Episodio 1

Episodio 2

Episodio 3

Nei narrabit precedenti …  Uscito dal Pull Over, Sergio incontra Otelma, al secolo Renzo Rondi. Un vecchio compagno di classe al Liceo Borromini. Rampollo di una famiglia della Roma bene. Viziato. Problematico. Superficiale. Ma con tutti i chiaroscuri di una personalità complessa.

Otelma invita Sergio alla Reggia dove li aspetta la madre. O meglio ciò che rimane della Signora Rondi.

Non solo. Renzo ha anche in serbo una sorpresa. In casa c’è anche la sua nuova fiamma. E vuole assolutamente che Sergio la conosca.

Da non crederci. Sul volto del donnaiolo incallito era comparso il sorriso ebete dell’adolescente innamorato. Quello che proprio nell’adolescenza il senso di incompletezza e di insoddisfazione gli aveva precluso. Clelia. Non poteva non conoscere la donna che aveva operato quella mutazione.

Percorsero di nuovo il corridoio degli avi. Stavolta al contrario. Sergio alzò lo sguardo ed ebbe l’impressione che la storia si arrotolasse su sé stessa. Dal Notaio a ritroso fino a Rodolfo Rondi y Gonzales, Governatore di Cordoba, Argentina, 1680. Un viaggio indietro nel tempo che sperava lo portasse il più possibile lontano dall’incubo della cartomante ululante. Un desiderio immediatamente frustrato dai mugugni lontani che, aumentando di tono e ritmo, anticipavano una rivelazione – Lo! – chiamò dal salone la Signora Rondi – Chiama la Contessa Rivoli. E’ uscito l’Amore, e accanto c’è l’Asso di Denari. Deve investire ora. Ora!

***********

018_Il regista di CortoVa bene mamma. Ma basta urlare! – ringhiò Renzo ad alta voce prendendo a pugni lo stipite della porta che aveva di fronte e tappandosi le orecchie con i palmi. Poi si voltò verso Sergio e, in un istante, lo sguardo rabbioso lasciò il posto al sorriso languido di poco prima. Con un gesto, Otelma lo invitò a scendere le scale che portavano al piano inferiore – E’ bellissima vedrai – eccitato come un bambino che mostra al suo migliore amico l’ultimo videogioco avuto in dono a Natale, Renzo socchiuse la porta e lo seguì lungo le scale. Due rampe sepolte nel buio li separavano dal bagliore proveniente dal piano più basso della Reggia. Uno ad uno i gradini di legno scricchiolarono sotto il loro peso. Ma più scendevano, più ai cigolii rispondeva un controcanto sincopato di suoni smorzati. Qualcosa di molto simile ai monosillabi nasali di certe litanie sacre. Qualcosa non quadrava. Perché Otelma teneva la sua donna isolata al piano inferiore? Magari, con la madre ridotta in quello stato, voleva tenere le due cose separate. Per non inciampare, Sergio procedeva con cautela appoggiandosi al corrimano. Poi, a tre gradini dalla fine della scala, una delle assi di legno antico accolse il suo piede in silenzio e con uno schianto si spezzò all’improvviso sotto i suoi chili di troppo. Sergio rotolò giù rovinosamente, arrestandosi solo quando colpì di schiena qualcosa di duro e terribilmente freddo. Il pavimento, rifletté, e sono tutto intero. Si voltò dolorante e la luce intensa in cui la stanza era immersa lo accecò. Non appena gli occhi iniziarono ad abituarsi, vide emergere dal bagliore candido la figura di un angelo. Biondo, con un ampio sorriso impresso fra gli zigomi e le ali spiegate, lo osservava con gli occhi spalancati. Sembrava incitarlo a esprimere il desiderio che era pronto a esaudire. La caccia. Una storia. 20 minuti. La mia preda. Sergio tentò di concentrarsi ma quella visione era così inaspettata che gli vennero in mente solo parole confuse. Sperò con tutte le sue forze che fosse sufficiente perché quella notte portasse finalmente i suoi frutti. Che la città si fosse finalmente quietata? Che l’ira di Roma avesse cessato di riversarsi su uno dei suoi figli più devoti? Per giunta il suo preferito? Poi il bagliore si attenuò ancora e le ali dell’angelo si trasformarono lentamente in braccia di donna. Legata per i polsi a due anelli d’acciaio infissi nella parete opposta, una figura pallida ed esile lo fissava con lo sguardo vitreo di terrore. Protesa in avanti fin dove le funi e le spalle le permettevano, mugugnava qualcosa di incomprensibile sotto la stretta di un bavaglio rosso. Clelia? E questa Clelia? Pensò Sergio con un sussulto di panico che anestetizzò il dolore alla schiena.

Non è meravigliosa? – fu la risposta indiretta di Renzo – Ci siamo conosciuti per caso in un bistrot di Parigi e da quel giorno non ho avuto occhi che per lei. Capisci Sergio? Tutte le altre hanno perso di significato. Alte, basse, magre, formose, more, bionde, rosse, autentiche e rifatte. Pronte a farsi fare qualunque cosa. E io non pensavo che a lei – Si avvicinò a Clelia e le accarezzò i lunghi ricci biondi. Mentre lei piegava il collo in segno di sottomissione, due lunghi rivoli di lacrime le solcarono le guance – Piange – sottolineò Renzo rivolto all’amico che ancora non si alzava da terra – Piange ma in realtà è felice. Ci stiamo solo abituando a questa nuova sistemazione. Sai, Parigi ormai era troppo angusta per il nostro amore. Piange, ma senza ragione. Perché piangi? – le chiese, tentando invano di asciugarle gli zigomi con la manica della camicia – Così mi fai fare brutta figura con il nostro ospite. Non piangere su! – poi il viso gli si contrasse in ghigno isterico – Non piangere! – gridò. E dopo l’ennesimo singhiozzo la colpì a mano aperta in piena faccia – Ora sì che puoi piangere. Quello sì che faceva male, no Sergio? – si rivolse verso la scala e cercò conferma al suo delirio negli occhi sbarrati dell’amico. Sergio non riuscì a fare altro che annuire. I pezzi del puzzle iniziavano a incastrarsi e il presente gettava nuova luce sul passato. Il Notaio era sì morto di disperazione. Non per le tempeste ormonali del figlio, però, ma perché la cinta non riusciva più a tenere a bada la sua pazzia. Quello stesso lato oscuro del quale la madre cercava di prevedere gli eccessi attraverso i tarocchi. Ed era molto probabile che Renzo in America ci fosse andato veramente. Ricoverato in qualche clinica e imbottito di psicofarmaci. Un tunnel di nebbia e stordimento dal quale, quasi sicuramente, era uscito peggiore di prima.

Renzo gli si avvicinò e lo aiutò a rialzarsi – Vieni Sergio – lo accompagnò al centro della stanza. A pochi passi da Clelia, Sergio si accorse che indossava un abito da sposa ingiallito dal tempo e arricchito dai merletti aggiunti da mogli di diverse generazioni. Il suo viso aveva qualcosa di familiare. Il sorriso, gli occhi azzurri, la curva delicata del mento. Aveva l’impressione di averli già visti prima ma non poteva esserne certo. Il groviglio di emozioni che si rincorrevano nella sua pancia stava sfumando il confine fra realtà e immaginazione fino ai limiti della riconoscibilità. Un solo fatto sembrava essere certo. Otelma, Nosferatu, Renzo, o chiunque fosse il suo compagno di liceo, teneva in casa una donna in catene – Quello che sto per chiederti potrà sembrarti strano – aggiunse Renzo stringendo nelle sue le mani dell’amico e piegando le sopracciglia in uno sguardo di sconforto – Ma sei l’unico amico che mi rimane. Non ho altri a cui rivolgermi. Ti prego, ho bisogno del tuo aiuto.

Sergio arricciò le sopracciglia e l’amico proseguì – E’ rimasto un solo ostacolo alla nostra felicità. Io e Clelia ne abbiamo parlato fin dai nostri primi incontri ed è stato da subito il collante della nostra storia. Entrambi desideriamo un figlio. Pensare a un futuro senza prole rende la nostra stessa esistenza inutile – Renzo abbassò lo sguardo e fissò in silenzio il marmo bianco fra i piedi di Sergio – Ci abbiamo provato per anni – riprese l’amico stringendo più forte le sue mani – ma niente. E la colpa è tutta mia. Capisci? Decenni di dissolutezza si sono portati via la mia fertilità. I medici sono stati chiari su questo. Se non fosse stato per i miei eccessi, oggi potrei ancora essere padre – dagli occhi iniziarono a scendergli lacrime gonfie di rammarico.

Sergio continuava a chiedersi cosa c’entrasse lui in tutto quello. Poi gli occhi sbarrati di Clelia e l’accelerare dei suoi singhiozzi gli suggerì una risposta che scansò immediatamente dai pensieri. Fin quando gli occhi spenti di Renzo non si illuminarono di nuovo dell’accecante bagliore della follia – Voltati! – gridò a Clelia mentre la testa di lei oscillava ritmicamente in un no rassegnato all’inevitabile – Voltati! – ripeté schiaffeggiandola con il dorso della mano. A quel punto Sergio capì ma il terrore lo immobilizzò. Guardò l’amico slacciare con cura il corsetto che avvolgeva i fianchi di Clelia e metterle a nudo le natiche ossute – Ne abbiamo parlato a lungo – le sussurrava Renzo scansandole i lunghi ricci dalla schiena – e sappiamo entrambi che è l’unica soluzione che ci resta. E inutile che mi resisti – la rimproverò mentre con i piedi le divaricava la gambe – sai bene che, in un modo o nell’altro, questa è la notte in cui la nostra vita finalmente cambierà – Poi si voltò di nuovo verso Sergio e lo implorò – Amico mio, te ne sarò grato per sempre. In nome dei vecchi tempi, aiutami a concepire mio figlio. Oggi l’ovulazione è al massimo della sua curva. Ho bisogno del tuo seme – Sergio sbarrò gli occhi e l’amico lo incalzò –  Cos’è, non ti piace? Bionda con gli occhi blu. Se non ricordo male era il tuo ideale di donna. Per stanotte te la cedo. E’ tutta tua. Puoi farne ciò che vuoi. A me basta che tu la fecondi. Il resto sono solo dettagli. Alla fine cosa ti sto chiedendo? Qualche grammo del tuo sperma per un’amicizia vecchia di decenni.

Tu sei pazzo – balbettò Sergio, con la voce rotta dai tremori – Ma che ti hanno fatto in questi anni? Che fine ha fatto Otelma? Questo non sei tu. Da quando hai bisogno di legare le donne al muro per averle ai tuoi piedi? E poi perché proprio me? Non potevi scegliere qualcun altro? Che ne so il Nero, per esempio. Quello ci veniva di corsa. Non dovevi nemmeno inventarti una scusa. Perché proprio me? – Le domande iniziarono ad accavallarsi ai dubbi e a emozioni contrastanti. Avrebbe voluto continuare. Magari con un discorso convincente. Uno di quelli che nei film dissuadono l’assassino dal compimento del suo crimine. E invece i suoi occhi caddero lungo il fianco sinistro di Renzo. Dove il bagliore di una lama fermò alla base della gola le parole che avrebbe voluto dire.

Scopala – ruggì Renzo con la bava alla bocca e il manico del coltello stretto nel palmo – Scopala o da qui non esci vivo.

La mano destra di Sergio iniziò a tremare e la sua bocca spalancata emise lamenti rapidi e incomprensibili. Fece un passo indietro e per un attimo sperò di nuovo che si trattasse solo di un orribile incubo. Poi alzò gli occhi e vide le pareti del salone avvicinarsi. Le sentì stringersi verso di lui. Non ora, penso. Non ora. Come al Pull Over, la sua claustrofobia stava per prendere di nuovo il sopravvento. Se non avesse fatto qualcosa rapidamente sarebbe svenuto. Cercò intorno a sé e, quasi per caso, intravide con la coda dell’occhio la ciotola di metallo in cui Clelia mangiava. Era appoggiata sul pavimento a un paio di passi dai suoi piedi. Ancora piena – No – disse con fermezza rivolto a Renzo, cercando di nascondere il tremolio con cui la paura aveva ricoperto la sua voce – non puoi costringermi a farlo!

Renzo digrignò i denti e alzò il coltello davanti a sé. Ma non riuscì a muovere il primo passo che Sergio fece appello a tutto il suo coraggio, afferrò la ciotola da terra e gliela scagliò contro. Lo colpì in faccia. Da qualche parte fra lo zigomo e il sopracciglio. Renzo portò le mani al viso, si piegò in avanti e il sangue iniziò a colargli fra le dita. Sergio si guardò attorno. Per un attimo sembrò riflettere sulle sue opzioni. Poi si voltò e se la diede a gambe. Salì i gradini 3 alla volta pregando che non si rompessero, spinse la porta che lo separava dal corridoio e se la chiuse alle spalle – Lo! – il monosillabo della Signora Rondi spedì un altro brivido gelido lungo la sua schiena. Era la conferma di cui aveva bisogno per non avere rimpianti. Aveva appena lasciato una donna indifesa nelle grinfie del suo compagno di liceo psicopatico. Ma ne andava della sua vita. E l’istinto di sopravvivenza era una delle doti principali di un buon cacciatore. Quella che il mammifero umano riscopriva a contatto con le sue prede, nel ventre rigoglioso di Madre Natura.

Sergio scese le scale della palazzina aggrappato al corrimano, saltando i gradini come da adolescente. Al contrario di quello di Dante il suo cammino lo portò dal Paradiso all’Inferno in una manciata di secondi. Dall’immagine di Cacciaguida sul pianerottolo dei Rondi alle tre fiere dipinte sull’architrave che sormontava il portone d’ingresso al piano terra. Ma quando uscì in strada e il temporale lo investì, Sergio riuscì per la prima volta a comprendere la gioia dello scrittore Fiorentino giunto a un passo dalla visione di Dio. Una sola cosa era certa. Doveva correre. E doveva correre veloce.

****

Cosa diavolo vuoi da me città maledetta? – gorgogliò sputacchiando col viso rivolto al cielo, mentre la pioggia gli riempiva la bocca – Cosa ti ho fatto di male?

Un taxi e un altro chilometro di corsa lo riportarono dove tutto era iniziato. Sul marciapiede sconnesso a un isolato da casa. Chiamare la Polizia. Chiamare la Polizia. Quel pensiero e lo sguardo implorante di Clelia continuavano a tormentarlo. Ma che fine avrebbe fatto Otelma? L’avrebbero rinchiuso di nuovo? Non è un mio problema, cercò di convincersi. O forse devo tornare lì per liberare quella poveretta? Ancora sconvolto dal delirio dell’amico, aveva preso a camminare avanti e indietro. All’improvviso si fermò a metà di un passo. Gettò un’occhiata al quadrante dell’orologio. Quasi le 5.00. La notte era ormai agli sgoccioli. E la sua caccia non era nemmeno iniziata. Era fradicio fino al midollo e la brezza mattutina gli gelava le ossa. Fra un paio d’ore Genzani l’avrebbe richiamato per sondare di nuovo il terreno. Sicuramente avrebbe voluto i dettagli della notte appena trascorsa. E lui non avrebbe saputo cosa inventare. Otelma. La Polizia. Genzani. Troppe informazioni da elaborare. Troppe decisioni da prendere. Ciò di cui aveva bisogno di una doccia calda. Ci avrebbe pensato dopo. Aprì il cancello e imboccò il vialetto tremando come una foglia. I denti battevano rumorosamente.

Lo vede che avevo ragione! – esclamò una voce dall’alto. La Signora Luciana, da sotto un’acconciatura arruffata dal cuscino, fumava la sua prima sigaretta appoggiata al davanzale – mio marito sì che ne sapeva una più del diavolo. Guardi come trema.

Sergio fece finta di non sentirla e salì le scale in silenzio. Entrò in casa, si tolse i vestiti bagnati e, mentre si asciugava, sentì l’impellente bisogno del corpo di sua moglie. Immaginò i polpastrelli che le sfioravano i capezzoli e l’idea delle sue tette sode gli provocò un’erezione. Completamente nudo, attraversò il corridoio e aprì la porta della stanza in cui dormiva Francesca. Con la coda dell’occhio incontrò nello specchio l’ombra del suo profilo inflaccidita dalla pigrizia e dall’arte. Si sollevò la pancia e la lasciò ricadere. Sospirò deluso e il desiderio svanì. Si infilò il pigiama e si coricò. Mentre si tirava la coperta sulle spalle, Francesca si rotolò verso di lui e, non appena lo sfiorò, si ritrasse – Sei ghiacciato come un morto – mormorò nel dormiveglia – Com’è andata? Hai trovato questa maledetta storia?

Nulla. Anche oggi un buco nell’acqua – gli rispose a mezza bocca – Il mondo ormai è vuoto.

***

Ti avevo detto di non esagerare – lo rimproverò Clelia – E ora toglimi queste manette!

Come? Di già? Pensavo che la situazione ti eccitasse – ribatté Renzo ammiccando ritmicamente con le sopracciglia.

Falla finita, idiota. Toglimi le manette e chiama immediatamente Carlo. Scommettiamo che con le tue manie di grandezza hai sputtanato tutto?

Ma che ne sapevo che quel cacasotto non ti avrebbe riconosciuto nemmeno a due palmi dal naso. L’hai visto no? Ti ha guardato dritto in faccia, ha spalancato gli occhi e poi niente. Il vuoto – si lamentò Renzo liberandole i polsi.

Ci credo. Con quel coltello l’hai terrorizzato a morte. E poi, dai, sono passati quasi vent’anni. Rispetto a Veronica, la biondina paffutella della terza fila, sono veramente un’altra persona.

Lo smartphone iniziò a cantare il Nessun Dorma e il nome di Carlo lampeggiò sullo schermo. Renzo lo mostrò a Clelia – Troppo tardi per chiamarlo. Ha fatto prima lui – commentò. Con il polpastrello fece scivolare il tasto verde e rispose.

Sei la solita testa di cazzo – Carlo gridava così forte che anche senza il vivavoce il suo grugnito rimbombò nell’open space vuoto di casa Rondi – Peggio che a scuola. Non ce la fai proprio a controllare il deficiente che è in te, eh?

Perché che è successo? – provò a balbettare Renzo.

Ti ricordi con chi stai parlando, vero? – continuò Carlo – Riuscirai anche a prendere per il culo quel pollo di Cacio, ma io queste stronzate ho iniziato a metterle su che tu puzzavi ancora di latte. Quindi fammi il piacere di stare zitto e ascoltare.

Come l’hai saputo? – chiese Renzo timidamente.

Non è che ci voglia un genio. Ho chiamato Luciana, la vicina che avevo messo in mezzo. Le avevo promesso di comprarle un paio di quadri e quella si era messa a disposizione. A quel punto le avevo chiesto di svegliarsi presto per tenere d’occhio l’ingresso. Beh, lo ha fatto. Capito come funziona? Io chiedo e lei fa! – sperò che il silenzio che seguì servisse a far riflettere Renzo – Mi ha detto che l’ha visto rientrare con la testa china e fradicio come pulcino. Non proprio il comportamento entusiasta e felice di chi ha appena trovato la storia della sua vita. Non credi? – Carlo abbassò la voce e i suoi toni baritonali sottolinearono la gravità della faccenda. Renzo attivò il vivavoce – Dopo averlo incontrato, Giorgio, il tuo amico vigile mezzo rincoglionito, in un momento di lucidità mi aveva mandato un SMS in cui diceva “Un altro cavaliere dai guanti bianchi è stato ordinato. Ora la notte è un po’ più sicura”. C’è arrivato perfino un ritardato ricoverato in una casa di cura, mi sono detto. Quel cretino di Renzo stavolta ce la farà. E invece niente. Non fare di testa tua, mi ero raccomandato. Ma tu sei Otelma, il mago dei miei coglioni. Nosferatu, lo spirito della notte. Nel cervello ce l’hai la notte! Un buio profondo che nemmeno il tecnico luci dei Pink Floyd riuscirebbe a illuminare. Poi ho sentito il Demotivatore ed era entusiasta.

Nemmeno il Nero ha riconosciuto? – Lo interruppe Veronica che aveva ormai dismesso i panni di Clelia.

Ai tempi del liceo, quando si impegnava, nemmeno la madre lo riconosceva. Per lui fregare Cacio è stato come bere un bicchiere d’acqua – riprese Carlo – il suo Demotivatore doveva funzionare da trampolino. Era il fuoco appiccato alla miccia. E fin lì il mio piano aveva funzionato alla perfezione. Poi veniva Renzo. Il figlio squilibrato con la madre pazza e la donna prigioniera. Un personaggio perfetto. Una vera bomba, che doveva esplodergli in faccia nel momento in cui gli avreste rivelato che era tutta una messa in scena. Una presa per il culo. Come ogni rappresentazione. Lo shock l’avrebbe scosso dal torpore in cui si barcamena da anni e io, finalmente, avrei avuto la mia storia. Perché vi ricordate che razza di miniera sia la testa di Cacio quando funziona, non è vero? In confronto i vostri neuroni sono cibo per gatti. Come al solito, invece, Renzo si è dimostrato un pezzo, sì, non forte, però, ma di merda. Altolocata, per carità. Pariolina. Un bel pezzo di merda aristocratica – la pausa che seguì precipitò il salone di nuovo nel silenzio. All’esterno il camion dell’AMA stantuffava di secchione in secchione – Otelma! – lo chiamò in causa Carlo – Sappi che ti ritengo personalmente responsabile di questo casino. Ora sei in debito con me. Mi devi una storia. E me la devi per la fine della settimana – un click e un tono acuto misero fine alla conversazione.

Renzo si lasciò andare sul pavimento e le spalle gli caddero seguite da un sospiro.

Veronica raccolse le sue cose e fece per andarsene. Poi ci ripensò. Si accovacciò e con le labbra gli sfiorò l’orecchio – Ora sì che sono cazzi tuoi – sussurrò.

Quando l’ultimo gradino di legno scricchiolò lievemente sotto il suo peso inesistente, Veronica tirò a sé la porta in cima alle scale e un lamento conosciuto riempì l’open space del piano inferiore – Lo! E’ uscita la Luna. Che hai fatto Lo? Che hai combinato, figlio mio? Le Stelle non escono più! Cattivi presagi. Orribili!

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