Episodio 1

Episodio 2

Nei narrabit precedenti …  Diretto al Pull Over, Sergio incontra Giorgio. Il paziente psichiatrico in libera uscita gli insegna a dirigere il traffico sulle note del K 550 di Mozart. Sergio ha fretta, le storie lo aspettano. Ma Giorgio insiste. Lo fa inginocchiare e in una cerimonia solenne gli regala i guanti bianchi che la famiglia si tramanda da generazioni.

Arrivato finalmente al locale, Giorgio si imbatte in un demotivatore. Un uomo distrugge la motivazione e il desiderio delle persone. Che fa in modo che vedano come un’ordalia il cammino che li conduce verso la realizzazione dei loro sogni.

Ed è proprio dell’innesco che io li derubo. Gli strappo via l’entusiasmo, la motivazione e il desiderio. Finché della scintilla non rimane che un tenue bagliore nel buio – fece un’altra pausa d’effetto, si strinse il windsor intorno al collo e si assestò la giacca nera afferrando il bavero – A quel punto abbandono il terreno. Arato. Fertilizzato. Concimato. E pronto per accogliere la merce che chi mi paga ha da vendere. Gli consegno un uomo spento, anestetizzato dalla nebbia dell’apatia, che si accontenta dei loro inneschi sintetici. Del fremito effimero di una vittoria – e indicò il tipo calvo che ingessava il gommino della stecca guardando in cagnesco il suo avversario e prefigurando la prossima mossa – dell’euforia di una pasticca, del brivido a cristali liquidi della pay TV o dell’esaltazione di un acquisto. Ed è così che il nostro Hamed e quelli come lui fanno i loro affari – il barista sentì il suo nome, si voltò e gli sorrise – Mi creda è l’apatia la vera chiave della prosperità.

Sergio approfittò di quella che sembrava una chiosa per lanciare un’occhiata all’orologio. Era maledettamente tardi e la sua battuta di caccia era ancor a carissimo amico. Il demotivatore aveva messo mano al terzo bicchiere di whiskey e non sembrava avesse intenzione di andarsene. Se voleva sperare si riuscire a cavare un ragno dal buco nelle poche ore che gli rimanevano prima dell’alba, toccava a lui mettere fine alla serata al Pull Over.

*********

021_l'umo nella tazzaAria. Finalmente le sue narici erano libere dal solletico continuo del fumo passivo. Un intenso senso di leggerezza gli dava l’impressione di aver lasciato oltre la soglia una pesante armatura. Era sicuro di essersi fatto coinvolgere troppo. Di aver violato la prima delle sacre regole dell’osservazione partecipante. Diventare parte del panorama, la chiamava così. E invece aveva finito per trasformarsi nel parafulmine di un lunatico – Il demotivatore – sussurrò a sé stesso – certo che ce n’è di gente fuori di testa a questo mondo!

Quando le prime gocce della pioggerella autunnale iniziarono a picchiettare sull’asfalto, Sergio era già tornato sul pensiero guida di quell’ennesima notte in giro per la città. La caccia. Ecco bravo, e visto che ci sei portati l’arma giusta. Perché se torni a mani vuote, stavolta, puoi contarci, ti lascio a digiuno. Non so se mi spiego. Le parole di Carlo gli ronzavano nelle orecchie in continuazione. L’arma giusta era sicuro di averla. Acume, creatività, capacità di percepire i segnali deboli. Gli strumenti del mestiere li portava sempre con sé. Era la preda che continuava ad eluderlo.

Uscendo di casa non aveva preso l’ombrello. Alzò gli occhi al cielo e scosse la testa. Non sarebbe stato uno scroscio passeggero. Le nuvole dense avevano cancellato le stelle, trasformando il nero della notte in un grigio lattiginoso. Si strinse nelle spalle e si avviò in discesa verso la piazza centrale del quartiere.

Sergio! – una voce squillante emerse a sorpresa dalla fila di macchine sul marciapiede opposto – Sergio Caciocavallo! – e una risata sguaiata la seguì. Una risata difficile da dimenticare, che ai tempi del liceo aveva riempito spesso le annoiate sere di fine estate – Otelma! – gli rispose Sergio – che ci fai così lontano dalla Reggia? – In realtà non si chiamava Otelma ma Renzo Rondi. Il soprannome lo doveva alla professione della madre. Una cartomante scadente che si diceva avesse accumulato una fortuna predicendo il futuro alle signore dell’alta borghesia dei Parioli. Una ciarlatana che aveva sposato un notaio vent’anni più vecchio di lei e tre volte più ricco. Motivo per il quale in classe tutti si chiedevano cosa ci facesse un rampollo del quartiere più snob di Roma in una scuola di periferia. Con il tempo le risposte che si erano avvicendate avevano coperto l’intero spettro di quelle possibili. Si era andati dal padre e dalla sua ossessione per la gavetta all’alcolismo della madre. Dall’insicurezza di Renzo, più a suo agio con gli inferiori della borgata, alla pessima reputazione della Signora Rondi, che si sperava non avesse ancora raggiunto la Garbatella. Quale fra queste fosse quella più rispondente alla realtà venne fuori solo durante l’ultimo anno. Sulle prime, però, tutte sembravano giustificare la scelta di allontanare l’adolescente bello e irrequieto dai Parioli. Una zona della città in cui spesso noia, futuro certo e mancanza di autostima si mischiavano in un cocktail velenoso aspirato con avidità fra i fumi di un bong. Fatto sta che Renzo andava a scuola accompagnato dal maggiordomo e, una volta presa la patente, con la sua Porche Carrera bianca. Qualcosa che, insieme ai suoi occhi blu e al suo metro e ottanta, l’aveva messo fin da subito al centro dei desideri delle ragazze e dell’invidia dei ragazzi. Schivo e solitario, aveva attraversato indenne gli anni più difficili della scuola. Circondandosi di pochi amici fidati, fra cui Sergio, e spezzando cuori in maniera seriale. Afferrando emozioni e sentimenti e consumandoli con l’avidità di chi vuole tutto e subito perché già sa che non può durare – Ognuna di loro ha un pezzo della mia donna ideale – era la frase preferita per giustificare il suo rapporto con l’universo femminile – Fino a quando non troverò quella che le riassume tutte, non riuscirò a fermarmi – Una riflessione apparentemente matura e profonda che i compagni di classe accoglievano con due dita appoggiate sulla lingua e la simulazione di un conato.

Fino all’anno del diploma Sergio lo aveva sempre invidiato. Poi il viavai di ragazze si era trasformato in una vera e propria ossessione, alimentata dall’avvenenza di Renzo e dalle risorse illimitate della famiglia. Uno stile di vita che lo aveva spinto un passo alla volta verso donne sempre più adulte ed esperienze sempre più estreme. Lontano dalla scuola e con i ritmi completamente invertiti, poco prima della sua scomparsa, infatti, Otelma si era guadagnato un nuovo soprannome. Avevano iniziato a chiamarlo Nosferatu. Bianco, emaciato e con lo sguardo sempre più assente. Una creatura della notte.

Poi un giorno la notizia fece in pochi secondi il giro del liceo. Rimbalzata e gonfiata dal telefono senza fili, annunciava la morte di Renzo fra le braccia di una prostituta svedese. Un infarto. Overdose di cocaina, la droga preferita dal ricco rampollo. Chiunque avesse un paio di labbra e fiato da sprecare inventò la sua versione, modificando e arricchendo quella precedente. Un turbinio di storie, fra le quali comparve anche lo sfinimento da amplessi ripetuti. Ovvero, per adolescenti con gli ormoni in fiamme, una morte da standing ovation. La verità, però, era molto diversa dalle leggende. Si insinuò nei giorni successivi fra i rimasugli del gossip e furono in pochi ad accettarla come tale. Meglio credere al mito di una morte gloriosa che confrontarsi con lo squallore della realtà. Si seppe, infatti, che un luminare americano, amico di famiglia di lungo corso, aveva diagnosticato a Renzo l’ipersessualità. Una patologia da trattare come tutte le altre dipendenze e che necessitava dell’immediato trasferimento del ragazzo in una piccola cittadina vicino Boston. Un luogo isolato e privo di tentazioni dove seguire le varie tappe della terapia. Dopo di che nessuno aveva avuto più notizie di lui. Gli amici stretti si erano convinti che Nosferatu fosse ormai guarito e che avesse sposato una ricca ereditiera a stelle e strisce. Ne parlavano ogni tanto in chat durante le rare occasioni in cui si sentivano. Ognuno ormai per la propria strada. Chi all’Università chi già nelle grinfie di una professione.

Otelma – ripeté Sergio stuzzicandolo – Ma non eri negli States? Ti facevamo tutti sposato e con un paio di marmocchi.

Entra che ti stai inzuppando – lo invitò Renzo aprendogli la portiera della macchina. La solita Porche Carrera Bianca. L’accento era fortissimo. L’italiano odioso della borghesia senza inflessione si era ormai piegato completamente al ritmo sincopato e alle vocali corte dell’americano colto. Renzo doveva essere tornato da poco in Italia.

Certo che le porcherie americane fanno miracoli – lo incalzò Sergio – sei uguale a vent’anni fa. E l’accento, poi! Ormai ti sarai dimenticato completamente il dialetto della borgata. Ti veniva male allora, figuriamoci oggi.

Beh sì c’ho messo un po’, ma alla fine sono riuscito a cancellare le tracce delle mie origini. Era l’unico modo per mimetizzarmi. Per distogliere l’attenzione della gente, già abbastanza attratta dai miei problemi – gli rispose abbassando lo sguardo sul volante – In un paesino di 2000 anime dopo un po’ tutti sanno tutto di tutti. E mi bastavano le espressioni di chi mi vedeva uscire dalla terapia di gruppo e dallo studio dello strizzacervelli, senza bisogno che qualcuno aggiungesse altri commenti. Poi ogni tanto, quando pensavano che non sentissi, qualcosa origliavo. Roba come Italians do it better, accompagnato dalle oscillazioni del bacino. I primi mesi sono stati uno schifo. Poi, man mano che il mio accento spariva, anche i commenti si facevano più rari. Alla fine ero un di loro.

Capisco – aggiunse Sergio, sospirando e partecipando con empatia ai ricordi tristi dell’amico.

E invece no, non capisci un cazzo! – esclamò Renzo, esplodendo in una risata incontrollabile. Sguaiata come solo la sua sapeva essere – Sei il solito pollo credulone – lo schernì nell’italiano senza colore di chi ha studiato dizione – l’America, Boston, la dipendenza dal sesso. Ma davvero avete creduto a tutte quelle cazzate? Certo che il Notaio e la Vecchia Pazza si sono impegnati per salvare il buon nome della famiglia.

Ma vaffanculo – lo interruppe Sergio – sei il solito stronzo, viziato, figlio di papà – aprì lo sportello e fece per uscire. Renzo gli afferrò il braccio.

Dai, cazzo. Dopo giorni di ricerche finalmente ti ho trovato. Sono anni che non ci vediamo. E ora che fai, ti offendi? – Sergio si risedette lasciandosi andare sullo schienale – Non ho mentito su tutto. E’ stato comunque un periodo di merda. Mio padre è morto qualche anno più tardi. Di disperazione, penso. Aveva sposato una truffatrice eccitante e disinibita, e dopo un po’ si era ritrovato con una folle incontrollabile. Che gli portava a casa clienti a tutte le ore, ai quali raccontava balle di ogni genere. C’è stato un periodo in cui i soldi che entravano erano appena sufficienti a pagare gli indennizzi ai clienti che ci facevano causa. E come se non bastasse, oltre a una moglie pazza, al Notaio era toccato un figlio degenere. Proprio a lui, uomo tutto di un pezzo. Ultimo di una stirpe centenaria di sorveglianti dei contratti. Il suo cuore ha ceduto e quel giorno è crollato tutto.

Stavolta non mentiva. E’ vero, da qualche parte nella mente di Sergio aleggiava ancora il dubbio. Ma questa seconda sarebbe stata un’interpretazione da Leone d’Oro. E per come conosceva Renzo, sapeva che era sì arrogante, viziato a sufficienza e bravo a dissimulare, ma non era di certo un attore. Ci aveva provato anni prima, facendo leva sulla sua faccia d’angelo e sui contatti di famiglia, ma gli mancava la stoffa. Al primo provino lo avevano scartato brutalmente, cercando di dissuaderlo dal riprovare. E come di consueto con tutto ciò che non gli assicurava una vittoria facile e immediata, aveva deciso che recitare era una cazzata da poveracci che aspirano alla fama. Roba da plebei di borgata.

Siamo rimasti io e mia madre – Renzo riprese guardando dritto davanti a sé e fissando il vuoto oltre i rivoli d’acqua che scendevano sul parabrezza.

E lei come sta? – gli chiese Sergio, tanto per dire qualcosa.

Vedrai – gli rispose Otelma, girando la chiave nel quadro e facendo ruggire i 520 cavalli nel cofano.

Sergio provò a obiettare ma sapeva che sarebbe stato inutile. Quando Otelma si era trasformato in Nosferatu, le sue decisioni si erano fatte sempre più categoriche. Una volta prese, non c’era più modo di farlo recedere. Sergio guardò fuori e vide l’insegna del Pull Over allontanarsi rapidamente e sparire dietro la pioggia. La sua battuta di caccia era di nuovo in pericolo. Era evidente che quella notte la città si era schierata contro di lui. Uno dopo l’altro, aveva messo sul suo cammino ostacoli sempre più alti. Che fosse un test? Che Roma stesse cercando di metterlo alla prova per decidere se fosse realmente all’altezza? Magari dietro al prossimo angolo c’era qualcosa di grande in serbo per lui. D’altra parte il suo legame speciale con la Città Eterna era qualcosa di assodato. Confermato dai mille segnali deboli ma evidenti che lui sapeva interpretare alla perfezione. Qualcosa che solo l’animo sciatto e insensibile di sua moglie Francesca poteva mettere in dubbio.

Le gomme slittarono sull’asfalto umido e l’urlo acuto della frenata echeggiò lungo Viale Bruno Buozzi. In giro non c’era un’anima. Sergio guardò l’orologio. L’1:33. Avevano attraversato la città in meno di 11 minuti, violando ogni articolo del codice della strada e rischiando il testacoda almeno un paio di volte.

Battuto! – Esclamò Renzo, facendogli l’occhiolino – 10.57.03. Non c’eravamo mai riusciti! – Il record precedente era dei tempi della scuola. Una sera d’estate, poco prima della Maturità, si erano trascinati una volante fin sotto il palazzo. Poi il Notaio era sceso in strada e aveva sistemato le cose con una telefonata. Gli agenti si erano ritirati con il labbro arricciato di sdegno e lui aveva preso suo figlio per un orecchio, trascinandolo fin oltre il portone. Mentre Sergio si allontanava per cercare un autobus che lo riportasse a casa, un grido nitido e scandito aveva preceduto di poco lo schiocco della serratura della Reggia. Recooooord! Non l’aveva sentito, ma aveva immaginato che un ceffone l’avesse seguito un istante dopo. D’altra parte il Notaio era un padre di altri tempi e considerava le idee sessantottine sull’educazione dei figli pericolose idiozie. Era con il bastone e la carota che si ottenevano rispetto e buone maniere. La mattina dopo Renzo entrò alla seconda ora e Sergio si rese conto che il prezzo pagato per non finire dentro era stato ben più alto. Otelma non riusciva a stare seduto senza gemere e le scomode sedie di legno della Quinta A non gli davano pace. La cinta del Notaio gli aveva fatto rimpiangere di aver scelto il percorso verso casa per quella bravata. In fin dei conti una notte in cella sarebbe stata meno dolorosa.

Benvenuto nella Reggia – Renzo lo accolse nell’atrio del palazzo di famiglia con un inchino ironico. Reggia era il nome che gli amici avevano dato alla sua casa il giorno della prima festa organizzata dopo il suo trasferimento al Liceo Scientifico Borromini. In effetti, messa a confronto con gli angusti appartamenti di periferia in cui vivevano loro, era difficile definirla altrimenti. Un’esagerazione, forse. Ma che rendeva bene l’idea. Sergio si guardò attorno. Era rimasto tutto più o meno com’era. La scala a chiocciola in marmo e ferro si avvitava verso i piani alti, avvolgendo nelle sue spire il tubo di vetro in cui saliva e scendeva l’ascensore. Le volte a botte dei pianerottoli, affrescate con immagini della Divina Commedia, davano alla costruzione un’aura di sacralità. Più in alto si andava, più l’ospite veniva accompagnato verso l’esaltazione dello spirito e la contemplazione del Creatore. I Rondi, ovviamente, occupavano l’attico. Ad un passo dall’Empireo. La loro porta si apriva proprio sotto la figura di Cacciaguida, l’antenato di Dante che nel XVII canto del Paradiso prediceva l’esilio dello scrittore e la sua missione di narratore della volontà di Dio. Nei primi anni ’80, quando i genitori di Renzo parlavano del figlio, usavano quella come una metafora di ciò che il futuro aveva in serbo per lui. Sarebbe stato sicuramente un creativo, un inventore o magari un grande statista. Con genio e intuizione avrebbe tradotto il sapere in opere dell’uomo, utili alla società. Nel decennio successivo si erano accorti che, in realtà, Renzo di intuizione non ne aveva proprio. E che era, invece, una specie di albergo a 5 stelle abitato solo dal compagno romantico del genio, la sregolatezza. E quest’ultima aveva definitivamente sfrattato il suo coinquilino. Nella piatta banalità di Renzo non c’era nulla di geniale. Molto di impulsivo, forse, ma niente che lo allontanasse dallo stereotipo del rampollo senza rimorsi di una famiglia bene. A quel punto era stato il numero del canto dantesco a prendere il sopravvento nell’interpretazione profetica che soprattutto la madre dava a quel dipinto. Il 17. La sventura secondo i superstiziosi. Ma anche quella diciassettesima carta dei tarocchi, Le Stelle, che, quando si trattava di Renzo, usciva sempre rovesciata, ribadendo l’avversità degli eventi. Spesso accanto al Diavolo, simbolo della sessualità estrema, o alla Morte.

Lo! – esclamò dal salone la cantilena di una voce anziana. Era il nomignolo che la Signora Rondi aveva dato fin da piccolo a Renzo. Avrebbe voluto chiamarlo Lorenzo, come il Signore della Firenze medicea, ma il marito si era opposto. Renzo era suo padre, e Renzo doveva essere. Lei aveva chinato il capo, accettato l’imposizione e inventato quella sillaba nel momento stesso in cui l’ostetrica le aveva consegnato per la prima volta suo figlio. 3 chili urlanti che da quel giorno non avrebbe mai chiamato con il loro nome di battesimo. Lo promise a se stessa e mantenne il punto anche sul letto di morte del Notaio. L’avevano sentita tutti mentre si avvicinava all’orecchio del marito che spirava – Chissà se dove vai incontrerai Cacciaguida o Attila – gli aveva detto, soprattutto a beneficio dei presenti – Le tue sorelle vestali giurerebbero il primo. Le mie carte e Lo propendono per il secondo. Ti ci vedo con gli altri violenti verso i parenti a chiacchierare del più e del meno immersi fino al collo nel sangue bollente del Flegetonte – In pochi avevano colto la citazione colta. Tutti, però, avevano notato come la Signora Rondi non avesse rinunciato nemmeno in quella situazione al nomignolo dato a Renzo, e che il Notaio non sopportava.

Lo! Stavolta è uscita la Morte. Ma è uscita dritta. Forse abbiamo una speranza – biascicò cantilenando la voce che proveniva dal salotto – Le Stelle però non cambiano. Escono sempre rovesciate.

Hai capito che intendo? – disse Renzo rivolgendosi a Sergio mentre lo accompagnava lungo la galleria di ritratti degli avi, appesi alle pareti del corridoio. Sergio rimase in silenzio. Non capiva perché avesse deciso di seguire l’amico. E il profondo disagio che avvertiva in quel momento gli fece rimpiangere la sua solita accondiscendenza. Poi, quando la penombra lasciò spazio alla luce accecante del soggiorno, si rese conto che la situazione era anche peggio di come l’avesse immaginata ascoltando gli accenni di Renzo. Una donna incurvata dall’età su sé stessa riempiva a malapena il cuscino della poltrona più piccola della stanza. I capelli radi, e ormai completamente bianchi, lasciavano in vista la cute squamata che dalla nuca scendeva lungo il collo. La sua fronte sfiorava il cuscino di quello che in passato doveva essere stato un poggiapiedi, e che era ormai diventato il ripiano per i tarocchi. Fra strani grugniti la donna rovesciava le carte e le esplorava con il polpastrello dell’indice. Osservandola, Sergio notò quasi subito i piccoli punti in rilievo del Braille. Era cieca. O quasi.

Sì – lo rassicurò Renzo, immaginando la domanda – ed è anche mezza sorda. Ormai devo gridare perché mi senta. Capisci ora cosa intendevo?

No, Sergio non capiva. Renzo non era di certo né il primo né l’ultimo a doversi prendere cura di un genitore malato. Troppo facile attribuire a lei tutte le colpe per una vita trascinata di giorno in giorno come un peso. D’altra parte cosa aveva fatto Renzo per farle prendere un’altra direzione? Oltre a gridare recoooord sulla sua Carrera e a infilarsi fra le gambe di ogni femmina che gliela offriva su un piatto d’argento?

E’ stata la mia dannazione questa vecchia pazza immortale – aggiunse Otelma, quasi a conferma dell’idea che si era fatto Sergio – Ma lo sai che da quando ho memoria non si è mai ammalata? Ed è convinta che tutto dipenda dalla magia delle sue carte. Ne volta 4 nei giorni pari e 5 nei dispari e segue passo passo quello che le indicano. Finora non hanno mai sbagliato. E sai questo che significa? – fece una pausa interrogando lo sguardo vuoto dell’amico – Significa che non riuscirò mai a liberarmene. Significa che ormai sono oltre i 40 e la mia vita è bloccata.

Otelma, tranquillizzati. Sono tutte superstizioni. Coincidenze nel caso di tua madre. E’ solo una donna malata con un cuore di ferro. E poi non capisco perché ti accanisci tanto.

Non fece in tempo a finire la frase che un urlo che sembrava strappato ad un inquisito del Sant’Uffizio gli spedì un brivido gelido lungo la schiena – Le Pendu! Le Pendu! – gridava a squarciagola ciò che rimaneva della Signora Rondi, agitando la carta dell’Appeso al di sopra della testa – Lo! Chiama Bottai e digli che ora so cosa lo attende. E’ uscito l’Appeso. Ed è uscito rovescio – ripresosi a fatica dallo spavento, Sergio interrogò con lo sguardo il suo amico. Il cuore gli batteva ancora all’impazzata.

Va bene mamma. Ma basta urlare! – gridò Renzo prendendo a calci la colonna portante del soggiorno e otturandosi le orecchie con i palmi – Più chiaro ora? – chiese in maniera retorica a Sergio che aveva fatto un passo indietro con gli occhi sbarrati. Indeciso su cosa lo terrorizzasse di più. Se gli accessi d’ira incontrollabile della madre o la risposta isterica del figlio – Ti dirò di più – ripartì Renzo – Superstizioni dici? Ora ti faccio vedere una cosa alla quale stenterai a credere. Poi dimmi ancora che sono superstizioni – Aprì la credenza sopra al cassettone e, fra i piatti del servizio di Limoges, estrasse una bustina di carta. Rat poison, lesse Sergio perplesso. Veleno per topi. Renzo sparì nel corridoio e infilò la porta della cucina. Riemerse alla luce del salone con un bicchiere di cristallo in cui con un cucchiaino agitava due dita d’acqua. Granelli bianchi roteavano nel fluido trasparente – Mamma – strillò Renzo – è ora della medicina! – Sergio inorridì. Fece un passo per fermare l’amico ma Renzo lo fulminò con lo sguardo. Impietrito, con le suole incollate ai listoni del parquet, Sergio non poté che osservare. Per un istante avrebbe giurato di sognarsi protagonista di una sequenza firmata dal genio di Hitchcock. Si pizzicò una gamba ma la scena non mutava. Era sveglio, non c’era dubbio. E stava per assistere a un omicidio. Anzi, stava per diventarne complice passivo. Renzo si avvicinò alla poltrona e fece il gesto di appoggiare il bicchiere sul poggiapiedi. La mano della vecchia ricurva iniziò a vibrare a mezz’aria sul mazzo dei tarocchi. I suoi mugugni si fecero lamento. Poi le dita afferrarono la carta e la voltarono, e il lamento esplose di nuovo in un urlo lancinante – La Morte! La Morte! Lo! Ci prova ancora. Lo spirito di quel maledetto continua a spedirmi i suoi strali dal Flegetonte. Via! Portalo via!

Renzo si voltò verso Sergio e inarcò il sopracciglio – Superstizioni, eh? Ho provato con tutto. Le ho messo l’arsenico nella flebo, la polvere d’amianto in un cuscino, il cianuro nella minestra, ma niente. Ogni volta gira la carta con lo scheletro e la falce e urla contro il Notaio – nemmeno dopo morto Renzo era mai riuscito a chiamarlo mio padre – sarei un uomo finito se non ci fosse Clelia.

Sergio ci mise un po’ per convincersi della realtà della scena a cui aveva appena assistito. Ma soprattutto stentava a credere che Otelma avesse provato più volte ad avvelenare la madre. Sapeva che il suo vecchio amico era uno sempre sopra alle righe. Un viziatello arrogante che prendeva senza chiedere e otteneva con un sorriso ciò che ad altri costava impegno e fatica. Ma un assassino, no, non se lo sarebbe mai aspettato. Il tempo che impiegò a prenderne atto fece scivolare quel nome fra le nebbie del disagio. Lo stesso che gli fece avvertire di nuovo quel senso di oppressione che lo aveva spinto fuori dal Pull Over. Fu la stretta di Renzo che gli trattenne l’avambraccio a farlo riemergere. Clelia. Strano che non fosse accompagnato da altro. Di solito, nella vita di Otelma, ma soprattutto in quella di Nosferatu, i nomi di donna andavano di tre in tre.

L’ho trovata – gli disse Renzo sorridendo con gli occhi spalancati e annuendo la sua felicità – Finalmente l’ho trovata. E’ la donna perfetta. Vuoi conoscerla?

Il candore e la devozione che Sergio lesse in quelle parole lo misero di nuovo a suo agio. L’orrore di una scena degna di Psyco lasciò il posto alla meraviglia e alla partecipazione alla felicità dell’amico. Almeno un risultato Renzo l’aveva ottenuto. Tenendo fede ai proclami dell’adolescenza, aveva placato la sua sete fra le braccia della donna giusta. Alla fine il vecchio Otelma, più che Norman Bates, sembrava l’Edward Lewis di Pretty Woman. Sul tetto della limousine mentre brandisce l’ombrello come fosse una spada, gridando ai 4 venti che sì, le donerà la favola che lei ha sempre sognato. Da non crederci. Sul volto del donnaiolo incallito era comparso il sorriso ebete dell’adolescente innamorato. Quello che proprio nell’adolescenza il senso di incompletezza e di insoddisfazione gli aveva precluso. Clelia. Non poteva non conoscere la donna che aveva operato quella mutazione.

Percorsero di nuovo il corridoio degli avi. Stavolta al contrario. Sergio alzò lo sguardo ed ebbe l’impressione che la storia si arrotolasse su sé stessa. Dal Notaio a ritroso fino a Rodolfo Rondi y Gonzales, Governatore di Cordoba, Argentina, 1680. Un viaggio indietro nel tempo che sperava lo portasse il più possibile lontano dall’incubo della cartomante ululante. Un desiderio immediatamente frustrato dai mugugni lontani che, aumentando di tono e ritmo, anticipavano una rivelazione – Lo! – chiamò dal salone la Signora Rondi – Chiama la Contessa Rivoli. E’ uscito l’Amore, e accanto c’è l’Asso di Denari. Deve investire ora. Ora!

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