Squillo – Episodio1

Pubblicato: 7 maggio 2014 in Narrabit originali
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016_lei sul trenoFinalmente la città. Non ne posso più di questa giornata. Sorridere sui tacchi mi ha indolenzito i piedi e gli zigomi. Oggi, poi, ci mancava solo il regista. 4 frasi idiote ripetute almeno una ventina di volte – lo sguardo, più intenso lo voglio – blaterava l’isterico – Devi sprizzare passione. Chi ti guarda deve vibrare. Deve desiderarti – Nemmeno stessimo girando Ultimo tango a Parigi. E’ proprio vero che gli uomini sono come le metropoli. Più crescono, più tutto ciò che senti è rumore di fondo. Traffico di pensieri senza senso. Smog denso di parole sature del loro ego.

Oltre il finestrino c’è la periferia nord. Luci distanti punteggiano l’oscurità. Quartieri decadenti. Minicar a zonzo. Un grande serbatoio sferico riconquistato dal tempo. Bianco ma verde di vegetazione. Un distributore ENI. Meno 30 centesimi se la fai al self-service. Più un euro per il bengalese che aspira dal filtro sporco di grasso. Buio di nuovo. E’ bella Roma al buio. Come un uomo con il corpo scolpito. Lo guardi con i polpastrelli e dimentichi quel viso che non riesce a piacerti.

La carrozza sussulta. Sferraglia. Rallenta – Dove va questo treno – Chiede per la decima volta il tipo impomatato con Spiderman sul desktop. Nessuno gli risponde ma a lui non interessa. La domanda è servita solo a interrompere il silenzio che lo inquieta. O magari a mostrare a tutti la perfezione del suo ciuffo. La Santissima Trinità degli uomini di inizio millennio. L’Uomo Ragno, il calcio e il ciuffo. Fino alle droghe e al rock’n’roll potrei arrivarci. Ma cosa abbia sostituito il sesso non lo capisco proprio. Ah, ecco. Da come se lo accarezza, direi il ciuffo.

Prossima fermata, Roma Tiburtina. Next stop, Roma Tiburtina – ripete un paio di volte la donna di metallo.  – Sono loro in ritardo – si lamenta la tipa con i ricci. E con l’indice batte sull’orologio che ha al polso. Il cellulare stretto fra l’orecchio e la spalla – Non vedo perché ora dovrei ricomprare il biglietto per la coincidenza. E’ colpa loro, cazzo – Rovista rabbiosamente nella borsa e tira fuori una busta di carta con i colori di Trenitalia – Freccia Rossa 99825 – grida nel microfono scandendo le sillabe – Arrivo a Roma Tiburtina ore 20.35. Ora mi ci portano loro a Napoli – La porta sbuffa. Scendono – Non ti ci mettere anche tu ora! – Esclama da sotto i ricci che le cadono attraverso la guancia fin sotto ai capezzoli. Poi attacca e sbatte il cellulare nella borsa. Vorrei averceli io quei capelli. A pensarci bene, anche quei capezzoli. Li vedo spingere sotto il maglione appena il freddo che viene da fuori li accarezza.

Un rumore acuto. Lo riconosco in ritardo. Squilla il cellulare. Quello rosso, non quello nero. Spingo di lato il tasto verde sul touch screen. E’ il centralino di Tre. Il solito sondaggio a cui rispondo a monosillabi. Sì. No. Sì. Poi le sillabe aumentano ma la solfa è la stessa. Poco soddisfatta. Molto soddisfatta. No. Sì. Abbastanza soddisfatta. Ma perché deve ripetermi ogni volta tutte le opzioni? Mi chiedo. Non gli si secca la gola? Sono sempre le stesse, mica sono deficiente. Il tipo impomatato suda la sua ansia lungo le tempie. Ha fretta. Da quando si sono aperte le porte sono passati già ben 30 secondi e nessuno si è ancora mosso. Una vera tragedia. Tamburella nervosamente sulla valigia. Una casa a rotelle di plastica rumorosa. Si volta nella mia direzione e mi scivola gli occhi giù per la scollatura. Ma non è l’articolo che gli interessa. Gli basta l’idea di essere quasi riuscito a rubarlo. Come un bambino colto in flagrante in un negozio di figurine che ripete non sono stato io alla security che gli fruga nello zaino. Non appena lo guardo e gli sorrido ammiccando torna a sbuffare. Cerca con lo sguardo l’intoppo che rallenta la fila e riprende a masturbarsi il ciuffo irrigidito dal gel.

Non saprei proprio – rispondo sovrappensiero all’uomo del call center. L’indice e il medio hanno perso frammenti di smalto. Sembro una puttana dell’est dopo una lunga notte sul marciapiede.

Non ce l’ho come risposta – ribatte la voce di Tre.

In che senso scusi?

Mi deve dire sì o no. Non saprei non è previsto.

Ho capito – insisto – Ma lei mi sta chiedendo se consiglierei Tre a un amico. E io proprio non ne ho idea. Dipende da cosa mi offrite in cambio.

Silenzio. Sento le sue dita pogare sulla tastiera alla ricerca di una opzione cliccabile.

Sì o no – cerco di aiutarlo – Possibile che non ci sia almeno un forse?

Ancora silenzio. Ma stavolta le dita sono ferme. Il lontananza sento accavallarsi le stesse domande rivolte ad altri malcapitati come me. Gli accenti dei suoi colleghi come le diverse voci di un’eco sbadato.

Forse. Sì c’è un forse. Ma se lei mette forse, io perdo 0,5 sul conteggio finale – lo sento contare sulla punta delle dita – sono 30 centesimi a questionario. Con la mia media può significare anche 30 euro al giorno. Il suo forse non me lo posso permettere.

Sì. Consiglierei Tre a un amico. Ci metta sì – Dopo 5 ore e 4 clienti, uno più esigente dell’altro, non potrei sopportare i tuoi 0,5 sulla coscienza.

Prossima fermata, Roma Termini. Next stop, Roma Termini – Ancora un grido dei freni e il treno cigola fino a fermarsi. Nel finestrino i binari si perdono all’orizzonte. Si alzano tutti. Ma la donna di metallo ha appena annunciato il ritardo. Saranno stanchi di stare seduti, penso. O magari sperano che il desiderio inganni l’attesa. Che agitarsi avvolga i minuti più rapidamente sulla bobina del tempo.

Penso di sì – rispondo. Quante ancora? Rifletto pensando alle domande. Se sapevo che era così lunga attaccavo.

Mi scusi ma vedo che il titolare di questo servizio è suo marito. Devo sentire la sua voce e avere da lui le risposte – Il ragazzo del call center è categorico. Ho voglia di mandarcelo ma mi trattengo.

Le è chiaro, vero, che sono su un treno? Sì, deve esserle chiaro, visto che è la terza volta che glielo ripeto. Non posso farla parlare con mio marito. O magari preferisce perdere qualche altro 0,5 – La minaccia vibra nel silenzio. Aspetto.

In realtà in questo caso sarebbe 1,25 – sottolinea senza espressione. Come riguardasse qualcun altro.

Ancora silenzio. E i polpastrelli riprendono a cercare opzioni rincorrendosi fra i tasti.

Si. Va bene. Però – inizio, ma poi ci ripenso – Rimanga in linea, un attimo che glielo passo.

Lo metto in attesa e mi avvicino al tipo alto che legge il Corriere. Ha evidenziato in giallo un paio di titoli. In verde diversi occhielli. Con la penna nera sottolinea righe e scrive commenti. A prima vista dovrebbero capirsi alla perfezione. Cerco il suo sguardo ma è come cercare di staccare un adolescente da Youporn. Mi salva il treno che riparte. Seguo lo scossone e gli cado addosso. Pagina 3 è andata. Strappata fino a metà. Si volta con le narici dilatate e le sopracciglia chiuse in un riccio di rughe. Ma il suo sguardo finisce dritto dentro la laguna verde dei miei occhi. Il dorso della sua mano accarezzato dal mio seno.

Posso chiederle un favore? – azzardo, con il cellulare ancora appoggiato sulla spalla. Il suo viso si distende. Mi guarda le labbra lucidate dal rossetto e so che ormai è in trappola. Mi mordo quello inferiore sollevando le sopracciglia. Il colpo di grazia. Tutti uguali dai 25 in su.  – Intervista telefonica. Vogliono sapere se siamo soddisfatti del servizio di TV via cavo. 3 domande. Risponda a tutte di sì. Le sfumature ce le metta secondo il suo gusto.

Lo vedo sorridere. Accetta il telefono e recita la sua parte da Leone d’Oro a Berlino. Lo ringrazio e lui solleva le spalle e incurva le labbra. Sta per dire qualcosa ma mi volto. Mentre rispondo alle ultime domande del questionario lo sento annusare il profumo che i miei capelli hanno sparso nell’aria. Apprezza. Un intenditore. Poi ripiega il giornale e si rituffa nella pagine di economia, penna alla mano. Il treno si ferma di nuovo. L’ultima volta per stanotte. E’ ora di scendere.

L’umidità delle sere d’estate mi uccide. Eppure accolgo il suo abbraccio come una fetta di millefoglie alla fine della dieta. Finalmente posso fumare. Cerco il pacchetto ma la borsa me lo nasconde. Sa anche lei che dovrei smettere. Ma non oggi, le dico nervosamente mentre sollevo le chiavi, sposto il portafoglio, guardo fra il Prozac e il Cipralex. Quando lo trovo, le mani mi tremano. Sarà la stanchezza, mi dico. Ma so bene che è l’astinenza. E la prima ondata che scende nella trachea me lo conferma. Ho fame e vedo in lontananza le luci di un distributore automatico. Una volta si chiamavano solo macchinette. Ora sono i bar on the run. Nemmeno una parola nella mia lingua. ‘Fanculo, mi tengo il languore.

E’ tardi ormai e il binario è deserto. Il ronzio del camioncino giallo delle pulizie mi distoglie dal sapore acre del tabacco. Non è più quello di un tempo. La Marlboro deve aver cambiato fornitore. Sento uno squillo. E lungo la banchina c’è un uomo che corre. Sarà il suo. Un uomo che corre? Mi chiedo. A quest’ora? Lungo i binari della stazione? Guardo meglio e mi convinco. Viene verso di me ansimando. Ancora uno squillo. E’ alto. Filiforme. Lucido di sudore. Piegato su un fianco, saltella da un piede all’altro zoppicando. E’ lento ma si sforza come stesse correndo la maratona di New York in testa alla folla. Mi guarda e fa un cenno con la testa. Un saluto. Che in realtà è una scusa per fissare il punto in cui finisce il pendaglio che ho al collo. Tiene un braccio fermo a mezz’aria mentre l’altro dondola seguendo il ritmo sincopato della sua corsa. Sulle prime non capisco. Ma quando mi passa accanto mi rendo conto che nella mano stringe una lattina. Red Bull. Ancora quello squillo. Ma non si allontana con lui. Allora è il mio. Di nuovo quello rosso, non quello nero. Un numero che non è in rubrica. Sarà la solita telefonata di mezzanotte.

Una parola. Che suona come una domanda ma in realtà è un’affermazione. L’ordine timido di una voce adolescente. Prendilo, mi dice, ce l’ho fra le mani. Poi aspira fra i denti con forza. Immagino in preda alla libidine. Anche se a me sembra più una lingua bruciata da una Fisherman’s Friend. Individuo una scomodissima panchina di marmo. Devo sedermi. Anche se non penso che sarà una cosa lunga.

Dio quanto è grosso. Lo voglio in bocca. Sì, spingilo fino in fondo. Sì, così. Continua – lo incito. Come farò a parlare mentre usa le mie labbra come quelle grandi di una bambola di plastica, non so. Poi mi rendo conto che non è il realismo che lo interessa. Le nuvole si sono spostate e le stelle visibili da 2 sono diventate 3.

Così, in piedi. Girati e appoggiati al muro – mi chiede con un ringhio, sperando di mascherare una voce non ancora maggiorenne. Già rotta dai primi spasmi di piacere.

In lontananza un’ombra saltella da un piede all’altro. Goffa. Fuori tempo. Prende un sorso dalla lattina che stringe nella sinistra. E’ il maratoneta al suo secondo giro. Secondo da quando sono scesa dal treno. Chissà quanti ne avrà fatti stanotte. Quando entra nel cono di luce del lampione il suo odore mi ha già raggiunto. Ed è l’odore di questa città. Del suo degrado. Della sua storia che marcisce come la frutta in un mercato di periferia.

Toccami – sussurro gemendo per lo schermo nero dello smartphone – Più forte stronzetto non stai mica accarezzando il gatto! – Con stronzetto forse ho esagerato. O magari stronzo era meglio. Lo avrebbe fatto sentire più uomo – Continua, così. Dai che vengo. Dai che mi fai bagnare tutta! – Sto per dare voce al mio orgasmo quando il maratoneta filiforme inciampa a pochi passi da me. I piedi si intralciano uno con l’altro. Sul suo viso vedo il terrore. Ma non ha paura di farsi male né di farne a me. Tutta la sua attenzione è sulla lattina. La tiene in alto. Protegge con il corpo quel sacro Graal. Poi, esaurite tutte le evoluzioni possibili, cade e metà del sangue di Dio finisce fra le mie gambe. Sul vestito da 400 euro.

Porca Troia! – Lo insulto.

Mi scusi, mi dispiace – balbetta mentre si rialza. Corre sul posto e si inchina più volte come un giapponese. Ma i suoi occhi riprendono a sbirciare in fondo alla mia scollatura. Lo caccio con un gesto e riprendo da dove avevo interrotto.

Sì, sei la mia troia – sento il ragazzino tentare un ruggito dal profondo della gola imberbe. Non ce l’avevo con te, vorrei dirgli. Ma già geme a denti stretti. Poi inizia a sbuffare come una vecchia teiera e dopo un mio Dio sibila un’imprecazione. Pensando alla macchia sui suoi calzoni sfioro quella sul mio vestito. Appiccicosa. La lavanderia mi costerà una fortuna.

Giovanni era un lamento quello? – La voce stridula di una donna lo chiama da lontano – Si è alzata di nuovo la febbre che hai ripreso a lamentarti? La madre penso. Ma prima di averne la certezza Giovanni attacca a metà di un altro cazzo sussurrato. Sorrido allo schermo che prima torna nero, poi vibra. Un SMS. Tre ha il piacere di confermarle l’accredito di 25 euro sul suo conto corrente. Niente male per uno alla sua prima volta. Tenerlo al telefono non è stata una passeggiata.

To be continued ….

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