Chama – Episodio finale

Pubblicato: 9 aprile 2014 in Narrabit originali, Uncategorized
Tag:, , , , , , ,

Episodio 1

Nei narrabit precedenti …  Sono approdato a Rurrenabaque – amazzonia boliviana – con Pablo e Alejandro, due indigeni Ese Ejja con cui vivo sul fiume da settimane. La canoa è bucata e non abbiamo più da mangiare. Mi faccio una doccia nella pensione di Doña Ramona, mi libero dalle zecche e vado al magazzino a fare provviste. Arrivo che il caldo è di nuovo asfissiante e incontro Carlos Suarez, un agricoltore che un mese prima mi aveva accompagnato per la prima volta lungo il Rio Beni.

Quel giorno l’avevo raggiunto sulla riva e avevo scoperto quasi subito che la sua barca, in realtà, trasportava foglie di coca verso il confine.

Dopo 6 ore di viaggio una roccia colpisce lo scafo e due soldati dalla riva opposta ci ordinano di avvicinarci

E il mio pensiero va ai due fucili che imbracciano mentre continuano a lanciare ordini nella nostra direzione – Che vogliono? – gli chiedo mentre abbassa il motore e riparte – Stai zitto, mi risponde – e lascia parlare me – Capisco al volo che ha in mente qualcosa. Non so bene che cosa ma sembrava più allarmato prima per una possibile falla che ora. Usciamo dall’ansa e un’isoletta di arbusti si mette fra noi e la sponda opposta. Non li vediamo più. Poi non sentiamo più le urla. E dopo un attimo di silenzio, la prima raffica. Spalanco gli occhi incredulo e mi getto istintivamente sul fondo del pekepeke. Le pallottole frusciano qualche metro più in alto a cadono fra le foglie sulla sponda a noi più vicina. Quando i fucili automatici vomitano la seconda ondata mi copro la testa pur sapendo che non servirebbe a niente. I bordi di legno non mi coprono abbastanza e ho il secondo serbatoio a 20 cm dalla faccia. Il botto lo sentirebbero fino a Rurre.

***************

006_ilfiumeNo disparen. No disparen. Carajo! – Don Carlos impreca agitando le braccia. In piedi nello scafo che ondeggia imbarcando acqua – Fottuti militari – sussurra fra i denti mentre con una mano accarezza le sue scarpe di rappresentanza fradice e macchiate per sempre dal limo del Beni. A fatica risaliamo un po’ la corrente per arrivare nel punto più fondo. E appena attracchiamo, i due ci corrono incontro. Sono giovani. Troppo per quella divisa. Troppo per l’isolamento di questi luoghi. Il più piccolo avrà a mala pena 18 anni. L’altro, il superiore, un paio di più. Ci accolgono con lo sguardo accigliato e gli occhi puntati a poppa – Dove siete diretto, signore? – chiedono a Carlos che improvvisa una storia. Sarei un fotografo europeo, dice. E lui mi avrebbe dato un passaggio verso Riberalta per scattare immagini della gente e degli animali del fiume – E questo? – il superiore indica con la canna del fucile il telo di rafia – Riso. Sono Don Carlos Sanchez. Avrà sentito parlare della mia piantagione su negli llanos – il superiore si volta verso il giovane sottoposto che conferma la versione – Controlla a prua – lo incalza. Un brivido gelido mi attraversa la schiena e so che presto sarà visibile sulla mia faccia. Mi volto verso il fiume e, fingendo di aver visto qualcosa, punto l’obiettivo della macchinetta verso la sponda lontana. Il soldato libera una delle corde che assicurano il telo azzurro sopra al carico ed estrae un sacco. Sfila il coltello dalla cintura e lo affonda nella iuta. I chicchi bianchi cadono frusciando mischiandosi alla sabbia giallognola. Il superiore sembra soddisfatto e si rivolge di nuovo a Don Carlos – Non lo sa che in questi giorni c’è il coprifuoco? Dal tramonto in poi vi sparano a vista. Oggi non avrebbe dovuto salpare – La cosa mi suona nuova. Il confine col Brasile è lontano e non mi sembra ci siano problemi politici fra i due Stati. Anche Don Carlos è perplesso. Poi capisce e socchiude gli occhi. Gli tocca stare al gioco – Lo so. Ma mi ha pagato bene per questo viaggio – parla di me. Mi indica. E sto rapidamente diventando il parafulmine di questa tempesta. Che invece di saette scarica pallottole. Sbarro gli occhi sperando che li intercetti e cambi versione. Poi ci ripenso e distolgo lo sguardo. Se gli brucio la storia, la situazione può solo peggiorare – E lo sapete come va in questo periodo. Gli affari non mi permettono certo di mantenere la famiglia – l’interpretazione è magistrale. Con il cappello in mano, i calzoni ancora arrotolati e la testa bassa sembra davvero un contadino ridotto in miseria da una raccolto andato perso. Il soldato lo guarda senza espressione – Sa, potrei trattenerla qui fino al tramonto e poi confiscarle barca e carico – Non lo so per certo ma sono ragionevolmente sicuro che stavolta anche il cuore di Don Carlos ha saltato qualche battito – Ma non ho tempo da perdere. Abbiamo la barca spiaggiata e ci serve la sua benzina – aggiunge indicando il secondo serbatoio. E’ questo che vogliono, penso. E’ lì che voleva arrivare con la storia del coprifuoco. Don Carlos tentenna, abbozza un’obiezione più per rimanere nel ruolo che per spuntarla. Come farà ad arrivare a Riberalta? E i soldi del gringo? Mi indica di nuovo. Sarà costretto a restituirli? Il soldato tace e Don Carlos chiude la recita con un inchino. Si fa aiutare dal più giovane e consegna all’esercito boliviano i 10 litri di carburante per finire il viaggio. Vorrei applaudirlo. Sono l’unico vero pubblico che ha. L’unico caduto nel tranello della sua rappresentazione. Gli servivo come parafulmine ed è solo per questo che ieri mi ha avvicinato offrendomi il passaggio.

Riprendiamo il largo e la corrente ci spinge dentro all’afa infuocata di mezzogiorno. Mi piacerebbe saltargli al collo e vomitargli in faccia tutta la mia rabbia. Ma devo rinunciarci. In fin dei conti, quando sono salito a bordo sapevo a cosa andavo incontro. E poi sono nel bel mezzo del nulla. In un posto dove se sparisci nessuno ti viene a cercare. E seppure fosse, nessuno ti trova. Migliaia di chilometri quadrati di alberi e fiumi. E’ questo il mio terreno di gioco. E come avversari ho un trafficante di coca e due soldati bambini armati fino ai denti. La giustizia è un lusso che non posso permettermi.

Arriviamo a Taquaral in silenzio, dopo ore di navigazione trascorse senza fiatare. A malincuore restituisco a Don Carlos il sacchetto con le sue foglie. Lo pago il doppio e lo saluto cordialmente. Meglio evitare dissapori. Meglio immedesimarsi nel ruolo dello straniero spaventato e diffidente. Meglio che creda che non rappresento un pericolo. Con la benzina che gli resta al confine non ci arriva. Sarà costretto, quindi, a tornare a Rurre e a ripassare davanti al campo dei soldati. Non voglio problemi con loro – Vaya con Dios, Don Carlos – gli auguro ogni bene. Ma dentro di me spero che finisca nelle rapide e lo ritrovino col ventre gonfio e la bocca otturata dal limo del Beni.

E invece è ancora vivo e vegeto. E i suoi denti dorati mi sorridono, sfiorati dalla luce tenue delle lampadine dell’almacén. Me la cavo con un cenno del capo e riprendo a trattare sul prezzo dei miei acquisti. Ho tutto ciò di cui io e i miei amici Ese Ejja abbiamo bisogno. Ora tocca a un pasto decente. O alla cosa più simile che riesco a trovare. Alla faccia dell’originalità, il posto in cui mi siedo si chiama “La Comida”. 4 tavoli con intorno panche di legno senza schienale. Alle 20, in genere, tolgono i tavoli e aggiungono sedie. Mettono su un vecchio VHS e il 20 pollici del padrone diventa il cinema di Rurrenabaque. Mentre aspetto la cuoca do un’occhiata alla locandina. E’ la terza settimana che fanno Spawn e ogni sera è il delirio. Gli adolescenti della cittadina lo sanno a memoria ma continuano a vederlo come fosse la prima volta – Liscia, grazie. Senza gas – E’ l’unica informazione di cui ha bisogno la cuoca. A “La Comida” il menù non esiste. L’unico piatto che fanno si chiama cena. Ed è la signora corpulenta che si è appena allontanata con il mio ordine che decide cosa ci finisce dentro. Stavolta è una minestra di carne e verdure. Roba rara quando vivi lungo il fiume. La assaporo come fosse l’abbacchio con le patate che cucina mia madre. Un pasto caldo che scambio con moneta. Un gesto che sulle rive del Beni equivale a un giorno di lavoro. A ore di marcia fra gli alberi per trovare selvaggina. A ore di attesa sul fiume per catturare prima le esche e poi con queste pescare.

Crollo sul materasso sconnesso della pensione di Doña Ramona e mi sveglio solo quando canta il gallo. Sono 10 giorni che non lo sento. Il gallo che mi ricorda la campagna e mio nonno. Il gallo che stamattina avrei volentieri ucciso e dato in pasto agli avvoltoi. Oggi che ero riuscito a dormire qualche ora di seguito. Sul fiume mi sveglio in continuazione. I rumori della notte non cessano mai. Le scimmie urlatrici si strillano da sponda a sponda. Le rane toro gracchiano mentre a quattro ganasce divorano le zanzare attratte dal mio odore. Le sento vicine. Assordanti. Come fossero in tenda con me. Dormire è un’impresa. Di giorno, invece, c’è un grande silenzio nella foresta. I vocalizzi degli animali sono pochi e distribuiti nel tempo. Più il caldo aumenta, più si fa spesso il silenzio. Lo puoi quasi toccare. Il gallo non smette. Mi alzo. Raccolgo la mia roba ed esco. Doña Ramona non si è ancora agghindata e il suo imbarazzo è vistoso. La incontro che spazza il cortile e appena mi scorge con la coda dell’occhio si infila nel bagno. Esce poco dopo con i capelli sistemati alla bene e meglio e il rossetto spalmato come la maionese su una fetta di pane. La vanità non ha latitudine e parla tutte le lingue del mondo, dicendo più o meno la stessa cosa. Pago la stanza al prezzo di un pacchetto di gomme al bar sotto casa. Un letto malconcio in una stanza con le mura azzurre scrostate. I tubi arrugginiti. La doccia con l’acqua calda a gettoni, che se non stai attento prendi la scossa. Ma se faccio il confronto mi sembra comunque poco. Troppo poco.

Arrivo al molo e vedo Jilder ed Elisa, i figli di Pablo, che giocano sulla sabbia con pezzi di plastica raccolti dagli avvoltoi in mezzo alla spazzatura e lasciati sul bagnasciuga. Strano che siano soli. Non ci sono né Pablo né Alejandro. La maglietta di Jilder ha più buchi che tessuto. Ed è la migliore che ha. Sul fiume in genere non la porta proprio. Ma la madre gli ha messo il vestito buono per salire a Rurre. Elisa è più piccola e il naso non smette mai di colarle. Sul labbro superiore ha ormai perenni croste di muco – Hola hombrecito – dico a Jilder sorridendogli – Adónde está tu papá? – gli chiedo. Ho un sacco di riso pesante sulle spalle e la iuta dopo un po’ ti taglia la pelle. Non voglio aspettare per partire. Il sole diventerà presto insopportabile. Per allora meglio essere sul fiume e in movimento. Il bambino non risponde subito. Nemmeno mi guarda. La bambina è ancora piccola e parla poco. Dice frasi metà in spagnolo e metà in Ese Ejja. Poso il sacco. Mi accovaccio vicino a Jilder e glielo chiedo di nuovo – Adónde está Pablo? – Senza staccare gli occhi dal suo trofeo di plastica blu, mi indica un gruppo di casupole di legno oltre il molo. Non capisco subito. Poi vedo un uomo corpulento che gira l’angolo. Barcolla. La prima parola dello spagnolo di cui mi sono meravigliato mi investe i pensieri. Borracho. Ubriaco. Mi suonava strana allora. Oggi mi suona male. Sono preoccupato per quello che mi aspetta. Ma ciò che troverò sarà molto peggio di ciò che immagino.

Pablo e Alejandro sono stesi per terra, circondati da bottiglie di vetro vuote. Non erano certo soli. Se avessero bevuto tutto in due sarebbero morti. Dalle etichette è chiaro che hanno mischiato birra e superalcolici di pessima qualità. E si sa, i nativi di questa parte dell’amazzonia non reggono l’alcool. Si ubriacano con la loro bevanda tradizionale, il masato, che non arriva nemmeno a 2 gradi. Provo a scuoterli ma Pablo non reagisce. Respira ma non si sveglia. Alejandro, invece, si stropiccia gli occhi e fa per alzarsi ma ricade giù con un tonfo. Mi riconosce e mi afferra un braccio – Caray – impreca – Jilder y Elisa … – Lo   rassicuro, stanno giocando al porto. Mi ringrazia più volte, come se fossi stato io a portarceli. Poi afferra Pablo per le spalle e lo scuote violentemente. Lo schiaffeggia a mano piena e l’altro finalmente si riprende. Si dicono qualcosa che non capisco in Ese Ejja. Si alzano appoggiandosi l’uno all’altro. Barcollano fino a una grande vasca pubblica per il bucato e infilano a turno la testa sottacqua. Pablo ne beve in quantità, come se avesse sofferto la sete per giorni. Ci incamminiamo insieme verso il porto. In silenzio. Nessuno dei due si regge in piedi ma è evidente che Pablo sta peggio di Alejandro. Scendiamo il molo che Rurre si è già svegliata. Molti commercianti hanno sollevato le serrande dei loro piccoli negozi. Guardano i miei due amici con sprezzo e disgusto. Qualcuno li indica e nei discorsi sottovoce capisco solo una parola. Chama. Non ho dubbi. I soldi del charque hanno pagato la sbronza e i bambini staranno morendo di fame. Mi avvicino al banco dei cereali e tiro fori un paio di banconote per comprare del pane. L’anziano commerciante mi guarda come se avessi tentato di derubarlo. Con gesto della mano e sibilando il monosillabo che usa per scacciare i cani randagi prova ad allontanarmi. Insisto. Ho i soldi e voglio il mio pane. Ma lui afferra la scopa e minaccia di colpirmi – Si viajas con los Chamas, Chama eres – mi grida. Se viaggi con i Chama non sei altro che un Chama. Lo guardo senza muovere un passo. Voglio solo del pane. Le sue teorie mi interessano meno di niente. Ma il vecchio non cede e le sue urla hanno attirato l’attenzione. Inizia a formarsi un capannello di sguardi poco rassicuranti e le frasi che capisco mi convincono che è ora di allontanarsi. Faremo a meno del pane.

Il vento fresco del sud e la velocità della corrente si sommano in una carezza che mi asciuga il sudore e tiene lontani i mariguí. Chamas. Selvaggi. Vagabondi. Sporchi. La parola significa tutto questo e qualcosa di più. Ma mi piace come suona. Chamas. Non mi vergogno di camminare con loro. Di prendere in braccio i loro bambini e metterli a sedere nel pekepeke perché il padre e lo zio non sono in grado. Di slegare la cima che ormeggia il piccolo guscio di legno mentre Pablo vomita nell’acqua del fiume. Lo guardo. Pablo, che si raddrizza il berretto e prende in mano il timone. Gli occhi socchiusi che cercano ostacoli da evitare nella rete confusa dei riflessi del sole sull’acqua. Cacciatore fiero nella foresta. Straccione in città. Eroe barbone, drogato di strade e cemento che lo chiamano da lontano con la voce suadente delle sirene di Ulisse. Lo lasciano avvicinare e poi lo ingoiano. Sputandolo via poco dopo come un rifiuto.

Vorrei dirgli qualcosa. Ma suonerebbe come un commento complice o come una predica. Apro una papaya, invece, e gliene offro una fetta. Mi ringrazia con un sorriso e mi accorgo che nel suo sguardo la scorsa notte è già parte del passato. Sepolta da ciò che ci aspetta. Il tetto del suo riparo da consolidare. Il charque da sorvegliare. Il fucile e la caccia. Gli ami e la pesca. La sua famiglia.

Il rumore del pekepeke mi desta dai pensieri. Ormai navighiamo in corrente da ore e il sole fa scintillare le gocce che saltano via dalla scia bianca del motore. Pablo è piegato sul timone mentre Alejandro a prua gli indica dove andare per non colpire rami o zone di secca. I bambini giocano sul fondo dello scafo, stesi sulle reti. C’è silenzio. Non ci diciamo nulla. Ciò che è avvenuto è strano solo per me. Per loro è normale. Probabilmente succede così ogni volta che salgono a Rurre. Loro lo sanno. Lo sanno i bambini. Lo sanno le donne che rimangono al campo. Fa parte del ciclico ripetersi della vita sul fiume.

Si viajas con los Chamas, Chama eres. Mi tornano in mente quelle parole e mi guardo i calzoni. Sporchi. Logori. I vestiti di un vagabondo – Chama – sussurro. Mi piace come suona.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...