022_cadoCado. Sento qualcosa che si rompe sotto al piede sinistro. Cado. Ruoto e perdo pure il piede destro. Si sbriciola tutto. Scivolo via sul dorso. Lo zaino gratta sulla roccia. Cado. Mi giro sulla pancia e tento di afferrare qualcosa. Una mano, poi l’altra. Afferro cose grandi. Cose piccole. Ma si sbriciola tutto. Cado …

Ma come ci sono finito in questa situazione?

E’ il 1993. Ottobre. Ho lavorato tutta l’estate facendo il portiere di notte. Un palazzo ai Parioli dove la sera escono tutti agghindati. Una ragazza poco più grande di me parcheggia il suo Porche Carrera bianco perla sul marciapiede di fronte. Attacco alle 20 e stacco dopo l’alba. Lei passa quasi ogni sera verso le 22. Dondola fra le dita il portachiavi e sfoggia vestiti che mettono in mostra tutte le curve abbondanti di una ventenne un po’ sovrappeso. E’ molto carina e le piace giocare il gioco ambiguo della seduzione. Mi stuzzica ma non saprò mai se sul serio o per finta. E’ una ricca viziata che riempie le scale del suo profumo. Ma io sono troppo innamorato e troppo intransigente. La assecondo ma non le do soddisfazione.

Durante l’anno, nei weekend, ho aiutato mio fratello al distributore. E così verso settembre sono riuscito a comprare il mio primo biglietto aereo. Messico. Una settimana di immersioni low cost a Cozumel e poi altre 4 on the road per cercare di capire se si può vivere diversamente. O almeno questo è quello che penso mentre mi lascio dietro l’afa romana.

Vedo l’asfalto che vibra fuori dall’oblo. E con la carta di imbarco fra i denti getto il mio zaino nella cappelliera e mi siedo. Ho 16 ore per imparare lo spagnolo. Non so una parola e non ho nulla di organizzato. Uno zaino con dentro la muta e le pinne. Un altro con vestiti, un saccapelo, una guida e “l’Isola del Tonal” di Castaneda. E’ tutto qui quello che mi porto appresso.

Quando arrivo a Cabo San Lucas ormai mi faccio capire. Dopo Cozumel ho lasciato l’attrezzatura subacquea a casa di mio zio a Città del Messico e sono stato in giro per 3 settimane. Ho le scarpe bucate per quanto ho camminato. Sono sporco. La barba lunga. I capelli, che porto giù fin oltre le spalle, non si pettinano più. Nel tentativo di avvicinarmi alla vita degli ultimi ho dormito ovunque. Con i barboni di Oaxaca. Nella stazione dei pullman di Puerto Escondido. Sulle panchine dello zocalo di San Cristobal de las Casas.

San Cristobal. E’ quello uno dei primi ricordi che mi tornano in mente mentre il camion di Pedro mi sballotta verso la spiaggia dove voglio andare. Pedro mi ha dato un passaggio vicino alla stazione. Mi ha preso sul piano di carico del suo pick up. Trasporta mattoni e su questa strada dissestata io e il mio zaino saltiamo insieme ai blocchi di pietra che diventeranno case.  Ogni buca un tonfo. Non mangio da 2 giorni ma sto per vomitare più volte.

San Cristobal. Un posto singolare nel ’93. Una cittadina in mezzo alla foresta del Chiapas. I contadini maya dei dintorni che ti sorridono ovunque. Artisti euroamericani in fuga dalle loro metropoli affollate. Che cercano pace fra i rumori della quotidianità tropicale. Rumori delicati. Che accompagnano il tuo fare. Che ascolti come la colonna sonora del tuo film preferito. Nativi, artisti, padroni di piccoli alojamientos. Qualche agenzia che porta i pochi turisti di massa in giro a vedere le solite cose. E’ questa San Cristobal nei giorni in cui iniziano a spuntare le prime camionette dell’EZLN. Non capisco e non capirò fino al gennaio dell’anno successivo chi siano quegli uomini in divisa. Le barbe lunghe e i cappelli militari. Visi segnati dal sole e dalla vita nella foresta. Parlano con la gente. Si fermano al mercato e subito li accolgono. Gli si fanno intorno e li ascoltano annuendo.

Il 1 gennaio del ’94 al grido di “ya basta” il Sub Comandante Marcos prenderà San Cristobal dando inizio alla prima ribellione popolare comunicata via Internet. Guardando le scene in TV rivedrò quei luoghi e sentirò di aver messo un piede nella storia. La Storia con la lettera maiuscola che in quegli anni sogno per gli oppressi di tutte le latitudini.

Ma in quell’ottobre del ’93 i muchachos di Marcos non mi sono sufficienti. Non mi bastano nemmeno le rovine maya sepolte fra gli alberi, la giungla tropicale, le montagne dei tarahumaras, le tarantole e i surfisti di Puerto Escondido, il barranca del cobre. Non mi basta nulla. Dentro di me rimbomba quel grido. “Ya basta!”. Ancora prima di ascoltarlo nelle piazze lo sento nelle orecchie. Ho fame di sensazioni. Ho voglia di sapere, conoscere. Di rendermi conto che l’esistenza che conosco non è l’unica possibile. Che l’uomo può vivere in altri modi. E che questa non è solo filosofia ma che altrove qualcuno lo fa. E vago cercando l’altro ma soprattutto rincorrendo me stesso.

Che cosa voglio essere? Ma voglio realmente essere qualcosa? Ho un’idea per il mio futuro? In realtà sono alla ricerca. Tutto è possibile in Messico nel ’93. Tutto è possibile e niente mi basta. Vago. Sperimento. Ingoio e poi passo oltre. Un attacco bulimico dopo l’altro.

Non mi basta il Chiapas e non mi basta nemmeno il deserto sulle orme di Don Juan. Lo sciamano di Castaneda ha affascinato un’intera generazione. Ma quella prima di me. I miei coetanei non sanno nemmeno chi siano gli Yaqui del deserto di Sonora. E devo essere sembrato un folle a molti quando, armato solo di sogni, mi sono incamminato pestando orme a me solo visibili. Quando camminando fra le case di Ixtlan del Rio mi rendo conto di essere nel posto sbagliato. Quando chiedo in giro come arrivare a Real de Catorce perché ho perso la guida a Oaxaca. E perché qualcuno mi ha raccontato che a fine stagione gli Huicholes passano di là prima di tornare a casa. E con loro hanno il peyote.

024_peyoteHo voglia di fare anche quel viaggio. Ma non mi interessa andare a Zipolite e sdraiarmi sulla spiaggia degli hippy con giovani americani mezzi ubriachi. Lì il peyote lo compri per strada come l’hashish. Paghi lo sballo come in una discoteca urbana. Salto inutile fuori dalla noia. Non conosco la noia ed è dentro che voglio saltare, non fuori. Dentro la vita. Più giù, più a fondo. Non mi interessa evadere. Non considero la vita una prigione ma un luogo vergine da esplorare. Quello che mi interessa è fare l’esperienza nel contesto in cui è nata. Vestendo gli abiti di una cultura diversa dalla mia. Cercando allo stesso tempo dentro e fuori di me. Non fuori come fuga. Ma fuori come ricerca di un modo diverso. Cosa sto cercando non lo so. Nel ’93 spero in una rivelazione. In una epifania. Come ogni fuggiasco dubbioso che sa cosa vorrebbe lasciare ma non sa dove arriverà. Cerco senza sapere bene cosa trovare. Capirò solo anni dopo che i vestiti dell’altro sono solo dell’altro. E che le culture sono più coercitive di quanto si immagini.
Salgo sui colli di Real all’alba. Dopo una notte insonne e senza acqua. Sudo. Ma fortunatamente ho un paio di frutti dimenticati sul fondo dello zaino. Arrivo in cima. Vicino alla grande croce che i missionari hanno imposto anche alle credenze native. Hernán e la sua carovana stanno sistemando le candele rituali. Le ripongono nelle bisacce che a dorso di mulo riporteranno fino a casa. Mi accolgono con il solito sorriso furbo e inquirente di chi vive questi luoghi. Parliamo. Ormai riesco a farmi capire e capisco tutto. Soprattutto nel castellano squadrato di chi come me parla in realtà un’altra lingua. Hernán mi regala uno dei suoi preziosi “bottoni” e si siede accanto a me. Gli altri si avviano sulla strada del ritorno.

Le pietre che ballano. Le luci rosse intoro ai cactus. L’universo pieno di vita. Un grande vuoto nello stomaco. Crampi e vomito. Vomito e crampi. Il buio, poi di nuovo una luce soffusa. Le cose grandi, piccole. Quelle piccole, gigantesche. Sono questi i flash che ricordo delle 2 ore successive. Le proporzioni completamente alterate. Quando riesco a rialzarmi i miei passi mi sembrano coprire distanze irreali. Sento odori improbabili. Il vento sulla pelle come fossi nudo. Fra un buio e l’altro vedo Hernán che si allontana. Ed è così che me lo ricordo. Un viso segnato sotto un cappello bianco sporco di terra e con le falde rotte. Una mano che mi saluta con un cenno.

To be continued

commenti
  1. […] Que te vaya bien – Episodio 1 […]

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