Archivio per giugno, 2014

Episodio 1

Episodio 2

Episodio 3

Nei narrabit precedenti …  Uscito dal Pull Over, Sergio incontra Otelma, al secolo Renzo Rondi. Un vecchio compagno di classe al Liceo Borromini. Rampollo di una famiglia della Roma bene. Viziato. Problematico. Superficiale. Ma con tutti i chiaroscuri di una personalità complessa.

Otelma invita Sergio alla Reggia dove li aspetta la madre. O meglio ciò che rimane della Signora Rondi.

Non solo. Renzo ha anche in serbo una sorpresa. In casa c’è anche la sua nuova fiamma. E vuole assolutamente che Sergio la conosca.

Da non crederci. Sul volto del donnaiolo incallito era comparso il sorriso ebete dell’adolescente innamorato. Quello che proprio nell’adolescenza il senso di incompletezza e di insoddisfazione gli aveva precluso. Clelia. Non poteva non conoscere la donna che aveva operato quella mutazione.

Percorsero di nuovo il corridoio degli avi. Stavolta al contrario. Sergio alzò lo sguardo ed ebbe l’impressione che la storia si arrotolasse su sé stessa. Dal Notaio a ritroso fino a Rodolfo Rondi y Gonzales, Governatore di Cordoba, Argentina, 1680. Un viaggio indietro nel tempo che sperava lo portasse il più possibile lontano dall’incubo della cartomante ululante. Un desiderio immediatamente frustrato dai mugugni lontani che, aumentando di tono e ritmo, anticipavano una rivelazione – Lo! – chiamò dal salone la Signora Rondi – Chiama la Contessa Rivoli. E’ uscito l’Amore, e accanto c’è l’Asso di Denari. Deve investire ora. Ora!

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018_Il regista di CortoVa bene mamma. Ma basta urlare! – ringhiò Renzo ad alta voce prendendo a pugni lo stipite della porta che aveva di fronte e tappandosi le orecchie con i palmi. Poi si voltò verso Sergio e, in un istante, lo sguardo rabbioso lasciò il posto al sorriso languido di poco prima. Con un gesto, Otelma lo invitò a scendere le scale che portavano al piano inferiore – E’ bellissima vedrai – eccitato come un bambino che mostra al suo migliore amico l’ultimo videogioco avuto in dono a Natale, Renzo socchiuse la porta e lo seguì lungo le scale. Due rampe sepolte nel buio li separavano dal bagliore proveniente dal piano più basso della Reggia. Uno ad uno i gradini di legno scricchiolarono sotto il loro peso. Ma più scendevano, più ai cigolii rispondeva un controcanto sincopato di suoni smorzati. Qualcosa di molto simile ai monosillabi nasali di certe litanie sacre. Qualcosa non quadrava. Perché Otelma teneva la sua donna isolata al piano inferiore? Magari, con la madre ridotta in quello stato, voleva tenere le due cose separate. Per non inciampare, Sergio procedeva con cautela appoggiandosi al corrimano. Poi, a tre gradini dalla fine della scala, una delle assi di legno antico accolse il suo piede in silenzio e con uno schianto si spezzò all’improvviso sotto i suoi chili di troppo. Sergio rotolò giù rovinosamente, arrestandosi solo quando colpì di schiena qualcosa di duro e terribilmente freddo. Il pavimento, rifletté, e sono tutto intero. Si voltò dolorante e la luce intensa in cui la stanza era immersa lo accecò. Non appena gli occhi iniziarono ad abituarsi, vide emergere dal bagliore candido la figura di un angelo. Biondo, con un ampio sorriso impresso fra gli zigomi e le ali spiegate, lo osservava con gli occhi spalancati. Sembrava incitarlo a esprimere il desiderio che era pronto a esaudire. La caccia. Una storia. 20 minuti. La mia preda. Sergio tentò di concentrarsi ma quella visione era così inaspettata che gli vennero in mente solo parole confuse. Sperò con tutte le sue forze che fosse sufficiente perché quella notte portasse finalmente i suoi frutti. Che la città si fosse finalmente quietata? Che l’ira di Roma avesse cessato di riversarsi su uno dei suoi figli più devoti? Per giunta il suo preferito? Poi il bagliore si attenuò ancora e le ali dell’angelo si trasformarono lentamente in braccia di donna. Legata per i polsi a due anelli d’acciaio infissi nella parete opposta, una figura pallida ed esile lo fissava con lo sguardo vitreo di terrore. Protesa in avanti fin dove le funi e le spalle le permettevano, mugugnava qualcosa di incomprensibile sotto la stretta di un bavaglio rosso. Clelia? E questa Clelia? Pensò Sergio con un sussulto di panico che anestetizzò il dolore alla schiena.

Non è meravigliosa? – fu la risposta indiretta di Renzo – Ci siamo conosciuti per caso in un bistrot di Parigi e da quel giorno non ho avuto occhi che per lei. Capisci Sergio? Tutte le altre hanno perso di significato. Alte, basse, magre, formose, more, bionde, rosse, autentiche e rifatte. Pronte a farsi fare qualunque cosa. E io non pensavo che a lei – Si avvicinò a Clelia e le accarezzò i lunghi ricci biondi. Mentre lei piegava il collo in segno di sottomissione, due lunghi rivoli di lacrime le solcarono le guance – Piange – sottolineò Renzo rivolto all’amico che ancora non si alzava da terra – Piange ma in realtà è felice. Ci stiamo solo abituando a questa nuova sistemazione. Sai, Parigi ormai era troppo angusta per il nostro amore. Piange, ma senza ragione. Perché piangi? – le chiese, tentando invano di asciugarle gli zigomi con la manica della camicia – Così mi fai fare brutta figura con il nostro ospite. Non piangere su! – poi il viso gli si contrasse in ghigno isterico – Non piangere! – gridò. E dopo l’ennesimo singhiozzo la colpì a mano aperta in piena faccia – Ora sì che puoi piangere. Quello sì che faceva male, no Sergio? – si rivolse verso la scala e cercò conferma al suo delirio negli occhi sbarrati dell’amico. Sergio non riuscì a fare altro che annuire. I pezzi del puzzle iniziavano a incastrarsi e il presente gettava nuova luce sul passato. Il Notaio era sì morto di disperazione. Non per le tempeste ormonali del figlio, però, ma perché la cinta non riusciva più a tenere a bada la sua pazzia. Quello stesso lato oscuro del quale la madre cercava di prevedere gli eccessi attraverso i tarocchi. Ed era molto probabile che Renzo in America ci fosse andato veramente. Ricoverato in qualche clinica e imbottito di psicofarmaci. Un tunnel di nebbia e stordimento dal quale, quasi sicuramente, era uscito peggiore di prima.

Renzo gli si avvicinò e lo aiutò a rialzarsi – Vieni Sergio – lo accompagnò al centro della stanza. A pochi passi da Clelia, Sergio si accorse che indossava un abito da sposa ingiallito dal tempo e arricchito dai merletti aggiunti da mogli di diverse generazioni. Il suo viso aveva qualcosa di familiare. Il sorriso, gli occhi azzurri, la curva delicata del mento. Aveva l’impressione di averli già visti prima ma non poteva esserne certo. Il groviglio di emozioni che si rincorrevano nella sua pancia stava sfumando il confine fra realtà e immaginazione fino ai limiti della riconoscibilità. Un solo fatto sembrava essere certo. Otelma, Nosferatu, Renzo, o chiunque fosse il suo compagno di liceo, teneva in casa una donna in catene – Quello che sto per chiederti potrà sembrarti strano – aggiunse Renzo stringendo nelle sue le mani dell’amico e piegando le sopracciglia in uno sguardo di sconforto – Ma sei l’unico amico che mi rimane. Non ho altri a cui rivolgermi. Ti prego, ho bisogno del tuo aiuto.

Sergio arricciò le sopracciglia e l’amico proseguì – E’ rimasto un solo ostacolo alla nostra felicità. Io e Clelia ne abbiamo parlato fin dai nostri primi incontri ed è stato da subito il collante della nostra storia. Entrambi desideriamo un figlio. Pensare a un futuro senza prole rende la nostra stessa esistenza inutile – Renzo abbassò lo sguardo e fissò in silenzio il marmo bianco fra i piedi di Sergio – Ci abbiamo provato per anni – riprese l’amico stringendo più forte le sue mani – ma niente. E la colpa è tutta mia. Capisci? Decenni di dissolutezza si sono portati via la mia fertilità. I medici sono stati chiari su questo. Se non fosse stato per i miei eccessi, oggi potrei ancora essere padre – dagli occhi iniziarono a scendergli lacrime gonfie di rammarico.

Sergio continuava a chiedersi cosa c’entrasse lui in tutto quello. Poi gli occhi sbarrati di Clelia e l’accelerare dei suoi singhiozzi gli suggerì una risposta che scansò immediatamente dai pensieri. Fin quando gli occhi spenti di Renzo non si illuminarono di nuovo dell’accecante bagliore della follia – Voltati! – gridò a Clelia mentre la testa di lei oscillava ritmicamente in un no rassegnato all’inevitabile – Voltati! – ripeté schiaffeggiandola con il dorso della mano. A quel punto Sergio capì ma il terrore lo immobilizzò. Guardò l’amico slacciare con cura il corsetto che avvolgeva i fianchi di Clelia e metterle a nudo le natiche ossute – Ne abbiamo parlato a lungo – le sussurrava Renzo scansandole i lunghi ricci dalla schiena – e sappiamo entrambi che è l’unica soluzione che ci resta. E inutile che mi resisti – la rimproverò mentre con i piedi le divaricava la gambe – sai bene che, in un modo o nell’altro, questa è la notte in cui la nostra vita finalmente cambierà – Poi si voltò di nuovo verso Sergio e lo implorò – Amico mio, te ne sarò grato per sempre. In nome dei vecchi tempi, aiutami a concepire mio figlio. Oggi l’ovulazione è al massimo della sua curva. Ho bisogno del tuo seme – Sergio sbarrò gli occhi e l’amico lo incalzò –  Cos’è, non ti piace? Bionda con gli occhi blu. Se non ricordo male era il tuo ideale di donna. Per stanotte te la cedo. E’ tutta tua. Puoi farne ciò che vuoi. A me basta che tu la fecondi. Il resto sono solo dettagli. Alla fine cosa ti sto chiedendo? Qualche grammo del tuo sperma per un’amicizia vecchia di decenni.

Tu sei pazzo – balbettò Sergio, con la voce rotta dai tremori – Ma che ti hanno fatto in questi anni? Che fine ha fatto Otelma? Questo non sei tu. Da quando hai bisogno di legare le donne al muro per averle ai tuoi piedi? E poi perché proprio me? Non potevi scegliere qualcun altro? Che ne so il Nero, per esempio. Quello ci veniva di corsa. Non dovevi nemmeno inventarti una scusa. Perché proprio me? – Le domande iniziarono ad accavallarsi ai dubbi e a emozioni contrastanti. Avrebbe voluto continuare. Magari con un discorso convincente. Uno di quelli che nei film dissuadono l’assassino dal compimento del suo crimine. E invece i suoi occhi caddero lungo il fianco sinistro di Renzo. Dove il bagliore di una lama fermò alla base della gola le parole che avrebbe voluto dire.

Scopala – ruggì Renzo con la bava alla bocca e il manico del coltello stretto nel palmo – Scopala o da qui non esci vivo.

La mano destra di Sergio iniziò a tremare e la sua bocca spalancata emise lamenti rapidi e incomprensibili. Fece un passo indietro e per un attimo sperò di nuovo che si trattasse solo di un orribile incubo. Poi alzò gli occhi e vide le pareti del salone avvicinarsi. Le sentì stringersi verso di lui. Non ora, penso. Non ora. Come al Pull Over, la sua claustrofobia stava per prendere di nuovo il sopravvento. Se non avesse fatto qualcosa rapidamente sarebbe svenuto. Cercò intorno a sé e, quasi per caso, intravide con la coda dell’occhio la ciotola di metallo in cui Clelia mangiava. Era appoggiata sul pavimento a un paio di passi dai suoi piedi. Ancora piena – No – disse con fermezza rivolto a Renzo, cercando di nascondere il tremolio con cui la paura aveva ricoperto la sua voce – non puoi costringermi a farlo!

Renzo digrignò i denti e alzò il coltello davanti a sé. Ma non riuscì a muovere il primo passo che Sergio fece appello a tutto il suo coraggio, afferrò la ciotola da terra e gliela scagliò contro. Lo colpì in faccia. Da qualche parte fra lo zigomo e il sopracciglio. Renzo portò le mani al viso, si piegò in avanti e il sangue iniziò a colargli fra le dita. Sergio si guardò attorno. Per un attimo sembrò riflettere sulle sue opzioni. Poi si voltò e se la diede a gambe. Salì i gradini 3 alla volta pregando che non si rompessero, spinse la porta che lo separava dal corridoio e se la chiuse alle spalle – Lo! – il monosillabo della Signora Rondi spedì un altro brivido gelido lungo la sua schiena. Era la conferma di cui aveva bisogno per non avere rimpianti. Aveva appena lasciato una donna indifesa nelle grinfie del suo compagno di liceo psicopatico. Ma ne andava della sua vita. E l’istinto di sopravvivenza era una delle doti principali di un buon cacciatore. Quella che il mammifero umano riscopriva a contatto con le sue prede, nel ventre rigoglioso di Madre Natura.

Sergio scese le scale della palazzina aggrappato al corrimano, saltando i gradini come da adolescente. Al contrario di quello di Dante il suo cammino lo portò dal Paradiso all’Inferno in una manciata di secondi. Dall’immagine di Cacciaguida sul pianerottolo dei Rondi alle tre fiere dipinte sull’architrave che sormontava il portone d’ingresso al piano terra. Ma quando uscì in strada e il temporale lo investì, Sergio riuscì per la prima volta a comprendere la gioia dello scrittore Fiorentino giunto a un passo dalla visione di Dio. Una sola cosa era certa. Doveva correre. E doveva correre veloce.

****

Cosa diavolo vuoi da me città maledetta? – gorgogliò sputacchiando col viso rivolto al cielo, mentre la pioggia gli riempiva la bocca – Cosa ti ho fatto di male?

Un taxi e un altro chilometro di corsa lo riportarono dove tutto era iniziato. Sul marciapiede sconnesso a un isolato da casa. Chiamare la Polizia. Chiamare la Polizia. Quel pensiero e lo sguardo implorante di Clelia continuavano a tormentarlo. Ma che fine avrebbe fatto Otelma? L’avrebbero rinchiuso di nuovo? Non è un mio problema, cercò di convincersi. O forse devo tornare lì per liberare quella poveretta? Ancora sconvolto dal delirio dell’amico, aveva preso a camminare avanti e indietro. All’improvviso si fermò a metà di un passo. Gettò un’occhiata al quadrante dell’orologio. Quasi le 5.00. La notte era ormai agli sgoccioli. E la sua caccia non era nemmeno iniziata. Era fradicio fino al midollo e la brezza mattutina gli gelava le ossa. Fra un paio d’ore Genzani l’avrebbe richiamato per sondare di nuovo il terreno. Sicuramente avrebbe voluto i dettagli della notte appena trascorsa. E lui non avrebbe saputo cosa inventare. Otelma. La Polizia. Genzani. Troppe informazioni da elaborare. Troppe decisioni da prendere. Ciò di cui aveva bisogno di una doccia calda. Ci avrebbe pensato dopo. Aprì il cancello e imboccò il vialetto tremando come una foglia. I denti battevano rumorosamente.

Lo vede che avevo ragione! – esclamò una voce dall’alto. La Signora Luciana, da sotto un’acconciatura arruffata dal cuscino, fumava la sua prima sigaretta appoggiata al davanzale – mio marito sì che ne sapeva una più del diavolo. Guardi come trema.

Sergio fece finta di non sentirla e salì le scale in silenzio. Entrò in casa, si tolse i vestiti bagnati e, mentre si asciugava, sentì l’impellente bisogno del corpo di sua moglie. Immaginò i polpastrelli che le sfioravano i capezzoli e l’idea delle sue tette sode gli provocò un’erezione. Completamente nudo, attraversò il corridoio e aprì la porta della stanza in cui dormiva Francesca. Con la coda dell’occhio incontrò nello specchio l’ombra del suo profilo inflaccidita dalla pigrizia e dall’arte. Si sollevò la pancia e la lasciò ricadere. Sospirò deluso e il desiderio svanì. Si infilò il pigiama e si coricò. Mentre si tirava la coperta sulle spalle, Francesca si rotolò verso di lui e, non appena lo sfiorò, si ritrasse – Sei ghiacciato come un morto – mormorò nel dormiveglia – Com’è andata? Hai trovato questa maledetta storia?

Nulla. Anche oggi un buco nell’acqua – gli rispose a mezza bocca – Il mondo ormai è vuoto.

***

Ti avevo detto di non esagerare – lo rimproverò Clelia – E ora toglimi queste manette!

Come? Di già? Pensavo che la situazione ti eccitasse – ribatté Renzo ammiccando ritmicamente con le sopracciglia.

Falla finita, idiota. Toglimi le manette e chiama immediatamente Carlo. Scommettiamo che con le tue manie di grandezza hai sputtanato tutto?

Ma che ne sapevo che quel cacasotto non ti avrebbe riconosciuto nemmeno a due palmi dal naso. L’hai visto no? Ti ha guardato dritto in faccia, ha spalancato gli occhi e poi niente. Il vuoto – si lamentò Renzo liberandole i polsi.

Ci credo. Con quel coltello l’hai terrorizzato a morte. E poi, dai, sono passati quasi vent’anni. Rispetto a Veronica, la biondina paffutella della terza fila, sono veramente un’altra persona.

Lo smartphone iniziò a cantare il Nessun Dorma e il nome di Carlo lampeggiò sullo schermo. Renzo lo mostrò a Clelia – Troppo tardi per chiamarlo. Ha fatto prima lui – commentò. Con il polpastrello fece scivolare il tasto verde e rispose.

Sei la solita testa di cazzo – Carlo gridava così forte che anche senza il vivavoce il suo grugnito rimbombò nell’open space vuoto di casa Rondi – Peggio che a scuola. Non ce la fai proprio a controllare il deficiente che è in te, eh?

Perché che è successo? – provò a balbettare Renzo.

Ti ricordi con chi stai parlando, vero? – continuò Carlo – Riuscirai anche a prendere per il culo quel pollo di Cacio, ma io queste stronzate ho iniziato a metterle su che tu puzzavi ancora di latte. Quindi fammi il piacere di stare zitto e ascoltare.

Come l’hai saputo? – chiese Renzo timidamente.

Non è che ci voglia un genio. Ho chiamato Luciana, la vicina che avevo messo in mezzo. Le avevo promesso di comprarle un paio di quadri e quella si era messa a disposizione. A quel punto le avevo chiesto di svegliarsi presto per tenere d’occhio l’ingresso. Beh, lo ha fatto. Capito come funziona? Io chiedo e lei fa! – sperò che il silenzio che seguì servisse a far riflettere Renzo – Mi ha detto che l’ha visto rientrare con la testa china e fradicio come pulcino. Non proprio il comportamento entusiasta e felice di chi ha appena trovato la storia della sua vita. Non credi? – Carlo abbassò la voce e i suoi toni baritonali sottolinearono la gravità della faccenda. Renzo attivò il vivavoce – Dopo averlo incontrato, Giorgio, il tuo amico vigile mezzo rincoglionito, in un momento di lucidità mi aveva mandato un SMS in cui diceva “Un altro cavaliere dai guanti bianchi è stato ordinato. Ora la notte è un po’ più sicura”. C’è arrivato perfino un ritardato ricoverato in una casa di cura, mi sono detto. Quel cretino di Renzo stavolta ce la farà. E invece niente. Non fare di testa tua, mi ero raccomandato. Ma tu sei Otelma, il mago dei miei coglioni. Nosferatu, lo spirito della notte. Nel cervello ce l’hai la notte! Un buio profondo che nemmeno il tecnico luci dei Pink Floyd riuscirebbe a illuminare. Poi ho sentito il Demotivatore ed era entusiasta.

Nemmeno il Nero ha riconosciuto? – Lo interruppe Veronica che aveva ormai dismesso i panni di Clelia.

Ai tempi del liceo, quando si impegnava, nemmeno la madre lo riconosceva. Per lui fregare Cacio è stato come bere un bicchiere d’acqua – riprese Carlo – il suo Demotivatore doveva funzionare da trampolino. Era il fuoco appiccato alla miccia. E fin lì il mio piano aveva funzionato alla perfezione. Poi veniva Renzo. Il figlio squilibrato con la madre pazza e la donna prigioniera. Un personaggio perfetto. Una vera bomba, che doveva esplodergli in faccia nel momento in cui gli avreste rivelato che era tutta una messa in scena. Una presa per il culo. Come ogni rappresentazione. Lo shock l’avrebbe scosso dal torpore in cui si barcamena da anni e io, finalmente, avrei avuto la mia storia. Perché vi ricordate che razza di miniera sia la testa di Cacio quando funziona, non è vero? In confronto i vostri neuroni sono cibo per gatti. Come al solito, invece, Renzo si è dimostrato un pezzo, sì, non forte, però, ma di merda. Altolocata, per carità. Pariolina. Un bel pezzo di merda aristocratica – la pausa che seguì precipitò il salone di nuovo nel silenzio. All’esterno il camion dell’AMA stantuffava di secchione in secchione – Otelma! – lo chiamò in causa Carlo – Sappi che ti ritengo personalmente responsabile di questo casino. Ora sei in debito con me. Mi devi una storia. E me la devi per la fine della settimana – un click e un tono acuto misero fine alla conversazione.

Renzo si lasciò andare sul pavimento e le spalle gli caddero seguite da un sospiro.

Veronica raccolse le sue cose e fece per andarsene. Poi ci ripensò. Si accovacciò e con le labbra gli sfiorò l’orecchio – Ora sì che sono cazzi tuoi – sussurrò.

Quando l’ultimo gradino di legno scricchiolò lievemente sotto il suo peso inesistente, Veronica tirò a sé la porta in cima alle scale e un lamento conosciuto riempì l’open space del piano inferiore – Lo! E’ uscita la Luna. Che hai fatto Lo? Che hai combinato, figlio mio? Le Stelle non escono più! Cattivi presagi. Orribili!

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Episodio 1

Episodio 2

Nei narrabit precedenti …  Diretto al Pull Over, Sergio incontra Giorgio. Il paziente psichiatrico in libera uscita gli insegna a dirigere il traffico sulle note del K 550 di Mozart. Sergio ha fretta, le storie lo aspettano. Ma Giorgio insiste. Lo fa inginocchiare e in una cerimonia solenne gli regala i guanti bianchi che la famiglia si tramanda da generazioni.

Arrivato finalmente al locale, Giorgio si imbatte in un demotivatore. Un uomo distrugge la motivazione e il desiderio delle persone. Che fa in modo che vedano come un’ordalia il cammino che li conduce verso la realizzazione dei loro sogni.

Ed è proprio dell’innesco che io li derubo. Gli strappo via l’entusiasmo, la motivazione e il desiderio. Finché della scintilla non rimane che un tenue bagliore nel buio – fece un’altra pausa d’effetto, si strinse il windsor intorno al collo e si assestò la giacca nera afferrando il bavero – A quel punto abbandono il terreno. Arato. Fertilizzato. Concimato. E pronto per accogliere la merce che chi mi paga ha da vendere. Gli consegno un uomo spento, anestetizzato dalla nebbia dell’apatia, che si accontenta dei loro inneschi sintetici. Del fremito effimero di una vittoria – e indicò il tipo calvo che ingessava il gommino della stecca guardando in cagnesco il suo avversario e prefigurando la prossima mossa – dell’euforia di una pasticca, del brivido a cristali liquidi della pay TV o dell’esaltazione di un acquisto. Ed è così che il nostro Hamed e quelli come lui fanno i loro affari – il barista sentì il suo nome, si voltò e gli sorrise – Mi creda è l’apatia la vera chiave della prosperità.

Sergio approfittò di quella che sembrava una chiosa per lanciare un’occhiata all’orologio. Era maledettamente tardi e la sua battuta di caccia era ancor a carissimo amico. Il demotivatore aveva messo mano al terzo bicchiere di whiskey e non sembrava avesse intenzione di andarsene. Se voleva sperare si riuscire a cavare un ragno dal buco nelle poche ore che gli rimanevano prima dell’alba, toccava a lui mettere fine alla serata al Pull Over.

*********

021_l'umo nella tazzaAria. Finalmente le sue narici erano libere dal solletico continuo del fumo passivo. Un intenso senso di leggerezza gli dava l’impressione di aver lasciato oltre la soglia una pesante armatura. Era sicuro di essersi fatto coinvolgere troppo. Di aver violato la prima delle sacre regole dell’osservazione partecipante. Diventare parte del panorama, la chiamava così. E invece aveva finito per trasformarsi nel parafulmine di un lunatico – Il demotivatore – sussurrò a sé stesso – certo che ce n’è di gente fuori di testa a questo mondo!

Quando le prime gocce della pioggerella autunnale iniziarono a picchiettare sull’asfalto, Sergio era già tornato sul pensiero guida di quell’ennesima notte in giro per la città. La caccia. Ecco bravo, e visto che ci sei portati l’arma giusta. Perché se torni a mani vuote, stavolta, puoi contarci, ti lascio a digiuno. Non so se mi spiego. Le parole di Carlo gli ronzavano nelle orecchie in continuazione. L’arma giusta era sicuro di averla. Acume, creatività, capacità di percepire i segnali deboli. Gli strumenti del mestiere li portava sempre con sé. Era la preda che continuava ad eluderlo.

Uscendo di casa non aveva preso l’ombrello. Alzò gli occhi al cielo e scosse la testa. Non sarebbe stato uno scroscio passeggero. Le nuvole dense avevano cancellato le stelle, trasformando il nero della notte in un grigio lattiginoso. Si strinse nelle spalle e si avviò in discesa verso la piazza centrale del quartiere.

Sergio! – una voce squillante emerse a sorpresa dalla fila di macchine sul marciapiede opposto – Sergio Caciocavallo! – e una risata sguaiata la seguì. Una risata difficile da dimenticare, che ai tempi del liceo aveva riempito spesso le annoiate sere di fine estate – Otelma! – gli rispose Sergio – che ci fai così lontano dalla Reggia? – In realtà non si chiamava Otelma ma Renzo Rondi. Il soprannome lo doveva alla professione della madre. Una cartomante scadente che si diceva avesse accumulato una fortuna predicendo il futuro alle signore dell’alta borghesia dei Parioli. Una ciarlatana che aveva sposato un notaio vent’anni più vecchio di lei e tre volte più ricco. Motivo per il quale in classe tutti si chiedevano cosa ci facesse un rampollo del quartiere più snob di Roma in una scuola di periferia. Con il tempo le risposte che si erano avvicendate avevano coperto l’intero spettro di quelle possibili. Si era andati dal padre e dalla sua ossessione per la gavetta all’alcolismo della madre. Dall’insicurezza di Renzo, più a suo agio con gli inferiori della borgata, alla pessima reputazione della Signora Rondi, che si sperava non avesse ancora raggiunto la Garbatella. Quale fra queste fosse quella più rispondente alla realtà venne fuori solo durante l’ultimo anno. Sulle prime, però, tutte sembravano giustificare la scelta di allontanare l’adolescente bello e irrequieto dai Parioli. Una zona della città in cui spesso noia, futuro certo e mancanza di autostima si mischiavano in un cocktail velenoso aspirato con avidità fra i fumi di un bong. Fatto sta che Renzo andava a scuola accompagnato dal maggiordomo e, una volta presa la patente, con la sua Porche Carrera bianca. Qualcosa che, insieme ai suoi occhi blu e al suo metro e ottanta, l’aveva messo fin da subito al centro dei desideri delle ragazze e dell’invidia dei ragazzi. Schivo e solitario, aveva attraversato indenne gli anni più difficili della scuola. Circondandosi di pochi amici fidati, fra cui Sergio, e spezzando cuori in maniera seriale. Afferrando emozioni e sentimenti e consumandoli con l’avidità di chi vuole tutto e subito perché già sa che non può durare – Ognuna di loro ha un pezzo della mia donna ideale – era la frase preferita per giustificare il suo rapporto con l’universo femminile – Fino a quando non troverò quella che le riassume tutte, non riuscirò a fermarmi – Una riflessione apparentemente matura e profonda che i compagni di classe accoglievano con due dita appoggiate sulla lingua e la simulazione di un conato.

Fino all’anno del diploma Sergio lo aveva sempre invidiato. Poi il viavai di ragazze si era trasformato in una vera e propria ossessione, alimentata dall’avvenenza di Renzo e dalle risorse illimitate della famiglia. Uno stile di vita che lo aveva spinto un passo alla volta verso donne sempre più adulte ed esperienze sempre più estreme. Lontano dalla scuola e con i ritmi completamente invertiti, poco prima della sua scomparsa, infatti, Otelma si era guadagnato un nuovo soprannome. Avevano iniziato a chiamarlo Nosferatu. Bianco, emaciato e con lo sguardo sempre più assente. Una creatura della notte.

Poi un giorno la notizia fece in pochi secondi il giro del liceo. Rimbalzata e gonfiata dal telefono senza fili, annunciava la morte di Renzo fra le braccia di una prostituta svedese. Un infarto. Overdose di cocaina, la droga preferita dal ricco rampollo. Chiunque avesse un paio di labbra e fiato da sprecare inventò la sua versione, modificando e arricchendo quella precedente. Un turbinio di storie, fra le quali comparve anche lo sfinimento da amplessi ripetuti. Ovvero, per adolescenti con gli ormoni in fiamme, una morte da standing ovation. La verità, però, era molto diversa dalle leggende. Si insinuò nei giorni successivi fra i rimasugli del gossip e furono in pochi ad accettarla come tale. Meglio credere al mito di una morte gloriosa che confrontarsi con lo squallore della realtà. Si seppe, infatti, che un luminare americano, amico di famiglia di lungo corso, aveva diagnosticato a Renzo l’ipersessualità. Una patologia da trattare come tutte le altre dipendenze e che necessitava dell’immediato trasferimento del ragazzo in una piccola cittadina vicino Boston. Un luogo isolato e privo di tentazioni dove seguire le varie tappe della terapia. Dopo di che nessuno aveva avuto più notizie di lui. Gli amici stretti si erano convinti che Nosferatu fosse ormai guarito e che avesse sposato una ricca ereditiera a stelle e strisce. Ne parlavano ogni tanto in chat durante le rare occasioni in cui si sentivano. Ognuno ormai per la propria strada. Chi all’Università chi già nelle grinfie di una professione.

Otelma – ripeté Sergio stuzzicandolo – Ma non eri negli States? Ti facevamo tutti sposato e con un paio di marmocchi.

Entra che ti stai inzuppando – lo invitò Renzo aprendogli la portiera della macchina. La solita Porche Carrera Bianca. L’accento era fortissimo. L’italiano odioso della borghesia senza inflessione si era ormai piegato completamente al ritmo sincopato e alle vocali corte dell’americano colto. Renzo doveva essere tornato da poco in Italia.

Certo che le porcherie americane fanno miracoli – lo incalzò Sergio – sei uguale a vent’anni fa. E l’accento, poi! Ormai ti sarai dimenticato completamente il dialetto della borgata. Ti veniva male allora, figuriamoci oggi.

Beh sì c’ho messo un po’, ma alla fine sono riuscito a cancellare le tracce delle mie origini. Era l’unico modo per mimetizzarmi. Per distogliere l’attenzione della gente, già abbastanza attratta dai miei problemi – gli rispose abbassando lo sguardo sul volante – In un paesino di 2000 anime dopo un po’ tutti sanno tutto di tutti. E mi bastavano le espressioni di chi mi vedeva uscire dalla terapia di gruppo e dallo studio dello strizzacervelli, senza bisogno che qualcuno aggiungesse altri commenti. Poi ogni tanto, quando pensavano che non sentissi, qualcosa origliavo. Roba come Italians do it better, accompagnato dalle oscillazioni del bacino. I primi mesi sono stati uno schifo. Poi, man mano che il mio accento spariva, anche i commenti si facevano più rari. Alla fine ero un di loro.

Capisco – aggiunse Sergio, sospirando e partecipando con empatia ai ricordi tristi dell’amico.

E invece no, non capisci un cazzo! – esclamò Renzo, esplodendo in una risata incontrollabile. Sguaiata come solo la sua sapeva essere – Sei il solito pollo credulone – lo schernì nell’italiano senza colore di chi ha studiato dizione – l’America, Boston, la dipendenza dal sesso. Ma davvero avete creduto a tutte quelle cazzate? Certo che il Notaio e la Vecchia Pazza si sono impegnati per salvare il buon nome della famiglia.

Ma vaffanculo – lo interruppe Sergio – sei il solito stronzo, viziato, figlio di papà – aprì lo sportello e fece per uscire. Renzo gli afferrò il braccio.

Dai, cazzo. Dopo giorni di ricerche finalmente ti ho trovato. Sono anni che non ci vediamo. E ora che fai, ti offendi? – Sergio si risedette lasciandosi andare sullo schienale – Non ho mentito su tutto. E’ stato comunque un periodo di merda. Mio padre è morto qualche anno più tardi. Di disperazione, penso. Aveva sposato una truffatrice eccitante e disinibita, e dopo un po’ si era ritrovato con una folle incontrollabile. Che gli portava a casa clienti a tutte le ore, ai quali raccontava balle di ogni genere. C’è stato un periodo in cui i soldi che entravano erano appena sufficienti a pagare gli indennizzi ai clienti che ci facevano causa. E come se non bastasse, oltre a una moglie pazza, al Notaio era toccato un figlio degenere. Proprio a lui, uomo tutto di un pezzo. Ultimo di una stirpe centenaria di sorveglianti dei contratti. Il suo cuore ha ceduto e quel giorno è crollato tutto.

Stavolta non mentiva. E’ vero, da qualche parte nella mente di Sergio aleggiava ancora il dubbio. Ma questa seconda sarebbe stata un’interpretazione da Leone d’Oro. E per come conosceva Renzo, sapeva che era sì arrogante, viziato a sufficienza e bravo a dissimulare, ma non era di certo un attore. Ci aveva provato anni prima, facendo leva sulla sua faccia d’angelo e sui contatti di famiglia, ma gli mancava la stoffa. Al primo provino lo avevano scartato brutalmente, cercando di dissuaderlo dal riprovare. E come di consueto con tutto ciò che non gli assicurava una vittoria facile e immediata, aveva deciso che recitare era una cazzata da poveracci che aspirano alla fama. Roba da plebei di borgata.

Siamo rimasti io e mia madre – Renzo riprese guardando dritto davanti a sé e fissando il vuoto oltre i rivoli d’acqua che scendevano sul parabrezza.

E lei come sta? – gli chiese Sergio, tanto per dire qualcosa.

Vedrai – gli rispose Otelma, girando la chiave nel quadro e facendo ruggire i 520 cavalli nel cofano.

Sergio provò a obiettare ma sapeva che sarebbe stato inutile. Quando Otelma si era trasformato in Nosferatu, le sue decisioni si erano fatte sempre più categoriche. Una volta prese, non c’era più modo di farlo recedere. Sergio guardò fuori e vide l’insegna del Pull Over allontanarsi rapidamente e sparire dietro la pioggia. La sua battuta di caccia era di nuovo in pericolo. Era evidente che quella notte la città si era schierata contro di lui. Uno dopo l’altro, aveva messo sul suo cammino ostacoli sempre più alti. Che fosse un test? Che Roma stesse cercando di metterlo alla prova per decidere se fosse realmente all’altezza? Magari dietro al prossimo angolo c’era qualcosa di grande in serbo per lui. D’altra parte il suo legame speciale con la Città Eterna era qualcosa di assodato. Confermato dai mille segnali deboli ma evidenti che lui sapeva interpretare alla perfezione. Qualcosa che solo l’animo sciatto e insensibile di sua moglie Francesca poteva mettere in dubbio.

Le gomme slittarono sull’asfalto umido e l’urlo acuto della frenata echeggiò lungo Viale Bruno Buozzi. In giro non c’era un’anima. Sergio guardò l’orologio. L’1:33. Avevano attraversato la città in meno di 11 minuti, violando ogni articolo del codice della strada e rischiando il testacoda almeno un paio di volte.

Battuto! – Esclamò Renzo, facendogli l’occhiolino – 10.57.03. Non c’eravamo mai riusciti! – Il record precedente era dei tempi della scuola. Una sera d’estate, poco prima della Maturità, si erano trascinati una volante fin sotto il palazzo. Poi il Notaio era sceso in strada e aveva sistemato le cose con una telefonata. Gli agenti si erano ritirati con il labbro arricciato di sdegno e lui aveva preso suo figlio per un orecchio, trascinandolo fin oltre il portone. Mentre Sergio si allontanava per cercare un autobus che lo riportasse a casa, un grido nitido e scandito aveva preceduto di poco lo schiocco della serratura della Reggia. Recooooord! Non l’aveva sentito, ma aveva immaginato che un ceffone l’avesse seguito un istante dopo. D’altra parte il Notaio era un padre di altri tempi e considerava le idee sessantottine sull’educazione dei figli pericolose idiozie. Era con il bastone e la carota che si ottenevano rispetto e buone maniere. La mattina dopo Renzo entrò alla seconda ora e Sergio si rese conto che il prezzo pagato per non finire dentro era stato ben più alto. Otelma non riusciva a stare seduto senza gemere e le scomode sedie di legno della Quinta A non gli davano pace. La cinta del Notaio gli aveva fatto rimpiangere di aver scelto il percorso verso casa per quella bravata. In fin dei conti una notte in cella sarebbe stata meno dolorosa.

Benvenuto nella Reggia – Renzo lo accolse nell’atrio del palazzo di famiglia con un inchino ironico. Reggia era il nome che gli amici avevano dato alla sua casa il giorno della prima festa organizzata dopo il suo trasferimento al Liceo Scientifico Borromini. In effetti, messa a confronto con gli angusti appartamenti di periferia in cui vivevano loro, era difficile definirla altrimenti. Un’esagerazione, forse. Ma che rendeva bene l’idea. Sergio si guardò attorno. Era rimasto tutto più o meno com’era. La scala a chiocciola in marmo e ferro si avvitava verso i piani alti, avvolgendo nelle sue spire il tubo di vetro in cui saliva e scendeva l’ascensore. Le volte a botte dei pianerottoli, affrescate con immagini della Divina Commedia, davano alla costruzione un’aura di sacralità. Più in alto si andava, più l’ospite veniva accompagnato verso l’esaltazione dello spirito e la contemplazione del Creatore. I Rondi, ovviamente, occupavano l’attico. Ad un passo dall’Empireo. La loro porta si apriva proprio sotto la figura di Cacciaguida, l’antenato di Dante che nel XVII canto del Paradiso prediceva l’esilio dello scrittore e la sua missione di narratore della volontà di Dio. Nei primi anni ’80, quando i genitori di Renzo parlavano del figlio, usavano quella come una metafora di ciò che il futuro aveva in serbo per lui. Sarebbe stato sicuramente un creativo, un inventore o magari un grande statista. Con genio e intuizione avrebbe tradotto il sapere in opere dell’uomo, utili alla società. Nel decennio successivo si erano accorti che, in realtà, Renzo di intuizione non ne aveva proprio. E che era, invece, una specie di albergo a 5 stelle abitato solo dal compagno romantico del genio, la sregolatezza. E quest’ultima aveva definitivamente sfrattato il suo coinquilino. Nella piatta banalità di Renzo non c’era nulla di geniale. Molto di impulsivo, forse, ma niente che lo allontanasse dallo stereotipo del rampollo senza rimorsi di una famiglia bene. A quel punto era stato il numero del canto dantesco a prendere il sopravvento nell’interpretazione profetica che soprattutto la madre dava a quel dipinto. Il 17. La sventura secondo i superstiziosi. Ma anche quella diciassettesima carta dei tarocchi, Le Stelle, che, quando si trattava di Renzo, usciva sempre rovesciata, ribadendo l’avversità degli eventi. Spesso accanto al Diavolo, simbolo della sessualità estrema, o alla Morte.

Lo! – esclamò dal salone la cantilena di una voce anziana. Era il nomignolo che la Signora Rondi aveva dato fin da piccolo a Renzo. Avrebbe voluto chiamarlo Lorenzo, come il Signore della Firenze medicea, ma il marito si era opposto. Renzo era suo padre, e Renzo doveva essere. Lei aveva chinato il capo, accettato l’imposizione e inventato quella sillaba nel momento stesso in cui l’ostetrica le aveva consegnato per la prima volta suo figlio. 3 chili urlanti che da quel giorno non avrebbe mai chiamato con il loro nome di battesimo. Lo promise a se stessa e mantenne il punto anche sul letto di morte del Notaio. L’avevano sentita tutti mentre si avvicinava all’orecchio del marito che spirava – Chissà se dove vai incontrerai Cacciaguida o Attila – gli aveva detto, soprattutto a beneficio dei presenti – Le tue sorelle vestali giurerebbero il primo. Le mie carte e Lo propendono per il secondo. Ti ci vedo con gli altri violenti verso i parenti a chiacchierare del più e del meno immersi fino al collo nel sangue bollente del Flegetonte – In pochi avevano colto la citazione colta. Tutti, però, avevano notato come la Signora Rondi non avesse rinunciato nemmeno in quella situazione al nomignolo dato a Renzo, e che il Notaio non sopportava.

Lo! Stavolta è uscita la Morte. Ma è uscita dritta. Forse abbiamo una speranza – biascicò cantilenando la voce che proveniva dal salotto – Le Stelle però non cambiano. Escono sempre rovesciate.

Hai capito che intendo? – disse Renzo rivolgendosi a Sergio mentre lo accompagnava lungo la galleria di ritratti degli avi, appesi alle pareti del corridoio. Sergio rimase in silenzio. Non capiva perché avesse deciso di seguire l’amico. E il profondo disagio che avvertiva in quel momento gli fece rimpiangere la sua solita accondiscendenza. Poi, quando la penombra lasciò spazio alla luce accecante del soggiorno, si rese conto che la situazione era anche peggio di come l’avesse immaginata ascoltando gli accenni di Renzo. Una donna incurvata dall’età su sé stessa riempiva a malapena il cuscino della poltrona più piccola della stanza. I capelli radi, e ormai completamente bianchi, lasciavano in vista la cute squamata che dalla nuca scendeva lungo il collo. La sua fronte sfiorava il cuscino di quello che in passato doveva essere stato un poggiapiedi, e che era ormai diventato il ripiano per i tarocchi. Fra strani grugniti la donna rovesciava le carte e le esplorava con il polpastrello dell’indice. Osservandola, Sergio notò quasi subito i piccoli punti in rilievo del Braille. Era cieca. O quasi.

Sì – lo rassicurò Renzo, immaginando la domanda – ed è anche mezza sorda. Ormai devo gridare perché mi senta. Capisci ora cosa intendevo?

No, Sergio non capiva. Renzo non era di certo né il primo né l’ultimo a doversi prendere cura di un genitore malato. Troppo facile attribuire a lei tutte le colpe per una vita trascinata di giorno in giorno come un peso. D’altra parte cosa aveva fatto Renzo per farle prendere un’altra direzione? Oltre a gridare recoooord sulla sua Carrera e a infilarsi fra le gambe di ogni femmina che gliela offriva su un piatto d’argento?

E’ stata la mia dannazione questa vecchia pazza immortale – aggiunse Otelma, quasi a conferma dell’idea che si era fatto Sergio – Ma lo sai che da quando ho memoria non si è mai ammalata? Ed è convinta che tutto dipenda dalla magia delle sue carte. Ne volta 4 nei giorni pari e 5 nei dispari e segue passo passo quello che le indicano. Finora non hanno mai sbagliato. E sai questo che significa? – fece una pausa interrogando lo sguardo vuoto dell’amico – Significa che non riuscirò mai a liberarmene. Significa che ormai sono oltre i 40 e la mia vita è bloccata.

Otelma, tranquillizzati. Sono tutte superstizioni. Coincidenze nel caso di tua madre. E’ solo una donna malata con un cuore di ferro. E poi non capisco perché ti accanisci tanto.

Non fece in tempo a finire la frase che un urlo che sembrava strappato ad un inquisito del Sant’Uffizio gli spedì un brivido gelido lungo la schiena – Le Pendu! Le Pendu! – gridava a squarciagola ciò che rimaneva della Signora Rondi, agitando la carta dell’Appeso al di sopra della testa – Lo! Chiama Bottai e digli che ora so cosa lo attende. E’ uscito l’Appeso. Ed è uscito rovescio – ripresosi a fatica dallo spavento, Sergio interrogò con lo sguardo il suo amico. Il cuore gli batteva ancora all’impazzata.

Va bene mamma. Ma basta urlare! – gridò Renzo prendendo a calci la colonna portante del soggiorno e otturandosi le orecchie con i palmi – Più chiaro ora? – chiese in maniera retorica a Sergio che aveva fatto un passo indietro con gli occhi sbarrati. Indeciso su cosa lo terrorizzasse di più. Se gli accessi d’ira incontrollabile della madre o la risposta isterica del figlio – Ti dirò di più – ripartì Renzo – Superstizioni dici? Ora ti faccio vedere una cosa alla quale stenterai a credere. Poi dimmi ancora che sono superstizioni – Aprì la credenza sopra al cassettone e, fra i piatti del servizio di Limoges, estrasse una bustina di carta. Rat poison, lesse Sergio perplesso. Veleno per topi. Renzo sparì nel corridoio e infilò la porta della cucina. Riemerse alla luce del salone con un bicchiere di cristallo in cui con un cucchiaino agitava due dita d’acqua. Granelli bianchi roteavano nel fluido trasparente – Mamma – strillò Renzo – è ora della medicina! – Sergio inorridì. Fece un passo per fermare l’amico ma Renzo lo fulminò con lo sguardo. Impietrito, con le suole incollate ai listoni del parquet, Sergio non poté che osservare. Per un istante avrebbe giurato di sognarsi protagonista di una sequenza firmata dal genio di Hitchcock. Si pizzicò una gamba ma la scena non mutava. Era sveglio, non c’era dubbio. E stava per assistere a un omicidio. Anzi, stava per diventarne complice passivo. Renzo si avvicinò alla poltrona e fece il gesto di appoggiare il bicchiere sul poggiapiedi. La mano della vecchia ricurva iniziò a vibrare a mezz’aria sul mazzo dei tarocchi. I suoi mugugni si fecero lamento. Poi le dita afferrarono la carta e la voltarono, e il lamento esplose di nuovo in un urlo lancinante – La Morte! La Morte! Lo! Ci prova ancora. Lo spirito di quel maledetto continua a spedirmi i suoi strali dal Flegetonte. Via! Portalo via!

Renzo si voltò verso Sergio e inarcò il sopracciglio – Superstizioni, eh? Ho provato con tutto. Le ho messo l’arsenico nella flebo, la polvere d’amianto in un cuscino, il cianuro nella minestra, ma niente. Ogni volta gira la carta con lo scheletro e la falce e urla contro il Notaio – nemmeno dopo morto Renzo era mai riuscito a chiamarlo mio padre – sarei un uomo finito se non ci fosse Clelia.

Sergio ci mise un po’ per convincersi della realtà della scena a cui aveva appena assistito. Ma soprattutto stentava a credere che Otelma avesse provato più volte ad avvelenare la madre. Sapeva che il suo vecchio amico era uno sempre sopra alle righe. Un viziatello arrogante che prendeva senza chiedere e otteneva con un sorriso ciò che ad altri costava impegno e fatica. Ma un assassino, no, non se lo sarebbe mai aspettato. Il tempo che impiegò a prenderne atto fece scivolare quel nome fra le nebbie del disagio. Lo stesso che gli fece avvertire di nuovo quel senso di oppressione che lo aveva spinto fuori dal Pull Over. Fu la stretta di Renzo che gli trattenne l’avambraccio a farlo riemergere. Clelia. Strano che non fosse accompagnato da altro. Di solito, nella vita di Otelma, ma soprattutto in quella di Nosferatu, i nomi di donna andavano di tre in tre.

L’ho trovata – gli disse Renzo sorridendo con gli occhi spalancati e annuendo la sua felicità – Finalmente l’ho trovata. E’ la donna perfetta. Vuoi conoscerla?

Il candore e la devozione che Sergio lesse in quelle parole lo misero di nuovo a suo agio. L’orrore di una scena degna di Psyco lasciò il posto alla meraviglia e alla partecipazione alla felicità dell’amico. Almeno un risultato Renzo l’aveva ottenuto. Tenendo fede ai proclami dell’adolescenza, aveva placato la sua sete fra le braccia della donna giusta. Alla fine il vecchio Otelma, più che Norman Bates, sembrava l’Edward Lewis di Pretty Woman. Sul tetto della limousine mentre brandisce l’ombrello come fosse una spada, gridando ai 4 venti che sì, le donerà la favola che lei ha sempre sognato. Da non crederci. Sul volto del donnaiolo incallito era comparso il sorriso ebete dell’adolescente innamorato. Quello che proprio nell’adolescenza il senso di incompletezza e di insoddisfazione gli aveva precluso. Clelia. Non poteva non conoscere la donna che aveva operato quella mutazione.

Percorsero di nuovo il corridoio degli avi. Stavolta al contrario. Sergio alzò lo sguardo ed ebbe l’impressione che la storia si arrotolasse su sé stessa. Dal Notaio a ritroso fino a Rodolfo Rondi y Gonzales, Governatore di Cordoba, Argentina, 1680. Un viaggio indietro nel tempo che sperava lo portasse il più possibile lontano dall’incubo della cartomante ululante. Un desiderio immediatamente frustrato dai mugugni lontani che, aumentando di tono e ritmo, anticipavano una rivelazione – Lo! – chiamò dal salone la Signora Rondi – Chiama la Contessa Rivoli. E’ uscito l’Amore, e accanto c’è l’Asso di Denari. Deve investire ora. Ora!

Episodio 1

Nei narrabit precedenti …  Sergio è nei guai. Non ha ancora una storia e il suo produttore preme per il soggetto del suo prossimo cortometraggio.

La strada è il suo terreno di caccia. La notte, la sua compagna preferita. E appena il sole scende dietro l’orizzonte decide di uscire per l’ennesima battuta. Ma prima la moglie, poi la vicina, sembrano voler intralciare ogni suo sforzo “di imbrigliare le vibrazioni minori per trasformarle in storie. Di dipingere emozioni”.

Le 22.30. Forse era ancora in tempo per entrare nel locale e mimetizzarsi fra gli abituali e l’arredamento. Ma doveva affrettarsi. Si chiuse il portone alle spalle e fu come se gli avessero tolto dalla schiena uno zaino carico di mattoni. Finalmente era libero. Quella vecchia sorda e cialtrona aveva provato in tutti i modi a trattenerlo. Dopo aver fissato le spille da balia sui calzoni, era ricorsa agli album di matrimonio e luna di miele. Ma a quel punto aveva considerato soddisfatta la regola del buon vicinato e si era rivestito, puntando senza commenti la porta che dava sul pianerottolo. Ormai due ore la aveva perse. Ma aveva tutta la notte davanti a sé. La caccia poteva ricominciare.

Arrivederci Signor Cacio – si sentì salutare dal balcone del primo piano – per venerdì prossimo i calzoni sono pronti. La aspetto! – Caccio, Caccio. Non Cacio – borbottò Sergio prendendo a destra ad ampie falcate. 

**********

019_con luciana4 isolati di marciapiede erano tutto ciò che gli rimaneva prima di arrivare alla traversa del Pull Over. Una specie di formicaio brulicante di storie. Il luogo ideale per uno come lui. Uno che si nutriva di emozioni. Che sentiva sulla pelle gli umori dei personaggi che affollano l’esistenza. Che avvertiva nello stomaco le miserie dell’animo umano. Pull Over. Si era chiesto a lungo come mai il nuovo gestore avesse scelto quel nome. Aveva fatto anche a lui la stessa domanda. Ma Hamed Haddaddi gli aveva risposto con un’alzata di spalle e tre parole in un italiano stentato – Amico detto me – Poi qualcuno gli aveva spiegato che il verbo in inglese significava fermare la macchina sul bordo della strada. E forse era stato pensato come un invito ai possibili clienti. Ma Sergio era un artista e, nel dubbio, la sua lettura era stata diversa. Per lui il pullover era il maglione della finzione calato sulla realtà. Sugli episodi complessi e indigeribili della vita. D’altra parte era quello il servizio principale che il locale offriva ai suoi avventori. Vieni e annega la tua vita nel languido torpore dell’oblio. Avrebbe voluto scriverlo lui il payoff da mettere sull’insegna sotto al marchio. Ma Hamed aveva risposto con la sua solita schiettezza – No, no. Parole staccate. Meglio così. Sennò clienti tristi – Era chiaro che il baratro culturale fra di loro non fosse colmabile in qualche settimana di frequentazione. Sergio lo sapeva bene e aveva quindi optato per una ritorsione leggera. Aveva smesso di parlargli solo per alcuni  giorni. Dopo di che aveva iniziato a sbagliare apposta il suo nome.

Quando voltò l’angolo dopo il quarto isolato era ancora intento a pensare in che modo l’avrebbe storpiato quella sera e l’urto lo prese di sorpresa. La puzza che lo seguì subito dopo gli invase le narici e fece sparire il dolore dell’impatto come neve al sole. Sulle prime non capì. Poi, una volta alla luce del lampione, riconobbe i lineamenti e si ricordò che era mercoledì. E che il mercoledì sera alla comunità per pazienti psichiatrici c’era la libera uscita – Giorgio, come stai? – gli chiese cercando una posizione sottovento per uscire dalla scia nauseabonda che lo seguiva.

Io bene, Fellini e tu? – da quando gli aveva raccontato della sua passione per il cinema e del suo sogno di diventare un regista famoso, Giorgio lo chiamava così. La prima volta, infatti, si erano incontrati in una fredda sera di fine autunno. E Sergio indossava il loden, il cappello a tese e la sciarpa rossa che lo facevano assomigliare al grande Maestro. O almeno così credeva lui – Vieni, vieni che ti insegno a dirigere il traffico – lo incalzò Giorgio, prendendolo sottobraccio a accompagnandolo verso il centro dell’incrocio.

Dopo la sorda ci mancava il matto. All’improvviso Giorgio avvertì un fortissimo bisogno di gridare. Che cosa aveva fatto di male perché tutto gli si rivoltasse contro? – Cosa diavolo vuoi da me città maledetta? – disse alzando le braccia al cielo – stasera pensavo fossi finalmente dalla mia parte e invece continui a mettere ostacoli sul mio cammino. Perché?

No, non così – lo rimproverò Giorgio – se alzi tutte e due le braccia li fai ammazzare. Uno serve per quelli che vengono da là, quelli che devono fermarsi. L’altro lo devi muovere così, come se stessi facendo passare, uno ad uno, un’intera scolaresca. Accompagnandogli con delicatezza la nuca – Con l’assertività di un militare e la dolcezza di un maestro elementare, Giorgio gli mostrò la posizione e i movimenti. Lo abbracciava da dietro oscillando con il busto ritmicamente come rapido da una melodia. Il silenzio della strada deserta rincuorò Sergio. Se non altro nessuno stava osservando e non c’era rischio che qualche automobilista li investisse – La fila Sergio, la fila – lo incitò Giorgio – non la vedi quanto è lunga? Ora tocca a loro. Alza gentilmente l’altra mano e non appena si fermano dai il via agli altri. Così. Perfetto – Il tempo volava via. Ma con i matti bisognava essere accondiscendenti. Aveva sentito che alcuni di loro, se messi brutalmente a confronto con la realtà circostante, potevano diventare anche pericolosi – Il vero segreto del perfetto vigile urbano, caro Sergio – aggiunse Giorgio con convinzione e con il tono grave di chi sta per rivelare un segreto – è dirigere il traffico come fosse il golfo mistico di un’orchestra sinfonica. E per come ti vedo stasera, direi che sei pronto per il passo finale – Si allontanò per alcuni istanti lasciandolo in mezzo all’incrocio, sotto la luce convergente di due lampioni. Una mano tesa verso le stelle. L’altra che accarezzava come un pennello la tela della notte. Quando tornò aveva sottobraccio un vecchio stereo a cassette. Lo appoggiò in terra e mise in play. Sergio la riconobbe subito. Mozart, Sinfonia 40, K 550 – Dai Sergio – lo incoraggiò – ascolta gli archi. E 1, 2, 3, 4. A tempo! – Accucciato fuori dal cono di luce dei lampioni, Giorgio continuò a incitarlo. E a un certo punto Sergio si lasciò andare. Iniziò ad agitare le braccia seguendo il ritmo cadenzato dei violini, chiuse gli occhi e, lentamente, si lasciò trascinare dalla melodia. Sull’attacco dei fiati, le auto immaginarie alla sua sinistra erano ferme da un po’ troppo tempo, rifletté Giorgio. Ma quando, sul finale del primo movimento, Sergio richiamò con entrambe le braccia tremanti il volume degli archi e chiuse con un gesto repentino, fermando entrambe le colonne di veicoli all’incrocio, Giorgio esplose in un applauso – Bravo, bravo! – gridò, avvicinandosi a lui commosso – Perfetto! – Sergio lo guardava disorientato. Sollevò il polsino della giacca e guardò l’orologio. Un’altra ora andata, fu il suo primo pensiero – E’ per me un vero onore annunciarti – la voce grave di Giorgio interruppe i suoi pensieri – che da oggi questa città ti riconosce custode e gestore del suo traffico. Inginocchiati per ricevere le insegne – Sergio ormai esasperato cercò di sottrarsi per riprendere la strada verso il Pull Over – Inginocchiati! – gli gridò Giorgio con fare minaccioso – Sergio obbedì e il folle in libera uscita estrasse dalla tasca della sua giacca rattoppata un paio di guanti bianchi. Candidi come niente di ciò che indossava – passati di padre in figlio per 6 generazioni – gli disse – non ho figli e non ne avrò. Ma è con estremo piacere che te li dono. Fanne buon uso – E danzando sull’incedere del secondo movimento della Sinfonia 40, raccolse da terra il suo vecchio stereo e si allontanò nell’oscurità.

Gesù – esclamò Sergio appena fu lontano – Altro che categoria a rischio! – Aggiunse, pensando ai vigili urbani e accartocciando i guanti prima nel pugno e poi nel fondo della tasca posteriore dei calzoni. Doveva sbrigarsi. Il Pull Over era già aperto da più di due ore e per arrivarci gli mancava ancora un quarto d’ora. E non aveva ancora pensato a come storpiare il nome di Hamed!

*****

Amebo! Come va stasera? – Entrò spalancando la porta, lo salutò con un inchino e si sedette al bancone in fondo alla sala.

Ancora no sapere. Presto ancora – gli rispose con un ghigno Hamed – Bere solito disinfettante? – aggiunse.

Che un musulmano non avesse dimestichezza con gli alcolici era comprensibile. Ma che definisse la Sambuca un disinfettante era, per Sergio, intollerabile. Quel gusto corposo con un secondo tempo lattiginoso e un terzo al sapore d’anice stellato era quanto di più evoluto un palato alcoolico potesse ricercare. Con l’aggiunta della mosca di caffè, poi, era qualcosa che anche un profano poteva apprezzare – non sai che ti perdi inginocchiatore da zerbino! – lo apostrofò anticipando ad occhi socchiusi il profumo intenso del liquore.

Io sapere bene. Vedere te qui tutte le sere che guarda in giro ma no vede niente. Questo perdere? Allora bene così per me –  con un gesto studiato fece scivolare il bicchierino sul bancone fino a quando le sue pupille nere non agganciarono quelle chiare di Sergio – bevi-disinfettante da bisca!! – lo apostrofò sorridendo.

Si conoscevano ormai da mesi e le etichette che Hamed gli affibbiava non lo disturbavano. Non più di quanto le sue urtassero la sensibilità del barman mediorientale, presenza ormai costante delle sue notti di ricerca. Doveva riconoscerlo, nonostante le difficoltà con l’italiano, Hamed era linguisticamente molto più creativo di tanti suoi amici plurilaureati. E infatti non era il suo estro ad averlo infastidito. Ma la schiettezza della frase precedente. Ovvero quello che gli rinfacciava anche Genzani. Finora le sue battute di caccia si erano rivelate un vero fiasco. Forse che osservare non fosse più sufficiente? Che fosse giunto il momento di agganciare qualcuno? Di lasciarsi coinvolgere da una vita per catturarne l’essenza e la poesia?

Se vuole il mio parere, sono completamente d’accordo con lei. I musulmani non sanno veramente cosa si perdono – poco più in là un uomo sulla cinquantina alzò il tumbler che aveva in mano nella sua direzione. Due dita di whiskey iniziarono a roteare sul fondo – donne incappucciate, preghiere continue, niente alcool, niente maiale. Che razza di vita è? – e gettando la testa indietro tracannò in un sorso il liquido ambrato.

Giacca e cravatta erano una mise piuttosto fuori contesto, rifletté Sergio. Lo stile del Pull Over era più jeans e maglione per i giovani, calzoni di velluto e camicia per i più attempati. Il tutto con le firme in bella vista. Come prevedeva il manuale non scritto dei vorrei ma non posso delle periferie urbane. Chiunque fosse quel tizio, era la prima volta che lo vedeva. Che male ci poteva essere a fare due chiacchiere? E’ vero, avrebbe interrotto il suo cammino di caccia. Ma la notte era ancora giovane e c’era tutto il tempo per riprendere più tardi. E poi il tipo sembrava interessante – Non tutti hanno il coraggio di abbracciare integralmente la libertà e i piaceri della vita – gli disse imitando il suo gesto e dando fondo al bicchierino.

020_ il vigile e i guantiHamed li guardò entrambi con gli occhi sgranati. Dio li fa e poi li accoppia, pensò. E, con il passo leggero di un felino braccato, sparì nella penombra dell’angolo più lontano del bancone. Nel frattempo il locale si era riempito e i tavoli da biliardo avevano iniziato a vociare fra schiocchi d’avorio e tonfi sordi sulle sponde – Vuole mettere, una bella donna a viso scoperto! Con i capelli sciolti sulle spalle che diffondono nell’aria il profumo di un balsamo ricercato!

Magari seduta al tavolo di un ristorante di classe – aggiunse Sergio – con una bella bistecca di maiale nel piatto e mezzo bicchiere di Montepulciano del 2007 – Certo, la fetta di suino e il rosso d’annata non erano un’accoppiata raffinata come le uova di storione e lo spumante. Ma rendevano meglio l’idea dei piaceri preclusi ai seguaci di Allah.

Personalmente preferisco il Turasi Radici Riserva 2004. La persistenza e la lunghezza del ritorno in bocca ne fanno uno dei migliori in assoluto nel suo genere. E comunque ha ragione. Se il mondo fosse tutto un’Arabia Saudita, sarei praticamente disoccupato – sottolineò con un accenno di sollievo nella voce.

Ma perché che lavoro fa? Anzi non me lo dica – si corresse Sergio – Mi lasci indovinare. Ché per i particolari ho un certo fiuto – Osservò meglio i gemelli ai polsini e il fermacravatte d’argento. Sembravano oggetti costosi ma non banali. La barba era fresca di rasatura. Il sorriso ammiccante e l’ottimismo gioviale. I calzoni stirati alla perfezione. Ma furono la rettifica al suo accoppiamento enogastronomico e la borsa a soffietto in pelle lucida che aveva appoggiato ai piedi dello sgabello a confermare i sospetti che Sergio aveva avuto fin da subito – Il rappresentante di un consorzio di aziende vinicole.

Ma scherza? – gli rispose l’uomo, quasi offeso dall’ipotesi – L’enologia è una passione. Non potrebbe mai essere il mio lavoro. Si figuri, io ci credo all’etimologia.

Mi scusi? – gli chiese Sergio urtato dal modo in cui aveva sottolineato il suo errore e disorientato da quell’affermazione

Etimologia. L’origine delle parole. Ha presente?

Sì. Direi che qualcosa ne so – sussurrò Sergio fra i denti. Celando appena l’amor proprio ferito del regista intellettuale alla ricerca della scintilla che avrebbe fatto finalmente brillare il suo astro. A guardarlo meglio, il tipo che aveva di fronte non era poi così interessante. Una vena di saccenza attraversava il suo umorismo, rendendolo fastidioso e arrogante.

Quindi immagino converrà che i latini, e prima di loro gli indoeuropei, non avrebbero avuto ragione di scegliere due termini per descrivere la stessa cosa. La parola latina labor significa fatica. E la sua radice indoeuropea rabh è ancora più esplicativa. Il rabu era il servo, ovvero colui che lavora, e la parola che descriveva il suo status sociale era rabota. Servitù. Il che significa, va da sé, che il lavoro non si addice all’uomo libero. Checché ne dica l’ingenuità popolare che fantastica di presupposti effetti nobilitanti. Al contrario, la pasio latina era il turbamento dell’animo. Il contrario esatto della fatica del corpo. E nella sua accezione positiva di “inclinazione esclusiva verso un oggetto”, anticamente la pasio era anche passiva. Quindi adatta alla sensibilità raffinata di chi non ha bisogno di fare per vivere. Ma può permettersi di assaporare l’esistenza nel suo essere. Scevra delle preoccupazioni della quotidianità – dopo una pausa d’effetto il tipo riprese – In sostanza, cercare di fare di una passione il proprio lavoro è un controsenso. Anzi, peggio. E’ come lasciare una fiamma libera vicino al gas. Ciò che si ottiene è un bell’incendio. Dopo di che restano solo le macerie.

Sergio non ci aveva mai riflettuto in questi termini. Ma riconosceva un certo acume alla riflessione colta del rappresentante che non era un rappresentante. Una capacità analitica che, aggiunta alla vena di presupponenza del suo umorismo, non lo rendeva certo più simpatico. Ma almeno gli forniva altri indizi su cosa facesse per vivere. Uno studioso, avrebbe azzardato ora. Magari prestato a un’altra professione. Ma quale? Continuando a concentrarsi sulle questioni di metodo, Sergio stava facendo di tutto per evitare di considerare quelle di merito. La digressione etimologica, infatti, metteva in dubbio tutta l’architettura di pro e contro sulla quale si erano basate le sue dimissioni. Il giorno che si era presentato dalla sua Direttrice di filiale con la lettera in mano, era un giovedì di fine giugno. In mezzo alla settimana è meglio, si era convinto. All’inizio, lascerebbe troppo tempo a disposizione per una risposta. Alla fine, invece, rischierebbe di diluire la riflessione della Direttrice nei fumi mondani del weekend. Troppo in mezzo, tipo mercoledì, sembrerebbe studiato. Era quindi un giovedì il giorno in cui aveva bussato alla porta della stanza più spaziosa della sede. La Direttrice aveva letto le sue parole con attenzione, sollevando poi dalla pagina uno sguardo stupito. Quella notizia era come un fulmine a ciel sereno. Il Dott. Caccio era uno dei migliori promoter finanziari che avessero mai lavorato per lei. I suoi occhi sembravano dire – ne è sicuro Caccio? C’è la crisi. Ha un matrimonio avviato. Responsabilità consistenti – Ma lo sguardo del suo collaboratore era così perentorio che le motivazioni dietro a quell’atto le erano sembrate fin da subito incrollabili. Tant’è che in meno di dieci minuti aveva accettato, firmato e chiuso il rapporto con una stretta di mano e un buona fortuna. Quel giovedì Sergio era uscito dal suo ufficio con le spalle leggere. Libero finalmente di trasformare la passione per il cinema nel lavoro della sua vita.

Se non fa il rappresentante, allora non può che essere la seconda voce della mia lista – rifugiandosi nell’indovinello che aveva proposto a sé stesso, Sergio improvvisò un’altra risposta. Scansando definitivamente la riflessione sul lavoro in banca che si era lasciato alle spalle – Lei è uno studioso di dinamiche del mercato. E, viste le firme che indossa, direi che fra i suoi clienti figurano principalmente grandi aziende.

Non male – gli rispose il tipo sollevando il sopracciglio e arcuando la bocca in un’espressione di stupore – più che studiarle però, le dinamiche del mercato, diciamo che le alimento – e prima che Sergio potesse lanciarsi in un approfondimento passò al contrattacco – e lei invece? Di cosa si occupa?

Mettendo bene a fuoco il dito e sfocando la luna sullo sfondo, Sergio inspirò avidamente per dare più volume al proprio orgoglio – In realtà sono nel bel mezzo di un cambio di professione. Mi occupo di cinema. Sono un regista.

Mi dispiace veramente per lei – commentò il tipo con il viso immobilizzato in una sincera espressione di rammarico.

Sergio, che era abituato alle smancerie e ai convenevoli delle sue cerchie radical chic, rimase pietrificato. Che meraviglia, come ti invidio! Finalmente qualcuno che si interessa ancora alla cultura! Affascinante, deve essere un mestiere veramente creativo! Erano quelli i commenti che era solito ricevere. Al massimo qualcuno la buttava sull’analisi socio-economico. Che scelta coraggiosa! Di questi tempi lasciare un lavoro sicuro in banca per decidere di inseguire un sogno è davvero encomiabile. Io non potrei mai! Era comunque l’ammirazione il tema comune alle opinioni della gente sulla sua decisione. Non certo il rammarico.

Regista, eh. Famiglia benestante? – aggiunse il tizio con la cravatta rossa di Moreschi – Nel senso che immagino non debba lavorare per vivere.

Veramente sì – rispose Sergio ancora stordito dalla franchezza del suo interlocutore.

Ah, allora è ancora peggio. Si fa presto a dire regista. Ma ha idea della flessione che ha subito il mercato dell’audiovisivo nell’ultimo anno? Le statistiche parlano di almeno il 15% in Italia. Un po’ meno se si allarga all’Europa. E poi, mica siamo negli anni ‘70? La gente va a vedere il cinepanettone o le avventure dei supereroi. A chi vuole che interessi il suo cinema minimalista e introspettivo. Perché, così a pelle, direi che è di questo che stiamo parlando, no? – gli chiese porgendo il bicchiere a Hamed per un secondo giro.

Più o meno. Sto iniziando con un cortometraggio di 20 minuti per la Primus Production – ma prima che potesse proseguire il tipo lo interruppe di nuovo.

Mai sentita. Sarà una piccola casa di produzione come decine di alte. Le statistiche dicono che ne nascono almeno una ventina l’anno. E sa quante ne sopravvivono? – ma la domanda era anche in questo caso retorica – Zero. Anzi, meno qualcosa. Nel senso che ne chiudono più di quante ne aprono. Non me ne voglia, ma io sono una persona sincera. Diretta fino alla crudeltà. Le dico quindi cosa succederà. Il suo amico delle superiori che è a capo di questa Primus Production le farà fare questo primo cortometraggio – Sergiò trasalì. Come faceva a sapere che Carlo Genzani era stato il suo compagno di banco per tutti gli anni del liceo? – Il suo film sarà una roba incomprensibile che servirà più a soddisfare l’ego di entrambi che i desideri del pubblico. Lo spedirete per un paio di anni in giro per i festival di mezza Europa. A quelli che chiedono una quota per partecipare vi accetteranno sicuramente ma non passerete nemmeno la prima selezione. A quelli liberi, nemmeno lo guarderanno. In quei casi il vincitore si sa già al momento dell’uscita del bando.

Sergio iniziò ad avvertire un insolito senso di oppressione. Non aveva mai sofferto di claustrofobia. Eppure ebbe la sensazione che le pareti del Pull Over si stessero avvicinando con fare minaccioso.

Se le dice bene – proseguì il tipo con lo sguardo piantato sullo schermo dello smartphone e l’indice in scivolata sull’elenco delle mail – la sua storia di apprendista Fellini si conclude lì. Una parabola rapida. Un colpo secco. Meglio soffrire tutto insieme che agonizzare lentamente, no? Se invece le dice male, e per puro caso vince qualcosa, allora la sua vita è veramente rovinata. Inizierà a pensare di valere veramente qualcosa. Gli amici si complimenteranno. Riuscirà anche a strappare un paio di recensioni positive e un po’ di vociare sulla rete. Magari qualcuno la chiamerà a presentare il film alla rassegna d’essai di uno sperduto paesino dell’entroterra veneto. E sarà in quell’occasione, mentre si compiace ascoltando la sua stessa voce, che lei penserà che ormai il peggio è passato. Che dei tanti che ci provano è lei quello che ce la farà. Che l’opportunità che aspettava da sempre finalmente è dietro l’angolo. E quello sarà l’inizio della sua fine.

Rapito dal ritmo e dall’intensità delle sue parole, Sergio lo ascoltava immobile. Con la mano avvolta intorno al bicchiere vuoto e le palpebre divaricate del fedele in adorazione di fronte al suo profeta. Il suo stomaco era serrato come il giorno del suo primo esame. E la disapprovazione che all’inizio aveva avvertito per quell’uomo si era trasformata in un miscuglio disordinato di ammirazione e timore per un pericolo imminente.

Non sa quante volte l’ho visto succedere – l’affondo proseguì sul ritmo cadenzato dei sorsi di Scotch – Un vecchio amico di infanzia ha iniziato con le imitazioni alla radio. Poi l’anno chiamato in TV a un paio di format tipo Zelig. A quel punto ha iniziato a crederci. Quando ci vedevamo mi raccontava del backstage, dei camerini, degli uomini e delle donne che ci provavano. Dei soldi. Tanti soldi. Un anno e mezzo dopo l’ho trovato che penzolava da una corda nella sua casa di campagna.

Sergio ingoiò a vuoto. La gola iniziò a formicolargli, secca come le colline di Agrigento in piena estate. Ormai sentiva le pareti del Pull Over che lo avvolgevano in un cubo sempre più stretto. Gli mancava l’aria e aveva voglia di gridare. Le nocche bianche della sua mano sinistra stringevano il bicchierino, quasi fosse l’ultimo appiglio che gli impediva di essere risucchiato via dal vortice dell’angoscia.

L’uomo fissava sé stesso nel cristallo curvato del tumbler. Gli occhi spenti e fissi nel vuoto. Poi d’improvviso, come scosso all’alba da una sveglia chiassosa, riemerse dal torpore. Si rivolse verso Sergio e lo osservò come fosse la prima volta – mi deve scusare – gli disse – deformazione professionale. Lei mi ha chiesto cosa faccio per vivere e mi sono lasciato trasportare. E’ sempre molto difficile rispondere con una parola. Di cosa si occupa? Facile rispondere se fai il pescivendolo, il muratore o il professore universitario. Molto più complicato per la mia professione – lo sguardo interrogativo di Sergio, ancora intrappolato nella nebbia oscura delle sensazioni che gli toglievano il fiato, lo spinse a continuare – Io spengo l’entusiasmo. Distruggo la motivazione e il desiderio delle persone. Faccio in modo che vedano come un’ordalia il cammino che li conduce verso la realizzazione dei loro sogni. Qualcuno mi definisce un demotivatore, ma in realtà sono qualcosa di più. Io semino l’indolenza, la innaffio di sdegno e aspetto che gemmi l’apatia. La coltivo e la accompagno proteggendola come il bene più prezioso che il genere umano abbia mai posseduto. Sono un rivoluzionario. Un liberatore. Aiuto uomini e donne a spezzare le catene dell’irrequietezza, dell’ardore e del desiderio di realizzare. Il vincolo di quel senso di incompiutezza che li guida verso obiettivi che, una volta raggiunti, svaniscono come la pioggia in un torrente. Lasciandosi dietro solo una scia densa di ansia, di precarietà di bisogno di una nuova meta. La mia apatia, invece, gli dona la pace. Li avvolge con la certezza di un mondo evidente, grigio, rilassante. Sempre uguale a sé stesso. Prevedibile.

Gli occhi di Sergio si socchiusero sotto un riccio di sopracciglia. L’ennesimo folle di quella notte assurda? Cosa mai avesse fatto di male per meritare quel trattamento non riusciva veramente a capirlo. Lasciatemi in pace! Avrebbe voluto gridare agli oscuri burattinai dietro quella pantomima. Perché ce l’hai con me? Avrebbe voluto chiedere alla città che continuava a negargli una storia, una vicenda, anche un singolo episodio. Una scintilla che accendesse l’incendio della sua narrazione. Sarebbe bastato poco, lo sapeva. E invece aveva di fronte questo relitto sociale. Questo agglomerato di sinapsi disfunzionali che viveva nel mondo parallelo disegnato dalla sua fantasia. E che ora rideva a crepapelle, piegato in due dai crampi e indicando verso di lui.

Non ci avrà mica creduto? Alla storia del rivoluzionario, del liberatore, intendo – riuscì a dirgli l’uomo, fra una convulsione e l’altra.

Ah, quindi il resto è vero – commentò Sergio fra sé, in dubbio su cosa lasciar prevalere, se il timore per il pazzo o la compassione per l’animo perso.

Mi pagano per coltivare l’apatia. E mi pagano bene.

Si come no, rifletté Sergio, E a me mi ha contattato Tarantino per dirigere un episodio del suo prossimo film al posto di Rodriguez!

Come pensa che riempiano i centri commerciali di questi tempi? – aggiunse l’uomo – Crede davvero che siano la pubblicità e il social media marketing a spingere la gente agli acquisti compulsivi? A guidare le folle sulle spiagge della Riviera d’estate, sulle piste di Canazei d’inverno, nei locali di sempre quando il sole tramonta? Si guardi alle spalle – e gli indicò col mento i 3 uomini avvolti dalla nebbia acre che sostava a mezz’aria sul tavolo da biliardo – vede per caso gente animata dal sacro fuoco? Vede qualcuno attraversare ricurvo l’incendio indomabile delle proprie passioni?

In effetti, rifletté Sergio fra sé e sé.

Non fanno altro che trascinare un lembo del tempo per coprire l’inutilità del loro agire. Per stordire la noia e trascinarsi senza troppi patemi verso il prossimo obbligo. Lo ammazzano il tempo. Letteralmente. Uccidono il presente, ricordando il passato e immaginando il futuro. Ognuno di loro avrà al massimo un paio di eventi significativi alle spalle, che di tanto in tanto rispolvera con nostalgia. Forse uno o due sogni che emergono sporadicamente fra le nubi dell’indolenza, come il cielo azzurro nei giorni di temporale. Tenerli in quello stato è ciò per cui mi pagano. Perché per quanto possa essere potente la droga dell’apatia, l’istinto dell’uomo è immortale. E’ come la brace sopita sotto la cenere. Basta un buon innesco e in un niente il fuoco della passione torna a divampare. Ed è proprio dell’innesco che io li derubo. Gli strappo via l’entusiasmo, la motivazione e il desiderio. Finché della scintilla non rimane che un tenue bagliore nel buio – fece un’altra pausa d’effetto, si strinse il windsor intorno al collo e si assestò la giacca nera afferrando il bavero – A quel punto abbandono il terreno. Arato. Fertilizzato. Concimato. E pronto per accogliere la merce che chi mi paga ha da vendere. Gli consegno un uomo spento, anestetizzato dalla nebbia dell’apatia, che si accontenta dei loro inneschi sintetici. Del fremito effimero di una vittoria – e indicò il tipo calvo che ingessava il gommino della stecca guardando in cagnesco il suo avversario e prefigurando la prossima mossa – dell’euforia di una pasticca, del brivido a cristali liquidi della pay TV o dell’esaltazione di un acquisto. Ed è così che il nostro Hamed e quelli come lui fanno i loro affari – il barista sentì il suo nome, si voltò e gli sorrise – Mi creda è l’apatia la vera chiave della prosperità.

Sergio approfittò di quella che sembrava una chiosa per lanciare un’occhiata all’orologio. Era maledettamente tardi e la sua battuta di caccia era ancor a carissimo amico. Il demotivatore aveva messo mano al terzo bicchiere di whiskey e non sembrava avesse intenzione di andarsene. Se voleva sperare si riuscire a cavare un ragno dal buco nelle poche ore che gli rimanevano prima dell’alba, toccava a lui mettere fine alla serata al Pull Over.

018_Il regista di CortoSì, ho capito. Lo so che sono in ritardo. Ma mica istallo condizionatori. Io faccio arte! Cerco le vibrazioni minori e le trasformo in storie. Dipingo emozioni – ormai da 10 minuti Sergio gridava nel microfono dell’auricolare, gesticolando il suo solito misto di rabbia e impotenza – Cosa vuoi da me?

Un film. 20 minuti, compresi i titoli. Ecco cosa voglio. Come da contratto – La voce profonda di Carlo non si scompose. Aveva a che fare con registi e sceneggiatori da vent’anni. E ormai li considerava cavalli umorali. Con loro l’unica cosa che funzionava era una sapiente alternanza di redini e frusta. E con Sergio era da tempo giunta l’ora della frusta – Manca un mese al Festival e non ho ancora visto nemmeno il soggetto.

Sono settimane che sono a caccia della mia narrazione, lo sai. Non ho mica un pulsante che spingi ed esce il film, come al distributore di bibite della stazione! Se lo vuoi vincere quel festival, devi essere paziente e lasciarmi vivere il momento. Devi aspettare che le vibrazioni vadano in risonanza. Che il mio spirito si allinei con il dramma dei personaggi e con le loro vicende – Sergio si fermò davanti alla finestra. Verso ovest il sole colorava l’orizzonte di quell’ultima riga di giorno che rapidamente lascia spazio alla sera – E’ come per la notte. Per quanto tu possa essere impaziente, non sei tu a decidere quando arriva. Non le puoi mettere fretta.

Il soggetto, Sergio – ribadì Carlo con la freddezza del messaggio automatico di una segreteria telefonica – lo voglio sulla mia scrivania alla fine della settimana.

Come, alla fine della settimana! Oggi è mercoledì – ingoiò a vuoto e cercò qualcosa da aggiungere che gli facesse guadagnare altro tempo. Ma il vicolo in cui si era infilato era angusto e quello che aveva appena colpito era il suo lato cieco – Ho fiducia in questa città. Stavolta lo sento. Mi verrà incontro con la storia che cerco. Stasera torno a caccia, più determinato che mai.

Ecco bravo – aggiunse Carlo, soffiando fra le labbra il fumo della sua pipa – e visto che ci sei portati l’arma giusta. Perché se torni a mani vuote, stavolta, puoi contarci, ti lascio a digiuno. Non so se mi spiego – e, senza aspettare una conferma, chiuse con uno schiocco lo sportello del suo cellulare a conchiglia.

Sergio si accasciò sulla poltrona, di fronte al blu americano della notte punteggiata dalle prime stelle. Carlo si era spiegato fin troppo bene. Imbrigliare il phatos. Sedurre l’esistenza per convincerla a donarti un intreccio. Ricomporre gli istanti per costruire una vicenda. Tutte le metafore che gli venivano in mente non facevano altro che rendere altisonante il suo dramma. Il vero problema era trovare una storia che riempisse di inchiostro virtuale il foglio bianco. Dare vita e spessore ai personaggi. Battere il ciack. Gridare azione. Il resto sarebbe venuto da solo. Carlo si era spiegato fin troppo bene ed era arrivato il momento di riprendere in mano le redini del gioco. Era arrivato il momento di scendere in strada, il luogo dove nascono le storie. Dove brulicano le situazioni. La strada. La stessa che aveva battuto dal tramonto all’alba per settimane. La stessa che finora gli aveva regalato solo i calci di un barbone a cui aveva tentato di estorcere la biografia e due graffi sulla fiancata della Clio. In quest’ultimo caso era stato fortunato.  “Er Carota”, giovane presidente di una promettente start-up del settore stupefacenti, in realtà aveva mirato all’addome. Per puro caso la punta del suo coltello da caccia aveva colpito lo sportello della macchina.

La Strada, quella con la S maiuscola – si disse sottovoce mentre indossava il vecchio cappotto di loden e il capello a tese grigio scuro. La stessa su cui il Maestro aveva ambientato la storia del suo Zampanò. La stessa che Gelsomina cercava fra le curve a gomito della vita. La stessa su cui sarebbe morta, sola e preda della follia. Sergio si guardò allo specchio dell’atrio con lo sguardo perplesso. Mancava ancora qualcosa. Aprì l’anta verticale e prese la sua sciarpa preferita. Quella rossa. Se la avvolse intorno al collo e il suo viso si distese in un’espressione soddisfatta. Ora sì!

Aprì la porta sovrappensiero e sulla soglia colpì il seno soffice di Francesca. Sui tacchi la moglie era alta due palmi più di lui. Uno dei motivi per i quali ad ognuno dei loro 7 anniversari le aveva regalato un paio di ballerine, che finivano regolarmente schiacciate nelle pila delle ciabatte. Come Francesca definiva le scarpe da educanda, accatastate nell’angolo dimenticato della sua scarpiera.

Dove vai a quest’ora? Fra un po’ si cena. Perché l’avrai preparata, immagino, la cena – lo interrogò come suo solito.

Come, dove vado. A caccia, Francesca. A caccia! Ogni volta te lo devo dire – le prime gocce di sudore iniziarono a imperlargli la fronte – La storia. Se non ne trovo una per la fine della settimana quella mezza tacca di Genzani mi dà il ben servito.

Genzani chi? Il produttore? Ancora con questa storia del cinema? Ma un altro lavoro quando pensi di iniziare a cercarlo? – gli disse bloccando l’uscita con un braccio e fissandolo dall’alto come un graduato con la sua recluta.

Stavolta no. Sergio non avrebbe affrontato di nuovo l’argomento. Non stasera che per la prima volta sentiva chiaramente le vibrazioni della strada che lo chiamavano – La cena – rispose spostandole il braccio dallo stipite – Non ho avuto il tempo di prepararla. Ci sono gli avanzi di ieri. Scaldata, la frittata di pasta è anche meglio – si asciugò il sudore con la manica del cappotto e prese le scale.

Sergio – lo chiamò Francesca con il tono rassegnato di chi insiste per inerzia ma in realtà ha perso ogni speranza – non sarà mica il caso che lasci cappotto e sciarpa? Fuori fanno 20 gradi come dentro. E’ ottobre e mica siamo a Stoccolma.

Spazientito, Sergio risalì la rampa fino al pianerottolo. Entrò in casa schiacciandosi fra la moglie e lo stipite, gettò sulla cassapanca soprabito, sciarpa e capello, e uscì di nuovo. La scia dei suoi sbuffi di impazienza e risentimento lo seguì fino al piano terra e fu recisa di netto dal tonfo dall’anta del portone sbattuta con forza. Francesca gli avrebbe voluto raccontare della sua interminabile giornata di buongiorno e buonasera. Del video che una sua collega aveva messo in rete subito dopo le dimissioni, nel quale ballava seminuda raccontando come era riuscita a scalare la gerarchia dell’azienda. Nulla che avesse a che fare con le competenze richieste, ovviamente. Ma illustrato nei dettagli da immagini di esplicite, nelle quali comparivano insieme a lei quasi tutti i membri del top management. Avrebbe voluto raccontargli delle azioni precipitate come un caccia in avaria su tutti i mercati del pianeta. Dell’acquisizione di cui si parlava da mesi e che, visto lo scenario, era sempre più possibile. Dei contratti di solidarietà e dei 300 esuberi. Fra i quali, probabilmente, il suo. Avrebbe voluto farsi accarezzare i calli che gli auricolari le avevano procurato. Avrebbe voluto spegnere il cordless per evitare di sentire altri squilli e stendersi con lui sul divano. Avrebbe voluto. Ma era tempo di caccia. E quando il cacciatore è fuori, la sua compagna aspetta e si prepara ad accogliere lui e la preda con canti di gioia e frasi di trionfo.

Ma vaffanculo! – esclamò Francesca sbattendosi dietro la porta.

Una centralinista. Sergio si chiedeva in continuazione come avesse fatto a sposare una centralinista. Una donna senza spessore. Senza desideri. Senza un sacro fuoco che le divampasse nell’animo. All’inizio, ne era sicuro, erano state le sue tette. Tonde, sode, perfette. Un’ancora che era durata un paio di anni e che lo aveva tenuto avvinghiato a lei come un adesivo irremovibile. Niente avevano potuto i solventi relazionali più potenti. Né gli scazzi, né i parenti, né Maria de Filippi, né i programmi di cucina erano riusciti ad anestetizzare la sua libido. Dopo le tette era stata la volta delle unghie. Ricostruite con maestria. Laccate con l’abilità di una miniaturista. E un altro anno era trascorso con una risposta pronta alla sua domanda ricorrente. Perché una centralinista? Ora come ora, però, a 7 anni dal fatidico lo voglio, il quesito lo costringeva sempre a una lunga riflessione. Durante la quale ponderava pro e contro, analizzava la sua storia recente, smontava e rimontava gli eventi. Eppure, per quanto si sforzasse, la conclusione era sempre la stessa. Le uniche cose che lo legavano ancora a Francesca erano quelle di sempre. Il seno rigogliose e i suoi artigli sensuali. Il fatto che dopo le sue dimissioni fosse la magra busta paga di lei a garantire la sopravvivenza di entrambi era un dettaglio trascurabile. Una considerazione di carattere materiale che al massimo riusciva a procurare qualche fastidio alla dominante estetica del suo rapporto con il mondo. Bassezze che non valeva la pena nemmeno discutere. D’altra parte nei libri di storia dell’arte non si raccontava mica chi pagava i conti di Raffaello o le bollette di Brancaccio. Van Gogh era morto nullatenente. E di Fellini, il Maestro, la gente ricordava il film, non certo gli averi.

*****

Signor Cacio! Meno male che l’ho vista – una voce dall’alto interruppe i suoi pensieri. Ormai era in strada e fra tutti i condomini quella era l’unica persona che sperava di evitare. Abbassò la testa e provò a far finta di niente – E’ inutile che cerca di evitarmi, Signor Cacio. Sono settimane che la cerco e sa che la questione è urgente – Caccio – sussurrò Sergio con le narici dilatate e il labbro superiore arricciato. Caccio, non Cacio. Era quello il suo cognome ed era dai tempi della scuola che lo faceva infuriare quell’errore. Caccio, voce del verbo cacciare. Prima persona del presente indicativo. Il glorioso verbo dei nostri avi, non un volgare formaggio. Sospirò, aprì di nuovo il portone e risalì un piano fino alla porta della Signora Luciana. Come si chiamasse di cognome non lo sapeva. L’aveva trovata lì quando si erano traferiti dopo il matrimonio e la sua invadenza lo aveva sempre irritato. Ma il buon vicinato era una regola che Francesca aveva imposto fin dai primi giorni della loro convivenza e sulla quale vegliava con costanza e dedizione. L’unico modo di evitare i rimbrotti e mettere fine alla faccenda, quindi, era dare spago a Luciana.

Venga – lo afferrò per un braccio sulla soglia e lo trascinò all’interno. La puzza rancida del posacenere strabordante di filtri accartocciati permeava il salone. Assorbita dalla tappezzeria rosso scuro, dalle tende bianche ingiallite dal tempo e dalle sue sigarette. Traspirata perfino dal legno dei mobili di falso antiquariato – Si sieda – gli ordinò spingendolo sul divano e aspirando avidamente dalla sua Philip Morris – mi aspetti qui che vado a prenderli.

Fra mezz’ora devo essere a un appuntamento importante, signora. Per favore, possiamo fare in fretta? – Non la vide reagire e si ricordò dell’apparecchio acustico. Doveva averlo spento. Ripeté il concetto alzando il tono della voce, ma ormai i rapidi passi da geisha a cui la sua statura la costringeva l’avevano già portata in fondo al corridoio. Ne approfittò per abbassare il volume assordante del televisore. Anche per quello, negli anni, non c’era stato nulla da fare. La loro camera da letto era adiacente al salone della Signora Luciana. E la mattina alle 5.30, puntuale come un gallo svizzero, li svegliava con i consigli dell’estetista di Uno Mattina. Avevano provato a regalarle una cuffia senza fili. Ma le faceva caldo d’estate e l’inverno le schiacciava la costosa messa in piega. Avevano provato anche a parlarne con i figli. E il risultato era stato l’apparecchio acustico, che teneva sul comodino durante la notte e indossava spento durante il giorno.

Deve provarli assolutamente. Fra un po’ arriva l’inverno e non può farsi cogliere impreparato – gli gridava i suoi consigli a due palmi dallo sterno guardando verso l’alto in cerca del suo sguardo. Ma soprattutto del labiale che la aiutasse a comprendere le parole – Forza, forza, non faccia complimenti e si spogli – e srotolò da una busta un paio di calzoni di piumino, taglia forte. Ma molto forte.

Scusi ma cosa dovrei farci? Mica siamo a Stoccolma. Sono troppo caldi – Sergio cercò di cavarsi d’impaccio aggrappandosi al particolare più evidente.

Eh, ma io la vedo che esce sempre la sera e rientra che è quasi mattina. Non so dove vada – e gli fece l’occhiolino colpendolo con il gomito sull’anca. Ovvero nel punto più alto che riusciva a raggiungere senza alzarsi sulla punta dei piedi – E ora va bene, ché fa ancora caldo. Ma poi a gennaio come fa?

Che intende signora? – le chiese e lei ripeté il gesto con il gomito sussurrando che con lei il suo segreto era al sicuro. Alla moglie non avrebbe mai detto niente. La sua bocca era cucita – Ma è impazzita? Ma cosa pensa. Io la notte lavoro. Faccio ricerca. E comunque i suoi calzoni sono giganteschi. Non saprei come usarli.

Per questo non deve preoccuparsi. Ci penso io. Una ripresina di qua, un paio di pence lì, un elastico in vita e il gioco è fatto. Si spogli, si spogli che così le prendo le misure – Sergio guardò l’orologio. Iniziava ad essere tardi e voleva arrivare in bisca prima della folla. Essere già parte dell’ambiente quando il locale iniziava a riempirsi, invisibile come l’arredamento, era fondamentale per osservare le situazioni. Per cercare i personaggi. Per catturare le storie. L’aveva letto su tutti i manuali di antropologia visuale quindi con quella tecnica andava sul sicuro. Finora non aveva prodotto alcun risultato ma era solo questione di tempo. Bisognava essere pazienti. Sì pazienti. Anche con la sorda. Come la chiamavano da tempo lui e Francesca al sorgere del sole, maledicendola in tutte le lingue che conoscevano. Per non perdere altro tempo non gli rimaneva che assecondare la sua insistenza – Sono del mio povero marito – gli raccontò Luciana senza fare pause. Quasi non avesse nemmeno bisogno di respirare fra una parola e l’altra – faceva l’asfaltista. Ha fatto l’A1, lui. Due anni, tutte le notti. Anche lui lavorava di notte. Un po’ come lei – e lo colpì di nuovo con il gomito, battendo la palpebra dell’occhio sinistro – Poi me l’hanno azzoppato. Un giorno è finito sotto un mucchio di asfalto bollente e una gamba è andata. Da lì in poi ha zoppicato fino a quando è morto. Però i calzoni se li metteva sempre quando arrivava l’inverno. Regga qui – afferrò le mani di Sergio e le strinse intorno a due manciate di tessuto. Una su ognuno dei fianchi – Mi aspetti qui che ho una cosa urgente da fare.

20 minuti più tardi Sergio era ancora in piedi nel salone di Luciana. In attesa che la sua vicina tornasse. Si piegò verso il polso sinistro sforzandosi di non lasciar andare le prese sui fianchi. Spostò con il naso la manica della camicia e sbuffò. Era tardissimo e il fischiettio che proveniva dal corridoio si era fatto d’improvviso più ritmato – Signora – la chiamò un paio di volte aumentando i decibel fino a quelli di un urlo da venditore ambulante. Ma tutto ciò che ottenne fu che il fischio si trasformasse nelle note stonate di un vecchio pezzo di Bob Dylan, biascicato fra monosillabi incomprensibili. A quel punto Sergio respirò a pieni polmoni per cercare di tranquillizzarsi e decise che se la sorda non sentiva i suoni, allora sarebbero stati i suoni a raggiungere la sorda. Fece per camminare ma le spille da balia che Luciana aveva fissato fra le gambe dei calzoni di piumino gli impedirono il movimento. Per non cadere saltellò in avanti e si accorse che, suo malgrado, quello era l’unico modo in cui sarebbe riuscito a muoversi. Balzo dopo balzo seguì il ritornello irriconoscibile di Blowing in the Wind e arrivò sulla soglia di quello che doveva essere lo studio della sua vicina. La trovò di spalle con gli auricolari infilati e le anche minute che ondeggiavano fuori tempo. Davanti a lei un tela riempita dai colpi colorati di un pennello astratto.

Mio Dio, un’altra che pensa di essere la reincarnazione di Van Gogh, pensò Sergio, con gli occhi sbarrati che tentavano di digerire la scena – Signora – gridò – come le dicevo, ho fretta! – Ma era evidente che il volume degli auricolari superava di gran lunga le sue urla da mercato rionale. Le si avvicinò saltellando, afferrò con i denti il filo che usciva dal lettore di MP3 e glielo strappo dalle orecchie.

Luciana si voltò terrorizzata – Cristo Santo che paura. Ma che è matto? Io sono anziana. Potevo pure restarci secca – si portò una mano al petto e cercò di riprendere fiato.

Possiamo concludere, per favore? – la sollecitò Sergio indicando con il mento le sue mani ancora strette sui fianchi, intorno a manciate di tessuto.

Lo so, mi deve scusare – ripartì al galoppo Luciana – ma quando l’arte chiama non si può non rispondere. Eccome se lo so, pensò Sergio. Ma lui faceva arte sul serio. Mica intonacava croste pensando di essere un pittore. Lui raccoglieva le vibrazioni del mondo e gli dava forma. Un prologo, uno svolgimento, un finale. Ragione per la quale era totalmente inutile intavolare un dibattito con una mezza pazza che lo aveva lasciato seminudo, in piedi, in mezzo al suo salone – Deve capire che per dipingere ci vogliono tecnica e occhio – Aveva perso l’attimo e la sorda aveva ricominciato prima che riuscisse a interromperla – Prenda l’occhio per esempio. La realtà è che non siamo abituati ad osservare il mondo. Guardiamo tutto con gli occhi deformati dai pregiudizi dell’infanzia. Le montagne non sono verdi. Possono essere bianche, gialle, grigie. Verso l’orizzonte sono blu. E più sono lontane, più sono blu. E gli alberi? Chiunque giurerebbe che i tronchi siano marroni. Ma non è vero. Sono grigi, verdi. Qualche volta neri. E’ la luce che colora tutto, in maniera sempre diversa – Ecco, rifletté Sergio, ci mancava la lezione di tecnica pittorica letta sull’Almanacco di Barbanera – I calzoni, rimbambita di una sorda, i calzoni – sussurrò al di sotto dei decibel a cui vibravano i timpani della vicina – E poi la tecnica – proseguì lei ignara – mica uno si improvvisa. Guardi Monet e i suoi covoni per esempio. Riesce ad immaginare quanti tentativi ci sono dietro ognuno di quei mucchi di grano? Quanti colpi di pennello ragionati uno ad uno per dare rotondità, curvatura, profondità? Venga, si avvicini che le mostro il risultato di un mio studio sulle foglie – Luciana allungò il braccio, lo afferrò per la camicia sbottonata e lo tirò verso di sé. Per non cadere, Sergio saltellò fino a raggiungerla – Vede qui? – e le indicò quello che voleva essere un tappeto di foglie secche nella parte alta del quadro – lo riconosce il tratto? Lo riconosce?

Sergio scosse la testa, pensando al tempo che stava perdendo. Cercando di convincersi che non poteva essere vero. Non stava per analizzare la tecnica pittorica della sorda. Il solo pensiero gli alimentava un vorticoso prurito fra le scapole – No, le rispose. Non lo riconosco. Con cosa mai avrà realizzato questo prodigioso esempio di tecnica “chi fa da sé fa per 3”?

Spazzolino da denti. Si vede che lei non è un esperto. Lo faceva pure Van Gogh – gli rispose lei, alzando il sopracciglio con soddisfazione.

L’ultima cosa se l’era inventata. Sergio aveva letto tutti i libri esistenti sulla tecnica pittorica del grande maestro olandese. E nessuno degli studiosi parlava di spazzolini da denti. A parte quello, però, Luciana aveva ragione. Facendo qualche passo indietro i colpetti delle setole sembravano veramente foglie secche. Cosa ci facessero nella parte alta della tela rimaneva per lui un mistero.

Via, forza – Luciana iniziò a spingerlo fuori dalla stanza, un saltello dopo l’altro – Cerchiamo di sbrigarci che mi sta facendo perdere tempo.

Ora era lui che stava facendo perdere tempo a lei? Sergio non sapeva più se ridere e lasciarla fare o saltarle al collo per liberarsi del senso di oppressione che gli stringeva le spalle. Decise per la soluzione meno cruenta. La regola del buon vicinato, si ripeté un paio di volte per farsi coraggio. Altrimenti chi l’avrebbe sentita sua moglie! Stava per saltare oltre la soglia fra lo studio e il corridoio quando vide qualcosa con la coda dell’occhio che lo spinse a fermarsi. Si voltò e, con lo sguardo perplesso rivolto verso la tela, piegò il collo per osservarla a testa in giù. Da non crederci! La sorda stava veramente dipingendo un bosco al tramonto. Ma l’immagine era sottosopra. Come riflessa dalla superficie di un lago increspata dal vento.

Le 22.30. Forse era ancora in tempo per entrare nel locale e mimetizzarsi fra gli abituali e l’arredamento. Ma doveva affrettarsi. Si chiuse il portone alle spalle e fu come se gli avessero tolto dalla schiena uno zaino carico di mattoni. Finalmente era libero. Quella vecchia sorda e cialtrona aveva provato in tutti i modi a trattenerlo. Dopo aver fissato le spille da balia sui calzoni, era ricorsa agli album di matrimonio e luna di miele. Ma a quel punto aveva considerato soddisfatta la regola del buon vicinato e si era rivestito, puntando senza commenti la porta che dava sul pianerottolo. Ormai due ore la aveva perse. Ma aveva tutta la notte davanti a sé. La caccia poteva ricominciare.

Arrivederci Signor Cacio – si sentì salutare dal balcone del primo piano – per venerdì prossimo i calzoni sono pronti. La aspetto! – Caccio, Caccio. Non Cacio – borbottò Sergio prendendo a destra ad ampie falcate.