Episodio 1

Nei narrabit precedenti …  Sergio è nei guai. Non ha ancora una storia e il suo produttore preme per il soggetto del suo prossimo cortometraggio.

La strada è il suo terreno di caccia. La notte, la sua compagna preferita. E appena il sole scende dietro l’orizzonte decide di uscire per l’ennesima battuta. Ma prima la moglie, poi la vicina, sembrano voler intralciare ogni suo sforzo “di imbrigliare le vibrazioni minori per trasformarle in storie. Di dipingere emozioni”.

Le 22.30. Forse era ancora in tempo per entrare nel locale e mimetizzarsi fra gli abituali e l’arredamento. Ma doveva affrettarsi. Si chiuse il portone alle spalle e fu come se gli avessero tolto dalla schiena uno zaino carico di mattoni. Finalmente era libero. Quella vecchia sorda e cialtrona aveva provato in tutti i modi a trattenerlo. Dopo aver fissato le spille da balia sui calzoni, era ricorsa agli album di matrimonio e luna di miele. Ma a quel punto aveva considerato soddisfatta la regola del buon vicinato e si era rivestito, puntando senza commenti la porta che dava sul pianerottolo. Ormai due ore la aveva perse. Ma aveva tutta la notte davanti a sé. La caccia poteva ricominciare.

Arrivederci Signor Cacio – si sentì salutare dal balcone del primo piano – per venerdì prossimo i calzoni sono pronti. La aspetto! – Caccio, Caccio. Non Cacio – borbottò Sergio prendendo a destra ad ampie falcate. 

**********

019_con luciana4 isolati di marciapiede erano tutto ciò che gli rimaneva prima di arrivare alla traversa del Pull Over. Una specie di formicaio brulicante di storie. Il luogo ideale per uno come lui. Uno che si nutriva di emozioni. Che sentiva sulla pelle gli umori dei personaggi che affollano l’esistenza. Che avvertiva nello stomaco le miserie dell’animo umano. Pull Over. Si era chiesto a lungo come mai il nuovo gestore avesse scelto quel nome. Aveva fatto anche a lui la stessa domanda. Ma Hamed Haddaddi gli aveva risposto con un’alzata di spalle e tre parole in un italiano stentato – Amico detto me – Poi qualcuno gli aveva spiegato che il verbo in inglese significava fermare la macchina sul bordo della strada. E forse era stato pensato come un invito ai possibili clienti. Ma Sergio era un artista e, nel dubbio, la sua lettura era stata diversa. Per lui il pullover era il maglione della finzione calato sulla realtà. Sugli episodi complessi e indigeribili della vita. D’altra parte era quello il servizio principale che il locale offriva ai suoi avventori. Vieni e annega la tua vita nel languido torpore dell’oblio. Avrebbe voluto scriverlo lui il payoff da mettere sull’insegna sotto al marchio. Ma Hamed aveva risposto con la sua solita schiettezza – No, no. Parole staccate. Meglio così. Sennò clienti tristi – Era chiaro che il baratro culturale fra di loro non fosse colmabile in qualche settimana di frequentazione. Sergio lo sapeva bene e aveva quindi optato per una ritorsione leggera. Aveva smesso di parlargli solo per alcuni  giorni. Dopo di che aveva iniziato a sbagliare apposta il suo nome.

Quando voltò l’angolo dopo il quarto isolato era ancora intento a pensare in che modo l’avrebbe storpiato quella sera e l’urto lo prese di sorpresa. La puzza che lo seguì subito dopo gli invase le narici e fece sparire il dolore dell’impatto come neve al sole. Sulle prime non capì. Poi, una volta alla luce del lampione, riconobbe i lineamenti e si ricordò che era mercoledì. E che il mercoledì sera alla comunità per pazienti psichiatrici c’era la libera uscita – Giorgio, come stai? – gli chiese cercando una posizione sottovento per uscire dalla scia nauseabonda che lo seguiva.

Io bene, Fellini e tu? – da quando gli aveva raccontato della sua passione per il cinema e del suo sogno di diventare un regista famoso, Giorgio lo chiamava così. La prima volta, infatti, si erano incontrati in una fredda sera di fine autunno. E Sergio indossava il loden, il cappello a tese e la sciarpa rossa che lo facevano assomigliare al grande Maestro. O almeno così credeva lui – Vieni, vieni che ti insegno a dirigere il traffico – lo incalzò Giorgio, prendendolo sottobraccio a accompagnandolo verso il centro dell’incrocio.

Dopo la sorda ci mancava il matto. All’improvviso Giorgio avvertì un fortissimo bisogno di gridare. Che cosa aveva fatto di male perché tutto gli si rivoltasse contro? – Cosa diavolo vuoi da me città maledetta? – disse alzando le braccia al cielo – stasera pensavo fossi finalmente dalla mia parte e invece continui a mettere ostacoli sul mio cammino. Perché?

No, non così – lo rimproverò Giorgio – se alzi tutte e due le braccia li fai ammazzare. Uno serve per quelli che vengono da là, quelli che devono fermarsi. L’altro lo devi muovere così, come se stessi facendo passare, uno ad uno, un’intera scolaresca. Accompagnandogli con delicatezza la nuca – Con l’assertività di un militare e la dolcezza di un maestro elementare, Giorgio gli mostrò la posizione e i movimenti. Lo abbracciava da dietro oscillando con il busto ritmicamente come rapido da una melodia. Il silenzio della strada deserta rincuorò Sergio. Se non altro nessuno stava osservando e non c’era rischio che qualche automobilista li investisse – La fila Sergio, la fila – lo incitò Giorgio – non la vedi quanto è lunga? Ora tocca a loro. Alza gentilmente l’altra mano e non appena si fermano dai il via agli altri. Così. Perfetto – Il tempo volava via. Ma con i matti bisognava essere accondiscendenti. Aveva sentito che alcuni di loro, se messi brutalmente a confronto con la realtà circostante, potevano diventare anche pericolosi – Il vero segreto del perfetto vigile urbano, caro Sergio – aggiunse Giorgio con convinzione e con il tono grave di chi sta per rivelare un segreto – è dirigere il traffico come fosse il golfo mistico di un’orchestra sinfonica. E per come ti vedo stasera, direi che sei pronto per il passo finale – Si allontanò per alcuni istanti lasciandolo in mezzo all’incrocio, sotto la luce convergente di due lampioni. Una mano tesa verso le stelle. L’altra che accarezzava come un pennello la tela della notte. Quando tornò aveva sottobraccio un vecchio stereo a cassette. Lo appoggiò in terra e mise in play. Sergio la riconobbe subito. Mozart, Sinfonia 40, K 550 – Dai Sergio – lo incoraggiò – ascolta gli archi. E 1, 2, 3, 4. A tempo! – Accucciato fuori dal cono di luce dei lampioni, Giorgio continuò a incitarlo. E a un certo punto Sergio si lasciò andare. Iniziò ad agitare le braccia seguendo il ritmo cadenzato dei violini, chiuse gli occhi e, lentamente, si lasciò trascinare dalla melodia. Sull’attacco dei fiati, le auto immaginarie alla sua sinistra erano ferme da un po’ troppo tempo, rifletté Giorgio. Ma quando, sul finale del primo movimento, Sergio richiamò con entrambe le braccia tremanti il volume degli archi e chiuse con un gesto repentino, fermando entrambe le colonne di veicoli all’incrocio, Giorgio esplose in un applauso – Bravo, bravo! – gridò, avvicinandosi a lui commosso – Perfetto! – Sergio lo guardava disorientato. Sollevò il polsino della giacca e guardò l’orologio. Un’altra ora andata, fu il suo primo pensiero – E’ per me un vero onore annunciarti – la voce grave di Giorgio interruppe i suoi pensieri – che da oggi questa città ti riconosce custode e gestore del suo traffico. Inginocchiati per ricevere le insegne – Sergio ormai esasperato cercò di sottrarsi per riprendere la strada verso il Pull Over – Inginocchiati! – gli gridò Giorgio con fare minaccioso – Sergio obbedì e il folle in libera uscita estrasse dalla tasca della sua giacca rattoppata un paio di guanti bianchi. Candidi come niente di ciò che indossava – passati di padre in figlio per 6 generazioni – gli disse – non ho figli e non ne avrò. Ma è con estremo piacere che te li dono. Fanne buon uso – E danzando sull’incedere del secondo movimento della Sinfonia 40, raccolse da terra il suo vecchio stereo e si allontanò nell’oscurità.

Gesù – esclamò Sergio appena fu lontano – Altro che categoria a rischio! – Aggiunse, pensando ai vigili urbani e accartocciando i guanti prima nel pugno e poi nel fondo della tasca posteriore dei calzoni. Doveva sbrigarsi. Il Pull Over era già aperto da più di due ore e per arrivarci gli mancava ancora un quarto d’ora. E non aveva ancora pensato a come storpiare il nome di Hamed!

*****

Amebo! Come va stasera? – Entrò spalancando la porta, lo salutò con un inchino e si sedette al bancone in fondo alla sala.

Ancora no sapere. Presto ancora – gli rispose con un ghigno Hamed – Bere solito disinfettante? – aggiunse.

Che un musulmano non avesse dimestichezza con gli alcolici era comprensibile. Ma che definisse la Sambuca un disinfettante era, per Sergio, intollerabile. Quel gusto corposo con un secondo tempo lattiginoso e un terzo al sapore d’anice stellato era quanto di più evoluto un palato alcoolico potesse ricercare. Con l’aggiunta della mosca di caffè, poi, era qualcosa che anche un profano poteva apprezzare – non sai che ti perdi inginocchiatore da zerbino! – lo apostrofò anticipando ad occhi socchiusi il profumo intenso del liquore.

Io sapere bene. Vedere te qui tutte le sere che guarda in giro ma no vede niente. Questo perdere? Allora bene così per me –  con un gesto studiato fece scivolare il bicchierino sul bancone fino a quando le sue pupille nere non agganciarono quelle chiare di Sergio – bevi-disinfettante da bisca!! – lo apostrofò sorridendo.

Si conoscevano ormai da mesi e le etichette che Hamed gli affibbiava non lo disturbavano. Non più di quanto le sue urtassero la sensibilità del barman mediorientale, presenza ormai costante delle sue notti di ricerca. Doveva riconoscerlo, nonostante le difficoltà con l’italiano, Hamed era linguisticamente molto più creativo di tanti suoi amici plurilaureati. E infatti non era il suo estro ad averlo infastidito. Ma la schiettezza della frase precedente. Ovvero quello che gli rinfacciava anche Genzani. Finora le sue battute di caccia si erano rivelate un vero fiasco. Forse che osservare non fosse più sufficiente? Che fosse giunto il momento di agganciare qualcuno? Di lasciarsi coinvolgere da una vita per catturarne l’essenza e la poesia?

Se vuole il mio parere, sono completamente d’accordo con lei. I musulmani non sanno veramente cosa si perdono – poco più in là un uomo sulla cinquantina alzò il tumbler che aveva in mano nella sua direzione. Due dita di whiskey iniziarono a roteare sul fondo – donne incappucciate, preghiere continue, niente alcool, niente maiale. Che razza di vita è? – e gettando la testa indietro tracannò in un sorso il liquido ambrato.

Giacca e cravatta erano una mise piuttosto fuori contesto, rifletté Sergio. Lo stile del Pull Over era più jeans e maglione per i giovani, calzoni di velluto e camicia per i più attempati. Il tutto con le firme in bella vista. Come prevedeva il manuale non scritto dei vorrei ma non posso delle periferie urbane. Chiunque fosse quel tizio, era la prima volta che lo vedeva. Che male ci poteva essere a fare due chiacchiere? E’ vero, avrebbe interrotto il suo cammino di caccia. Ma la notte era ancora giovane e c’era tutto il tempo per riprendere più tardi. E poi il tipo sembrava interessante – Non tutti hanno il coraggio di abbracciare integralmente la libertà e i piaceri della vita – gli disse imitando il suo gesto e dando fondo al bicchierino.

020_ il vigile e i guantiHamed li guardò entrambi con gli occhi sgranati. Dio li fa e poi li accoppia, pensò. E, con il passo leggero di un felino braccato, sparì nella penombra dell’angolo più lontano del bancone. Nel frattempo il locale si era riempito e i tavoli da biliardo avevano iniziato a vociare fra schiocchi d’avorio e tonfi sordi sulle sponde – Vuole mettere, una bella donna a viso scoperto! Con i capelli sciolti sulle spalle che diffondono nell’aria il profumo di un balsamo ricercato!

Magari seduta al tavolo di un ristorante di classe – aggiunse Sergio – con una bella bistecca di maiale nel piatto e mezzo bicchiere di Montepulciano del 2007 – Certo, la fetta di suino e il rosso d’annata non erano un’accoppiata raffinata come le uova di storione e lo spumante. Ma rendevano meglio l’idea dei piaceri preclusi ai seguaci di Allah.

Personalmente preferisco il Turasi Radici Riserva 2004. La persistenza e la lunghezza del ritorno in bocca ne fanno uno dei migliori in assoluto nel suo genere. E comunque ha ragione. Se il mondo fosse tutto un’Arabia Saudita, sarei praticamente disoccupato – sottolineò con un accenno di sollievo nella voce.

Ma perché che lavoro fa? Anzi non me lo dica – si corresse Sergio – Mi lasci indovinare. Ché per i particolari ho un certo fiuto – Osservò meglio i gemelli ai polsini e il fermacravatte d’argento. Sembravano oggetti costosi ma non banali. La barba era fresca di rasatura. Il sorriso ammiccante e l’ottimismo gioviale. I calzoni stirati alla perfezione. Ma furono la rettifica al suo accoppiamento enogastronomico e la borsa a soffietto in pelle lucida che aveva appoggiato ai piedi dello sgabello a confermare i sospetti che Sergio aveva avuto fin da subito – Il rappresentante di un consorzio di aziende vinicole.

Ma scherza? – gli rispose l’uomo, quasi offeso dall’ipotesi – L’enologia è una passione. Non potrebbe mai essere il mio lavoro. Si figuri, io ci credo all’etimologia.

Mi scusi? – gli chiese Sergio urtato dal modo in cui aveva sottolineato il suo errore e disorientato da quell’affermazione

Etimologia. L’origine delle parole. Ha presente?

Sì. Direi che qualcosa ne so – sussurrò Sergio fra i denti. Celando appena l’amor proprio ferito del regista intellettuale alla ricerca della scintilla che avrebbe fatto finalmente brillare il suo astro. A guardarlo meglio, il tipo che aveva di fronte non era poi così interessante. Una vena di saccenza attraversava il suo umorismo, rendendolo fastidioso e arrogante.

Quindi immagino converrà che i latini, e prima di loro gli indoeuropei, non avrebbero avuto ragione di scegliere due termini per descrivere la stessa cosa. La parola latina labor significa fatica. E la sua radice indoeuropea rabh è ancora più esplicativa. Il rabu era il servo, ovvero colui che lavora, e la parola che descriveva il suo status sociale era rabota. Servitù. Il che significa, va da sé, che il lavoro non si addice all’uomo libero. Checché ne dica l’ingenuità popolare che fantastica di presupposti effetti nobilitanti. Al contrario, la pasio latina era il turbamento dell’animo. Il contrario esatto della fatica del corpo. E nella sua accezione positiva di “inclinazione esclusiva verso un oggetto”, anticamente la pasio era anche passiva. Quindi adatta alla sensibilità raffinata di chi non ha bisogno di fare per vivere. Ma può permettersi di assaporare l’esistenza nel suo essere. Scevra delle preoccupazioni della quotidianità – dopo una pausa d’effetto il tipo riprese – In sostanza, cercare di fare di una passione il proprio lavoro è un controsenso. Anzi, peggio. E’ come lasciare una fiamma libera vicino al gas. Ciò che si ottiene è un bell’incendio. Dopo di che restano solo le macerie.

Sergio non ci aveva mai riflettuto in questi termini. Ma riconosceva un certo acume alla riflessione colta del rappresentante che non era un rappresentante. Una capacità analitica che, aggiunta alla vena di presupponenza del suo umorismo, non lo rendeva certo più simpatico. Ma almeno gli forniva altri indizi su cosa facesse per vivere. Uno studioso, avrebbe azzardato ora. Magari prestato a un’altra professione. Ma quale? Continuando a concentrarsi sulle questioni di metodo, Sergio stava facendo di tutto per evitare di considerare quelle di merito. La digressione etimologica, infatti, metteva in dubbio tutta l’architettura di pro e contro sulla quale si erano basate le sue dimissioni. Il giorno che si era presentato dalla sua Direttrice di filiale con la lettera in mano, era un giovedì di fine giugno. In mezzo alla settimana è meglio, si era convinto. All’inizio, lascerebbe troppo tempo a disposizione per una risposta. Alla fine, invece, rischierebbe di diluire la riflessione della Direttrice nei fumi mondani del weekend. Troppo in mezzo, tipo mercoledì, sembrerebbe studiato. Era quindi un giovedì il giorno in cui aveva bussato alla porta della stanza più spaziosa della sede. La Direttrice aveva letto le sue parole con attenzione, sollevando poi dalla pagina uno sguardo stupito. Quella notizia era come un fulmine a ciel sereno. Il Dott. Caccio era uno dei migliori promoter finanziari che avessero mai lavorato per lei. I suoi occhi sembravano dire – ne è sicuro Caccio? C’è la crisi. Ha un matrimonio avviato. Responsabilità consistenti – Ma lo sguardo del suo collaboratore era così perentorio che le motivazioni dietro a quell’atto le erano sembrate fin da subito incrollabili. Tant’è che in meno di dieci minuti aveva accettato, firmato e chiuso il rapporto con una stretta di mano e un buona fortuna. Quel giovedì Sergio era uscito dal suo ufficio con le spalle leggere. Libero finalmente di trasformare la passione per il cinema nel lavoro della sua vita.

Se non fa il rappresentante, allora non può che essere la seconda voce della mia lista – rifugiandosi nell’indovinello che aveva proposto a sé stesso, Sergio improvvisò un’altra risposta. Scansando definitivamente la riflessione sul lavoro in banca che si era lasciato alle spalle – Lei è uno studioso di dinamiche del mercato. E, viste le firme che indossa, direi che fra i suoi clienti figurano principalmente grandi aziende.

Non male – gli rispose il tipo sollevando il sopracciglio e arcuando la bocca in un’espressione di stupore – più che studiarle però, le dinamiche del mercato, diciamo che le alimento – e prima che Sergio potesse lanciarsi in un approfondimento passò al contrattacco – e lei invece? Di cosa si occupa?

Mettendo bene a fuoco il dito e sfocando la luna sullo sfondo, Sergio inspirò avidamente per dare più volume al proprio orgoglio – In realtà sono nel bel mezzo di un cambio di professione. Mi occupo di cinema. Sono un regista.

Mi dispiace veramente per lei – commentò il tipo con il viso immobilizzato in una sincera espressione di rammarico.

Sergio, che era abituato alle smancerie e ai convenevoli delle sue cerchie radical chic, rimase pietrificato. Che meraviglia, come ti invidio! Finalmente qualcuno che si interessa ancora alla cultura! Affascinante, deve essere un mestiere veramente creativo! Erano quelli i commenti che era solito ricevere. Al massimo qualcuno la buttava sull’analisi socio-economico. Che scelta coraggiosa! Di questi tempi lasciare un lavoro sicuro in banca per decidere di inseguire un sogno è davvero encomiabile. Io non potrei mai! Era comunque l’ammirazione il tema comune alle opinioni della gente sulla sua decisione. Non certo il rammarico.

Regista, eh. Famiglia benestante? – aggiunse il tizio con la cravatta rossa di Moreschi – Nel senso che immagino non debba lavorare per vivere.

Veramente sì – rispose Sergio ancora stordito dalla franchezza del suo interlocutore.

Ah, allora è ancora peggio. Si fa presto a dire regista. Ma ha idea della flessione che ha subito il mercato dell’audiovisivo nell’ultimo anno? Le statistiche parlano di almeno il 15% in Italia. Un po’ meno se si allarga all’Europa. E poi, mica siamo negli anni ‘70? La gente va a vedere il cinepanettone o le avventure dei supereroi. A chi vuole che interessi il suo cinema minimalista e introspettivo. Perché, così a pelle, direi che è di questo che stiamo parlando, no? – gli chiese porgendo il bicchiere a Hamed per un secondo giro.

Più o meno. Sto iniziando con un cortometraggio di 20 minuti per la Primus Production – ma prima che potesse proseguire il tipo lo interruppe di nuovo.

Mai sentita. Sarà una piccola casa di produzione come decine di alte. Le statistiche dicono che ne nascono almeno una ventina l’anno. E sa quante ne sopravvivono? – ma la domanda era anche in questo caso retorica – Zero. Anzi, meno qualcosa. Nel senso che ne chiudono più di quante ne aprono. Non me ne voglia, ma io sono una persona sincera. Diretta fino alla crudeltà. Le dico quindi cosa succederà. Il suo amico delle superiori che è a capo di questa Primus Production le farà fare questo primo cortometraggio – Sergiò trasalì. Come faceva a sapere che Carlo Genzani era stato il suo compagno di banco per tutti gli anni del liceo? – Il suo film sarà una roba incomprensibile che servirà più a soddisfare l’ego di entrambi che i desideri del pubblico. Lo spedirete per un paio di anni in giro per i festival di mezza Europa. A quelli che chiedono una quota per partecipare vi accetteranno sicuramente ma non passerete nemmeno la prima selezione. A quelli liberi, nemmeno lo guarderanno. In quei casi il vincitore si sa già al momento dell’uscita del bando.

Sergio iniziò ad avvertire un insolito senso di oppressione. Non aveva mai sofferto di claustrofobia. Eppure ebbe la sensazione che le pareti del Pull Over si stessero avvicinando con fare minaccioso.

Se le dice bene – proseguì il tipo con lo sguardo piantato sullo schermo dello smartphone e l’indice in scivolata sull’elenco delle mail – la sua storia di apprendista Fellini si conclude lì. Una parabola rapida. Un colpo secco. Meglio soffrire tutto insieme che agonizzare lentamente, no? Se invece le dice male, e per puro caso vince qualcosa, allora la sua vita è veramente rovinata. Inizierà a pensare di valere veramente qualcosa. Gli amici si complimenteranno. Riuscirà anche a strappare un paio di recensioni positive e un po’ di vociare sulla rete. Magari qualcuno la chiamerà a presentare il film alla rassegna d’essai di uno sperduto paesino dell’entroterra veneto. E sarà in quell’occasione, mentre si compiace ascoltando la sua stessa voce, che lei penserà che ormai il peggio è passato. Che dei tanti che ci provano è lei quello che ce la farà. Che l’opportunità che aspettava da sempre finalmente è dietro l’angolo. E quello sarà l’inizio della sua fine.

Rapito dal ritmo e dall’intensità delle sue parole, Sergio lo ascoltava immobile. Con la mano avvolta intorno al bicchiere vuoto e le palpebre divaricate del fedele in adorazione di fronte al suo profeta. Il suo stomaco era serrato come il giorno del suo primo esame. E la disapprovazione che all’inizio aveva avvertito per quell’uomo si era trasformata in un miscuglio disordinato di ammirazione e timore per un pericolo imminente.

Non sa quante volte l’ho visto succedere – l’affondo proseguì sul ritmo cadenzato dei sorsi di Scotch – Un vecchio amico di infanzia ha iniziato con le imitazioni alla radio. Poi l’anno chiamato in TV a un paio di format tipo Zelig. A quel punto ha iniziato a crederci. Quando ci vedevamo mi raccontava del backstage, dei camerini, degli uomini e delle donne che ci provavano. Dei soldi. Tanti soldi. Un anno e mezzo dopo l’ho trovato che penzolava da una corda nella sua casa di campagna.

Sergio ingoiò a vuoto. La gola iniziò a formicolargli, secca come le colline di Agrigento in piena estate. Ormai sentiva le pareti del Pull Over che lo avvolgevano in un cubo sempre più stretto. Gli mancava l’aria e aveva voglia di gridare. Le nocche bianche della sua mano sinistra stringevano il bicchierino, quasi fosse l’ultimo appiglio che gli impediva di essere risucchiato via dal vortice dell’angoscia.

L’uomo fissava sé stesso nel cristallo curvato del tumbler. Gli occhi spenti e fissi nel vuoto. Poi d’improvviso, come scosso all’alba da una sveglia chiassosa, riemerse dal torpore. Si rivolse verso Sergio e lo osservò come fosse la prima volta – mi deve scusare – gli disse – deformazione professionale. Lei mi ha chiesto cosa faccio per vivere e mi sono lasciato trasportare. E’ sempre molto difficile rispondere con una parola. Di cosa si occupa? Facile rispondere se fai il pescivendolo, il muratore o il professore universitario. Molto più complicato per la mia professione – lo sguardo interrogativo di Sergio, ancora intrappolato nella nebbia oscura delle sensazioni che gli toglievano il fiato, lo spinse a continuare – Io spengo l’entusiasmo. Distruggo la motivazione e il desiderio delle persone. Faccio in modo che vedano come un’ordalia il cammino che li conduce verso la realizzazione dei loro sogni. Qualcuno mi definisce un demotivatore, ma in realtà sono qualcosa di più. Io semino l’indolenza, la innaffio di sdegno e aspetto che gemmi l’apatia. La coltivo e la accompagno proteggendola come il bene più prezioso che il genere umano abbia mai posseduto. Sono un rivoluzionario. Un liberatore. Aiuto uomini e donne a spezzare le catene dell’irrequietezza, dell’ardore e del desiderio di realizzare. Il vincolo di quel senso di incompiutezza che li guida verso obiettivi che, una volta raggiunti, svaniscono come la pioggia in un torrente. Lasciandosi dietro solo una scia densa di ansia, di precarietà di bisogno di una nuova meta. La mia apatia, invece, gli dona la pace. Li avvolge con la certezza di un mondo evidente, grigio, rilassante. Sempre uguale a sé stesso. Prevedibile.

Gli occhi di Sergio si socchiusero sotto un riccio di sopracciglia. L’ennesimo folle di quella notte assurda? Cosa mai avesse fatto di male per meritare quel trattamento non riusciva veramente a capirlo. Lasciatemi in pace! Avrebbe voluto gridare agli oscuri burattinai dietro quella pantomima. Perché ce l’hai con me? Avrebbe voluto chiedere alla città che continuava a negargli una storia, una vicenda, anche un singolo episodio. Una scintilla che accendesse l’incendio della sua narrazione. Sarebbe bastato poco, lo sapeva. E invece aveva di fronte questo relitto sociale. Questo agglomerato di sinapsi disfunzionali che viveva nel mondo parallelo disegnato dalla sua fantasia. E che ora rideva a crepapelle, piegato in due dai crampi e indicando verso di lui.

Non ci avrà mica creduto? Alla storia del rivoluzionario, del liberatore, intendo – riuscì a dirgli l’uomo, fra una convulsione e l’altra.

Ah, quindi il resto è vero – commentò Sergio fra sé, in dubbio su cosa lasciar prevalere, se il timore per il pazzo o la compassione per l’animo perso.

Mi pagano per coltivare l’apatia. E mi pagano bene.

Si come no, rifletté Sergio, E a me mi ha contattato Tarantino per dirigere un episodio del suo prossimo film al posto di Rodriguez!

Come pensa che riempiano i centri commerciali di questi tempi? – aggiunse l’uomo – Crede davvero che siano la pubblicità e il social media marketing a spingere la gente agli acquisti compulsivi? A guidare le folle sulle spiagge della Riviera d’estate, sulle piste di Canazei d’inverno, nei locali di sempre quando il sole tramonta? Si guardi alle spalle – e gli indicò col mento i 3 uomini avvolti dalla nebbia acre che sostava a mezz’aria sul tavolo da biliardo – vede per caso gente animata dal sacro fuoco? Vede qualcuno attraversare ricurvo l’incendio indomabile delle proprie passioni?

In effetti, rifletté Sergio fra sé e sé.

Non fanno altro che trascinare un lembo del tempo per coprire l’inutilità del loro agire. Per stordire la noia e trascinarsi senza troppi patemi verso il prossimo obbligo. Lo ammazzano il tempo. Letteralmente. Uccidono il presente, ricordando il passato e immaginando il futuro. Ognuno di loro avrà al massimo un paio di eventi significativi alle spalle, che di tanto in tanto rispolvera con nostalgia. Forse uno o due sogni che emergono sporadicamente fra le nubi dell’indolenza, come il cielo azzurro nei giorni di temporale. Tenerli in quello stato è ciò per cui mi pagano. Perché per quanto possa essere potente la droga dell’apatia, l’istinto dell’uomo è immortale. E’ come la brace sopita sotto la cenere. Basta un buon innesco e in un niente il fuoco della passione torna a divampare. Ed è proprio dell’innesco che io li derubo. Gli strappo via l’entusiasmo, la motivazione e il desiderio. Finché della scintilla non rimane che un tenue bagliore nel buio – fece un’altra pausa d’effetto, si strinse il windsor intorno al collo e si assestò la giacca nera afferrando il bavero – A quel punto abbandono il terreno. Arato. Fertilizzato. Concimato. E pronto per accogliere la merce che chi mi paga ha da vendere. Gli consegno un uomo spento, anestetizzato dalla nebbia dell’apatia, che si accontenta dei loro inneschi sintetici. Del fremito effimero di una vittoria – e indicò il tipo calvo che ingessava il gommino della stecca guardando in cagnesco il suo avversario e prefigurando la prossima mossa – dell’euforia di una pasticca, del brivido a cristali liquidi della pay TV o dell’esaltazione di un acquisto. Ed è così che il nostro Hamed e quelli come lui fanno i loro affari – il barista sentì il suo nome, si voltò e gli sorrise – Mi creda è l’apatia la vera chiave della prosperità.

Sergio approfittò di quella che sembrava una chiosa per lanciare un’occhiata all’orologio. Era maledettamente tardi e la sua battuta di caccia era ancor a carissimo amico. Il demotivatore aveva messo mano al terzo bicchiere di whiskey e non sembrava avesse intenzione di andarsene. Se voleva sperare si riuscire a cavare un ragno dal buco nelle poche ore che gli rimanevano prima dell’alba, toccava a lui mettere fine alla serata al Pull Over.

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