014_tocca la roccia

Lo presero dietro l’angolo. E il disco fu la prima cosa a spezzarsi. Led da una parte. Zeppelin dall’altra. Nazista di merda, aveva gridato quello con la barba. Fottuto pelato, aveva insistito il gigante con la maglietta rossa. Come il primo, evitò anche il secondo bastone. Ma la clark gli entrò dritta nello stomaco di punta. Il marciapiede finì nella nebbia. E respirare divenne una sfida.

Cadde in ginocchio. Poi la guancia si schiantò sull’asfalto. Vi state sbagliando! Fra un colpo e l’altro cercava quelle parole e il fiato per gridarle. Ma perfino i pensieri fuggivano terrorizzati dal dolore. Li rincorse cercando Valentina.

Gli piacevano i calzoni neri di pelle che gli aveva regalato. Ti stanno un favola, gli aveva detto lei. E quel giorno li aveva indossati. Orgoglioso. Sopra agli anfibi neri del fratello soldato. Della scuola, invece, non gliene fregava un cazzo. Un ritornello, quello, che cantava alla madre sulle note di Black Dog. I gotta roll, can’t stand still, Got a flamin’ heart, can’t get my fill.

Col fraseggio di Jimmy Page cercò di coprire il calcio che gli colpì le costole. Sentì il crack sull’urlo del mi cantino.

Nella vita voleva solo scrivere. Riempire la stanza di musica e trasformare i suoni in parole. Poi Valentina lo aveva portato dove si arrampica. Aveva toccato la roccia e gli era sembrata come la tastiera del suo Olivetti. Ruvida. Ma docile sotto i polpastrelli. Salire una via era come scrivere una storia. Un passo dopo l’altro nel tunnel che ti cattura, risucchiato dal movimento e dal ritmo. Hey, hey, baby, when you walk that way,watch your honey drip, can’t keep away.

Robert Plant urlava di grandi labbra bagnate mentre i pugni gli laceravano le orecchie. Con le mani davanti al viso teneva lontana la scena, non i colpi. Temeva più i ricordi del dolore. I ricordi. Nascosto da qualche parte ne aveva uno di pura gioia. Lo cercò. Ma anche quello fuggiva sul ritmo incessante del bastone. Lo raggiunse sull’acuto del ritornello.

Era una mattina d’autunno. Guardava le sue gambe incrociate sul tappeto di foglie. E sulla parete osservava la via. La conosceva a memoria. La presa di spalla. I due piccoli appoggi. Incrocio. Poi fuori, lungo la fessura inclinata. Respirava aspettando che il mondo si sincronizzasse sulla linea di basso di John Paul Jones. Che il suo corpo gli desse il via. Oggi non c’era Valentina e non c’era la corda. C’erano solo la brezza e la via. E c’era lui. Solo. Davanti alla pagina bianca di roccia, con i polpastrelli che fremevano, pronti a scrivere una nuova storia. Si alzò e appena toccò il primo appiglio tutto svanì, avvolto solo dal respiro della paura. Poi ricomparve, 30 metri più in alto, insieme a un uragano di gioia. Ogni cellula aveva vibrato all’unisono, a tempo con la cassa di Bonham. Eyes that shine burning red, 015_lui a terra feritoDreams of you all through my head. Ma scalare senza corda era come l’eroina. Inebriante e mortale. Non l’avrebbe fatto mai più. Perché ora era lui il Cane Nero. E quello era il racconto perfetto.

Nero. Stronzo. Pezzo di merda. Ti ammazzo. Parole scandite. Una ad una, seguite da un calcio. Di collo o di tacco. Le macchie sotto le ascelle sempre più grandi. La bava alla bocca. Il ciccione non sapeva più dove colpire e si accontentava di ciò che era rimasto. I piedi. Le caviglie. Le ginocchia.

Scriveva per scalare. E scalava per scrivere. Scalare era dentro. Scrivere era fuori. Mentre scalava si apriva ai frammenti del mondo. E quelli lo invadevano come il profumo dei fiori. Lui li custodiva, li ricomponeva. Poi li vomitava sulla tastiera come un pianista delle parole. Quattro quarti. Ma con una battuta in cinque. Hey, hey, mama, said the way you move, Gonna make you sweat, gonna make you groove.

Scriveva per scalare. E scalava per scrivere. Le due S della sua vita se l’era tatuate sull’avambraccio sinistro. Per dire a tutti chi era e cosa cercava.

Quello con la barba si era alzato dal suo petto in silenzio. Ma ora urlava di nuovo. Nero, cane bastardo. Gli sfilò la cinta borchiata. Lo rivoltò pancia a terra. E lo frustò come uno schiavo fuggito dai campi. Mi fai schifo, sussurrò fra i denti stretti. Poi gli sputò. E per l’ultima volta gli affondò il tallone fra i glutei.

Tornò il silenzio. E tornò il fruscio delle macchine che sfrecciavano incuranti. Scatole di metallo infuocato sotto il sole d’estate. Bagliori. Il lago di sangue che nasceva dalle sue labbra brillava. Non sentiva più niente. Solo la schiena bruciare e freddo dalla vita in giù. Ma era un’altra la sua preoccupazione. Trascinò il braccio all’altezza degli occhi e le vide. Le dita spezzate pendevano morte dai lividi sulle nocche. Scrivere e scalare. Guardò il tatuaggio e pianse la morte della sua vita. Ah, ah. Ah, ah. Il lamento di Robert sul fruscio dei piatti accompagnò le lacrime nel grigio scuro dell’asfalto.

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