Squillo – Episodio finale

Pubblicato: 13 maggio 2014 in Narrabit originali
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Episodio 1

Nei narrabit precedenti …  Dopo una giornata estenuante in piedi sui tacchi e fra le indicazioni del regista sono finalmente sul treno verso Roma.

Il telefono mi perseguita.

Prima la chiamata della compagnia telefonica. Con le arti segrete della seduzione catturo un passeggero e mi libero in fretta dell’operatore.

Appena scesa tocca alla telefonata di un adolescente in cerca dei primi piaceri della carne. Li soddisfo senza troppa convinzione. Il denaro è pur sempre denaro.

Sì, sei la mia troia – sento il ragazzino tentare un ruggito dal profondo della gola imberbe. Non ce l’avevo con te, vorrei dirgli. Ma già geme a denti stretti. Poi inizia a sbuffare come una vecchia teiera e dopo un mio Dio sibila un’imprecazione. Pensando alla macchia sui suoi calzoni sfioro quella sul mio vestito. Appiccicosa. La lavanderia mi costerà una fortuna.

Giovanni era un lamento quello? – La voce stridula di una donna lo chiama da lontano – Si è alzata di nuovo la febbre che hai ripreso a lamentarti? La madre penso. Ma prima di averne la certezza Giovanni attacca a metà di un altro cazzo sussurrato. Sorrido allo schermo che prima torna nero, poi vibra. Un SMS. Tre ha il piacere di confermarle l’accredito di 25 euro sul suo conto corrente. Niente male per uno alla sua prima volta. Tenerlo al telefono non è stata una passeggiata.

*******************

017_lui sulla sediaQuando arrivo nel corridoio centrale le luci sono accecanti. E il mio stomaco ha ripreso a rantolare. Mi piacciono le stazioni. E Termini in particolare. Sono i luoghi dove iniziano e finiscono storie di viaggio. Dove si raccolgono i randagi in cerca di riparo. Tavolozze sulle quali ogni colore è legittimo e ogni eccesso normale. Il tabellone degli orari dice che il mio treno è di nuovo in partenza. Leggo l’elenco delle destinazioni. Potrei andare ovunque. Salerno. Lecce. Fiumicino e poi un aereo. Mint-Scauri. Mint-Scauri? Mi chiedo. Che diavolo di posto è Mint-Scauri?

Minturno. Un comune in provincia di Latina – Il conducente del camioncino delle pulizie ha una voce profonda, calda – Fanno tutti quella faccia quando leggono lassù. In partenza?

Veramente in arrivo – Gli rispondo sperano che riprenda presto a parlare. Mi piacciono quei suoni bassi e corposi.

E da dove arriva? – Mi chiede grattandosi la pancia che si arriccia flaccida intorno alla cinta. Giallo il suo sovrappeso. Stretto nella maglietta di ordinanza. I suoi occhi azzurri mi accarezzano il collo. Poi scendono oltre la scollatura, lungo i miei fianchi e iniziano a spogliarmi. Parla, idiota, lo imploro fra me e me. E quello, invece, continua a fissarmi gli occhi, il seno, il ventre, le gambe. Dì una cosa. Racconta una storia, ripeti a memoria la poesia delle elementari. Se non ci arrivi, leggi le insegne. Fammi ascoltare la tua voce e stanotte sono tua. Ma  niente. E’ più forte di lui. Solleva il sopracciglio e accenna con la testa verso sinistra. Una. Due. Tre volte. Un invito silenzioso.

Alla RAI, capito? – il suo collega si avvicina con in mano l’ultimo numero di Metro. Giallo canarino dalla testa ai piedi anche lui, indica un titolo in grassetto – Cercano gente per Ballarò. Per fare il pubblico. Dice che non ci vuole andare più nessuno. E ci credo. Che ci vai a fare a quella porcata? Ma io ci vado eh! Ci vado ma poi mi devono far parlare, però! Si interrompe appena registra la mia presenza. Salvata dal collega inopportuno! Di nuovo quello squillo ma stavolta lo riconosco. Il telefono rosso. Meglio ancora, dunque. Salvata da una chiamata nel cuore della notte che puzza di emergenza! Per essere più credibile sgrano gli occhi preoccupata. Alzo l’indice e mi scuso con un gesto inequivocabile. Devo rispondere, mi dispiace. E mentre mi allontano sento i loro sguardi che mi avvolgono il sedere e rimpiango la ruvidezza di quella voce. Il suo calore.

Hai risposto – Inspira. Tossisce. Espira. Poi tossisce di nuovo. Il catarro di un fumatore incallito. La voce vibrante di un uomo perso.

Sono giorni che ti penso ma non sapevo bene cosa fare – gli dico.

Ti sento male ma parliamo lo stesso – sussurra.

Sono in stazione e prende malissimo. Dicevo che sono giorni che ti penso ma non sapevo bene cosa fare – ripeto scandendo le sillabe nonostante io lo senta benissimo.

C’è poco da fare – mi risponde senza espressione. E sento il sibilare della sigaretta spenta nel fondo di un bicchiere – Hai preso la tua decisione ma a questo punto te ne devi assumere la responsabilità.

Che intendi? – Gli chiedo mentre inizio a preoccuparmi. Conosco bene quelle frasi fatte e in genere non alludono a nulla di piacevole.

Cosa intendo? Ma mi prendi per il culo? – Si alza e inizia a vagare. Il rumore dei passi rimbalza fra le pareti senza ostacoli. E’ in una stanza vuota – E’ vero che ho fatto una cazzata. Anzi ne ho fatta più di una. Ma farti trovare con Marco il giorno del nostro anniversario è stato un colpo bassissimo. Il mio migliore amico, capisci? Uno che ti veniva dietro dal liceo e che non aspettava che un cenno. Così ora non ho niente. Non ho più te. Non ho più Marco. Mi hai tolto tutto.

Sei troppo arrabbiato per pensare lucidamente. Dimmi dove sei e proviamo a parlarne di persona – Spero di riuscire ad aprire uno spiraglio e invece la risacca si ritira e l’onda si alza. Più di prima e pronta a colpire più forte.

Vuoi parlare? Dopo tutte le parole che ho speso per scusarmi? Per dirti che sono innamorato di te come il primo giorno? Che qualunque ferita si rimargina? E’ vero, magari lascia una cicatrice. Ma chi di noi non ne ha? Per ore ti ho implorato di darmi un’altra possibilità. E tu mi hai colpito esattamente dove sapevi che avrebbe fatto più male. Ce l’ho ancora di fronte agli occhi l’immagine di te che mi guardi con la crudeltà che ti arriccia il labbro e senza espressione mi reciti quella parte studiata fino all’ultima pausa. Sei solo uno storpio e per te finora non ho provato altro che pietà – Il rumore secco della pietrina. Il crepitare della fiamma che brucia il tabacco. La diga di nicotina frena per un istante la piena. Inspira di nuovo, tossisce. E le sue parole mi colpiscono come una Lamborghini lanciata a tutta velocita contro un muro di cemento. Mi tremano le gambe. Devo sedermi. Guardo dietro di me in cerca di una panchina. I due delle pulizie hanno ripreso la loro caccia ai rifiuti. Trovo un muro e gli affido tutto il mio peso. La superficie liscia delle mattonelle spedisce un brivido freddo lungo la mia schiena nuda. Non so bene cosa dire ma da qualche parte devo iniziare. Ho il terrore che attacchi e venga inghiottito nel registro delle chiamate. Tutte uguali le une alle altre. Provo a iniziare una frase ma la diga cede e la corrente mi inonda – Per anni ho creduto che tu fossi l’unica persona a non vedere la morte nelle mie gambe ma solo la vita nel resto del mio corpo. Poi finalmente hai trovato il coraggio di parlare con sincerità. E mi hai regalato un bel lutto da rielaborare. Ora è tempo che ti renda il favore – il cuore mi salta un battito. Ho già capito dove vuole andare a parare – Sai benissimo cosa intendo. L’ultima volta ho sbagliato i tempi. E forse non ero abbastanza motivato. C’eri ancora tu. E c’era il dolore che ti avrei procurato. Ora, invece.

Non fare idiozie – Chiudo gli occhi e cerco le parole – l’hai detto tu che sono una stronza crudele. Che senso ha togliersi la vita perché una stronza crudele ti ha mollato? E poi sai bene quello che avevo passato, no? Sai bene che qualcosa si era rotto dentro di me.

Il bambino – E sento i suoi polpastrelli che raschiano sulla barba lasciata incolta – Quando l’hai perso è stato come se mi avessero strappato via l’intestino.

Allora puoi immaginare cos’abbia significato per me – Forse ho trovato un punto d’aggancio – Parli di lutti. Pensa a cosa può aver significato per me sentire quella vita morirmi dentro. Da un giorno all’altro il sogno si è trasformato nel peggiore degli incubi. A quel punto volevo solo fuggire. Cambiare tutto. Distruggere il palazzo fino alle fondamenta. Ricostruirlo? Nemmeno ci pensavo a come ricominciare. Prima dovevo fare terra bruciata. E lo sai, sono una vigliacca. Marco mi è servito per non doverti guardare in faccia e dirti che era finita. E le cose che ho detto le ho dette per bruciare i ponti e non soccombere alla tentazione di tornare sui miei passi. Ma ora è diverso. Ora che la distruzione ha purificato il dolore sono pronta – Faccio una pausa per dargli il tempo di elaborare le emozioni. Tira su col naso. Piange. Forse ce l’ho fatta a trascinarlo fuori dal tunnel – Ti amo e ti ho sempre amato. Ma per capire quanto, ho dovuto toccare il fondo.

Non so che dire – La sua voce trema come una foglia agitata dalla brezza. E con un sibilo anche il secondo filtro finisce in fondo al bicchiere. Sento vetro che colpisce vetro e poi il collo di una bottiglia che vomita fuori liquido denso. Inghiotte un sorso ed espira tra i denti – Veramente. Sono senza parole. Ancora qualche frase e avrei potuto quasi crederti. Complimenti! Deve essere stato quel lungo viaggio a New York. Ricordami un po’, era la Juilliard o l’Actor Studio? Ma ora so quanto sei falsa e opportunista. Forse l’ho sempre saputo ma non lo accettavo. Poi mi hai chiamato storpio ed è stato come incontrarti per la prima volta. E’ vero che la pillola rossa è dolorosa. Lacerante. Ma dopo un po’ la verità diventa così rilassante e cinica che all’improvviso il caos si spegne. Il mondo diventa tagliente e ostile ma meravigliosamente sincero. Sei una donna spregevole. Che ha usato le sue tette per arrivare ai miei soldi. Un aborto per creare un fossato fra di noi. E il mio migliore amico per bruciare il ponte che vi avevamo appena costruito sopra.

Forse stai esagerando. La rabbia ti fa vedere cose che non esistono – La situazione mi sta sfuggendo di mano

No. Come esagerando. Ho appena iniziato. Non hai ancora visto niente, puttanella schifosa che non sei altro. Viscida serpe, ormai al tuo veleno sono immune! Pensavi che prima o poi la mia fragilità mi avrebbe spinto al suicidio e ti sei preparata. Accordi matrimoniali, testamento, eredità. Tutto pronto. E invece ti ho fregato – Rimango in silenzio e i suoi singhiozzi riempiono la pausa del ritmo del dolore. Ma non piange, esplode in una risata sguaiata. E il dolore non è più il suo. Inizia ad essere il mio – Nemmeno le parole trovi più. Ti ho fregato. Sì. Hai capito bene. Non c’è più una lira sul mio conto. Ho svuotato e venduto l’appartamento. Con gli ultimi euro ho comprato una corda di canapa. Perché quando ti chiamerà la Polizia voglio che tu mi veda penzolare dal soffitto col collo spezzato dalla tua incapacità di essere una donna, una madre e una compagna. Mi fai schifo!

Sai che ti dico? – La situazione è ormai fuori controllo. Le tempie mi pulsano all’impazzata. Puttanella? Viscida serpe? Mi fai schifo? Nessuno mi ha mai apostrofato così. E non sarà certo uno storpio il primo della lista – Vuoi morire? Vuoi farla finita? Serviti pure. Ma fammi un favore, quando ti annodi la corda al collo, assicurati di esserti portato dietro anche la tua bella sedia a rotelle. E buttati giù insieme a lei, brutto storpio di merda. Inseparabili nella vita. Inseparabili nella morte – Attacco e gettò il cellulare rosso nella borsa. Ma vaffanculo, penso.

Per sbollire la rabbia cammino su e giù davanti alla vetrina di Borri Books. Il dolore ai piedi sta diventando insopportabile. Vorrei togliere le scarpe. Camminare scalza sulle mattonelle grigie davanti alle luci spente della biglietteria. Ma le Louboutin sono le Louboutin. Le guardo. Nere. Tacco 12. Perfette sotto l’abito scuro da cocktail. Per una che fa il mio mestiere, indossarle è come era per un crociato indossare il drappo bianco con le insegne dei soldati di Dio. Guardo gli scaffali oltre il vetro. Stracolmi di storie in ordine alfabetico. Chissà quanti crociati combattono fra le pagine di quei libri. Ci sono andata pesante, lo so. E quasi mi manca il respiro al pensiero di quella corda di canapa. Ma puttana proprio no! Ho due lauree e parlo 3 lingue. Per arrivare dove sono ho dovuto sudare. Più delle altre, perché vengo da fuori. E perché non ho mai permesso a nessun uomo di mettermi i piedi in testa. Si vuole ammazzare? Si ammazzi pure. Tanto si ammazzerebbe comunque. Non rinuncio certo alla mia dignità per salvare uno storpio depresso.

Uno squillo. Quello squillo. Il grido sguaiato del telefono rosso. Guardo lo schermo ed è quasi l’una. Ancora il suo numero. Rispondo seccamente con un monosillabo.

Sei una vera stronza. Nemmeno la libertà di ammazzarmi mi hai lasciato. Nemmeno la soddisfazione di sentirti schiacciata dal peso del rimorso – Lo sento aspirare. Ha di nuovo una sigaretta fra le dita e sorseggia da un bicchiere. La voce non è più quella tronfia del guerriero ma quella rotta di un disperato – Mi hai annientato. Non ho più voglia di vivere ma nemmeno quella di morire. Sono sospeso. Come una storia senza fine della quale non è possibile riscrivere l’inizio. Non riesco nemmeno a odiarti.

Stavolta attacco io. Un sospiro di sollievo mi scrolla di dosso un po’ di tensione. Anche per stanotte non si ucciderà. Missione compiuta. Domani è un altro giorno. Domani, Cristo! Mi aspetta un’altra giornata intensa e le ore si sono fatte piccole. Alzo gli occhi per trovare l’insegna che cerco da quando sono scesa dal treno. La vedo poco più in là. Il ragazzo del turno di notte sonnecchia davanti a uno schermo luminoso che trasmette le repliche delle repliche. Come mi vede arrivare si stropiccia gli occhi e si raddrizza sullo schienale. Non crede ai suoi occhi. Ma è l’unico stanotte che non mi fissa le tette e punta dritto alle gambe. Quando arrivo al microfono e lo accendo sento che si schiarisce la gola ma non dice niente. Mi fissa e sorride. Sotto il vetro faccio scivolare il telefono rosso.

Freccia Rossa 99825 – Gli dico mentre lo osserva cercando segni particolari – Carrozza 10. L’ho trovato sul tavolino dell’1D.

Mentre mi allontano avrei voglia di gridare. Sopra al ragazzo del turno di notte quella scritta gigante mi sorride lampeggiando e sembra fregarsene del mio provincialismo. Ma perché Lost and Found? Non era meglio il caro vecchio Oggetti Smarriti?

Non ho tempo per queste cazzate. Domani in galleria inizio presto. Con il regista devo vedere il premontato dello spot. Ché non sono mica Julia Roberts! Alle 12, poi, ho i cinesi. E se non riesco a piazzare nemmeno una delle riproduzioni di Matisse, questo mese me la vedo brutta.

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