Archivio per aprile, 2014

014_tocca la roccia

Lo presero dietro l’angolo. E il disco fu la prima cosa a spezzarsi. Led da una parte. Zeppelin dall’altra. Nazista di merda, aveva gridato quello con la barba. Fottuto pelato, aveva insistito il gigante con la maglietta rossa. Come il primo, evitò anche il secondo bastone. Ma la clark gli entrò dritta nello stomaco di punta. Il marciapiede finì nella nebbia. E respirare divenne una sfida.

Cadde in ginocchio. Poi la guancia si schiantò sull’asfalto. Vi state sbagliando! Fra un colpo e l’altro cercava quelle parole e il fiato per gridarle. Ma perfino i pensieri fuggivano terrorizzati dal dolore. Li rincorse cercando Valentina.

Gli piacevano i calzoni neri di pelle che gli aveva regalato. Ti stanno un favola, gli aveva detto lei. E quel giorno li aveva indossati. Orgoglioso. Sopra agli anfibi neri del fratello soldato. Della scuola, invece, non gliene fregava un cazzo. Un ritornello, quello, che cantava alla madre sulle note di Black Dog. I gotta roll, can’t stand still, Got a flamin’ heart, can’t get my fill.

Col fraseggio di Jimmy Page cercò di coprire il calcio che gli colpì le costole. Sentì il crack sull’urlo del mi cantino.

Nella vita voleva solo scrivere. Riempire la stanza di musica e trasformare i suoni in parole. Poi Valentina lo aveva portato dove si arrampica. Aveva toccato la roccia e gli era sembrata come la tastiera del suo Olivetti. Ruvida. Ma docile sotto i polpastrelli. Salire una via era come scrivere una storia. Un passo dopo l’altro nel tunnel che ti cattura, risucchiato dal movimento e dal ritmo. Hey, hey, baby, when you walk that way,watch your honey drip, can’t keep away.

Robert Plant urlava di grandi labbra bagnate mentre i pugni gli laceravano le orecchie. Con le mani davanti al viso teneva lontana la scena, non i colpi. Temeva più i ricordi del dolore. I ricordi. Nascosto da qualche parte ne aveva uno di pura gioia. Lo cercò. Ma anche quello fuggiva sul ritmo incessante del bastone. Lo raggiunse sull’acuto del ritornello.

Era una mattina d’autunno. Guardava le sue gambe incrociate sul tappeto di foglie. E sulla parete osservava la via. La conosceva a memoria. La presa di spalla. I due piccoli appoggi. Incrocio. Poi fuori, lungo la fessura inclinata. Respirava aspettando che il mondo si sincronizzasse sulla linea di basso di John Paul Jones. Che il suo corpo gli desse il via. Oggi non c’era Valentina e non c’era la corda. C’erano solo la brezza e la via. E c’era lui. Solo. Davanti alla pagina bianca di roccia, con i polpastrelli che fremevano, pronti a scrivere una nuova storia. Si alzò e appena toccò il primo appiglio tutto svanì, avvolto solo dal respiro della paura. Poi ricomparve, 30 metri più in alto, insieme a un uragano di gioia. Ogni cellula aveva vibrato all’unisono, a tempo con la cassa di Bonham. Eyes that shine burning red, 015_lui a terra feritoDreams of you all through my head. Ma scalare senza corda era come l’eroina. Inebriante e mortale. Non l’avrebbe fatto mai più. Perché ora era lui il Cane Nero. E quello era il racconto perfetto.

Nero. Stronzo. Pezzo di merda. Ti ammazzo. Parole scandite. Una ad una, seguite da un calcio. Di collo o di tacco. Le macchie sotto le ascelle sempre più grandi. La bava alla bocca. Il ciccione non sapeva più dove colpire e si accontentava di ciò che era rimasto. I piedi. Le caviglie. Le ginocchia.

Scriveva per scalare. E scalava per scrivere. Scalare era dentro. Scrivere era fuori. Mentre scalava si apriva ai frammenti del mondo. E quelli lo invadevano come il profumo dei fiori. Lui li custodiva, li ricomponeva. Poi li vomitava sulla tastiera come un pianista delle parole. Quattro quarti. Ma con una battuta in cinque. Hey, hey, mama, said the way you move, Gonna make you sweat, gonna make you groove.

Scriveva per scalare. E scalava per scrivere. Le due S della sua vita se l’era tatuate sull’avambraccio sinistro. Per dire a tutti chi era e cosa cercava.

Quello con la barba si era alzato dal suo petto in silenzio. Ma ora urlava di nuovo. Nero, cane bastardo. Gli sfilò la cinta borchiata. Lo rivoltò pancia a terra. E lo frustò come uno schiavo fuggito dai campi. Mi fai schifo, sussurrò fra i denti stretti. Poi gli sputò. E per l’ultima volta gli affondò il tallone fra i glutei.

Tornò il silenzio. E tornò il fruscio delle macchine che sfrecciavano incuranti. Scatole di metallo infuocato sotto il sole d’estate. Bagliori. Il lago di sangue che nasceva dalle sue labbra brillava. Non sentiva più niente. Solo la schiena bruciare e freddo dalla vita in giù. Ma era un’altra la sua preoccupazione. Trascinò il braccio all’altezza degli occhi e le vide. Le dita spezzate pendevano morte dai lividi sulle nocche. Scrivere e scalare. Guardò il tatuaggio e pianse la morte della sua vita. Ah, ah. Ah, ah. Il lamento di Robert sul fruscio dei piatti accompagnò le lacrime nel grigio scuro dell’asfalto.

Annunci

Cane Nero – Teaser

Pubblicato: 17 aprile 2014 in Narrabit originali

015_lui a terra feritoLo presero dietro l’angolo. E il disco fu la prima cosa a spezzarsi. Led da una parte. Zeppelin dall’altra. Nazista di merda, aveva gridato quello con la barba. Fottuto pelato, aveva insistito il gigante con la maglietta rossa. Il secondo bastone era riuscito a evitarlo. Ma la clark gli entrò nello stomaco di punta. Il marciapiede finì nella nebbia. E respirare divenne una sfida.

Domani episodio unico

Episodio 1

Nei narrabit precedenti …  Sono approdato a Rurrenabaque – amazzonia boliviana – con Pablo e Alejandro, due indigeni Ese Ejja con cui vivo sul fiume da settimane. La canoa è bucata e non abbiamo più da mangiare. Mi faccio una doccia nella pensione di Doña Ramona, mi libero dalle zecche e vado al magazzino a fare provviste. Arrivo che il caldo è di nuovo asfissiante e incontro Carlos Suarez, un agricoltore che un mese prima mi aveva accompagnato per la prima volta lungo il Rio Beni.

Quel giorno l’avevo raggiunto sulla riva e avevo scoperto quasi subito che la sua barca, in realtà, trasportava foglie di coca verso il confine.

Dopo 6 ore di viaggio una roccia colpisce lo scafo e due soldati dalla riva opposta ci ordinano di avvicinarci

E il mio pensiero va ai due fucili che imbracciano mentre continuano a lanciare ordini nella nostra direzione – Che vogliono? – gli chiedo mentre abbassa il motore e riparte – Stai zitto, mi risponde – e lascia parlare me – Capisco al volo che ha in mente qualcosa. Non so bene che cosa ma sembrava più allarmato prima per una possibile falla che ora. Usciamo dall’ansa e un’isoletta di arbusti si mette fra noi e la sponda opposta. Non li vediamo più. Poi non sentiamo più le urla. E dopo un attimo di silenzio, la prima raffica. Spalanco gli occhi incredulo e mi getto istintivamente sul fondo del pekepeke. Le pallottole frusciano qualche metro più in alto a cadono fra le foglie sulla sponda a noi più vicina. Quando i fucili automatici vomitano la seconda ondata mi copro la testa pur sapendo che non servirebbe a niente. I bordi di legno non mi coprono abbastanza e ho il secondo serbatoio a 20 cm dalla faccia. Il botto lo sentirebbero fino a Rurre.

***************

006_ilfiumeNo disparen. No disparen. Carajo! – Don Carlos impreca agitando le braccia. In piedi nello scafo che ondeggia imbarcando acqua – Fottuti militari – sussurra fra i denti mentre con una mano accarezza le sue scarpe di rappresentanza fradice e macchiate per sempre dal limo del Beni. A fatica risaliamo un po’ la corrente per arrivare nel punto più fondo. E appena attracchiamo, i due ci corrono incontro. Sono giovani. Troppo per quella divisa. Troppo per l’isolamento di questi luoghi. Il più piccolo avrà a mala pena 18 anni. L’altro, il superiore, un paio di più. Ci accolgono con lo sguardo accigliato e gli occhi puntati a poppa – Dove siete diretto, signore? – chiedono a Carlos che improvvisa una storia. Sarei un fotografo europeo, dice. E lui mi avrebbe dato un passaggio verso Riberalta per scattare immagini della gente e degli animali del fiume – E questo? – il superiore indica con la canna del fucile il telo di rafia – Riso. Sono Don Carlos Sanchez. Avrà sentito parlare della mia piantagione su negli llanos – il superiore si volta verso il giovane sottoposto che conferma la versione – Controlla a prua – lo incalza. Un brivido gelido mi attraversa la schiena e so che presto sarà visibile sulla mia faccia. Mi volto verso il fiume e, fingendo di aver visto qualcosa, punto l’obiettivo della macchinetta verso la sponda lontana. Il soldato libera una delle corde che assicurano il telo azzurro sopra al carico ed estrae un sacco. Sfila il coltello dalla cintura e lo affonda nella iuta. I chicchi bianchi cadono frusciando mischiandosi alla sabbia giallognola. Il superiore sembra soddisfatto e si rivolge di nuovo a Don Carlos – Non lo sa che in questi giorni c’è il coprifuoco? Dal tramonto in poi vi sparano a vista. Oggi non avrebbe dovuto salpare – La cosa mi suona nuova. Il confine col Brasile è lontano e non mi sembra ci siano problemi politici fra i due Stati. Anche Don Carlos è perplesso. Poi capisce e socchiude gli occhi. Gli tocca stare al gioco – Lo so. Ma mi ha pagato bene per questo viaggio – parla di me. Mi indica. E sto rapidamente diventando il parafulmine di questa tempesta. Che invece di saette scarica pallottole. Sbarro gli occhi sperando che li intercetti e cambi versione. Poi ci ripenso e distolgo lo sguardo. Se gli brucio la storia, la situazione può solo peggiorare – E lo sapete come va in questo periodo. Gli affari non mi permettono certo di mantenere la famiglia – l’interpretazione è magistrale. Con il cappello in mano, i calzoni ancora arrotolati e la testa bassa sembra davvero un contadino ridotto in miseria da una raccolto andato perso. Il soldato lo guarda senza espressione – Sa, potrei trattenerla qui fino al tramonto e poi confiscarle barca e carico – Non lo so per certo ma sono ragionevolmente sicuro che stavolta anche il cuore di Don Carlos ha saltato qualche battito – Ma non ho tempo da perdere. Abbiamo la barca spiaggiata e ci serve la sua benzina – aggiunge indicando il secondo serbatoio. E’ questo che vogliono, penso. E’ lì che voleva arrivare con la storia del coprifuoco. Don Carlos tentenna, abbozza un’obiezione più per rimanere nel ruolo che per spuntarla. Come farà ad arrivare a Riberalta? E i soldi del gringo? Mi indica di nuovo. Sarà costretto a restituirli? Il soldato tace e Don Carlos chiude la recita con un inchino. Si fa aiutare dal più giovane e consegna all’esercito boliviano i 10 litri di carburante per finire il viaggio. Vorrei applaudirlo. Sono l’unico vero pubblico che ha. L’unico caduto nel tranello della sua rappresentazione. Gli servivo come parafulmine ed è solo per questo che ieri mi ha avvicinato offrendomi il passaggio.

Riprendiamo il largo e la corrente ci spinge dentro all’afa infuocata di mezzogiorno. Mi piacerebbe saltargli al collo e vomitargli in faccia tutta la mia rabbia. Ma devo rinunciarci. In fin dei conti, quando sono salito a bordo sapevo a cosa andavo incontro. E poi sono nel bel mezzo del nulla. In un posto dove se sparisci nessuno ti viene a cercare. E seppure fosse, nessuno ti trova. Migliaia di chilometri quadrati di alberi e fiumi. E’ questo il mio terreno di gioco. E come avversari ho un trafficante di coca e due soldati bambini armati fino ai denti. La giustizia è un lusso che non posso permettermi.

Arriviamo a Taquaral in silenzio, dopo ore di navigazione trascorse senza fiatare. A malincuore restituisco a Don Carlos il sacchetto con le sue foglie. Lo pago il doppio e lo saluto cordialmente. Meglio evitare dissapori. Meglio immedesimarsi nel ruolo dello straniero spaventato e diffidente. Meglio che creda che non rappresento un pericolo. Con la benzina che gli resta al confine non ci arriva. Sarà costretto, quindi, a tornare a Rurre e a ripassare davanti al campo dei soldati. Non voglio problemi con loro – Vaya con Dios, Don Carlos – gli auguro ogni bene. Ma dentro di me spero che finisca nelle rapide e lo ritrovino col ventre gonfio e la bocca otturata dal limo del Beni.

E invece è ancora vivo e vegeto. E i suoi denti dorati mi sorridono, sfiorati dalla luce tenue delle lampadine dell’almacén. Me la cavo con un cenno del capo e riprendo a trattare sul prezzo dei miei acquisti. Ho tutto ciò di cui io e i miei amici Ese Ejja abbiamo bisogno. Ora tocca a un pasto decente. O alla cosa più simile che riesco a trovare. Alla faccia dell’originalità, il posto in cui mi siedo si chiama “La Comida”. 4 tavoli con intorno panche di legno senza schienale. Alle 20, in genere, tolgono i tavoli e aggiungono sedie. Mettono su un vecchio VHS e il 20 pollici del padrone diventa il cinema di Rurrenabaque. Mentre aspetto la cuoca do un’occhiata alla locandina. E’ la terza settimana che fanno Spawn e ogni sera è il delirio. Gli adolescenti della cittadina lo sanno a memoria ma continuano a vederlo come fosse la prima volta – Liscia, grazie. Senza gas – E’ l’unica informazione di cui ha bisogno la cuoca. A “La Comida” il menù non esiste. L’unico piatto che fanno si chiama cena. Ed è la signora corpulenta che si è appena allontanata con il mio ordine che decide cosa ci finisce dentro. Stavolta è una minestra di carne e verdure. Roba rara quando vivi lungo il fiume. La assaporo come fosse l’abbacchio con le patate che cucina mia madre. Un pasto caldo che scambio con moneta. Un gesto che sulle rive del Beni equivale a un giorno di lavoro. A ore di marcia fra gli alberi per trovare selvaggina. A ore di attesa sul fiume per catturare prima le esche e poi con queste pescare.

Crollo sul materasso sconnesso della pensione di Doña Ramona e mi sveglio solo quando canta il gallo. Sono 10 giorni che non lo sento. Il gallo che mi ricorda la campagna e mio nonno. Il gallo che stamattina avrei volentieri ucciso e dato in pasto agli avvoltoi. Oggi che ero riuscito a dormire qualche ora di seguito. Sul fiume mi sveglio in continuazione. I rumori della notte non cessano mai. Le scimmie urlatrici si strillano da sponda a sponda. Le rane toro gracchiano mentre a quattro ganasce divorano le zanzare attratte dal mio odore. Le sento vicine. Assordanti. Come fossero in tenda con me. Dormire è un’impresa. Di giorno, invece, c’è un grande silenzio nella foresta. I vocalizzi degli animali sono pochi e distribuiti nel tempo. Più il caldo aumenta, più si fa spesso il silenzio. Lo puoi quasi toccare. Il gallo non smette. Mi alzo. Raccolgo la mia roba ed esco. Doña Ramona non si è ancora agghindata e il suo imbarazzo è vistoso. La incontro che spazza il cortile e appena mi scorge con la coda dell’occhio si infila nel bagno. Esce poco dopo con i capelli sistemati alla bene e meglio e il rossetto spalmato come la maionese su una fetta di pane. La vanità non ha latitudine e parla tutte le lingue del mondo, dicendo più o meno la stessa cosa. Pago la stanza al prezzo di un pacchetto di gomme al bar sotto casa. Un letto malconcio in una stanza con le mura azzurre scrostate. I tubi arrugginiti. La doccia con l’acqua calda a gettoni, che se non stai attento prendi la scossa. Ma se faccio il confronto mi sembra comunque poco. Troppo poco.

Arrivo al molo e vedo Jilder ed Elisa, i figli di Pablo, che giocano sulla sabbia con pezzi di plastica raccolti dagli avvoltoi in mezzo alla spazzatura e lasciati sul bagnasciuga. Strano che siano soli. Non ci sono né Pablo né Alejandro. La maglietta di Jilder ha più buchi che tessuto. Ed è la migliore che ha. Sul fiume in genere non la porta proprio. Ma la madre gli ha messo il vestito buono per salire a Rurre. Elisa è più piccola e il naso non smette mai di colarle. Sul labbro superiore ha ormai perenni croste di muco – Hola hombrecito – dico a Jilder sorridendogli – Adónde está tu papá? – gli chiedo. Ho un sacco di riso pesante sulle spalle e la iuta dopo un po’ ti taglia la pelle. Non voglio aspettare per partire. Il sole diventerà presto insopportabile. Per allora meglio essere sul fiume e in movimento. Il bambino non risponde subito. Nemmeno mi guarda. La bambina è ancora piccola e parla poco. Dice frasi metà in spagnolo e metà in Ese Ejja. Poso il sacco. Mi accovaccio vicino a Jilder e glielo chiedo di nuovo – Adónde está Pablo? – Senza staccare gli occhi dal suo trofeo di plastica blu, mi indica un gruppo di casupole di legno oltre il molo. Non capisco subito. Poi vedo un uomo corpulento che gira l’angolo. Barcolla. La prima parola dello spagnolo di cui mi sono meravigliato mi investe i pensieri. Borracho. Ubriaco. Mi suonava strana allora. Oggi mi suona male. Sono preoccupato per quello che mi aspetta. Ma ciò che troverò sarà molto peggio di ciò che immagino.

Pablo e Alejandro sono stesi per terra, circondati da bottiglie di vetro vuote. Non erano certo soli. Se avessero bevuto tutto in due sarebbero morti. Dalle etichette è chiaro che hanno mischiato birra e superalcolici di pessima qualità. E si sa, i nativi di questa parte dell’amazzonia non reggono l’alcool. Si ubriacano con la loro bevanda tradizionale, il masato, che non arriva nemmeno a 2 gradi. Provo a scuoterli ma Pablo non reagisce. Respira ma non si sveglia. Alejandro, invece, si stropiccia gli occhi e fa per alzarsi ma ricade giù con un tonfo. Mi riconosce e mi afferra un braccio – Caray – impreca – Jilder y Elisa … – Lo   rassicuro, stanno giocando al porto. Mi ringrazia più volte, come se fossi stato io a portarceli. Poi afferra Pablo per le spalle e lo scuote violentemente. Lo schiaffeggia a mano piena e l’altro finalmente si riprende. Si dicono qualcosa che non capisco in Ese Ejja. Si alzano appoggiandosi l’uno all’altro. Barcollano fino a una grande vasca pubblica per il bucato e infilano a turno la testa sottacqua. Pablo ne beve in quantità, come se avesse sofferto la sete per giorni. Ci incamminiamo insieme verso il porto. In silenzio. Nessuno dei due si regge in piedi ma è evidente che Pablo sta peggio di Alejandro. Scendiamo il molo che Rurre si è già svegliata. Molti commercianti hanno sollevato le serrande dei loro piccoli negozi. Guardano i miei due amici con sprezzo e disgusto. Qualcuno li indica e nei discorsi sottovoce capisco solo una parola. Chama. Non ho dubbi. I soldi del charque hanno pagato la sbronza e i bambini staranno morendo di fame. Mi avvicino al banco dei cereali e tiro fori un paio di banconote per comprare del pane. L’anziano commerciante mi guarda come se avessi tentato di derubarlo. Con gesto della mano e sibilando il monosillabo che usa per scacciare i cani randagi prova ad allontanarmi. Insisto. Ho i soldi e voglio il mio pane. Ma lui afferra la scopa e minaccia di colpirmi – Si viajas con los Chamas, Chama eres – mi grida. Se viaggi con i Chama non sei altro che un Chama. Lo guardo senza muovere un passo. Voglio solo del pane. Le sue teorie mi interessano meno di niente. Ma il vecchio non cede e le sue urla hanno attirato l’attenzione. Inizia a formarsi un capannello di sguardi poco rassicuranti e le frasi che capisco mi convincono che è ora di allontanarsi. Faremo a meno del pane.

Il vento fresco del sud e la velocità della corrente si sommano in una carezza che mi asciuga il sudore e tiene lontani i mariguí. Chamas. Selvaggi. Vagabondi. Sporchi. La parola significa tutto questo e qualcosa di più. Ma mi piace come suona. Chamas. Non mi vergogno di camminare con loro. Di prendere in braccio i loro bambini e metterli a sedere nel pekepeke perché il padre e lo zio non sono in grado. Di slegare la cima che ormeggia il piccolo guscio di legno mentre Pablo vomita nell’acqua del fiume. Lo guardo. Pablo, che si raddrizza il berretto e prende in mano il timone. Gli occhi socchiusi che cercano ostacoli da evitare nella rete confusa dei riflessi del sole sull’acqua. Cacciatore fiero nella foresta. Straccione in città. Eroe barbone, drogato di strade e cemento che lo chiamano da lontano con la voce suadente delle sirene di Ulisse. Lo lasciano avvicinare e poi lo ingoiano. Sputandolo via poco dopo come un rifiuto.

Vorrei dirgli qualcosa. Ma suonerebbe come un commento complice o come una predica. Apro una papaya, invece, e gliene offro una fetta. Mi ringrazia con un sorriso e mi accorgo che nel suo sguardo la scorsa notte è già parte del passato. Sepolta da ciò che ci aspetta. Il tetto del suo riparo da consolidare. Il charque da sorvegliare. Il fucile e la caccia. Gli ami e la pesca. La sua famiglia.

Il rumore del pekepeke mi desta dai pensieri. Ormai navighiamo in corrente da ore e il sole fa scintillare le gocce che saltano via dalla scia bianca del motore. Pablo è piegato sul timone mentre Alejandro a prua gli indica dove andare per non colpire rami o zone di secca. I bambini giocano sul fondo dello scafo, stesi sulle reti. C’è silenzio. Non ci diciamo nulla. Ciò che è avvenuto è strano solo per me. Per loro è normale. Probabilmente succede così ogni volta che salgono a Rurre. Loro lo sanno. Lo sanno i bambini. Lo sanno le donne che rimangono al campo. Fa parte del ciclico ripetersi della vita sul fiume.

Si viajas con los Chamas, Chama eres. Mi tornano in mente quelle parole e mi guardo i calzoni. Sporchi. Logori. I vestiti di un vagabondo – Chama – sussurro. Mi piace come suona.

005_ilprotagonistaSono due settimane che non torno a Rurrenabaque. Rurre, come la chiamano qui, arrotando le “r” in un verso che tutto sembra tranne una parola. La canoa ha un buco sullo scafo. E il motore ormai non fa più pekepeke, il rumore che dà il nome all’imbarcazione, ma rantola e sussulta. Dovremmo cercare di farlo riparare. Anche se la vera priorità del nostro viaggio è comprare da mangiare. Non ne posso più di banane, pesce e carne di scimmia.

Mentre risaliamo la corrente il calore del sole mette a tacere la foresta. Sono stanco. Accasciato sui teli di rafia consumati dall’uso, penso alle distese senza nome che si stendono fino al confine con il Brasile. Terra di nessuno. O, per dirla meglio, terra di qualcuno che non conta. Di qualcuno che per il governo boliviano non esiste. Fantasmi che anche gli elettori chiamano con nomignoli dispregiativi. Volti che hanno saltato l’adolescenza. Mani consumate dalla corrente. Guardo a poppa e li osservo. Una volta erano guerrieri, mi dico. Oggi vestono gli stracci della civiltà meticcia e ne raccolgono i rifiuti come fossero regali. Per un attimo la brezza recede e una nuvola ronzante ci avvolge. Mariguì. Insetti microscopici e implacabili che durante il giorno affollano le rive del fiume. Le zanzare notturne riesci a schivarle se ti infili nella zanzariera poco prima del tramonto. I mariguì no. Piccoli come la testa di uno spillo e voraci come i piranha, solo il vento li tiene lontano. Il mio corpo, ormai immune, non avverte più il fastidio della puntura. Ma ogni due, una il segno lo lascia lo stesso. Guardo le mie caviglie cosparse di punti rossi e piccole croste e sorrido al tributo che pago alla mia curiosità.

Appena tocchiamo la sponda salto giù dal pekepeke scalzo. Le scarpe appese allo zaino. Poco più in là gli avvoltoi saltellano fra i rifiuti dell’uomo, sparsi un po’ ovunque. Quelli appollaiati sulla sabbia sventolano le ali in cerca della brezza. Hanno caldo anche loro. Saluto Pablo, Alejandro e i bambini. Le donne sono rimaste al campo per evitare che gli insetti sporchino i pesci che si essiccano al sole. O peggio, che un giaguaro o un coccodrillo si riempiano lo stomaco con il frutto di giorni di duro lavoro. Gli uomini, invece, sono qui per vedere il charque. E’ così che chiamano i tranci asciugati dal sole e dal sale. Lo vendono a privati o alle locande di Rurrenabaque per pochi pesos. I bambini imparano dai genitori. Imparano come lavorare per ore sul fiume e vendere il prodotto per pochi spicci. Imparano che cos’è che fa un chama. Chama, avevo imparato parlando con la gente di Rurre, è il termine dispregiativo con cui, dall’epoca dei primi contatti, i “bianchi” chiamano i nativi Ese Ejja. Selvaggi. Vagabondi. Sporchi. La parola significa tutto questo e qualcosa di più.

Mi allontano e cerco un posto dove dormire e mangiare qualcosa che non sia riso, banane, pesce fritto o carne di scimmia. Sono 15 giorni che non tocco altro. Perché non c’è altro. Gli ultimi 2 giorni sono stati i più duri. Ci erano rimaste solo banane e il charque andava preservato per essere venduto. Cerco anche un almacén dove comprare cose da riportare al campo. Riso, banane. Tanto per cambiare. Ma anche filo da pesca e ami nuovi. Con Pablo, Alejandro e i bambini ci vedremo la mattina seguente. Partiamo prima di mezzogiorno perché per tornare al campo ci vogliono ore. E’ vero che siamo in corrente ma sono sempre tante. Quante? Ho imparato a non chiederlo più. In Amazzonia conta poco. Il tempo è un’unità relativa.

Fa caldo a Rurre. Mi guardo allo specchio e ho il viso cotto dal sole tropicale. La barba lunga e ispida. I capelli schiariti dalla luce e ancora incollati dal limo disciolto nell’acqua del Beni. Esco dalla doccia che già sudo di nuovo. Mi siedo all’ombra e rileggo le ultime righe del mio diario. La gatta della pensione mi si avvicina ronfando, gira con la coda arricciata intorno alla mia gamba e si sdraia per le carezze. E’ incinta. I capezzoli turgidi e la pancia gonfia di vita. Si alza e inizia a miagolare incuriosita. Mi lecca sul braccio, vicino all’ascella, e avverto uno strano prurito. Scivolo i polpastrelli lungo l’umido residuo della sua lingua e sento una pallina rigonfia. Zecche, cazzo. Una dietro al tricipite e una sotto la scapola. Regalo della tartaruga che ci siamo trascinati appresso per due giorni prima di scambiarla con un casco di banane. Mi torna in mente la faccia di Pablo quando ho proposto lo scambio al commerciante che abbiamo incrociato sul fiume. Qualità contro quantità. Una tartaruga è un piatto prelibato da queste parti, ma con 10 chili di banane ci sfami una famiglia. Bueno – aveva sussurrato Pablo mentre reprimeva a fatica l’acquolina che gli bagnava la lingua. Si era tolto il cappello da baseball afferrando la visiera, si era tirato indietro i capelli corvini e aveva lasciato a me la trattativa.

Zecche, cazzo. Il sassofono di Stan Getz e la tromba di Chet Baker risuonano nel patio della pensione. Doña Ramona in quanto a gusti musicali è una rarità da queste parti. Mi piacerebbe tornare a scrivere 007_lazeccaaccompagnato dal jazz dei due fiatisti americani. Ma nemmeno la musica riesce a distrarmi dall’idea di quelle 2 teste appuntite infilate nella mia pelle, del ventre di quei parassiti rigonfio del mio sangue – Che ci vuole – mi incoraggia la mia ospite – basta affogarle. Volendo funziona anche con una sigaretta – E mi fa un cenno, indicando il mozzicone che tiene fra il medio e l’indice. Entrambi decorati da una pila di anelli e da unghie smaltate e ricurve, sporche della terra rossa della foresta. Faccio finta di pensarci ma ho già deciso. Fra il potere del fuoco e quello dell’acqua, la corpulenta irruenza di Doña Ramona mi convince che è meglio fare da solo e provare con l’acqua. La ringrazio, cerco un secchio e lo riempio. Con il braccio è più facile. Lo piego e lo immergo fino all’ascella. Quanto mai potrà trattenere l’apnea una zecca? Aspetto qualche minuto e la stacco con delicatezza per evitare che la testa rimanga dentro e faccia infezione. Con quella sotto la scapola sono costretto a un numero da circo. Cerco un lavandino ma l’unico disponibile è mezzo intasato. Nel liquido verdastro che non defluisce galleggiano peli e rimasugli solidi. Maglio di no, mi dico. A quel punto tanto valeva lasciar tentare gli artigli lucidi di Doña Ramona. Torno al secchio e lo riempio fino all’orlo. Lo metto in terra in fondo alla panca di legno su cui mi sdraio supino. Scivolo fuori dal lato corto fino a quando la mia scapola è in verticale sull’acqua. La immergo e un brivido mi contrae l’addome e scivola rapido fino ai talloni. Dopo un po’, però, stare a mollo diventa piacevole. Un attimo di ristoro dal caldo asfissiante dei tropici. Aspetto di nuovo. E mentre aspetto le due ragazze canadesi del primo piano passano e mi guardano perplesse – Just getting a tick out – per cavarmi d’impaccio provo con la verità. Ma appena la frase attraversa l’aria umida del patio mi rendo conto di come suona. Gli leggo negli occhi il titolo della gag. Mr. Bean in vacanza ai tropici. E dopo le risate trattenute, sulle loro labbra leggo anche l’epitaffio – He’s Italian – La bionda liquida così la faccenda. E’ italiano che vuoi aspettarti. Nel frattempo immagino la zecca obesa appesa alla mia scapola che ingoia acqua. Sente la morte che si avvicina ma non molla la presa. Agonizza. Trema. Il liquido le invade i polmoni e con un ultimo sussulto muore, con la testa ancora infilata nella mia pelle. Davanti a uno specchio appannato dal tempo la stacco con delicatezza e incrocio le dita. Se qualcosa è rimasto dentro l’infezione è assicurata. E sono a una ventina di ore di pullman dal più vicino ospedale.

Il calore non recede nemmeno al tramonto e le strade terrose di Rurre si colorano del giallo caldo dei campi di Van Gogh. I camion gorgogliano con lunghe pause fra una marcia e l’altra, sollevando polvere che ti finisce ovunque. Finché l’umidità la trasforma in un fine intonaco marroncino che senti fra le dita e perfino sul palato. Che ritrovi nella minestra. Il viola del cielo che precede la notte arriva accompagnato dalle urla gutturali di un temporale. I lampi spariscono fra gli alberi della sponda opposta del Beni e in men che non si dica le stradine si trasformano in fiumi di fango. Ormai ho imparato a camminarci dentro. Saltando di sasso in sasso. Di aiuola in aiuola. Aspettando che la piena si plachi. Con il temporale il caldo allenta la morsa ma in 10 minuti sono già fradicio. In altrettanti sarò asciutto, rifletto, pensando ai cicli che qui si ripetono quasi sempre uguali a sé stessi. Trovo l’almacén e sulla soglia una sagoma che conosco tratta controluce sul prezzo di una partita di riso.

Mi strizzo i capelli a testa in giù sperando che Carlos Suarez non mi abbia ancora riconosciuto. Un mese fa mi ha accompagnato lui lungo il fiume per la prima volta. Sapevo che la famiglia di Pablo era in un posto chiamato Taquaral e per giorni avevo cercato un passaggio per raggiungerli. Poi un pomeriggio, dopo che l’ultimo commerciante si era rifiutato di prendermi a bordo, Don Carlos si era avvicinato. Occhiali scuri, pettinatura impeccabile e camicia gialla a righe su pantaloni marroni con la riga stirata al centro della coscia. Più che un marinaio del Beni sembrava un politico locale in cerca di voti. Di quelli che avevo visto spesso arringare le folle nei villaggi isolati delle Ande – Se ti fai trovare qui domani alle 8, ti porto io a Taquaral – mi aveva sussurrato all’orecchio, appoggiandomi il palmo sudato sulla spalla.

L’indomani arrivo prima di lui. Sulla spiaggia c’è un unico scafo pronto a partire. Lungo il doppio di un normale pekepeke e carico di qualcosa di voluminoso stipato sotto teli di rafia nuovi di zecca. Mi guardo intorno ma di Don Carlos nemmeno l’ombra. Lascio il sacco con il riso e quello con lo zucchero sulla riva e faccio un giro fra i banchi del mercato – Ha visto Don Carlos per caso? – chiedo alla tipa che vende il mais soffiato – Vedrai che arriva – mi risponde. E mi fa cenno di allontanarmi, ché le occupo il corridoio d’ingresso per i clienti – Qual è la sua barca? – Le chiedo facendo finta di nulla. La donna si alza scocciata e mi viene incontro. Mi spinge fuori, sul tavolato del molo di approdo, e mi indica lo scafo arenato. Se ne va un’alta mezz’ora ma Don Carlos non si vede. Scendo di nuovo al fiume e inizio a caricare le mie cose. Almeno appena arriva siamo pronti a salpare, penso. Il sacco di riso atterra con un tonfo e qualche cigolio sul fondo del pekepeke. Quello di zucchero, invece, mi cade oltre il bordo e finisce a testa sotto sul carico di Don Carlos. Lo conosco quello scricchiolio, mi dico mentre sposto il sacco per confermare i miei sospetti. Ma quando sollevo il telo la situazione è anche peggio di come la immagino. Decine di sacchi di iuta tutti uguali sono accatastati gli uni sugli altri. Qui e lì piccole foglie ovali sfuggite alle mani esperte degli imballatori. E nell’aria l’odore pungente del raccolto più redditizio da queste parti. La coca destinata al mercato internazionale. Cibo dello spirito nelle mani dei nativi, si trasforma nella polvere della dipendenza destinata agli annoiati colletti bianchi delle metropoli d’oltreoceano.

Ne vuoi un sacchetto? – la voce ruvida alle mie spalle mi prende di sorpresa. Mi volto come un ladro sorpreso con le mani nel sacco. Don Carlos si alliscia i baffi corvini con l’indice piegato e l’anello d’oro che gli avvolge il mignolo. Mi strizza l’occhio, sorridendo. Non sembra infastidito dalla mia scoperta – Prendile – mi ripete porgendomi un sacchetto di plastica trasparente – ti serviranno vedrai – Annuisco e non mi faccio ripetere l’invito una terza volta. Affondo la mano in un sacco aperto e spingo nella busta tutte quelle che entrano. So bene che ha ragione. Quando la fame, la sete e il caldo non ti danno tregua, masticare la coca ti aiuta ad aspettare con meno ansia le ombre lunghe del tramonto. Poi penso alla gioia dei miei amici Ese Ejja e ne aggiungo un paio di manciate. Mentre ripongo tutto in fondo allo zaino, Don Carlos spolvera i suoi mocassini lucidi dai granelli di sabbia, li ripone all’asciutto e spinge la barca in corrente.

6 ore più tardi, mentre sonnecchio appoggiato allo zaino, un colpo mi sveglia di soprassalto. Sento prima la bestemmia di Don Carlos. Poi lo scafo che si lamenta e la pietra che abbiamo urtato a prua che scivola sotto di me cercando un varco. Esce a poppa un istante dopo che Don Carlos ha sollevato il motore. Appena in tempo per evitare l’urto che avrebbe fatto a pezzi l’elica. Lasciandoci in balia del fiume e delle rapide poco più a valle. Ci fermiamo in un ansa dove la corrente è quasi assente e l’acqua poco profonda. Don Carlos, con il cuore infranto per la riga stropicciata, si arrotola i calzoni sopra il ginocchio e salta fuori bordo per valutare i danni. Se c’è una falla, il prezioso contenuto dei suoi sacchi è perduto. Si toglie la camicia e la piega con cura sul telo di rafia. Ci appoggia sopra gli occhiali da sole. Poi immerge un braccio fino alla spalla e con il palmo scorre lo scafo da poppa a prua. L’ansia gli balla fra le pupille e i suoi scongiuri gli increspano la fronte. Ripete l’ispezione al contrario. Alla fine sorride sodisfatto. Con due pacche a palmo aperto si complimenta con il suo scafo come fosse un vecchio compagno d’avventura che per l’ennesima volta ha superato una prova di coraggio – Non ne fanno più di così resistenti. Ma abbiamo avuto fortuna – Non fa in tempo a finire la frase che sentiamo parole confuse, gridate dall’altra parte del fiume. Non capisco. Con lo spagnolo ormai me la cavo, lo slang del bassopiano, però, è complicato. Sulla riva non c’è nessuno. Poco più in là vedo muoversi gli arbusti sul limitare degli alberi. Le urla riprendono e questa volta capisco “qui. Venite qui”. E più che una richiesta sembra un ordine. Quando i due uomini raggiungono la spiaggia vedo la testa di Don Carlos cadergli fra le spalle. Poi scorgo le divise e capisco. Militari. Truppe di confine. Nel mezzo del nulla. In poche parole, guai. Poi penso al carico nascosto sotto la rafia e mi correggo. Non sono guai, sono cazzi amari. Forse ho fatto un’idiozia ad accettare il passaggio. E ancora peggio è stato infilare la busta strapiena di foglie di coca in fondo allo zaino. Cerco conforto nell’esperienza del mio accompagnatore ma trovo solo i suoi occhi puntati sul fondo dello scafo. Si asciuga e si rinfila la camicia. Sbrigati, cazzo, penso fra me e me, non lo senti che continuano a urlare. Chi se ne frega della tua fottuta camicia di Armani taroccata. Datti una mossa. E il mio pensiero va ai due fucili che imbracciano mentre continuano a lanciare ordini nella nostra direzione – Che vogliono? – gli chiedo mentre abbassa il motore e riparte – Stai zitto, mi risponde e lascia parlare me – Capisco al volo che ha in mente qualcosa. Non so bene che cosa ma sembrava più allarmato prima per una possibile falla che ora. Usciamo dall’ansa e un’isoletta di arbusti si mette fra noi e la sponda opposta. Non li vediamo più. Poi non sentiamo più le urla. E dopo un attimo di silenzio, la prima raffica. Spalanco gli occhi incredulo e mi getto istintivamente sul fondo del pekepeke. Le pallottole frusciano qualche metro più in alto a cadono fra le foglie sulla sponda a noi più vicina. Quando i fucili automatici vomitano la seconda ondata mi copro la testa pur sapendo che non servirebbe a niente. I bordi di legno non mi coprono abbastanza e ho il secondo serbatoio a 20 cm dalla faccia. Il botto lo sentirebbero fino a Rurre.

To be continued ….

Chama – Teaser

Pubblicato: 4 aprile 2014 in Narrabit originali

006_ilfiumeNon fa in tempo a finire la frase che sentiamo parole confuse, gridate dall’altra parte del fiume. Non capisco. Con lo spagnolo ormai me la cavo, lo slang del bassopiano, però, è complicato. Sulla riva non c’è nessuno. Poco più in là vedo muoversi gli arbusti sul limitare degli alberi. Le urla riprendono e questa volta capisco “qui. Venite qui”. E più che una richiesta sembra un ordine.

Quando i due uomini raggiungono la spiaggia vedo la testa di Don Carlos cadergli fra le spalle. Poi scorgo le divise e capisco. Militari. Truppe di confine. Nel mezzo del nulla. In poche parole, guai. Poi penso al carico nascosto sotto la rafia e mi correggo. Non sono guai, sono cazzi amari. Forse ho fatto un’idiozia ad accettare il passaggio. E ancora peggio è stato infilare quella busta in fondo allo zaino.

Lunedì prossimo il primo di 2 episodi