Chama – Episodio 1

Pubblicato: 7 aprile 2014 in Narrabit originali
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005_ilprotagonistaSono due settimane che non torno a Rurrenabaque. Rurre, come la chiamano qui, arrotando le “r” in un verso che tutto sembra tranne una parola. La canoa ha un buco sullo scafo. E il motore ormai non fa più pekepeke, il rumore che dà il nome all’imbarcazione, ma rantola e sussulta. Dovremmo cercare di farlo riparare. Anche se la vera priorità del nostro viaggio è comprare da mangiare. Non ne posso più di banane, pesce e carne di scimmia.

Mentre risaliamo la corrente il calore del sole mette a tacere la foresta. Sono stanco. Accasciato sui teli di rafia consumati dall’uso, penso alle distese senza nome che si stendono fino al confine con il Brasile. Terra di nessuno. O, per dirla meglio, terra di qualcuno che non conta. Di qualcuno che per il governo boliviano non esiste. Fantasmi che anche gli elettori chiamano con nomignoli dispregiativi. Volti che hanno saltato l’adolescenza. Mani consumate dalla corrente. Guardo a poppa e li osservo. Una volta erano guerrieri, mi dico. Oggi vestono gli stracci della civiltà meticcia e ne raccolgono i rifiuti come fossero regali. Per un attimo la brezza recede e una nuvola ronzante ci avvolge. Mariguì. Insetti microscopici e implacabili che durante il giorno affollano le rive del fiume. Le zanzare notturne riesci a schivarle se ti infili nella zanzariera poco prima del tramonto. I mariguì no. Piccoli come la testa di uno spillo e voraci come i piranha, solo il vento li tiene lontano. Il mio corpo, ormai immune, non avverte più il fastidio della puntura. Ma ogni due, una il segno lo lascia lo stesso. Guardo le mie caviglie cosparse di punti rossi e piccole croste e sorrido al tributo che pago alla mia curiosità.

Appena tocchiamo la sponda salto giù dal pekepeke scalzo. Le scarpe appese allo zaino. Poco più in là gli avvoltoi saltellano fra i rifiuti dell’uomo, sparsi un po’ ovunque. Quelli appollaiati sulla sabbia sventolano le ali in cerca della brezza. Hanno caldo anche loro. Saluto Pablo, Alejandro e i bambini. Le donne sono rimaste al campo per evitare che gli insetti sporchino i pesci che si essiccano al sole. O peggio, che un giaguaro o un coccodrillo si riempiano lo stomaco con il frutto di giorni di duro lavoro. Gli uomini, invece, sono qui per vedere il charque. E’ così che chiamano i tranci asciugati dal sole e dal sale. Lo vendono a privati o alle locande di Rurrenabaque per pochi pesos. I bambini imparano dai genitori. Imparano come lavorare per ore sul fiume e vendere il prodotto per pochi spicci. Imparano che cos’è che fa un chama. Chama, avevo imparato parlando con la gente di Rurre, è il termine dispregiativo con cui, dall’epoca dei primi contatti, i “bianchi” chiamano i nativi Ese Ejja. Selvaggi. Vagabondi. Sporchi. La parola significa tutto questo e qualcosa di più.

Mi allontano e cerco un posto dove dormire e mangiare qualcosa che non sia riso, banane, pesce fritto o carne di scimmia. Sono 15 giorni che non tocco altro. Perché non c’è altro. Gli ultimi 2 giorni sono stati i più duri. Ci erano rimaste solo banane e il charque andava preservato per essere venduto. Cerco anche un almacén dove comprare cose da riportare al campo. Riso, banane. Tanto per cambiare. Ma anche filo da pesca e ami nuovi. Con Pablo, Alejandro e i bambini ci vedremo la mattina seguente. Partiamo prima di mezzogiorno perché per tornare al campo ci vogliono ore. E’ vero che siamo in corrente ma sono sempre tante. Quante? Ho imparato a non chiederlo più. In Amazzonia conta poco. Il tempo è un’unità relativa.

Fa caldo a Rurre. Mi guardo allo specchio e ho il viso cotto dal sole tropicale. La barba lunga e ispida. I capelli schiariti dalla luce e ancora incollati dal limo disciolto nell’acqua del Beni. Esco dalla doccia che già sudo di nuovo. Mi siedo all’ombra e rileggo le ultime righe del mio diario. La gatta della pensione mi si avvicina ronfando, gira con la coda arricciata intorno alla mia gamba e si sdraia per le carezze. E’ incinta. I capezzoli turgidi e la pancia gonfia di vita. Si alza e inizia a miagolare incuriosita. Mi lecca sul braccio, vicino all’ascella, e avverto uno strano prurito. Scivolo i polpastrelli lungo l’umido residuo della sua lingua e sento una pallina rigonfia. Zecche, cazzo. Una dietro al tricipite e una sotto la scapola. Regalo della tartaruga che ci siamo trascinati appresso per due giorni prima di scambiarla con un casco di banane. Mi torna in mente la faccia di Pablo quando ho proposto lo scambio al commerciante che abbiamo incrociato sul fiume. Qualità contro quantità. Una tartaruga è un piatto prelibato da queste parti, ma con 10 chili di banane ci sfami una famiglia. Bueno – aveva sussurrato Pablo mentre reprimeva a fatica l’acquolina che gli bagnava la lingua. Si era tolto il cappello da baseball afferrando la visiera, si era tirato indietro i capelli corvini e aveva lasciato a me la trattativa.

Zecche, cazzo. Il sassofono di Stan Getz e la tromba di Chet Baker risuonano nel patio della pensione. Doña Ramona in quanto a gusti musicali è una rarità da queste parti. Mi piacerebbe tornare a scrivere 007_lazeccaaccompagnato dal jazz dei due fiatisti americani. Ma nemmeno la musica riesce a distrarmi dall’idea di quelle 2 teste appuntite infilate nella mia pelle, del ventre di quei parassiti rigonfio del mio sangue – Che ci vuole – mi incoraggia la mia ospite – basta affogarle. Volendo funziona anche con una sigaretta – E mi fa un cenno, indicando il mozzicone che tiene fra il medio e l’indice. Entrambi decorati da una pila di anelli e da unghie smaltate e ricurve, sporche della terra rossa della foresta. Faccio finta di pensarci ma ho già deciso. Fra il potere del fuoco e quello dell’acqua, la corpulenta irruenza di Doña Ramona mi convince che è meglio fare da solo e provare con l’acqua. La ringrazio, cerco un secchio e lo riempio. Con il braccio è più facile. Lo piego e lo immergo fino all’ascella. Quanto mai potrà trattenere l’apnea una zecca? Aspetto qualche minuto e la stacco con delicatezza per evitare che la testa rimanga dentro e faccia infezione. Con quella sotto la scapola sono costretto a un numero da circo. Cerco un lavandino ma l’unico disponibile è mezzo intasato. Nel liquido verdastro che non defluisce galleggiano peli e rimasugli solidi. Maglio di no, mi dico. A quel punto tanto valeva lasciar tentare gli artigli lucidi di Doña Ramona. Torno al secchio e lo riempio fino all’orlo. Lo metto in terra in fondo alla panca di legno su cui mi sdraio supino. Scivolo fuori dal lato corto fino a quando la mia scapola è in verticale sull’acqua. La immergo e un brivido mi contrae l’addome e scivola rapido fino ai talloni. Dopo un po’, però, stare a mollo diventa piacevole. Un attimo di ristoro dal caldo asfissiante dei tropici. Aspetto di nuovo. E mentre aspetto le due ragazze canadesi del primo piano passano e mi guardano perplesse – Just getting a tick out – per cavarmi d’impaccio provo con la verità. Ma appena la frase attraversa l’aria umida del patio mi rendo conto di come suona. Gli leggo negli occhi il titolo della gag. Mr. Bean in vacanza ai tropici. E dopo le risate trattenute, sulle loro labbra leggo anche l’epitaffio – He’s Italian – La bionda liquida così la faccenda. E’ italiano che vuoi aspettarti. Nel frattempo immagino la zecca obesa appesa alla mia scapola che ingoia acqua. Sente la morte che si avvicina ma non molla la presa. Agonizza. Trema. Il liquido le invade i polmoni e con un ultimo sussulto muore, con la testa ancora infilata nella mia pelle. Davanti a uno specchio appannato dal tempo la stacco con delicatezza e incrocio le dita. Se qualcosa è rimasto dentro l’infezione è assicurata. E sono a una ventina di ore di pullman dal più vicino ospedale.

Il calore non recede nemmeno al tramonto e le strade terrose di Rurre si colorano del giallo caldo dei campi di Van Gogh. I camion gorgogliano con lunghe pause fra una marcia e l’altra, sollevando polvere che ti finisce ovunque. Finché l’umidità la trasforma in un fine intonaco marroncino che senti fra le dita e perfino sul palato. Che ritrovi nella minestra. Il viola del cielo che precede la notte arriva accompagnato dalle urla gutturali di un temporale. I lampi spariscono fra gli alberi della sponda opposta del Beni e in men che non si dica le stradine si trasformano in fiumi di fango. Ormai ho imparato a camminarci dentro. Saltando di sasso in sasso. Di aiuola in aiuola. Aspettando che la piena si plachi. Con il temporale il caldo allenta la morsa ma in 10 minuti sono già fradicio. In altrettanti sarò asciutto, rifletto, pensando ai cicli che qui si ripetono quasi sempre uguali a sé stessi. Trovo l’almacén e sulla soglia una sagoma che conosco tratta controluce sul prezzo di una partita di riso.

Mi strizzo i capelli a testa in giù sperando che Carlos Suarez non mi abbia ancora riconosciuto. Un mese fa mi ha accompagnato lui lungo il fiume per la prima volta. Sapevo che la famiglia di Pablo era in un posto chiamato Taquaral e per giorni avevo cercato un passaggio per raggiungerli. Poi un pomeriggio, dopo che l’ultimo commerciante si era rifiutato di prendermi a bordo, Don Carlos si era avvicinato. Occhiali scuri, pettinatura impeccabile e camicia gialla a righe su pantaloni marroni con la riga stirata al centro della coscia. Più che un marinaio del Beni sembrava un politico locale in cerca di voti. Di quelli che avevo visto spesso arringare le folle nei villaggi isolati delle Ande – Se ti fai trovare qui domani alle 8, ti porto io a Taquaral – mi aveva sussurrato all’orecchio, appoggiandomi il palmo sudato sulla spalla.

L’indomani arrivo prima di lui. Sulla spiaggia c’è un unico scafo pronto a partire. Lungo il doppio di un normale pekepeke e carico di qualcosa di voluminoso stipato sotto teli di rafia nuovi di zecca. Mi guardo intorno ma di Don Carlos nemmeno l’ombra. Lascio il sacco con il riso e quello con lo zucchero sulla riva e faccio un giro fra i banchi del mercato – Ha visto Don Carlos per caso? – chiedo alla tipa che vende il mais soffiato – Vedrai che arriva – mi risponde. E mi fa cenno di allontanarmi, ché le occupo il corridoio d’ingresso per i clienti – Qual è la sua barca? – Le chiedo facendo finta di nulla. La donna si alza scocciata e mi viene incontro. Mi spinge fuori, sul tavolato del molo di approdo, e mi indica lo scafo arenato. Se ne va un’alta mezz’ora ma Don Carlos non si vede. Scendo di nuovo al fiume e inizio a caricare le mie cose. Almeno appena arriva siamo pronti a salpare, penso. Il sacco di riso atterra con un tonfo e qualche cigolio sul fondo del pekepeke. Quello di zucchero, invece, mi cade oltre il bordo e finisce a testa sotto sul carico di Don Carlos. Lo conosco quello scricchiolio, mi dico mentre sposto il sacco per confermare i miei sospetti. Ma quando sollevo il telo la situazione è anche peggio di come la immagino. Decine di sacchi di iuta tutti uguali sono accatastati gli uni sugli altri. Qui e lì piccole foglie ovali sfuggite alle mani esperte degli imballatori. E nell’aria l’odore pungente del raccolto più redditizio da queste parti. La coca destinata al mercato internazionale. Cibo dello spirito nelle mani dei nativi, si trasforma nella polvere della dipendenza destinata agli annoiati colletti bianchi delle metropoli d’oltreoceano.

Ne vuoi un sacchetto? – la voce ruvida alle mie spalle mi prende di sorpresa. Mi volto come un ladro sorpreso con le mani nel sacco. Don Carlos si alliscia i baffi corvini con l’indice piegato e l’anello d’oro che gli avvolge il mignolo. Mi strizza l’occhio, sorridendo. Non sembra infastidito dalla mia scoperta – Prendile – mi ripete porgendomi un sacchetto di plastica trasparente – ti serviranno vedrai – Annuisco e non mi faccio ripetere l’invito una terza volta. Affondo la mano in un sacco aperto e spingo nella busta tutte quelle che entrano. So bene che ha ragione. Quando la fame, la sete e il caldo non ti danno tregua, masticare la coca ti aiuta ad aspettare con meno ansia le ombre lunghe del tramonto. Poi penso alla gioia dei miei amici Ese Ejja e ne aggiungo un paio di manciate. Mentre ripongo tutto in fondo allo zaino, Don Carlos spolvera i suoi mocassini lucidi dai granelli di sabbia, li ripone all’asciutto e spinge la barca in corrente.

6 ore più tardi, mentre sonnecchio appoggiato allo zaino, un colpo mi sveglia di soprassalto. Sento prima la bestemmia di Don Carlos. Poi lo scafo che si lamenta e la pietra che abbiamo urtato a prua che scivola sotto di me cercando un varco. Esce a poppa un istante dopo che Don Carlos ha sollevato il motore. Appena in tempo per evitare l’urto che avrebbe fatto a pezzi l’elica. Lasciandoci in balia del fiume e delle rapide poco più a valle. Ci fermiamo in un ansa dove la corrente è quasi assente e l’acqua poco profonda. Don Carlos, con il cuore infranto per la riga stropicciata, si arrotola i calzoni sopra il ginocchio e salta fuori bordo per valutare i danni. Se c’è una falla, il prezioso contenuto dei suoi sacchi è perduto. Si toglie la camicia e la piega con cura sul telo di rafia. Ci appoggia sopra gli occhiali da sole. Poi immerge un braccio fino alla spalla e con il palmo scorre lo scafo da poppa a prua. L’ansia gli balla fra le pupille e i suoi scongiuri gli increspano la fronte. Ripete l’ispezione al contrario. Alla fine sorride sodisfatto. Con due pacche a palmo aperto si complimenta con il suo scafo come fosse un vecchio compagno d’avventura che per l’ennesima volta ha superato una prova di coraggio – Non ne fanno più di così resistenti. Ma abbiamo avuto fortuna – Non fa in tempo a finire la frase che sentiamo parole confuse, gridate dall’altra parte del fiume. Non capisco. Con lo spagnolo ormai me la cavo, lo slang del bassopiano, però, è complicato. Sulla riva non c’è nessuno. Poco più in là vedo muoversi gli arbusti sul limitare degli alberi. Le urla riprendono e questa volta capisco “qui. Venite qui”. E più che una richiesta sembra un ordine. Quando i due uomini raggiungono la spiaggia vedo la testa di Don Carlos cadergli fra le spalle. Poi scorgo le divise e capisco. Militari. Truppe di confine. Nel mezzo del nulla. In poche parole, guai. Poi penso al carico nascosto sotto la rafia e mi correggo. Non sono guai, sono cazzi amari. Forse ho fatto un’idiozia ad accettare il passaggio. E ancora peggio è stato infilare la busta strapiena di foglie di coca in fondo allo zaino. Cerco conforto nell’esperienza del mio accompagnatore ma trovo solo i suoi occhi puntati sul fondo dello scafo. Si asciuga e si rinfila la camicia. Sbrigati, cazzo, penso fra me e me, non lo senti che continuano a urlare. Chi se ne frega della tua fottuta camicia di Armani taroccata. Datti una mossa. E il mio pensiero va ai due fucili che imbracciano mentre continuano a lanciare ordini nella nostra direzione – Che vogliono? – gli chiedo mentre abbassa il motore e riparte – Stai zitto, mi risponde e lascia parlare me – Capisco al volo che ha in mente qualcosa. Non so bene che cosa ma sembrava più allarmato prima per una possibile falla che ora. Usciamo dall’ansa e un’isoletta di arbusti si mette fra noi e la sponda opposta. Non li vediamo più. Poi non sentiamo più le urla. E dopo un attimo di silenzio, la prima raffica. Spalanco gli occhi incredulo e mi getto istintivamente sul fondo del pekepeke. Le pallottole frusciano qualche metro più in alto a cadono fra le foglie sulla sponda a noi più vicina. Quando i fucili automatici vomitano la seconda ondata mi copro la testa pur sapendo che non servirebbe a niente. I bordi di legno non mi coprono abbastanza e ho il secondo serbatoio a 20 cm dalla faccia. Il botto lo sentirebbero fino a Rurre.

To be continued ….

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