Archivio per maggio, 2014

Corto – teaser

Pubblicato: 30 maggio 2014 in Narrabit originali

018_Il regista di CortoSì, ho capito. Lo so che sono in ritardo. Ma mica istallo condizionatori. Io faccio arte! Cerco le vibrazioni minori e le trasformo in storie. Dipingo emozioni –  ormai da 10 minuti Sergio gridava nel microfono dell’auricolare, gesticolando il suo solito misto di rabbia e impotenza – Cosa vuoi da me?

Un film. 20 minuti, compresi i titoli. Ecco cosa voglio. Come da contratto – La voce profonda di Carlo non si scompose. Aveva a che fare con registi e sceneggiatori da vent’anni. E ormai li considerava cavalli umorali. Con loro l’unica cosa che funzionava era una sapiente alternanza di redini e frusta. E con Sergio era da tempo giunta l’ora della frusta – Manca un mese al Festival e non ho ancora visto nemmeno il soggetto.

Sono settimane che sono a caccia della mia narrazione, lo sai. Non ho mica un pulsante che spingi ed esce il film, come al distributore di bibite della stazione! Se lo vuoi vincere quel festival, devi essere paziente e lasciarmi vivere il momento. Devi aspettare che le vibrazioni vadano in risonanza. Che il mio spirito si allinei con il dramma dei personaggi e con le loro vicende – Sergio si fermò davanti alla finestra. Verso ovest il sole colorava l’orizzonte di quell’ultima riga di giorno che rapidamente lascia spazio alla sera – E’ come per la notte. Per quanto tu possa essere impaziente, non sei tu a decidere quando arriva. Non le puoi mettere fretta.

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Episodio 1

Nei narrabit precedenti …  Dopo una giornata estenuante in piedi sui tacchi e fra le indicazioni del regista sono finalmente sul treno verso Roma.

Il telefono mi perseguita.

Prima la chiamata della compagnia telefonica. Con le arti segrete della seduzione catturo un passeggero e mi libero in fretta dell’operatore.

Appena scesa tocca alla telefonata di un adolescente in cerca dei primi piaceri della carne. Li soddisfo senza troppa convinzione. Il denaro è pur sempre denaro.

Sì, sei la mia troia – sento il ragazzino tentare un ruggito dal profondo della gola imberbe. Non ce l’avevo con te, vorrei dirgli. Ma già geme a denti stretti. Poi inizia a sbuffare come una vecchia teiera e dopo un mio Dio sibila un’imprecazione. Pensando alla macchia sui suoi calzoni sfioro quella sul mio vestito. Appiccicosa. La lavanderia mi costerà una fortuna.

Giovanni era un lamento quello? – La voce stridula di una donna lo chiama da lontano – Si è alzata di nuovo la febbre che hai ripreso a lamentarti? La madre penso. Ma prima di averne la certezza Giovanni attacca a metà di un altro cazzo sussurrato. Sorrido allo schermo che prima torna nero, poi vibra. Un SMS. Tre ha il piacere di confermarle l’accredito di 25 euro sul suo conto corrente. Niente male per uno alla sua prima volta. Tenerlo al telefono non è stata una passeggiata.

*******************

017_lui sulla sediaQuando arrivo nel corridoio centrale le luci sono accecanti. E il mio stomaco ha ripreso a rantolare. Mi piacciono le stazioni. E Termini in particolare. Sono i luoghi dove iniziano e finiscono storie di viaggio. Dove si raccolgono i randagi in cerca di riparo. Tavolozze sulle quali ogni colore è legittimo e ogni eccesso normale. Il tabellone degli orari dice che il mio treno è di nuovo in partenza. Leggo l’elenco delle destinazioni. Potrei andare ovunque. Salerno. Lecce. Fiumicino e poi un aereo. Mint-Scauri. Mint-Scauri? Mi chiedo. Che diavolo di posto è Mint-Scauri?

Minturno. Un comune in provincia di Latina – Il conducente del camioncino delle pulizie ha una voce profonda, calda – Fanno tutti quella faccia quando leggono lassù. In partenza?

Veramente in arrivo – Gli rispondo sperano che riprenda presto a parlare. Mi piacciono quei suoni bassi e corposi.

E da dove arriva? – Mi chiede grattandosi la pancia che si arriccia flaccida intorno alla cinta. Giallo il suo sovrappeso. Stretto nella maglietta di ordinanza. I suoi occhi azzurri mi accarezzano il collo. Poi scendono oltre la scollatura, lungo i miei fianchi e iniziano a spogliarmi. Parla, idiota, lo imploro fra me e me. E quello, invece, continua a fissarmi gli occhi, il seno, il ventre, le gambe. Dì una cosa. Racconta una storia, ripeti a memoria la poesia delle elementari. Se non ci arrivi, leggi le insegne. Fammi ascoltare la tua voce e stanotte sono tua. Ma  niente. E’ più forte di lui. Solleva il sopracciglio e accenna con la testa verso sinistra. Una. Due. Tre volte. Un invito silenzioso.

Alla RAI, capito? – il suo collega si avvicina con in mano l’ultimo numero di Metro. Giallo canarino dalla testa ai piedi anche lui, indica un titolo in grassetto – Cercano gente per Ballarò. Per fare il pubblico. Dice che non ci vuole andare più nessuno. E ci credo. Che ci vai a fare a quella porcata? Ma io ci vado eh! Ci vado ma poi mi devono far parlare, però! Si interrompe appena registra la mia presenza. Salvata dal collega inopportuno! Di nuovo quello squillo ma stavolta lo riconosco. Il telefono rosso. Meglio ancora, dunque. Salvata da una chiamata nel cuore della notte che puzza di emergenza! Per essere più credibile sgrano gli occhi preoccupata. Alzo l’indice e mi scuso con un gesto inequivocabile. Devo rispondere, mi dispiace. E mentre mi allontano sento i loro sguardi che mi avvolgono il sedere e rimpiango la ruvidezza di quella voce. Il suo calore.

Hai risposto – Inspira. Tossisce. Espira. Poi tossisce di nuovo. Il catarro di un fumatore incallito. La voce vibrante di un uomo perso.

Sono giorni che ti penso ma non sapevo bene cosa fare – gli dico.

Ti sento male ma parliamo lo stesso – sussurra.

Sono in stazione e prende malissimo. Dicevo che sono giorni che ti penso ma non sapevo bene cosa fare – ripeto scandendo le sillabe nonostante io lo senta benissimo.

C’è poco da fare – mi risponde senza espressione. E sento il sibilare della sigaretta spenta nel fondo di un bicchiere – Hai preso la tua decisione ma a questo punto te ne devi assumere la responsabilità.

Che intendi? – Gli chiedo mentre inizio a preoccuparmi. Conosco bene quelle frasi fatte e in genere non alludono a nulla di piacevole.

Cosa intendo? Ma mi prendi per il culo? – Si alza e inizia a vagare. Il rumore dei passi rimbalza fra le pareti senza ostacoli. E’ in una stanza vuota – E’ vero che ho fatto una cazzata. Anzi ne ho fatta più di una. Ma farti trovare con Marco il giorno del nostro anniversario è stato un colpo bassissimo. Il mio migliore amico, capisci? Uno che ti veniva dietro dal liceo e che non aspettava che un cenno. Così ora non ho niente. Non ho più te. Non ho più Marco. Mi hai tolto tutto.

Sei troppo arrabbiato per pensare lucidamente. Dimmi dove sei e proviamo a parlarne di persona – Spero di riuscire ad aprire uno spiraglio e invece la risacca si ritira e l’onda si alza. Più di prima e pronta a colpire più forte.

Vuoi parlare? Dopo tutte le parole che ho speso per scusarmi? Per dirti che sono innamorato di te come il primo giorno? Che qualunque ferita si rimargina? E’ vero, magari lascia una cicatrice. Ma chi di noi non ne ha? Per ore ti ho implorato di darmi un’altra possibilità. E tu mi hai colpito esattamente dove sapevi che avrebbe fatto più male. Ce l’ho ancora di fronte agli occhi l’immagine di te che mi guardi con la crudeltà che ti arriccia il labbro e senza espressione mi reciti quella parte studiata fino all’ultima pausa. Sei solo uno storpio e per te finora non ho provato altro che pietà – Il rumore secco della pietrina. Il crepitare della fiamma che brucia il tabacco. La diga di nicotina frena per un istante la piena. Inspira di nuovo, tossisce. E le sue parole mi colpiscono come una Lamborghini lanciata a tutta velocita contro un muro di cemento. Mi tremano le gambe. Devo sedermi. Guardo dietro di me in cerca di una panchina. I due delle pulizie hanno ripreso la loro caccia ai rifiuti. Trovo un muro e gli affido tutto il mio peso. La superficie liscia delle mattonelle spedisce un brivido freddo lungo la mia schiena nuda. Non so bene cosa dire ma da qualche parte devo iniziare. Ho il terrore che attacchi e venga inghiottito nel registro delle chiamate. Tutte uguali le une alle altre. Provo a iniziare una frase ma la diga cede e la corrente mi inonda – Per anni ho creduto che tu fossi l’unica persona a non vedere la morte nelle mie gambe ma solo la vita nel resto del mio corpo. Poi finalmente hai trovato il coraggio di parlare con sincerità. E mi hai regalato un bel lutto da rielaborare. Ora è tempo che ti renda il favore – il cuore mi salta un battito. Ho già capito dove vuole andare a parare – Sai benissimo cosa intendo. L’ultima volta ho sbagliato i tempi. E forse non ero abbastanza motivato. C’eri ancora tu. E c’era il dolore che ti avrei procurato. Ora, invece.

Non fare idiozie – Chiudo gli occhi e cerco le parole – l’hai detto tu che sono una stronza crudele. Che senso ha togliersi la vita perché una stronza crudele ti ha mollato? E poi sai bene quello che avevo passato, no? Sai bene che qualcosa si era rotto dentro di me.

Il bambino – E sento i suoi polpastrelli che raschiano sulla barba lasciata incolta – Quando l’hai perso è stato come se mi avessero strappato via l’intestino.

Allora puoi immaginare cos’abbia significato per me – Forse ho trovato un punto d’aggancio – Parli di lutti. Pensa a cosa può aver significato per me sentire quella vita morirmi dentro. Da un giorno all’altro il sogno si è trasformato nel peggiore degli incubi. A quel punto volevo solo fuggire. Cambiare tutto. Distruggere il palazzo fino alle fondamenta. Ricostruirlo? Nemmeno ci pensavo a come ricominciare. Prima dovevo fare terra bruciata. E lo sai, sono una vigliacca. Marco mi è servito per non doverti guardare in faccia e dirti che era finita. E le cose che ho detto le ho dette per bruciare i ponti e non soccombere alla tentazione di tornare sui miei passi. Ma ora è diverso. Ora che la distruzione ha purificato il dolore sono pronta – Faccio una pausa per dargli il tempo di elaborare le emozioni. Tira su col naso. Piange. Forse ce l’ho fatta a trascinarlo fuori dal tunnel – Ti amo e ti ho sempre amato. Ma per capire quanto, ho dovuto toccare il fondo.

Non so che dire – La sua voce trema come una foglia agitata dalla brezza. E con un sibilo anche il secondo filtro finisce in fondo al bicchiere. Sento vetro che colpisce vetro e poi il collo di una bottiglia che vomita fuori liquido denso. Inghiotte un sorso ed espira tra i denti – Veramente. Sono senza parole. Ancora qualche frase e avrei potuto quasi crederti. Complimenti! Deve essere stato quel lungo viaggio a New York. Ricordami un po’, era la Juilliard o l’Actor Studio? Ma ora so quanto sei falsa e opportunista. Forse l’ho sempre saputo ma non lo accettavo. Poi mi hai chiamato storpio ed è stato come incontrarti per la prima volta. E’ vero che la pillola rossa è dolorosa. Lacerante. Ma dopo un po’ la verità diventa così rilassante e cinica che all’improvviso il caos si spegne. Il mondo diventa tagliente e ostile ma meravigliosamente sincero. Sei una donna spregevole. Che ha usato le sue tette per arrivare ai miei soldi. Un aborto per creare un fossato fra di noi. E il mio migliore amico per bruciare il ponte che vi avevamo appena costruito sopra.

Forse stai esagerando. La rabbia ti fa vedere cose che non esistono – La situazione mi sta sfuggendo di mano

No. Come esagerando. Ho appena iniziato. Non hai ancora visto niente, puttanella schifosa che non sei altro. Viscida serpe, ormai al tuo veleno sono immune! Pensavi che prima o poi la mia fragilità mi avrebbe spinto al suicidio e ti sei preparata. Accordi matrimoniali, testamento, eredità. Tutto pronto. E invece ti ho fregato – Rimango in silenzio e i suoi singhiozzi riempiono la pausa del ritmo del dolore. Ma non piange, esplode in una risata sguaiata. E il dolore non è più il suo. Inizia ad essere il mio – Nemmeno le parole trovi più. Ti ho fregato. Sì. Hai capito bene. Non c’è più una lira sul mio conto. Ho svuotato e venduto l’appartamento. Con gli ultimi euro ho comprato una corda di canapa. Perché quando ti chiamerà la Polizia voglio che tu mi veda penzolare dal soffitto col collo spezzato dalla tua incapacità di essere una donna, una madre e una compagna. Mi fai schifo!

Sai che ti dico? – La situazione è ormai fuori controllo. Le tempie mi pulsano all’impazzata. Puttanella? Viscida serpe? Mi fai schifo? Nessuno mi ha mai apostrofato così. E non sarà certo uno storpio il primo della lista – Vuoi morire? Vuoi farla finita? Serviti pure. Ma fammi un favore, quando ti annodi la corda al collo, assicurati di esserti portato dietro anche la tua bella sedia a rotelle. E buttati giù insieme a lei, brutto storpio di merda. Inseparabili nella vita. Inseparabili nella morte – Attacco e gettò il cellulare rosso nella borsa. Ma vaffanculo, penso.

Per sbollire la rabbia cammino su e giù davanti alla vetrina di Borri Books. Il dolore ai piedi sta diventando insopportabile. Vorrei togliere le scarpe. Camminare scalza sulle mattonelle grigie davanti alle luci spente della biglietteria. Ma le Louboutin sono le Louboutin. Le guardo. Nere. Tacco 12. Perfette sotto l’abito scuro da cocktail. Per una che fa il mio mestiere, indossarle è come era per un crociato indossare il drappo bianco con le insegne dei soldati di Dio. Guardo gli scaffali oltre il vetro. Stracolmi di storie in ordine alfabetico. Chissà quanti crociati combattono fra le pagine di quei libri. Ci sono andata pesante, lo so. E quasi mi manca il respiro al pensiero di quella corda di canapa. Ma puttana proprio no! Ho due lauree e parlo 3 lingue. Per arrivare dove sono ho dovuto sudare. Più delle altre, perché vengo da fuori. E perché non ho mai permesso a nessun uomo di mettermi i piedi in testa. Si vuole ammazzare? Si ammazzi pure. Tanto si ammazzerebbe comunque. Non rinuncio certo alla mia dignità per salvare uno storpio depresso.

Uno squillo. Quello squillo. Il grido sguaiato del telefono rosso. Guardo lo schermo ed è quasi l’una. Ancora il suo numero. Rispondo seccamente con un monosillabo.

Sei una vera stronza. Nemmeno la libertà di ammazzarmi mi hai lasciato. Nemmeno la soddisfazione di sentirti schiacciata dal peso del rimorso – Lo sento aspirare. Ha di nuovo una sigaretta fra le dita e sorseggia da un bicchiere. La voce non è più quella tronfia del guerriero ma quella rotta di un disperato – Mi hai annientato. Non ho più voglia di vivere ma nemmeno quella di morire. Sono sospeso. Come una storia senza fine della quale non è possibile riscrivere l’inizio. Non riesco nemmeno a odiarti.

Stavolta attacco io. Un sospiro di sollievo mi scrolla di dosso un po’ di tensione. Anche per stanotte non si ucciderà. Missione compiuta. Domani è un altro giorno. Domani, Cristo! Mi aspetta un’altra giornata intensa e le ore si sono fatte piccole. Alzo gli occhi per trovare l’insegna che cerco da quando sono scesa dal treno. La vedo poco più in là. Il ragazzo del turno di notte sonnecchia davanti a uno schermo luminoso che trasmette le repliche delle repliche. Come mi vede arrivare si stropiccia gli occhi e si raddrizza sullo schienale. Non crede ai suoi occhi. Ma è l’unico stanotte che non mi fissa le tette e punta dritto alle gambe. Quando arrivo al microfono e lo accendo sento che si schiarisce la gola ma non dice niente. Mi fissa e sorride. Sotto il vetro faccio scivolare il telefono rosso.

Freccia Rossa 99825 – Gli dico mentre lo osserva cercando segni particolari – Carrozza 10. L’ho trovato sul tavolino dell’1D.

Mentre mi allontano avrei voglia di gridare. Sopra al ragazzo del turno di notte quella scritta gigante mi sorride lampeggiando e sembra fregarsene del mio provincialismo. Ma perché Lost and Found? Non era meglio il caro vecchio Oggetti Smarriti?

Non ho tempo per queste cazzate. Domani in galleria inizio presto. Con il regista devo vedere il premontato dello spot. Ché non sono mica Julia Roberts! Alle 12, poi, ho i cinesi. E se non riesco a piazzare nemmeno una delle riproduzioni di Matisse, questo mese me la vedo brutta.

016_lei sul trenoFinalmente la città. Non ne posso più di questa giornata. Sorridere sui tacchi mi ha indolenzito i piedi e gli zigomi. Oggi, poi, ci mancava solo il regista. 4 frasi idiote ripetute almeno una ventina di volte – lo sguardo, più intenso lo voglio – blaterava l’isterico – Devi sprizzare passione. Chi ti guarda deve vibrare. Deve desiderarti – Nemmeno stessimo girando Ultimo tango a Parigi. E’ proprio vero che gli uomini sono come le metropoli. Più crescono, più tutto ciò che senti è rumore di fondo. Traffico di pensieri senza senso. Smog denso di parole sature del loro ego.

Oltre il finestrino c’è la periferia nord. Luci distanti punteggiano l’oscurità. Quartieri decadenti. Minicar a zonzo. Un grande serbatoio sferico riconquistato dal tempo. Bianco ma verde di vegetazione. Un distributore ENI. Meno 30 centesimi se la fai al self-service. Più un euro per il bengalese che aspira dal filtro sporco di grasso. Buio di nuovo. E’ bella Roma al buio. Come un uomo con il corpo scolpito. Lo guardi con i polpastrelli e dimentichi quel viso che non riesce a piacerti.

La carrozza sussulta. Sferraglia. Rallenta – Dove va questo treno – Chiede per la decima volta il tipo impomatato con Spiderman sul desktop. Nessuno gli risponde ma a lui non interessa. La domanda è servita solo a interrompere il silenzio che lo inquieta. O magari a mostrare a tutti la perfezione del suo ciuffo. La Santissima Trinità degli uomini di inizio millennio. L’Uomo Ragno, il calcio e il ciuffo. Fino alle droghe e al rock’n’roll potrei arrivarci. Ma cosa abbia sostituito il sesso non lo capisco proprio. Ah, ecco. Da come se lo accarezza, direi il ciuffo.

Prossima fermata, Roma Tiburtina. Next stop, Roma Tiburtina – ripete un paio di volte la donna di metallo.  – Sono loro in ritardo – si lamenta la tipa con i ricci. E con l’indice batte sull’orologio che ha al polso. Il cellulare stretto fra l’orecchio e la spalla – Non vedo perché ora dovrei ricomprare il biglietto per la coincidenza. E’ colpa loro, cazzo – Rovista rabbiosamente nella borsa e tira fuori una busta di carta con i colori di Trenitalia – Freccia Rossa 99825 – grida nel microfono scandendo le sillabe – Arrivo a Roma Tiburtina ore 20.35. Ora mi ci portano loro a Napoli – La porta sbuffa. Scendono – Non ti ci mettere anche tu ora! – Esclama da sotto i ricci che le cadono attraverso la guancia fin sotto ai capezzoli. Poi attacca e sbatte il cellulare nella borsa. Vorrei averceli io quei capelli. A pensarci bene, anche quei capezzoli. Li vedo spingere sotto il maglione appena il freddo che viene da fuori li accarezza.

Un rumore acuto. Lo riconosco in ritardo. Squilla il cellulare. Quello rosso, non quello nero. Spingo di lato il tasto verde sul touch screen. E’ il centralino di Tre. Il solito sondaggio a cui rispondo a monosillabi. Sì. No. Sì. Poi le sillabe aumentano ma la solfa è la stessa. Poco soddisfatta. Molto soddisfatta. No. Sì. Abbastanza soddisfatta. Ma perché deve ripetermi ogni volta tutte le opzioni? Mi chiedo. Non gli si secca la gola? Sono sempre le stesse, mica sono deficiente. Il tipo impomatato suda la sua ansia lungo le tempie. Ha fretta. Da quando si sono aperte le porte sono passati già ben 30 secondi e nessuno si è ancora mosso. Una vera tragedia. Tamburella nervosamente sulla valigia. Una casa a rotelle di plastica rumorosa. Si volta nella mia direzione e mi scivola gli occhi giù per la scollatura. Ma non è l’articolo che gli interessa. Gli basta l’idea di essere quasi riuscito a rubarlo. Come un bambino colto in flagrante in un negozio di figurine che ripete non sono stato io alla security che gli fruga nello zaino. Non appena lo guardo e gli sorrido ammiccando torna a sbuffare. Cerca con lo sguardo l’intoppo che rallenta la fila e riprende a masturbarsi il ciuffo irrigidito dal gel.

Non saprei proprio – rispondo sovrappensiero all’uomo del call center. L’indice e il medio hanno perso frammenti di smalto. Sembro una puttana dell’est dopo una lunga notte sul marciapiede.

Non ce l’ho come risposta – ribatte la voce di Tre.

In che senso scusi?

Mi deve dire sì o no. Non saprei non è previsto.

Ho capito – insisto – Ma lei mi sta chiedendo se consiglierei Tre a un amico. E io proprio non ne ho idea. Dipende da cosa mi offrite in cambio.

Silenzio. Sento le sue dita pogare sulla tastiera alla ricerca di una opzione cliccabile.

Sì o no – cerco di aiutarlo – Possibile che non ci sia almeno un forse?

Ancora silenzio. Ma stavolta le dita sono ferme. Il lontananza sento accavallarsi le stesse domande rivolte ad altri malcapitati come me. Gli accenti dei suoi colleghi come le diverse voci di un’eco sbadato.

Forse. Sì c’è un forse. Ma se lei mette forse, io perdo 0,5 sul conteggio finale – lo sento contare sulla punta delle dita – sono 30 centesimi a questionario. Con la mia media può significare anche 30 euro al giorno. Il suo forse non me lo posso permettere.

Sì. Consiglierei Tre a un amico. Ci metta sì – Dopo 5 ore e 4 clienti, uno più esigente dell’altro, non potrei sopportare i tuoi 0,5 sulla coscienza.

Prossima fermata, Roma Termini. Next stop, Roma Termini – Ancora un grido dei freni e il treno cigola fino a fermarsi. Nel finestrino i binari si perdono all’orizzonte. Si alzano tutti. Ma la donna di metallo ha appena annunciato il ritardo. Saranno stanchi di stare seduti, penso. O magari sperano che il desiderio inganni l’attesa. Che agitarsi avvolga i minuti più rapidamente sulla bobina del tempo.

Penso di sì – rispondo. Quante ancora? Rifletto pensando alle domande. Se sapevo che era così lunga attaccavo.

Mi scusi ma vedo che il titolare di questo servizio è suo marito. Devo sentire la sua voce e avere da lui le risposte – Il ragazzo del call center è categorico. Ho voglia di mandarcelo ma mi trattengo.

Le è chiaro, vero, che sono su un treno? Sì, deve esserle chiaro, visto che è la terza volta che glielo ripeto. Non posso farla parlare con mio marito. O magari preferisce perdere qualche altro 0,5 – La minaccia vibra nel silenzio. Aspetto.

In realtà in questo caso sarebbe 1,25 – sottolinea senza espressione. Come riguardasse qualcun altro.

Ancora silenzio. E i polpastrelli riprendono a cercare opzioni rincorrendosi fra i tasti.

Si. Va bene. Però – inizio, ma poi ci ripenso – Rimanga in linea, un attimo che glielo passo.

Lo metto in attesa e mi avvicino al tipo alto che legge il Corriere. Ha evidenziato in giallo un paio di titoli. In verde diversi occhielli. Con la penna nera sottolinea righe e scrive commenti. A prima vista dovrebbero capirsi alla perfezione. Cerco il suo sguardo ma è come cercare di staccare un adolescente da Youporn. Mi salva il treno che riparte. Seguo lo scossone e gli cado addosso. Pagina 3 è andata. Strappata fino a metà. Si volta con le narici dilatate e le sopracciglia chiuse in un riccio di rughe. Ma il suo sguardo finisce dritto dentro la laguna verde dei miei occhi. Il dorso della sua mano accarezzato dal mio seno.

Posso chiederle un favore? – azzardo, con il cellulare ancora appoggiato sulla spalla. Il suo viso si distende. Mi guarda le labbra lucidate dal rossetto e so che ormai è in trappola. Mi mordo quello inferiore sollevando le sopracciglia. Il colpo di grazia. Tutti uguali dai 25 in su.  – Intervista telefonica. Vogliono sapere se siamo soddisfatti del servizio di TV via cavo. 3 domande. Risponda a tutte di sì. Le sfumature ce le metta secondo il suo gusto.

Lo vedo sorridere. Accetta il telefono e recita la sua parte da Leone d’Oro a Berlino. Lo ringrazio e lui solleva le spalle e incurva le labbra. Sta per dire qualcosa ma mi volto. Mentre rispondo alle ultime domande del questionario lo sento annusare il profumo che i miei capelli hanno sparso nell’aria. Apprezza. Un intenditore. Poi ripiega il giornale e si rituffa nella pagine di economia, penna alla mano. Il treno si ferma di nuovo. L’ultima volta per stanotte. E’ ora di scendere.

L’umidità delle sere d’estate mi uccide. Eppure accolgo il suo abbraccio come una fetta di millefoglie alla fine della dieta. Finalmente posso fumare. Cerco il pacchetto ma la borsa me lo nasconde. Sa anche lei che dovrei smettere. Ma non oggi, le dico nervosamente mentre sollevo le chiavi, sposto il portafoglio, guardo fra il Prozac e il Cipralex. Quando lo trovo, le mani mi tremano. Sarà la stanchezza, mi dico. Ma so bene che è l’astinenza. E la prima ondata che scende nella trachea me lo conferma. Ho fame e vedo in lontananza le luci di un distributore automatico. Una volta si chiamavano solo macchinette. Ora sono i bar on the run. Nemmeno una parola nella mia lingua. ‘Fanculo, mi tengo il languore.

E’ tardi ormai e il binario è deserto. Il ronzio del camioncino giallo delle pulizie mi distoglie dal sapore acre del tabacco. Non è più quello di un tempo. La Marlboro deve aver cambiato fornitore. Sento uno squillo. E lungo la banchina c’è un uomo che corre. Sarà il suo. Un uomo che corre? Mi chiedo. A quest’ora? Lungo i binari della stazione? Guardo meglio e mi convinco. Viene verso di me ansimando. Ancora uno squillo. E’ alto. Filiforme. Lucido di sudore. Piegato su un fianco, saltella da un piede all’altro zoppicando. E’ lento ma si sforza come stesse correndo la maratona di New York in testa alla folla. Mi guarda e fa un cenno con la testa. Un saluto. Che in realtà è una scusa per fissare il punto in cui finisce il pendaglio che ho al collo. Tiene un braccio fermo a mezz’aria mentre l’altro dondola seguendo il ritmo sincopato della sua corsa. Sulle prime non capisco. Ma quando mi passa accanto mi rendo conto che nella mano stringe una lattina. Red Bull. Ancora quello squillo. Ma non si allontana con lui. Allora è il mio. Di nuovo quello rosso, non quello nero. Un numero che non è in rubrica. Sarà la solita telefonata di mezzanotte.

Una parola. Che suona come una domanda ma in realtà è un’affermazione. L’ordine timido di una voce adolescente. Prendilo, mi dice, ce l’ho fra le mani. Poi aspira fra i denti con forza. Immagino in preda alla libidine. Anche se a me sembra più una lingua bruciata da una Fisherman’s Friend. Individuo una scomodissima panchina di marmo. Devo sedermi. Anche se non penso che sarà una cosa lunga.

Dio quanto è grosso. Lo voglio in bocca. Sì, spingilo fino in fondo. Sì, così. Continua – lo incito. Come farò a parlare mentre usa le mie labbra come quelle grandi di una bambola di plastica, non so. Poi mi rendo conto che non è il realismo che lo interessa. Le nuvole si sono spostate e le stelle visibili da 2 sono diventate 3.

Così, in piedi. Girati e appoggiati al muro – mi chiede con un ringhio, sperando di mascherare una voce non ancora maggiorenne. Già rotta dai primi spasmi di piacere.

In lontananza un’ombra saltella da un piede all’altro. Goffa. Fuori tempo. Prende un sorso dalla lattina che stringe nella sinistra. E’ il maratoneta al suo secondo giro. Secondo da quando sono scesa dal treno. Chissà quanti ne avrà fatti stanotte. Quando entra nel cono di luce del lampione il suo odore mi ha già raggiunto. Ed è l’odore di questa città. Del suo degrado. Della sua storia che marcisce come la frutta in un mercato di periferia.

Toccami – sussurro gemendo per lo schermo nero dello smartphone – Più forte stronzetto non stai mica accarezzando il gatto! – Con stronzetto forse ho esagerato. O magari stronzo era meglio. Lo avrebbe fatto sentire più uomo – Continua, così. Dai che vengo. Dai che mi fai bagnare tutta! – Sto per dare voce al mio orgasmo quando il maratoneta filiforme inciampa a pochi passi da me. I piedi si intralciano uno con l’altro. Sul suo viso vedo il terrore. Ma non ha paura di farsi male né di farne a me. Tutta la sua attenzione è sulla lattina. La tiene in alto. Protegge con il corpo quel sacro Graal. Poi, esaurite tutte le evoluzioni possibili, cade e metà del sangue di Dio finisce fra le mie gambe. Sul vestito da 400 euro.

Porca Troia! – Lo insulto.

Mi scusi, mi dispiace – balbetta mentre si rialza. Corre sul posto e si inchina più volte come un giapponese. Ma i suoi occhi riprendono a sbirciare in fondo alla mia scollatura. Lo caccio con un gesto e riprendo da dove avevo interrotto.

Sì, sei la mia troia – sento il ragazzino tentare un ruggito dal profondo della gola imberbe. Non ce l’avevo con te, vorrei dirgli. Ma già geme a denti stretti. Poi inizia a sbuffare come una vecchia teiera e dopo un mio Dio sibila un’imprecazione. Pensando alla macchia sui suoi calzoni sfioro quella sul mio vestito. Appiccicosa. La lavanderia mi costerà una fortuna.

Giovanni era un lamento quello? – La voce stridula di una donna lo chiama da lontano – Si è alzata di nuovo la febbre che hai ripreso a lamentarti? La madre penso. Ma prima di averne la certezza Giovanni attacca a metà di un altro cazzo sussurrato. Sorrido allo schermo che prima torna nero, poi vibra. Un SMS. Tre ha il piacere di confermarle l’accredito di 25 euro sul suo conto corrente. Niente male per uno alla sua prima volta. Tenerlo al telefono non è stata una passeggiata.

To be continued ….

Squillo – Teaser

Pubblicato: 6 maggio 2014 in Narrabit originali

016_lei sul trenoFinalmente la città. Non ne posso più di questa giornata. Sorridere sui tacchi mi ha indolenzito i piedi e gli zigomi. Oggi, poi, ci mancava solo il regista. 4 frasi idiote ripetute almeno una ventina di volte – lo sguardo, più intenso lo voglio – blaterava l’isterico – Devi sprizzare passione. Chi ti guarda deve vibrare. Deve desiderarti – Nemmeno stessimo girando Ultimo tango a Parigi. E’ proprio vero che gli uomini sono come le metropoli. Più crescono, più tutto ciò che senti è rumore di fondo. Traffico di pensieri senza senso. Smog denso di parole sature del loro ego.

Oltre il finestrino c’è la periferia nord. Luci distanti punteggiano l’oscurità. Quartieri decadenti. Minicar a zonzo. Un grande serbatoio sferico riconquistato dal tempo. Bianco ma verde di vegetazione. Un distributore ENI. Meno 30 centesimi se la fai al self-service. Più un euro per il bengalese che aspira dal filtro sporco di grasso. Buio di nuovo. E’ bella Roma al buio. Come un uomo con il corpo scolpito. Lo guardi con i polpastrelli e dimentichi quel viso che non riesce a piacerti.

Domani il primo di due episodi