarebbe un uccello. E’ proprio per tenere a bada tutti questi “se” che esiste la legge, che gli uomini si danno regole e valori.

Ti prego … – lo supplicai.

Tutto quello che posso fare è darti fino alla lezione di domani per avvisarla. Fai in modo che non sia lì all’inizio del turno di notte – Carlo si tirò i capelli indietro e scosse la testa sospirando. Guardai a lungo la sua schiena corpulenta allontanarsi verso la porta, uscire in strada e perdersi fra i vicoli del centro. Quella sera toccava a me chiudere ma non avevo nessuna voglia di andare a casa. L’idea di passare la notte a fissare il muro, pensando alla vita che stavo per mettere a soqquadro, mi chiuse lo stomaco in una morsa. Mi guardai intorno come un cane affamato che sente nell’aria l’odore di cibo. Sudore rancido, carico di ansia, mi inumidì la fronte e le ascelle. A grandi passi tornai nella sala dove facevamo lezione e le vidi. Espirai sollevato. Carlo aveva dimenticato il pacchetto ancora pieno delle sue Pall Mall vicino alla stufa. Si preparava una lunga notte.

*****

… ascoltare me prof! – il vocione gutturale di Ange emerse dal silenzio ovattato. Dopo la notte in bianco ero ancora intorpidito ma ero troppo preoccupato per avere sonno – Tu no ascoltare me prof! – ribadì Ange – Iniziare lezione. Io oggi dovere uscire presto – e mi colpì con il gomito strizzandomi l’occhio – Ragazza carina anche io – Abbozzai un sorriso per non deludere il suo entusiasmo e lui si sedette. Lo vidi scambiare due parole con gli altri, poi sulla stanza calò il silenzio e tutti iniziarono a fissarmi in attesa. Li guardavo e sapevo che ormai era tardi e dovevo iniziare. Ma tutto ciò a cui riuscivo a pensare erano i 4 numeri del quadrante del cellulare. 17:10. Zhan Min era 10 minuti in ritardo. Non era mai successo prima. Magari è malata, mi dissi, pensando a ciò che avrebbe detto mia sorella al mio posto. Ma mi prendevo in giro sapendo di farlo. Da quando frequentava l’associazione Zhan Min non aveva saltato una lezione. Alle volte era talmente stanca che, per stare sveglia, si sedeva nella maniera più scomoda che le venisse in mente. Se era necessario saltava un pasto ma non l’ora di italiano. Era successo qualcosa. Ne ero più che sicuro.

Dopo un’ora di preposizioni flagellate e verbi masticati nel tritacarne delle coniugazioni passive ero esausto. Salutai tutti in fretta, raccolsi le mie cose e seguii, attraverso le nebbie suadenti del sonno, la schiena esile e allungata di Ray che si avviava verso la fermata del tram. Avevo bisogno di qualcosa a cui aggrapparmi, che mi trascinasse oltre la porta rapidamente. Scelsi il medico senegalese e mi affidai alla sua andatura scattante e nervosa. Lo presi sotto braccio e gli chiesi cosa ne pensasse del calcio africano. Sulle prime mi guardò perplesso, sapeva bene che l’unico sport di cui mi fossi mai interessato era la pesca. Sull’argomento mi aveva preso in giro più volte, sostenendo che ero solo io a considerarlo uno sport. Scosse la testa e senza farsi altre domande mi assecondò. Appena fuori dalla porta l’aria mi avvolse nel suo abbraccio gelato e la nebbia iniziò a diradarsi. Sentii la voce gracchiante di Carlo chiamarmi per nome con i puntini di sospensione subito dopo. Sembrava volermi dire qualcosa di importante ma decisi di far finta di niente e aumentai il passo verso i Fori Imperiali.

Su Via Cavour mi ritrovai a camminare come Zhan Min la volta che l’avevo seguita. A passi piccoli e rapidi, con gli occhi piantati sulle cifre digitali del cellulare. Facevo più o meno un passo al secondo. Sudavo e avevo il fiatone. Annusavo l’aria alla ricerca del profumo di Piazza Vittorio. Frutta marcia e salsa di soia. O forse cercavo solo la scia di mandorle profumate che si lasciavano dietro i suoi capelli. Qualcosa che mi facesse capire che ero vicino e che lei stava bene.

A Piazza Vittorio l’edicolante stava abbassando l’ultima saracinesca. Corrugai la fronte perplesso e guardai di nuovo l’ora. 18.40. Presto per chiudere. Che succede?, chiesi a me stesso. Intercettai il suo sguardo e alzai il braccio per salutarlo. Non appena mi vide scansò simbolicamente la mia presenza con un gesto della mano e, scuotendo la testa, mi dimostrò tutta la sua disapprovazione. Non capivo il perché di quel trattamento. L’ultima volta mi sembrava ci fossimo congedati amichevolmente. Decisi di attraversare la strada per chiarire. Feci per avvicinarmi ma i lampi blu che fendevano i muri degli edifici a intervalli regolari mi gelarono il sangue. Con un piede in strada e l’altro ancora sul marciapiede mi voltai. Il peggiore degli scenari che avessi potuto immaginare stava prendendo vita di fronte ai miei occhi. Tre volanti della Polizia erano schierate a raggiera di fronte al portone che l’energumeno armato aveva spalancato per Zhan Min la sera che l’avevo seguita fino alla sua prigione. O meglio, quella che fino al nostro chiarimento avevo considerato la sua prigione. Gli inquilini dei piani superiori erano affacciati ai balconi e si chiedevano cosa stesse succedendo. Qualcuno indicava verso il basso, dove un gruppo di agenti confabulava riempiendo moduli. La radio gracchiava ad alta voce fra trilli acuti e richieste di informazioni. In controluce mi sembrò di riconoscere la sagoma dell’ispettore Grati. Inghiottii a vuoto e decisi di avvicinarmi. A metà strada l’edicolante incrociò il mio cammino – Cosa le avevo detto? Quelle con gli occhi a mandorla è meglio lasciarle perdere – mi disse a denti stretti come fosse un segreto e con gli occhi carichi di rabbia. Cercai una risposta da dargli nella confusione del momento ma lo vidi allontanarsi prima che ne riuscissi a trovare una plausibile.

Professore – mi chiamo da dietro i nastri gialli appena stesi l’ispettore Grati – come mai da queste parti?

Mi avvicinai lentamente, arrovellandomi sulla scusa che stavo per inventare – Torno a casa. Stasera non avevo voglia di mettermi sui mezzi. Per oggi di calca, odori molesti e confusione ne ho abbastanza. E poi il dottore mi ha messo a dieta – battei un paio di volte sulle rotondità che gonfiavano la mia camicia all’altezza della vita – sembra che il colesterolo uccida soprattutto gli intellettuali.

Beh – mi rispose abbassando lo sguardo verso i 10 chili di troppo afflosciati oltre la sua cinta – meno male che faccio il poliziotto allora – mi sorrise, poi alzò il sopracciglio e riprese il filo del suo ragionamento da dove lo aveva interrotto – Certo che ha deciso di fare uno strano giro. Dalla sede dell’associazione, per andare verso la Piramide, non ha molto senso passare per Piazza Vittorio.

Non avevo scelta – gli dissi, schiarendomi la voce e sperando che la giustificazione reggesse – Il dottore mi ha dato una dieta assurda. Per perdere peso come dice lui dovrei affamarmi per mesi. Meglio mangiare un po’ di più e fare un po’ di esercizio fisico. Ma mi dica – cercai di spostare il discorso sul tema che mi interessava – cos’è successo? – E indicai il portone spalancato e gli agenti che entravano e uscivano dal palazzo.

La solita fabbrichetta clandestina che produce vestiti e borse per il mercato nero – mi confessò accarezzandosi i lunghi baffi che gli circondavano le labbra – ma siamo arrivati tardi. Tutto vuoto. Devono aver avuto una soffiata e hanno sbaraccato prima che riuscissimo a intervenire – lentamente la voce del Commissario iniziò ad affievolirsi, ingoiata dall’incedere incerto dei miei respiri. Sempre più brevi. Sempre più superficiali. Zhan Min. Il suo viso mi apparve confuso dietro a una fitta rete di pensieri e paure. Che fine aveva fatto? Di solito, una volta smembrate, le fabbriche improvvisate venivano ricostituite altrove. Le operaie ricollocate il più lontano possibile. I guardiani puniti, separati dai colleghi con cui avevano prestato servizio e spediti in altre città. Era così che la malavita cinese arginava i casi di collaborazione con le forze dell’ordine. Un metodo sperimentato negli anni che, allo stesso tempo, riusciva a far sparire ogni traccia di chiunque avesse lavorato in uno di quegli insalubri scantinati. Bastavano un altro nome e un documento contraffatto ad arte per ricominciare altrove con un’identità nuova di zecca. Inghiottii a vuoto e mi guardai le mani. Tremavano e le sentivo lontane, come fossero quelle di un altro. Sapere cosa succedeva in quei casi era una cosa. Essere ragionevolmente certo che fosse successo a Zhan Min era qualcosa di completamente diverso. Come vedere un incendio lontano e, all’improvviso, sentire le fiamme che ti avvolgono.

Grati continuava a descrivere l’operato della sua unità e la sua voce riemerse lentamente da un groviglio di immagini che non volevo nemmeno prendere in considerazione. Zhan Min trascinata via su un vecchio Fiorino. Il suo viso nascosto da un caschetto nuovo di taglio. Lei seduta su una panchina di legno con in mano un passaporto nuovo sapientemente invecchiato. Zhan Min affacciata al finestrino di una corriera mentre le luci di una città senza nome le attraversavano rapidamente il viso – Abbiamo raccolto qualche indizio e la scientifica si sta occupando dei dettagli – Sottolineò il commissario – Ma vedrà, professore, che alla fine, come al solito, non caveremo un ragno dal buco. Più ne chiudiamo, di queste prigioni, più ne spuntano come funghi. Più ne rimpatriamo, di questi musi gialli, più ne arrivano.

Sì. E i cinesi non muoiono mai. E non vogliono imparare la nostra lingua. E sono un gruppo chiuso. E vengono in Italia, si arricchiscono e poi tornano in Cina. Sì, i luoghi comuni sui cinesi li conoscevo tutti. E alla Polizia sembravano insegnarglieli come parte dell’addestramento.

Strano che non sapesse niente – aggiunse.

In che senso? – gli chiesi.

La segnalazione ci è arrivata dalla vostra associazione. Come sempre – ammise sollevando le spalle.

Carlo, pensai. Non poteva essere altrimenti. Agli altri non avevo detto nulla ed era lui l’unico a sapere. Ecco cosa stava per dirmi quando ero scappato via dopo la lezione. Serrai i denti e lo stomaco si contorse nella dolorosa morsa della rabbia – Già – risposi a Grati – Siamo sempre in prima linea nella lotta per i diritti e contro le irregolarità – guardai di nuovo il quadrante del telefono e finsi di essere sorpreso – Deve scusarmi ispettore ma si è fatto davvero tardi. E mi aspetta un bel po’ da camminare. Buona serata e buon lavoro – gli strinsi la mano, lasciai cadere la maschera e mi immersi totalmente nel fiume bollente che mi si agitava dentro. Carlo. Meglio che avessi finto di non sentirlo all’uscita dalla sede. Meglio che non lo avessi a portata di mano quella sera. Altrimenti Grati avrebbe avuto di che riempire le mani vuote con cui stava per tornare in centrale.

Professore – la voce dell’ispettore mi colse di sorpresa. Mi voltai indossando di nuovo un sorriso compiaciuto e cordiale – lì è da dove viene. Casa sua è di là.

Già – mi battei sulla fronte cercando di non mandare in frantumi i pochi brandelli rimasti intatti della storiella che avevo inventato per lui – è stata una giornata intensa. Sono davvero stanco. Buona serata ispettore.

*****

033_dovedormono le barcheHo fatto solo ciò che dovevo fare. Esattamente ciò che avresti fatto tu al mio posto se lei non fosse stata Zhan Min – Carlo mi guardava da dietro le lenti fumé, reclinato sullo schienale della sua poltrona preferita. Mi fissava con gli occhi traboccanti di orgoglio. Lui sul gradino più alto del podio della correttezza. Io colpevole del più infame fra i crimini contro le regole. Quello dell’eccezione.

Mi avevi detto che avresti aspettato la lezione. Che mi avresti dato il tempo di avvisarla e di offrirle almeno una scelta – gli gridai digrignando i denti.

Ci ho ripensato – fece una pausa espirando il fumo denso della sua Pall Mall, poi mi fissò di nuovo distendendo la fronte – e come vedi non è stato sufficiente. Anche così la Polizia è arrivata tardi. Questi maledetti hanno orecchie ovunque – il suo tono di voce freddo e distaccato iniziò ad annebbiarmi la vista.

Me lo avevi promesso – ruggii – Non avevi alcun diritto …

Hai ragione – schiacciò il filtro nel posacenere, si alzò e mosse alcuni passi verso di me – Non avevo alcun diritto. Avevo, però, il sacrosanto dovere di oppormi a un palese atto di violazione dei diritti umani – mi si avvicinò fino a farmi sentire il suo alito di tabacco e ravioli al vapore – Io non sono un omuncolo come te. Non metto le mie esigenze al di sopra di quelle della collettività – il volume della sua voce cresceva – Io sono un guerrigliero! – gridò con i suoi occhi, verdi come le foglie in primavera, spalancati nei miei.

Gli afferrai il bavero della giacca e lo vidi trasalire. Non mi aveva mai visto perdere il controllo ed era evidente che non sapesse come gestire la cosa. Alzò le braccia con il terrore nello sguardo – Un guerrigliero? – gli dissi sull’orlo di una risata – Sei un poveraccio, solo con la sua ideologia. Abbandonato in un mondo sterilizzato di regole sempre uguali, al di fuori delle quali sei perso, come un neonato fuori dalla culla – in quel momento il trillo acuto del mio cellulare irruppe nell’atmosfera tesa della stanza. Come il campanello del ring che richiama il pugile all’angolo, quell’avviso mi aiutò a recuperare il controllo. Senza aggiungere altro lasciai andare Carlo che, tremando, si accasciò sulla poltrona. Un secondo trillo seguì il primo e poi un terzo si aggiunse. Pescai il telefono dalla tasca dei pantaloni e diedi le spalle all’uomo che fino a quel giorno avevo considerato una guida. L’icona della chat lampeggiava. Un messaggio da parte di CINAX, un utente che non riconoscevo. Sospirai. I soliti tentativi di phishing, mi dissi. Stavo per riporlo, quando il telefono trillò di nuovo. Insistente, pensai. La cosa mi incuriosì. Alla fine, se si trattava di un virus, bastava non cliccare sui link per stare tranquilli. Aprii la finestra della chat e scorsi i 4 messaggi. I primi 3 erano uguali. Ciao. Ciao. Ciao. Ripetuto, probabilmente, perché non rispondevo. Il quarto dovetti leggerlo 2 volte perché il mondo grigio e oscuro in cui avevo trascorso le ultime 12 ore fosse rischiarato dai meravigliosi colori di un’alba fra le nuvole. A quel punto non avevo più dubbi su chi fosse CINAX. Sorrisi fra me e me e rilessi quella manciata di parole sottovoce, come per assicurarmi che fossero vere.

Io no partire. Vedere te domattina dove dormono le barche.

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