Corto – Episodio 1

Pubblicato: 3 giugno 2014 in Narrabit originali
Tag:, , , , , , ,

018_Il regista di CortoSì, ho capito. Lo so che sono in ritardo. Ma mica istallo condizionatori. Io faccio arte! Cerco le vibrazioni minori e le trasformo in storie. Dipingo emozioni – ormai da 10 minuti Sergio gridava nel microfono dell’auricolare, gesticolando il suo solito misto di rabbia e impotenza – Cosa vuoi da me?

Un film. 20 minuti, compresi i titoli. Ecco cosa voglio. Come da contratto – La voce profonda di Carlo non si scompose. Aveva a che fare con registi e sceneggiatori da vent’anni. E ormai li considerava cavalli umorali. Con loro l’unica cosa che funzionava era una sapiente alternanza di redini e frusta. E con Sergio era da tempo giunta l’ora della frusta – Manca un mese al Festival e non ho ancora visto nemmeno il soggetto.

Sono settimane che sono a caccia della mia narrazione, lo sai. Non ho mica un pulsante che spingi ed esce il film, come al distributore di bibite della stazione! Se lo vuoi vincere quel festival, devi essere paziente e lasciarmi vivere il momento. Devi aspettare che le vibrazioni vadano in risonanza. Che il mio spirito si allinei con il dramma dei personaggi e con le loro vicende – Sergio si fermò davanti alla finestra. Verso ovest il sole colorava l’orizzonte di quell’ultima riga di giorno che rapidamente lascia spazio alla sera – E’ come per la notte. Per quanto tu possa essere impaziente, non sei tu a decidere quando arriva. Non le puoi mettere fretta.

Il soggetto, Sergio – ribadì Carlo con la freddezza del messaggio automatico di una segreteria telefonica – lo voglio sulla mia scrivania alla fine della settimana.

Come, alla fine della settimana! Oggi è mercoledì – ingoiò a vuoto e cercò qualcosa da aggiungere che gli facesse guadagnare altro tempo. Ma il vicolo in cui si era infilato era angusto e quello che aveva appena colpito era il suo lato cieco – Ho fiducia in questa città. Stavolta lo sento. Mi verrà incontro con la storia che cerco. Stasera torno a caccia, più determinato che mai.

Ecco bravo – aggiunse Carlo, soffiando fra le labbra il fumo della sua pipa – e visto che ci sei portati l’arma giusta. Perché se torni a mani vuote, stavolta, puoi contarci, ti lascio a digiuno. Non so se mi spiego – e, senza aspettare una conferma, chiuse con uno schiocco lo sportello del suo cellulare a conchiglia.

Sergio si accasciò sulla poltrona, di fronte al blu americano della notte punteggiata dalle prime stelle. Carlo si era spiegato fin troppo bene. Imbrigliare il phatos. Sedurre l’esistenza per convincerla a donarti un intreccio. Ricomporre gli istanti per costruire una vicenda. Tutte le metafore che gli venivano in mente non facevano altro che rendere altisonante il suo dramma. Il vero problema era trovare una storia che riempisse di inchiostro virtuale il foglio bianco. Dare vita e spessore ai personaggi. Battere il ciack. Gridare azione. Il resto sarebbe venuto da solo. Carlo si era spiegato fin troppo bene ed era arrivato il momento di riprendere in mano le redini del gioco. Era arrivato il momento di scendere in strada, il luogo dove nascono le storie. Dove brulicano le situazioni. La strada. La stessa che aveva battuto dal tramonto all’alba per settimane. La stessa che finora gli aveva regalato solo i calci di un barbone a cui aveva tentato di estorcere la biografia e due graffi sulla fiancata della Clio. In quest’ultimo caso era stato fortunato.  “Er Carota”, giovane presidente di una promettente start-up del settore stupefacenti, in realtà aveva mirato all’addome. Per puro caso la punta del suo coltello da caccia aveva colpito lo sportello della macchina.

La Strada, quella con la S maiuscola – si disse sottovoce mentre indossava il vecchio cappotto di loden e il capello a tese grigio scuro. La stessa su cui il Maestro aveva ambientato la storia del suo Zampanò. La stessa che Gelsomina cercava fra le curve a gomito della vita. La stessa su cui sarebbe morta, sola e preda della follia. Sergio si guardò allo specchio dell’atrio con lo sguardo perplesso. Mancava ancora qualcosa. Aprì l’anta verticale e prese la sua sciarpa preferita. Quella rossa. Se la avvolse intorno al collo e il suo viso si distese in un’espressione soddisfatta. Ora sì!

Aprì la porta sovrappensiero e sulla soglia colpì il seno soffice di Francesca. Sui tacchi la moglie era alta due palmi più di lui. Uno dei motivi per i quali ad ognuno dei loro 7 anniversari le aveva regalato un paio di ballerine, che finivano regolarmente schiacciate nelle pila delle ciabatte. Come Francesca definiva le scarpe da educanda, accatastate nell’angolo dimenticato della sua scarpiera.

Dove vai a quest’ora? Fra un po’ si cena. Perché l’avrai preparata, immagino, la cena – lo interrogò come suo solito.

Come, dove vado. A caccia, Francesca. A caccia! Ogni volta te lo devo dire – le prime gocce di sudore iniziarono a imperlargli la fronte – La storia. Se non ne trovo una per la fine della settimana quella mezza tacca di Genzani mi dà il ben servito.

Genzani chi? Il produttore? Ancora con questa storia del cinema? Ma un altro lavoro quando pensi di iniziare a cercarlo? – gli disse bloccando l’uscita con un braccio e fissandolo dall’alto come un graduato con la sua recluta.

Stavolta no. Sergio non avrebbe affrontato di nuovo l’argomento. Non stasera che per la prima volta sentiva chiaramente le vibrazioni della strada che lo chiamavano – La cena – rispose spostandole il braccio dallo stipite – Non ho avuto il tempo di prepararla. Ci sono gli avanzi di ieri. Scaldata, la frittata di pasta è anche meglio – si asciugò il sudore con la manica del cappotto e prese le scale.

Sergio – lo chiamò Francesca con il tono rassegnato di chi insiste per inerzia ma in realtà ha perso ogni speranza – non sarà mica il caso che lasci cappotto e sciarpa? Fuori fanno 20 gradi come dentro. E’ ottobre e mica siamo a Stoccolma.

Spazientito, Sergio risalì la rampa fino al pianerottolo. Entrò in casa schiacciandosi fra la moglie e lo stipite, gettò sulla cassapanca soprabito, sciarpa e capello, e uscì di nuovo. La scia dei suoi sbuffi di impazienza e risentimento lo seguì fino al piano terra e fu recisa di netto dal tonfo dall’anta del portone sbattuta con forza. Francesca gli avrebbe voluto raccontare della sua interminabile giornata di buongiorno e buonasera. Del video che una sua collega aveva messo in rete subito dopo le dimissioni, nel quale ballava seminuda raccontando come era riuscita a scalare la gerarchia dell’azienda. Nulla che avesse a che fare con le competenze richieste, ovviamente. Ma illustrato nei dettagli da immagini di esplicite, nelle quali comparivano insieme a lei quasi tutti i membri del top management. Avrebbe voluto raccontargli delle azioni precipitate come un caccia in avaria su tutti i mercati del pianeta. Dell’acquisizione di cui si parlava da mesi e che, visto lo scenario, era sempre più possibile. Dei contratti di solidarietà e dei 300 esuberi. Fra i quali, probabilmente, il suo. Avrebbe voluto farsi accarezzare i calli che gli auricolari le avevano procurato. Avrebbe voluto spegnere il cordless per evitare di sentire altri squilli e stendersi con lui sul divano. Avrebbe voluto. Ma era tempo di caccia. E quando il cacciatore è fuori, la sua compagna aspetta e si prepara ad accogliere lui e la preda con canti di gioia e frasi di trionfo.

Ma vaffanculo! – esclamò Francesca sbattendosi dietro la porta.

Una centralinista. Sergio si chiedeva in continuazione come avesse fatto a sposare una centralinista. Una donna senza spessore. Senza desideri. Senza un sacro fuoco che le divampasse nell’animo. All’inizio, ne era sicuro, erano state le sue tette. Tonde, sode, perfette. Un’ancora che era durata un paio di anni e che lo aveva tenuto avvinghiato a lei come un adesivo irremovibile. Niente avevano potuto i solventi relazionali più potenti. Né gli scazzi, né i parenti, né Maria de Filippi, né i programmi di cucina erano riusciti ad anestetizzare la sua libido. Dopo le tette era stata la volta delle unghie. Ricostruite con maestria. Laccate con l’abilità di una miniaturista. E un altro anno era trascorso con una risposta pronta alla sua domanda ricorrente. Perché una centralinista? Ora come ora, però, a 7 anni dal fatidico lo voglio, il quesito lo costringeva sempre a una lunga riflessione. Durante la quale ponderava pro e contro, analizzava la sua storia recente, smontava e rimontava gli eventi. Eppure, per quanto si sforzasse, la conclusione era sempre la stessa. Le uniche cose che lo legavano ancora a Francesca erano quelle di sempre. Il seno rigogliose e i suoi artigli sensuali. Il fatto che dopo le sue dimissioni fosse la magra busta paga di lei a garantire la sopravvivenza di entrambi era un dettaglio trascurabile. Una considerazione di carattere materiale che al massimo riusciva a procurare qualche fastidio alla dominante estetica del suo rapporto con il mondo. Bassezze che non valeva la pena nemmeno discutere. D’altra parte nei libri di storia dell’arte non si raccontava mica chi pagava i conti di Raffaello o le bollette di Brancaccio. Van Gogh era morto nullatenente. E di Fellini, il Maestro, la gente ricordava il film, non certo gli averi.

*****

Signor Cacio! Meno male che l’ho vista – una voce dall’alto interruppe i suoi pensieri. Ormai era in strada e fra tutti i condomini quella era l’unica persona che sperava di evitare. Abbassò la testa e provò a far finta di niente – E’ inutile che cerca di evitarmi, Signor Cacio. Sono settimane che la cerco e sa che la questione è urgente – Caccio – sussurrò Sergio con le narici dilatate e il labbro superiore arricciato. Caccio, non Cacio. Era quello il suo cognome ed era dai tempi della scuola che lo faceva infuriare quell’errore. Caccio, voce del verbo cacciare. Prima persona del presente indicativo. Il glorioso verbo dei nostri avi, non un volgare formaggio. Sospirò, aprì di nuovo il portone e risalì un piano fino alla porta della Signora Luciana. Come si chiamasse di cognome non lo sapeva. L’aveva trovata lì quando si erano traferiti dopo il matrimonio e la sua invadenza lo aveva sempre irritato. Ma il buon vicinato era una regola che Francesca aveva imposto fin dai primi giorni della loro convivenza e sulla quale vegliava con costanza e dedizione. L’unico modo di evitare i rimbrotti e mettere fine alla faccenda, quindi, era dare spago a Luciana.

Venga – lo afferrò per un braccio sulla soglia e lo trascinò all’interno. La puzza rancida del posacenere strabordante di filtri accartocciati permeava il salone. Assorbita dalla tappezzeria rosso scuro, dalle tende bianche ingiallite dal tempo e dalle sue sigarette. Traspirata perfino dal legno dei mobili di falso antiquariato – Si sieda – gli ordinò spingendolo sul divano e aspirando avidamente dalla sua Philip Morris – mi aspetti qui che vado a prenderli.

Fra mezz’ora devo essere a un appuntamento importante, signora. Per favore, possiamo fare in fretta? – Non la vide reagire e si ricordò dell’apparecchio acustico. Doveva averlo spento. Ripeté il concetto alzando il tono della voce, ma ormai i rapidi passi da geisha a cui la sua statura la costringeva l’avevano già portata in fondo al corridoio. Ne approfittò per abbassare il volume assordante del televisore. Anche per quello, negli anni, non c’era stato nulla da fare. La loro camera da letto era adiacente al salone della Signora Luciana. E la mattina alle 5.30, puntuale come un gallo svizzero, li svegliava con i consigli dell’estetista di Uno Mattina. Avevano provato a regalarle una cuffia senza fili. Ma le faceva caldo d’estate e l’inverno le schiacciava la costosa messa in piega. Avevano provato anche a parlarne con i figli. E il risultato era stato l’apparecchio acustico, che teneva sul comodino durante la notte e indossava spento durante il giorno.

Deve provarli assolutamente. Fra un po’ arriva l’inverno e non può farsi cogliere impreparato – gli gridava i suoi consigli a due palmi dallo sterno guardando verso l’alto in cerca del suo sguardo. Ma soprattutto del labiale che la aiutasse a comprendere le parole – Forza, forza, non faccia complimenti e si spogli – e srotolò da una busta un paio di calzoni di piumino, taglia forte. Ma molto forte.

Scusi ma cosa dovrei farci? Mica siamo a Stoccolma. Sono troppo caldi – Sergio cercò di cavarsi d’impaccio aggrappandosi al particolare più evidente.

Eh, ma io la vedo che esce sempre la sera e rientra che è quasi mattina. Non so dove vada – e gli fece l’occhiolino colpendolo con il gomito sull’anca. Ovvero nel punto più alto che riusciva a raggiungere senza alzarsi sulla punta dei piedi – E ora va bene, ché fa ancora caldo. Ma poi a gennaio come fa?

Che intende signora? – le chiese e lei ripeté il gesto con il gomito sussurrando che con lei il suo segreto era al sicuro. Alla moglie non avrebbe mai detto niente. La sua bocca era cucita – Ma è impazzita? Ma cosa pensa. Io la notte lavoro. Faccio ricerca. E comunque i suoi calzoni sono giganteschi. Non saprei come usarli.

Per questo non deve preoccuparsi. Ci penso io. Una ripresina di qua, un paio di pence lì, un elastico in vita e il gioco è fatto. Si spogli, si spogli che così le prendo le misure – Sergio guardò l’orologio. Iniziava ad essere tardi e voleva arrivare in bisca prima della folla. Essere già parte dell’ambiente quando il locale iniziava a riempirsi, invisibile come l’arredamento, era fondamentale per osservare le situazioni. Per cercare i personaggi. Per catturare le storie. L’aveva letto su tutti i manuali di antropologia visuale quindi con quella tecnica andava sul sicuro. Finora non aveva prodotto alcun risultato ma era solo questione di tempo. Bisognava essere pazienti. Sì pazienti. Anche con la sorda. Come la chiamavano da tempo lui e Francesca al sorgere del sole, maledicendola in tutte le lingue che conoscevano. Per non perdere altro tempo non gli rimaneva che assecondare la sua insistenza – Sono del mio povero marito – gli raccontò Luciana senza fare pause. Quasi non avesse nemmeno bisogno di respirare fra una parola e l’altra – faceva l’asfaltista. Ha fatto l’A1, lui. Due anni, tutte le notti. Anche lui lavorava di notte. Un po’ come lei – e lo colpì di nuovo con il gomito, battendo la palpebra dell’occhio sinistro – Poi me l’hanno azzoppato. Un giorno è finito sotto un mucchio di asfalto bollente e una gamba è andata. Da lì in poi ha zoppicato fino a quando è morto. Però i calzoni se li metteva sempre quando arrivava l’inverno. Regga qui – afferrò le mani di Sergio e le strinse intorno a due manciate di tessuto. Una su ognuno dei fianchi – Mi aspetti qui che ho una cosa urgente da fare.

20 minuti più tardi Sergio era ancora in piedi nel salone di Luciana. In attesa che la sua vicina tornasse. Si piegò verso il polso sinistro sforzandosi di non lasciar andare le prese sui fianchi. Spostò con il naso la manica della camicia e sbuffò. Era tardissimo e il fischiettio che proveniva dal corridoio si era fatto d’improvviso più ritmato – Signora – la chiamò un paio di volte aumentando i decibel fino a quelli di un urlo da venditore ambulante. Ma tutto ciò che ottenne fu che il fischio si trasformasse nelle note stonate di un vecchio pezzo di Bob Dylan, biascicato fra monosillabi incomprensibili. A quel punto Sergio respirò a pieni polmoni per cercare di tranquillizzarsi e decise che se la sorda non sentiva i suoni, allora sarebbero stati i suoni a raggiungere la sorda. Fece per camminare ma le spille da balia che Luciana aveva fissato fra le gambe dei calzoni di piumino gli impedirono il movimento. Per non cadere saltellò in avanti e si accorse che, suo malgrado, quello era l’unico modo in cui sarebbe riuscito a muoversi. Balzo dopo balzo seguì il ritornello irriconoscibile di Blowing in the Wind e arrivò sulla soglia di quello che doveva essere lo studio della sua vicina. La trovò di spalle con gli auricolari infilati e le anche minute che ondeggiavano fuori tempo. Davanti a lei un tela riempita dai colpi colorati di un pennello astratto.

Mio Dio, un’altra che pensa di essere la reincarnazione di Van Gogh, pensò Sergio, con gli occhi sbarrati che tentavano di digerire la scena – Signora – gridò – come le dicevo, ho fretta! – Ma era evidente che il volume degli auricolari superava di gran lunga le sue urla da mercato rionale. Le si avvicinò saltellando, afferrò con i denti il filo che usciva dal lettore di MP3 e glielo strappo dalle orecchie.

Luciana si voltò terrorizzata – Cristo Santo che paura. Ma che è matto? Io sono anziana. Potevo pure restarci secca – si portò una mano al petto e cercò di riprendere fiato.

Possiamo concludere, per favore? – la sollecitò Sergio indicando con il mento le sue mani ancora strette sui fianchi, intorno a manciate di tessuto.

Lo so, mi deve scusare – ripartì al galoppo Luciana – ma quando l’arte chiama non si può non rispondere. Eccome se lo so, pensò Sergio. Ma lui faceva arte sul serio. Mica intonacava croste pensando di essere un pittore. Lui raccoglieva le vibrazioni del mondo e gli dava forma. Un prologo, uno svolgimento, un finale. Ragione per la quale era totalmente inutile intavolare un dibattito con una mezza pazza che lo aveva lasciato seminudo, in piedi, in mezzo al suo salone – Deve capire che per dipingere ci vogliono tecnica e occhio – Aveva perso l’attimo e la sorda aveva ricominciato prima che riuscisse a interromperla – Prenda l’occhio per esempio. La realtà è che non siamo abituati ad osservare il mondo. Guardiamo tutto con gli occhi deformati dai pregiudizi dell’infanzia. Le montagne non sono verdi. Possono essere bianche, gialle, grigie. Verso l’orizzonte sono blu. E più sono lontane, più sono blu. E gli alberi? Chiunque giurerebbe che i tronchi siano marroni. Ma non è vero. Sono grigi, verdi. Qualche volta neri. E’ la luce che colora tutto, in maniera sempre diversa – Ecco, rifletté Sergio, ci mancava la lezione di tecnica pittorica letta sull’Almanacco di Barbanera – I calzoni, rimbambita di una sorda, i calzoni – sussurrò al di sotto dei decibel a cui vibravano i timpani della vicina – E poi la tecnica – proseguì lei ignara – mica uno si improvvisa. Guardi Monet e i suoi covoni per esempio. Riesce ad immaginare quanti tentativi ci sono dietro ognuno di quei mucchi di grano? Quanti colpi di pennello ragionati uno ad uno per dare rotondità, curvatura, profondità? Venga, si avvicini che le mostro il risultato di un mio studio sulle foglie – Luciana allungò il braccio, lo afferrò per la camicia sbottonata e lo tirò verso di sé. Per non cadere, Sergio saltellò fino a raggiungerla – Vede qui? – e le indicò quello che voleva essere un tappeto di foglie secche nella parte alta del quadro – lo riconosce il tratto? Lo riconosce?

Sergio scosse la testa, pensando al tempo che stava perdendo. Cercando di convincersi che non poteva essere vero. Non stava per analizzare la tecnica pittorica della sorda. Il solo pensiero gli alimentava un vorticoso prurito fra le scapole – No, le rispose. Non lo riconosco. Con cosa mai avrà realizzato questo prodigioso esempio di tecnica “chi fa da sé fa per 3”?

Spazzolino da denti. Si vede che lei non è un esperto. Lo faceva pure Van Gogh – gli rispose lei, alzando il sopracciglio con soddisfazione.

L’ultima cosa se l’era inventata. Sergio aveva letto tutti i libri esistenti sulla tecnica pittorica del grande maestro olandese. E nessuno degli studiosi parlava di spazzolini da denti. A parte quello, però, Luciana aveva ragione. Facendo qualche passo indietro i colpetti delle setole sembravano veramente foglie secche. Cosa ci facessero nella parte alta della tela rimaneva per lui un mistero.

Via, forza – Luciana iniziò a spingerlo fuori dalla stanza, un saltello dopo l’altro – Cerchiamo di sbrigarci che mi sta facendo perdere tempo.

Ora era lui che stava facendo perdere tempo a lei? Sergio non sapeva più se ridere e lasciarla fare o saltarle al collo per liberarsi del senso di oppressione che gli stringeva le spalle. Decise per la soluzione meno cruenta. La regola del buon vicinato, si ripeté un paio di volte per farsi coraggio. Altrimenti chi l’avrebbe sentita sua moglie! Stava per saltare oltre la soglia fra lo studio e il corridoio quando vide qualcosa con la coda dell’occhio che lo spinse a fermarsi. Si voltò e, con lo sguardo perplesso rivolto verso la tela, piegò il collo per osservarla a testa in giù. Da non crederci! La sorda stava veramente dipingendo un bosco al tramonto. Ma l’immagine era sottosopra. Come riflessa dalla superficie di un lago increspata dal vento.

Le 22.30. Forse era ancora in tempo per entrare nel locale e mimetizzarsi fra gli abituali e l’arredamento. Ma doveva affrettarsi. Si chiuse il portone alle spalle e fu come se gli avessero tolto dalla schiena uno zaino carico di mattoni. Finalmente era libero. Quella vecchia sorda e cialtrona aveva provato in tutti i modi a trattenerlo. Dopo aver fissato le spille da balia sui calzoni, era ricorsa agli album di matrimonio e luna di miele. Ma a quel punto aveva considerato soddisfatta la regola del buon vicinato e si era rivestito, puntando senza commenti la porta che dava sul pianerottolo. Ormai due ore la aveva perse. Ma aveva tutta la notte davanti a sé. La caccia poteva ricominciare.

Arrivederci Signor Cacio – si sentì salutare dal balcone del primo piano – per venerdì prossimo i calzoni sono pronti. La aspetto! – Caccio, Caccio. Non Cacio – borbottò Sergio prendendo a destra ad ampie falcate.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...