Dove dormono le barche – Episodio 1

Pubblicato: 6 agosto 2014 in Narrabit originali, Uncategorized
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031_La vetrinaLa notte a Piazza Vittorio profuma di frutta marcia e salsa di soia – Puzza, vorrai dire – riuscivo a sentirla nelle orecchie la voce limpida di Carlo. Il suo italiano senza accento, la sua schiettezza senza veli. A me, però, i resti del mercato abbandonati sulle grate fra il marciapiede e l’asfalto ricordavano l’America Latina dei miei viaggi. Annusando l’aria mi apparivano i timidi sorrisi delle cholitas e quello bastava per trasformare l’olezzo in profumo. L’odore pungente dei ristoranti cinesi, invece, mi faceva pensare a Pechino. In Cina non c’ero mai stato, eppure, per qualche motivo, mi ero convinto che era quello l’aroma che il respiro della capitale diffondeva per le strade – I cinesi in Italia sono gente del sud. La loro cucina non c’entra niente con quella di Pechino e del nord. Sarebbe come camminare a Notting Hill sperando di annusare il ragù della nonna. La geografia non è mica un’opinione – mi scoprii a sorridere immaginando il commento severo di Carlo. Sempre lo stesso, come se soffrisse di Alzheimer.

Carlo. Se solo avesse saputo dov’ero quella notte, avrebbe tirato giù tutti i santi del paradiso.

L’avevo seguita dal marciapiede opposto dei Fori Imperiali. Poi su per Via Cavour mi aveva quasi scoperto. Mi ero voltato appena in tempo, di fronte alla vetrina del sexy shop, e avevo guardato il suo riflesso sullo sfondo di un manichino in calze a rete e tubino di latex. Il solito pervertito, avrà pensato da dietro i veli della sua timidezza. Stando a quello che si diceva, le ragazze cinesi erano tutte così. Silenziose, schive, riservate. Pronte ad abbassare lo sguardo se sentivano che il tuo era troppo insistente. Uno stereotipo che Zhan Min confermava in ogni dettaglio, in ogni piccola irresistibile sfumatura.

Non appena l’avevo vista sparire oltre il fascio di luce del lampione davanti a San Pietro in Vincoli, avevo ripreso a seguirla. Camminava veloce, a passi corti. Con gli auricolari nelle orecchie e lo sguardo fisso sul quadrante del vecchio cellulare che le avevo visto usare più volte. Un modello di 4 o 5 anni prima, rigato dall’uso e sbeccato dalle cadute. Da dov’ero non potevo esserne certo ma avrei scommesso che stesse controllando l’ora in continuazione. Era una specie di ossessione. Usciva dalla lezione di italiano alle 18 in punto e correva via dopo un sorriso timido e qualche saluto gettato lì con discrezione. Riuscivo a scambiare due parole con lei solo quando arrivava in anticipo ma non ero mai riuscito a farla trattenere oltre i primi rintocchi della campana di Sant’Andrea. Avevo intuito quale fosse la ragione di quelle fughe e quella notte ero lì per confermare i miei timori.

Una volta arrivata sul lato settentrionale della piazza, prima di attraversare, aveva nascosto telefono e walkman in fondo allo zaino e si era guardata alle spalle per essere sicura che nessuno la osservasse. Da dietro le riviste sospese dell’edicola dove mi ero appostato dovevo accontentarmi dei piccoli stralci di lei che riuscivo a ricomporre con la coda dell’occhio, spostando il peso da un piede all’altro. L’avevo vista infilarsi i capelli nel cappuccio e puntare dritto verso il primo portone oltre le colonne. L’uomo che l’aveva lasciata entrare era un colosso alto quasi il doppio di lei, largo come una vecchia lavastoviglie. Aveva gettato uno sguardo sul marciapiede e si era chiuso la porta alle spalle con una delicatezza incongruente con la sua obesità – Per carità, se vuole se li legga tutti – protestò a un certo punto il giornalaio indicando i periodici che stavo impilando e sfogliando distrattamente per giustificare la mia presenza – almeno, però, quando ha finito li rimetta dov’erano, che fra un quarto d’ora devo chiudere – e con un paio di colpi dell’indice sul quadrante dell’orologio mi ricordò che anche io avevo una vita a cui tornare. Erano quasi le 20 e Zhan Min aveva varcato quella soglia ormai da un’ora. Un tempo sufficiente per evitare che ci sia ancora qualcuno a controllare, cercai di convincermi. Ringraziai l’edicolante per la pazienza e feci per allontanarmi. Lui scosse la testa – Donne! – bofonchiò – Mi dia retta e si fidi del consiglio di un vecchio. Se non vuole finire nei guai, quelle con gli occhi a mandorla le lasci perdere – Abbozzai un sorriso di convenienza e mi voltai prima che il sangue mi irrorasse le guance. Avevo fatto di tutto per convincermi di essere lì solo per aiutare una studentessa in difficoltà. Ma erano ormai settimane che avevo iniziato a nutrire fortissimi dubbi sulle ragioni che, sempre più spesso, mi spingevano ad arrivare in sede mezz’ora prima dell’inizio della lezione. A fissare la porta nella speranza che lei arrivasse in anticipo per scambiare due parole. A correggerle al banco le esercitazioni scritte, così da potermi avvicinare quel tanto che bastava per sfiorarle col naso i capelli e annusare il profumo del suo shampoo alla mandorla. Stavo abusando del mio ruolo di insegnante? Mi prendevo piccole libertà che lei altrimenti non mi avrebbe mai concesso? Quesiti che mi ero ripetuto più volte. Sui quali avevo riflettuto a lungo. E che poi avevo comodamente deciso di spazzare sotto il tappeto del “si vive una volta sola”.

E spero il più a lungo possibile. Fu quello il primo pensiero che fui in grado di decifrare mentre valutavo i pericoli oggettivi di quella mia bravata notturna. Accovacciato nel buio di un vicolo secondario, osservavo con lo stomaco chiuso ciò che avveniva oltre la piccola finestra a livello strada. Per l’ennesima volta dovevo riconoscere che Carlo non si sbagliava – la maggior parte dei cinesi che arrivano a Roma vengono dallo Zhejiang – mi aveva avvisato accarezzandosi la barba canuta che non aveva mai più rimosso dall’entrata delle truppe di Castro a l’Avana – 9 su 10 non sono poveri come si crede. Vengono da famiglie normali, disposte a indebitarsi per offrire un’opportunità a figli e nipoti. Non sono loro il problema. A loro basta lavorare sodo per un paio d’anni e il debito contratto con chi organizza l’espatrio è ripagato. Il problema è quell’1 su 10 che viene dalla miseria o dal disagio – Me l’aveva detto sottovoce accennando con il mento a Zhan Min. La sua convinzione era che lei fosse proprio una dei marginali. Una di quelle che finiscono nella rete illegale di schiavisti privi di scrupoli. Diceva di aver osservato con attenzione i suoi comportamenti, i suoi oggetti, la sua solitudine e la sua diffidenza. Ma io avevo sempre respinto quelle conclusioni come una delle sue solite esagerazioni. E questo nonostante Carlo, con la sua sete di conoscenza e il suo piglio deciso, rappresentasse per me una guida e per tutti i membri dell’associazione un nume tutelare. Era Carlo che ci aiutava a interpretare i singoli eventi nella cornice più ampia degli scenari globali. Era grazie a lui se anche i il piccoli interventi dell’associazione assumevano un significato rilevante. Tanto per noi quanto per il mondo che volevamo aiutare a cambiare. Eppure non conoscevo nessuno più radicale di Carlo. Per lui non esistevano le mezze misure. Tutto era bianco o nero. Gigante o minuscolo. Giusto o sbagliato – Non c’è bisogno di inventarsi i complotti della Triade. E’ una ragazza cinese come mille altre. Timida, riservata, sfuggente – gli avevo risposto, più per convincere me stesso che sperando che cambiasse idea.

Quella notte, però, dovetti ricredermi. Carlo era senza dubbio un rigido perfezionista e un estremista della rettitudine ma in quel caso non potevo che dargli ragione. Per quello scantinato immerso nella penombra di qualche neon tremolante non esistevano mezzi termini, sfumature o punti di vista. Ciò che accadeva lì dentro era sbagliato e basta. Dannatamente sbagliato.

Da dov’ero riuscivo a vedere metà di uno stanzone di 30 metri quadrati, trasformato in una piccola fabbrica di vestiti. Dieci donne, ricurve sulle macchine da cucire, sedevano una accanto all’altra su sgabelli privi di schienale. 5 da una parte e 5 dall’altra di un tavolo messo per lungo e incurvato dal peso dei macchinari, avevano fra loro enormi cesti di plastica ricolmi di tessuti da tagliare e assemblare. Solo il ronzio dei rocchetti di filo e il ticchettio cadenzato degli aghi interrompeva ritmicamente il silenzio. Le donne non alzavano la testa se non per asciugarsi il sudore. Non c’era areazione nel locale. E le uniche aperture erano altre due feritoie a livello strada, simili a quella attraverso cui stavo osservando la scena. Un uomo esile e spettinato vegliava sulle sarte stravaccato su una poltrona. Il bisonte che avevo visto al portone, invece, era in piedi vicino alla porta. Entrambi erano armati. Inghiottii a vuoto e ripensai ai consigli del giornalaio, agli ammonimenti di Carlo. Ebbi l’impulso di alzarmi e lasciarmi alle spalle quella notte e i suoi orrori. Cosa potevo fare io d’altra parte? Quanti immigrati illegali erano in quella stessa situazione? Avrei forse dovuto iniziare a vagare per la città cercando di salvarli uno ad uno? Sono un insegnante di italiano, mica un giustiziere, mi dissi. Poi la vidi alzare la testa, sospirare e asciugarsi con il polso il sudore che le scendeva sotto la frangetta. Senza riflettere sui rischi di ciò che facevo, mi sporsi per guardarla meglio e i suoi occhi neri e profondi sfiorarono per un secondo il mio sguardo. Non feci in tempo a ritrarmi che la vidi inorridire.

032_la feritaPer non destare l’attenzione dei guardiani, in un battito di ciglia tornò al suo lavoro. Mi aveva visto, ne ero sicuro. La sua espressione non lasciava spazio a interpretazioni. E ora? Mi chiesi. Ma prima che riuscissi a elaborare una risposta, sentii un urlo provenire dalla cantina, appena attutito dai sottili vetri delle feritoie. Mi voltai e vidi Zhan Min in piedi con una mano nell’altra e sangue che le colava fra le dita. Era ferita e dolorante. Chiese qualcosa in cinese all’uomo più magro e l’altro la lasciò passare. Si chiuse la porta alle spalle e le altre sarte ripresero a cucire come nulla fosse. L’uomo sulla poltrona tornò con i pensieri fra i seni patinati della sua rivista. L’altro incrociò le braccia e recuperò l’espressione torva del suo personaggio.

Essere pazzo! Che fare qui? – La sua voce. I suoi verbi all’infinito. Mi voltai e la vidi in piedi alle mie spalle, con il viso contratto da un misto di tenerezza e paura.

Le presi le mani fra le mie – Sei ferita – le dissi separandole. L’ago aveva attraversato il polpastrello con tutta la forza generata dalla spinta del motore. Fortunatamente l’aveva colpita di striscio.

Unico modo per uscire – mi rivelò sollevando le spalle.

Dobbiamo sciacquarla e disinfettarla. Di corsa – visualizzai la ruggine che avevo notato sulle macchine da cucire dello scantinato e mi tonò alla mente l’ossessione di mia nonna per il tetano. D’istinto cercai con lo sguardo una fontanella lungo il marciapiede di fronte.

Io sciacquare. Tu andare via. Subito. Qui pericoloso – disse accigliata scivolando fuori dai miei palmi – Se loro capire … – lasciò  la frase in sospeso ma il concetto era chiaro. Non stavo mettendo in pericolo solo me stesso ma lei in primo luogo. Che diavolo mi ero messo in testa? Se erano informazioni che cercavo, conferme ai miei dubbi, le avevo già da un bel pezzo. Perché ero rimasto? Avevo forse intenzione di intervenire? Su due piedi, da solo contro due uomini armati? Se una soluzione esisteva, non l’avrei certo trovata lì quella notte. Per ogni minuto che passava, il rischio di mettere lei in difficoltà aumentava. Dovevo andarmene. In fretta. Con l’indice spinsi gli occhiali su per il naso, come facevo ogni volta che ero in difficoltà – Scusami – sussurrai abbassando lo sguardo – Ci vediamo domani a lezione – aggiunsi e, senza pensarci su ulteriormente, mi avviai di nuovo verso Piazza Vittorio.

Ma lei mi trattenne. Mi voltai e la sua mano ferita stringeva saldamente una manciata della mia manica – Grazie – sussurrò con il viso illuminato da un sorriso. Fece un passo verso di me, si alzò sulle punte e mi appoggiò le labbra sulla guancia. Sorpreso e stordito, cercai qualcosa da replicare. Una frase fra le mille che mi ero preparato e le altre mille che avevano appena iniziato ad agitarmisi nella mente. Ma – Figurati – fu l’unica che mi oltrepassò le labbra. Per anni avevo trascorso ore di fila a dibattere di linguistica o di politica e tutto ciò che ero riuscito a dire era la stessa parola di convenienza con cui rispondevo al portiere che mi ringraziava per la mancia di Natale. La vidi sparire nell’ombra, leggera come una foglia spinta dal vento. Frastornato, ripresi la strada di casa.

***

Sangue. Non avrei mai immaginato che il nostro primo contatto sarebbe stato macchiato dal sangue. Mi guardai le mani avvolte dai vapori dell’acqua calda. Dovevo decidermi a lavarle. Le tracce solide rimaste sul dorso sembravano quelle di un assassino di ritorno dalla scena del crimine. Ero consapevole dell’assurdità di quel pensiero, ma avevo paura che, sciacquandole via, avrei cancellato anche ciò che rimaneva del suo tocco. Della carezza impaurita dei suoi polpastrelli. Dei brividi di piacere che avevo avvertito mentre mi scivolavano lungo la pelle. Il fruscio del rubinetto coprì il frastuono dei miei pensieri e mi ricordò dov’ero. Oltre la porta scorsi la penombra in cui era avvolto il mio appartamento. La luce da tavolo illuminava la pila di compiti in classe da correggere. Poco più in là gli esercizi dei miei allievi stranieri. Quelli a cui dedicavo i lunghi pomeriggi di volontariato. Quelli che non potevano permettersi un insegnante a pagamento. Quasi tutti clandestini, adulti e prigionieri di vite ai margini. Mi voltai verso lo specchio e con la mano cercai il mio viso dietro alla condensa. E mentre il palmo diradava la nebbia, insieme ai tratti di me stesso che ben conoscevo trovai la lunga coda di Zhan Min e un ricordo che non sarei mai riuscito a dimenticare.

Era una fredda sera di dicembre di due anni prima. Nella sede dell’associazione si battevano i denti. Nonostante avessimo disposto le sedie intorno alla piccola stufa a pellet, nessuno aveva avuto il coraggio di rimuovere guanti e cappello. Gli spifferi sibilavano sotto i vecchi infissi di legno, impazienti anche loro di partecipare alla discussione.

Io mangiare mela – disse Ange convinto, incrociando sul petto le braccia tornite che lo avevano portato in Libia attraverso mezzo continente africano e da lì, a remi, fino alle coste della Sicilia. Stava ancora osservando i disegni che avevo fatto con il gesso su una vecchia lavagna di ardesia e per lui non c’era dubbio, la soluzione dell’enigma era quella.

Lui mangiando mela – lo corresse Ray, un medico senegalese che lavorava di notte a un distributore di benzina self service.

Lui no mangiare mela – sussurrò con il dito alzato Zhan Min.

Perché no? – le chiesi

Mela e faccia di lui distanti – rispose con la semplice immediatezza che avrei imparato essere uno dei suoi tratti distintivi.

Guardai la lavagna e, in effetti, la faccia e la mela erano almeno a 20 cm di distanza. E, nonostante le frecce che, nella mia intenzione, avrebbero dovuto spiegare l’azione, la bocca spalancata era ben lontana dall’addentare il frutto.

Va bene – sorrisi – Non la sta mangiando. Il punto però è la forma del verbo. Lui “non mangia” la mela. E non “lui no mangiare mela”. Io, mangio. Tu mangi. Lui mangia. In questo caso “lui non mangia la mela”. Chiaro?

Italiano difficile – Ange scosse la testa – Inglese di Congo facile. I eat. You eat. He eat. Sempre eat. Perché italiano tutto diverso?

Bella domanda, pensai. Se solo sapessi quanto era più complicato il latino!

Anche cinese facile. Anche cinese tutto uguale – aggiunse Zhan Min – se io dire “io bere succo frutta con acqua dura vedi dentro” tu capire, no?

Veramente no, dissi a me stesso – Acqua dura vedi dentro? – le chiesi sollevando il sopracciglio.

Io capire – intervenne Ange

Anche io “antando” – ci andò vicino Ray usando il francese come tramite – fredda. Acqua dura e fredda.

Ghiaccio! – esclamai sorridendo – acqua dura che ci vedi dentro – ripetei sottovoce mentre tutti si complimentavano con lei per quella piccola vittoria. Di fatto ero io l’insegnante ed ero l’unico a non aver capito subito cosa intendesse. All’inizio pensai si fosse trattato di un caso. Ma quando la cosa iniziò a ripetersi sempre più spesso, capii che Zhan Min era così. Quando non conosceva una parola, ne usava altre per costruire intorno al suo significato un recinto di sensazioni. Qualcosa che assomigliava fin troppo alla poesia. Qualcosa di raro che, da un certo momento in poi, iniziai ad apprezzare più che correggere.

Italiano lingua difficile. Per quello Italia paese piccolo. Cinese lingua facile. Per quello Cina paese grande. Come inglese. Per quello inglese parlare ovunque – in 6 frasi Zhan Min aveva illustrato la sua versione della storia delle civiltà umane. Gli altri del gruppo annuirono con soddisfazione. Ange si spinse fino ad applaudire le sue considerazioni e quei minuti al centro dell’attenzione dipinsero le guance di Zhan Min del colore dell’imbarazzo. Era la prima volta che la vedevo oltrepassare la soglia della penombra in cui la sua riservatezza la teneva al sicuro. Una miscela, quella fra timidezza e sprazzi di audacia, che non avevo mai provato prima e della quale avevo già voglia di ubriacarmi.

Il palato arso dalle lunghe ore di appostamento e lo scroscio del rubinetto mi aiutarono a rimettere a fuoco l’immagine sullo specchio. C’era il mio viso dietro alla nebbia che il vapore dell’acqua calda continuava a stendere e la mia mano a rimuovere con un gesto meccanico. Cercavo conforto e tranquillità nel viso del mio sosia. Speravo che la sua espressione mi suggerisse una soluzione. E invece quell’ingrato, che doveva la sua vita solo al mio transitare davanti a superfici riflettenti, si ostinava a raddoppiare i dubbi e a restituirmi le incertezze così come gliele avevo consegnate. Ruvide. Acerbe. Senza via d’uscita. Non solo. Continuava a confermare con smorfie insignificanti che il mio viso era espressivo come quello di Clint Eastwood senza il cappello. E che cercare significati nella complessa topografia di rughe e pieghe della pelle era completamente privo di senso.

To be continued

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