Episodio 1

Episodio 2

Nei narrabit precedenti … La protagonista della storia di Mara riesce a dirottare un aereo e a raggiungere l’Inghilterra. Grazie a Lindsey, il capo del Wosum, inizia una nuova vita, nascosta dietro l’identità di Catherine Black. Una vita fatta di un banco al mercato di Camden e delle relazioni contraddittorie con le compagne inglesi. Ma soprattutto della storia con un uomo, per il quale sembra provare qualcosa di molto intenso. Nel frattempo Lisa capisce che quello nascosto sotto al dipinto non è un racconto di fantasia, ma la storia di Cinzia, la vice di Mara nel Mosud. Decide così di chiamare Corsi, il Colonnello dei carabiniere che il giorno di Natale di 40 anni prima aveva catturato Mara e si era lasciato sfuggire Cinzia … Appena sei arrivata ho combattuto per te – mi dice Linsey con le narici divaricate dal disprezzo – Le compagne mi dicevano che eri un pericolo. Una testa calda. Una meridionale senza spina dorsale. Le ho accusate di sciovinismo. Ti rendi conto? Gli ho detto che si comportavano con te come i maschi con noi lungo tutta la storia del genere umano. Ed è così che mi ripaghi? – La guardo senza capire di cosa parli. Cerco di controbattere ma lei scuote la testa e getta un tablet sul ripiano degli attrezzi – Leggi – e mi indica lo schermo.

*****

004_ilcappioMa non è necessario. Mi bastano la foto e due parole perché la rabbia mi annodi lo stomaco e trascini le lacrime giù per le guance – Pensavi davvero che fosse un’eccezione? Che potessi fare a meno di secoli di esperienza e oppressione? Magari solo per questa volta? Così ti sarai detta. Solo per questa volta. Ma è proprio per questo che ci siamo date un codice – Ogni parola di Lindsey spinge un centimetro più a fondo la lama che vorrei infilarmi poco sopra l’ombelico. In cerca della maledetta bolla che vaga poco sotto il mio stomaco per farla esplodere e liberarmene per sempre. Riguardo la foto e rileggo le due parole. Anthony Riley. E’ il vero nome dell’uomo che ormai da mesi condivide le mie notti. L’uomo che chiamo Jack è un poliziotto delle forze speciali della capitale. Mi ha avvicinato con l’intento di infiltrare il Movimento e arrivare fino a Linsey per decapitarlo. Tutto scritto nero su bianco sul report con cui il suo superiore lo esonera dal servizio e lo mette sotto copertura.

Mi alzo senza commentare e le restituisco il tablet. La mia identità inglese è bruciata. Il banco non mi serve più. Raccolgo la mia roba sotto gli occhi perplessi delle guardie del corpo di Lindsey. Mi avvicino con lo sguardo basso e le porgo il pugno. Lei esita per un istante. Poi lo stringe nel suo palmo tiepido. Accetta la mia sottomissione e sa che farò ciò che è necessario fare – Ormai per voi sono un pericolo. Parto stasera stessa. Grazie di tutto – Serpeggio fra i vestiti appesi e l’odore intenso della pelle trattata. L’Inghilterra è già alle mie spalle. Voltare pagina e sparire fra la gente è la mia specialità. Ho iniziato a farlo da adolescente. Prima la mia famiglia. Poi il mio ragazzo, gli amici e l’atletica. Alla fine tutto il resto per unirmi al Mosud. Questa quindi non è la prima volta, né sarà l’ultima. Per ora sembra solo la più dolorosa. Ancora non so bene dove mi condurrà il mio cammino. Ma prima di congedarmi da Sua Maestà c’è ancora una questione che richiede la mia attenzione. Mi tiro il cappuccio sulla testa ed esco all’aperto. E all’improvviso il peso di quella scoperta sembra dissolversi nella nebbia. Appena la pioggia inizia a colpirmi mi accorgo che il viso di Jack si confonde con quelli della fila che aspetta l’autobus sotto gli ombrelli. Ogni passante mi sembra Jack. Vedo Anthony in ognuno di loro. Eppure nessuno è Jack. Nessuno è Anthony. La bolla che vagava intorno al mio ombelico non c’è più. E la pantera ha appena estratto i suoi artigli.

La notte cala sull’aeroporto di Stansted. A quest’ora ciò che rimane di Anthony Riley dovrebbe aver raggiunto la periferia di Londra. In quel tratto la corrente del Tamigi rallenta e questo dovrebbe darmi qualche giorno di tempo prima che inizi la caccia all’uomo. O forse sarebbe meglio dire alla donna. Quando troveranno il cadavere risaliranno immediatamente al dirottamento di 4 anni fa. Ho sparso indizi in tutte le tasche di Riley. E al primo esame il coroner capirà che la causa del decesso è stata il dissanguamento. Troveranno una profonda incisione nella carotide destra e nella ferita rinverranno frammenti di ossido di zirconio. La stessa ceramica industriale della lama che minacciava il collo di Lory all’aeroporto di Huddersfield. In questo modo il Wosum ne esce pulito. La polizia inglese non sospetta nemmeno che la Catherine Black che l’agente Riley aveva agganciato e la dirottatrice di Huddersfield siano la stessa persona. Chiameranno quindi l’Italia e l’indagine tornerà di nuovo in mano ai Carabinieri. Sul tablet di Jack troveranno un dossier che conferma questa versione. L’agente Riley, leggeranno, stava conducendo un’indagine parallela e non autorizzata sul Mosud italiano. Questo e gli indizi sul cadavere gli faranno credere che sia italiana la mano dietro all’omicidio.

Ci so fare. Anche Jack ha dovuto ammetterlo quando sono andata da lui stamattina. L’ho colto di sorpresa. Non si aspettava tornassi a casa così presto. L’ho spinto senza nemmeno salutarlo. Sulle prime ha cercato di dire qualcosa. Poi, quando ha capito che la donna che aveva di fronte era un’altra, era ormai troppo tardi. 20 minuti più tardi è rinvenuto con i polsi legati ai braccioli di una sedia. Mi ha guardata a lungo. Cercava tracce del mio dolore per provare a riagganciarmi con la parte in cui si sarebbe scusato. In cui mi avrebbe detto che era iniziato come un incarico, come una missione. Che poi, però, era diventato qualcos’altro. Ma non ha trovato nulla di più dello sguardo gelido di una donna che non conosceva. Di quella parte di me da cui lo avevo tenuto lontano. Il click ritmato del tagliaunghie lo rendeva nervoso e così ha iniziato a blaterare qualcosa sul dovere. Che non avrebbe voluto farmi questo, ma che era il suo lavoro. Il poliziotto era l’unica cosa che sapeva fare. Ma, di nuovo, ciò che ha ottenuto è stato solo il silenzio – Non mi dici niente? – mi ha chiesto mentre con un ultimo click rinunciavo a uno dei miei simboli preferiti della femminilità. Ho guardato le mie mani. Perfette per il mio nuovo personaggio. Poi ho alzato gli occhi e finalmente gli ho risposto – Ti dico che sei morto – Mi sono alzata e ho reciso la sua carotide con un solo gesto. L’ho fissato mentre iniziava ad ansimare. Il sangue zampillava come l’acqua di una fontana e le palpebre iniziavano a battere irregolarmente. Fuori controllo. Lo guardavo mentre soffriva e cercavo la bolla. Cercavo vicinanza, intimità, dolore. Ma non ho trovato niente. Sono rimasta lì a guardarlo contorcersi mentre mi radevo a zero la testa. La nuova parrucca riccia mi stava alla grande e la pelle ambrata che mi ero regalata grazie a un potente autoabbronzante era più che credibile. Mi sono fatta una foto e ho messo mano al mio passaporto. Anthony è morto dissanguato poco prima che la mia nuova identità fosse pronta. Jack era già morto da tempo.

Ora il mio nuovo piano è ufficialmente avviato. Non so bene a che lettera siano arrivati i miei piani. Ho perso il conto da qualche parte fra la F e la M. Ma devo stare attenta a non sprecarne, di lettere. Dove sto per andare l’alfabeto è più corto di quello inglese e potrei rimanerne a corto. Una cosa è certa. Non conoscono la mia voce. Le ultime foto che hanno di me risalgono al dirottamento e sono sfocate.

Sono libera. Non mi prenderanno mai.

******

Che bastardo! L’avrei sgozzato pure io – l’entusiasmo di Anna interruppe il silenzio in cui la cella era precipitata dopo le ultime parole lette da Lisa. Senza che se ne fosse accorta, il tifo partigiano della spettatrice di soap aveva preso il sopravvento. Fu la disapprovazione negli occhi sbarrati della collega a ricordarle dov’era.

Ma sei impazzita? – Le sussurrò Lisa fra i denti.

Bofonchiando qualcosa di incomprensibile Anna abbassò lo sguardo sul tablet e rilesse fra sé la parte che le era piaciuta.

Seduto a pochi palmi da lei, il Colonnello fissava la parete con gli occhi socchiusi. Sforzava la vista, cercando qualcosa aldilà della storia. Come se avesse intuito un terzo strato dietro alla superficie del dipinto e a quella del testo. Come se quel racconto non svelasse la verità. Ma solo un’altra delle pesanti coperte che la avvolgeva. Ciò che Mara aveva scritto era la storia della sua sorella in armi o un’opera di fantasia? Raccontava fatti accaduti o li utilizzava solo per rendere più credibile la narrazione? L’aggancio a eventi reali come il dirottamento rappresentava una pista o un trucco per depistarli? Gli incubi che lo avevano accompagnato fino alla pensione riemersero dal passato come una folla inferocita che non esigeva solo spiegazioni. Voleva il sangue. Eppure non furono né gli incubi, né le domande che si stava facendo a stringergli lo stomaco. Ma la frase che rimbombò sulle frequenze metalliche del braccio femminile – Se volete avere una minima speranza di catturare Cinzia Doni dovete fermare l’esecuzione – Ascoltò quelle parole come se fosse qualcun altro a pronunciarle. E poco dopo si accorse che non riusciva a credere di averlo fatto. Aveva appena consigliato allo Stato di risparmiare la vita a una delle sue più acerrime nemiche. La donna che lui stesso aveva catturato. La metà mezza piena del calice della sua disperazione, e che lui stesso stava decidendo di svuotare.

Come scusi? – Chiese il Direttore sperando di aver capito male.

Mi ha convocato perché le esprimessi la mia opinione – gli rispose senza distogliere lo sguardo dalla parete – L’ho appena fatto. Se uccidete Mara Cori, la sua compagna l’avrete persa per sempre.

Il Direttore corse nel corridoio. Strappò la cornetta della guardiola dall’orecchio della secondina di turno, lasciandola a metà della sua frase smielata, e compose un numero interno. Nessuna risposta. Abbassò e ne compose un altro. Gli squilli a vuoto gli percossero il timpano e, uno dopo l’altro, fecero lievitare prima l’ansia, poi l’ira. Sbatté la cornetta sull’apparecchio e imprecò a denti stretti – Devo scendere di persona – gridò perché dalla cella lo sentissero – Una volta che la procedura è stata avviata, giù alla Sale del Trapasso non sono più autorizzati a rispondere.

Spalancò la porta e prese le scale. Si gettò in discesa saltando i gradini. Doveva scendere 6 piani ma la corsa non era mai stato il suo forte. Dopo 3 rampe iniziò a maledire la sua dieta sconsiderata e i superalcolici che gli intasavano le arterie. Vicino al piano terra le sue scarpe di cuoio da 500 euro scivolarono sullo spigolo arrotondato di un gradino. Si aggrappò alla ringhiera e riuscì a non cadere. Il cuore gli batteva all’impazzata e si fermò a riprendere fiato. Ancora 2 piani ed era arrivato. Respirò a fondo un paio di volte e riprese a scendere. Arrivò alla porta del Trapasso e la spalancò. Le sedie del pubblico erano tutte occupate. Giornalisti, parenti delle vittime, simpatizzanti. Si voltarono tutti. Guardò oltre le finestre di plastica e vide Mara già in piedi sul portello del piano sospeso. I loro occhi si incrociarono e lei gli sorrise. Sapeva. Ne era certo. E sapeva anche che lui non avrebbe mai fatto in tempo. Li aveva condotti fino a lei, illudendoli di avere in mano la situazione, e poi gliel’aveva strappata di mano. Era sua l’ultima parola. Il boia le coprì la testa e le assicurò il nodo intorno al collo. Il Direttore corse attraverso la stanza e provò ad aprire la porta. Chiusa dall’interno, si ricordò. Ci bussò sopra con tutta la forza che aveva. Insonorizzata. Corse verso le finestre per sperare che qualcuno dall’interno lo vedesse e reagisse. Ma dopo i primi passi il mormorio dei presenti lo immobilizzò. Qualcuno osservava con gli occhi sbarrati il rito cruento dell’impiccagione. Qualcun altro si era coperto gli occhi. Una bambina aveva nascosto il viso nella spalla del padre. E Mara penzolava senza vita a mezzo metro da terra.

******

001_ManiUna stretta di mano. Un cenno desolato del capo. Un’alzata di spalle. Nessuno dei due trovava parole adatte a commentare, sottolineare, chiarire. Il Direttore vide il Colonnello sparire nell’oscurità, curvo sotto il peso delle sue sconfitte. Il vecchio si era fatto consumare dalla sua ossessione ma per lui sarebbe stato diverso. Per lui quella storia finiva lì. Il suo dovere l’aveva fatto. Lo Stato aveva reclamato la vita della terrorista H88 e l’aveva ottenuta. La comunità aveva gridato a morte e lui aveva pagato la mano del boia perché morte fosse. Finiva lì il suo compito. Ipotetiche terroriste latitanti non ricadevano nella sua giurisdizione. E mettere a rischio la sua posizione per correre dietro all’evanescente mito della giustizia non lo interessava. Data del decesso: 16 aprile 2060. Ora del decesso: 23.37. Rilesse quelle righe, firmò sulla linea tratteggiata e passò la cartella a Lisa per la controfirma.

******

16 aprile. 16 aprile. 16 aprile. Quella data continuava a ossessionarla. L’aveva trovata all’inizio della storia scritta da Mara sulla parte della sua cella. 16 aprile 2020. Sono libera. Non mi prenderanno mai. E il Colonnello aveva assicurato che era sbagliata. La cattura di Mara e la fuga di Cinzia, infatti, erano avvenute entrambe il giorno di Natale. Ma quella data era anche sul suo certificato di morte. Non poteva trattarsi di una coincidenza, Lisa ne era sicura. Mara aveva calcolato tutto fino all’ultimo dettaglio. Aveva fatto in modo che trovassero il testo. Che lo leggessero. Che scoprissero più o meno a metà che forse non si trattava di una storia inventata. E che, una volta capito, fosse ormai troppo tardi per fermare ciò che avevano messo in moto. Il piano era troppo perfetto perché Mara avesse sbagliato proprio la data dell’episodio che aveva dato origine a tutto. E se non era un errore, allora quella data era un suggerimento – Un suggerimento – sussurrò Lisa mentre scorreva il testo sullo schermo del tablet, seduta sul pavimento nel vuoto bianco del suo loft – Un suggerimento all’origine di tutto. Un suggerimento all’origine di tutto. Pensa, Lisa. Pensa – si incoraggiò. Ma all’origine di tutto c’era solo il giorno di Natale del 2020. La cattura di Mara. La fuga di Cinzia. Due sorelle, due pantere. Una in gabbia e l’altra a piede libero. All’origine di tutto non c’era niente che riconducesse a quella data. Inoltre, il 16 aprile del 2020 non era successo nulla di significativo che coinvolgesse Mara, Cinzia o il Movimento. Per quanto riguardava quella storia, il 16 aprile era un non-data. C’è qualcosa che mi sfugge – si disse Lisa – Ogni nuovo vicolo che cerco di percorrere è come il precedente. Stretto e senza uscita.

Fu a quel punto che ebbe un’illuminazione. Se tutti i vicoli di una strada portano dritto contro un muro, è la strada stessa a essere senza uscita. A quel punto se da A vuoi raggiungere B hai solo un’alternativa. Cambiare strada. Finora aveva letto e riletto il testo cercando il suggerimento di Mara all’origine della storia – Abbiamo sbagliato strada – si ripeté chiudendo il file di testo e fissando la folla di icone sul desktop – Non è all’origine della vicenda che devo tornare. Ma all’origine della nostra interpretazione – e sorrise all’acume della donna che lo Stato aveva appena appeso per il collo a una corda – Dov’è che abbiamo iniziato? – Ritornò con la mente al pomeriggio precedente. Al loro ingresso nella cella subito dopo il trasferimento di Mara al Trapasso. Alla meraviglia di fronte alla parete, ai colori, al dipinto – Il dipinto! Il dipinto! – gridò correndo con l’indice di app in app cercando la galleria fotografica.

Colori. Meravigliosi. Sgargianti. Accostati con maestria, per carità. Ma solo colori. Lisa non vedeva altro. Poi si ricordò che, per far entrare l’intera parete nell’inquadratura, era stata costretta a usare una focale molto bassa. E il grandangolo aveva distorto l’immagine. Aprì un software di fotoritocco e lasciò che il filtro calcolasse le correzioni. Pochi istanti dopo il dipinto appariva come l’originale. Disteso su una superficie bidimensionale. Lo fissò a lungo ma si rese conto che forse non bastava la tecnologia per risolvere quell’enigma. Ciò che aveva difronte erano sempre e solo colori. Decine di colori. Tratti impressionisti densi, precisi. Ogni tratto una sfumatura. Ma l’immagine complessiva era indefinita. Provò a zoomare avanti – Peggio – commentò. Provò indietro e qualcosa iniziò ad emergere. Più rimpiccioliva l’immagine, più l’allontanava da sé, più i tratti sembravano assumere una forma. Le pennellate blu e bianche che tagliavano in diagonale la parte destra del dipinto sembravano un fiume. Il resto era una distesa di tendoni quadrati ornati da motivi sempre uguali. Il fondo grigiastro sembrava quello di una strada. Lo archiviò come asfalto e passò oltre. Cercò qui e lì altri motivi ricorrenti e vide grandi macchie più o meno circolari con sbuffi di vari colori all’interno. Zoomò indietro un click alla volta ma non emerse niente. Provò di nuovo a ingrandire il particolare ma, come in precedenza, la situazione peggiorava. Isolati dallo zoom, i tratti del pennello perdevano senso. Poi, quasi per caso, notò un dettaglio fino ad allora rimasto invisibile. Tutte le forme, dalle più piccole fino alle sponde di quello che ormai considerava un fiume, erano delimitate da strisce uniformi rosse o verdognole. Muovendo lo zoom lungo l’asse delle percentuali, si accorse che gli oggetti prendevano vita. Tremando come foglie agitate dalla brezza. Si trattava solo di fissare lo sguardo sugli oggetti corrispondenti a una determinata percentuale di zoom. Lisa indugiò per un po’ su questa nuova scoperta. Nonostante fosse convinta di essere sulla buona strada, però, tremori a parte, l’immagine risultava ancora nebbiosa e indistinta. Eppure quei contorni raddoppiati in rosso e triplicati in verdognolo le ricordavano qualcosa. Qualcosa che risaliva ai suoi studi. A quelli precedenti alla sua decisione di affrontare la crisi e la disoccupazione diventando un’agente della Penitenziaria. Aprì un motore di ricerca e iniziò a rovistare nell’oceano primordiale della Rete.

Non ci mise molto ad arrivare alla soluzione che cercava. Applicò all’immagine il filtro richiesto e gli algoritmi del software fecero il resto. Non credeva ai suoi occhi. Mara non era stata solo una guerriera devota e inflessibile ma anche un genio della pittura. A mano libera e senza possibilità di verifica era riuscita a mescolare la tecnica pittorica degli ultimi impressionisti con quella fotografica dei primi anaglifi di fine ‘800. In sostanza aveva creato un perfetto esempio di pittura tridimensionale criptata. Nella quale l’immagine complessiva era leggibile solo attraverso il filtro di una lente o di un software che ne simulasse gli effetti.

Ora Lisa sapeva che fine aveva fatto Cinzia. Le tracce sparse qui e lì da Mara non lasciavano dubbi. Le grandi tende colorate. Un fiume oltre cui inizia la foresta. Sacchi di cibo sparsi sull’asfalto morso dalle intemperie di una piazza. Venditori avvolti dal poncho. La loro pelle bruna. I nasi adunchi. Lisa non conosceva il luogo preciso ma era sicura che Cinzia fosse da qualche parte lungo la Cordillera delle Ande. Dove sto per andare l’alfabeto è più corto di quello inglese. La conferma era anche nel testo.

A quel punto i pezzi iniziavano a incastrarsi. E la data fasulla non poteva che essere l’indizio che puntava dritto al nascondiglio di Cinzia – 16 aprile 2020 – ripeté Lisa più volte come fosse un mantra che, inducendo lo stato meditativo, avrebbe aperto le porte di una rivelazione. Guardava la foto del dipinto e ripeteva quelle tre parole – 16 aprile 2020 – Poi decise che, forse, più della filosofia avrebbe fatto la tecnologia. Inserì la data in un archivio di eventi storici e avviò la ricerca. Qualche istante più tardi sbarrò gli occhi difronte al risultato. Prevedibile ma pur sempre sconfortante. Lungo il corso dei secoli centinaia di eventi erano avvenuti in quel giorno. Cercò di individuare regolarità evidenti ma non ne trovò. Stava per chiudere la pagina e provare un’altra chiave di ricerca quando un nome le saltò agli occhi. Élisabeth-Louise Vigée-Le Brun. La più grande ritrattista della corte di Francia negli anni a cavallo della Rivoluzione. Nata a Parigi il 16 aprile 1755, la Vigée-Le Brun era morta a quasi 90 anni ed era stata una bambina prodigio. Una delle pittrici più prolifiche di quegli anni. Una donna che si era fatta strada in un mondo dominato dagli uomini. La sua opera era stata al centro della tesi di laura di Lisa. E in qualche modo la sua storia le ricordava quella di Mara. Chissà, si disse, se non avesse scelto il fucile e la causa, con il suo talento anche lei sarebbe riuscita a emergere in quel mondo che, in tutti i luoghi del potere, era comunque rimasto esclusiva dei maschi. Si fermò a pensare e decise che forse era stato meglio così. Che nessun diritto era mai stato conquistato senza spargere sangue. Dopo la presa della Bastiglia, Élisabeth-Louise aveva scelto la fuga presso le corti d’Europa. Rifiutando gli ideali e la grettezza della Rivoluzione. Mara Cori, probabilmente, sarebbe rimasta a Parigi ad affilare la lama della ghigliottina. Aiutando il Paese a liberarsi dal giogo della nobiltà.

Élisabeth-Louise Vigée-Le Brun era nata il 16 aprile. Ma di certo non era l’unica. Che fosse quella la chiave che risolveva l’enigma? Valeva la pena provare. Prevedendo ciò che avrebbe trovato, Lisa si fece coraggio e accolse il risultato con un sospiro. 984 persone famose erano nate quel giorno. Dal 778 al 2072, anno in cui l’elenco terminava. Un’altra strada senza uscita, si disse scoraggiata, gettando il tablet lontano da sé e lasciandosi cadere sulla schiena fra le lenzuola accartocciate – O forse no! – esclamò. Mara non aveva avuto contatti con l’esterno per 40 anni. Non leggeva giornali, non aveva una connessione né un tablet. Se la pista era quella giusta, qualunque fosse stato il suo intento, era molto probabile che avesse scelto un personaggio di pubblico dominio. Tornò alla lista e iniziò a restringere l’elenco e poi a restringerlo ancora. Quando le rimasero una diecina di nomi provò a incrociarli con le parole mercato e America Latina. Avviò la ricerca e aspettò secondi che sembrarono giorni. I polpastrelli inumiditi dall’ansia e nel petto il terrore di dover ricominciare da capo. Poi all’improvviso tre parole comparvero sullo schermo grigio. E la gioia di Lisa si trasformò in euforia.

One match found. Un solo risultato. Meglio di così non poteva sperare. Cliccò sul link e l’ultima casella di quell’interminabile gioco dell’oca si materializzò davanti ai suoi occhi.

Calle Charlie Chaplin. Pisaq. Perù.

Anche il grande regista americano era nato il 16 aprile. E il nuovo sindaco di Pisaq aveva deciso di dedicargli una strada di nuova costruzione. La prima di tutto il continente americano.

Il dipinto di Mara era una riproduzione fedele del famosissimo mercato della cittadina andina. Una delle mete più ambite dai turisti del Continente. Un luogo sottoposto al viavai di gente sempre nuova. Traboccante di volti di ogni provenienza e di lingue diverse che si mescolavano nel dissonante ronzio dell’umanità.

Il posto ideale per sparire nella folla.

******

La donna con i capelli ricci e la pelle ambrata fece cenno con la mano al barista – Alza il volume José!

Il piccolo televisore prendeva solo i canali nazionali. Quelli che riorganizzavano la realtà nelle favole utili a tenere buono il popolo. Ma oggi sarebbe stato sufficiente. Cora non era alla ricerca della verità. Le interessava solo il viso della donna sotto al titolo. Era invecchiata, ma nei suoi occhi brillava sempre la stessa luce, pensò mentre si avvicinava al bancone – José – ripeté – sei diventato sordo? Alza il volume ti ho detto!

Sei tu che sei sorda – gli disse sorridendo il ragazzo sudato con il canovaccio sulla spalla – l’ho alzato il volume. Sei tu che stai invecchiando – E la strinse in un abbraccio dal quale lei si divincolò con l’energia di una ventenne.

Lasciami in pace – lo rimproverò avvicinandosi allo schermo per essere certa di aver capito bene.

Con la limpida chiarezza dell’accento peruviano il giornalista elaborò il concetto riassunto dal titolo in sovrimpressione – Stanotte alle 23.37, ora locale, lo Stato italiano ha finalmente eseguito la condanna a morte di Mara Cori, fondatrice del Movimento per la Supremazia delle Donne. L’anziana terrorista, in cella di isolamento per 40 anni, si era trascinata fra un appello e l’altro nella speranza di una clemenza. Scaduto l’ultimo termine aveva ottenuto di poter scegliere la data della sua morte. Le autorità italiane si dicono sollevate. La legge ha finalmente fatto il suo corso, ha dichiarato il Ministro dell’Interno Sorani. Confidiamo, ha aggiunto, che la decapitazione del Movimento rappresenti l’inizio della fine per il terrorismo nel nostro Paese.

Le ultime frasi del mezzobusto di Stato si mescolarono al vociare del bar. Trascinate a valle dal ruggito del fiume in piena. La stagione delle piogge quest’anno tardava a cedere il passo al caldo secco dell’altopiano. Di lì a poco avrebbe piovuto. C’erano i panni da ritirare, il tetto da coprire, il banco al mercato da chiudere. Ma i pensieri di Cora erano altrove. Mara era morta. La sua sorella in armi non c’era più. Sapeva bene che prima o poi sarebbe successo ma il vuoto era lo stesso incolmabile. Avrebbe voluto fermare quell’attimo. Contemplare il dolore che le toglieva il respiro e onorare nel ricordo la vita della compagna. Ma non c’era tempo. Ed era Mara stessa ad averglielo detto scegliendo quella data. Era il segnale che sperava non sarebbe mai arrivato, perché non lasciava spazio a interpretazioni.

La pantera doveva di nuovo abbandonare la tana e riprendere il sentiero nella boscaglia. Il Movimento aveva bisogno di lei. Di una figura che ispirasse l’azione e contenesse le frange più estreme. Era ora di chiudere il cerchio. Di tornare dove tutto era iniziato. Abbandonare Pisaq e tornare a Roma le sembrava un bel modo di festeggiare il suo compleanno. Sì, perché anche Cinzia Doni era nata il 16 aprile.

Al lume di una candela entrò in casa che aveva appena iniziato a piovere. Le prime gocce già colavano fra le foglie di palma del tetto, consumate dalle intemperie. Raccolse lo zaino che aveva tenuto pronto per gli ultimi dieci anni e con un sorriso voltò le spalle alla sua vita.

Sono libera, si disse, non mi prenderanno mai.

commenti
  1. Riccardo ha detto:

    Mmm.. Al momento mi vengono solo due parole: Ottimo lavoro!!!
    Davvero ottimo, complimenti!
    Stasera attacco “Come fosse tua”!
    Grande Mario!

  2. Riccardo ha detto:

    Aggiungo… Complesso al punto giusto, quel tanto da rendere intrigante e avvincente una trama che in poche righe sintetizza quello che potrebbe essere un romanzo!

  3. Tengri ha detto:

    Qualcuno tempo fa mi ha chiesto da cosa era nato Pantere. Vagando per la Rete avevo letto le due storie di due Pantere … quelle Nere … quelle del movimento americano per i diritti dei neri. Uno per 40 anni nel braccio della morte e liberato solo pochi giorni prima della sua morte per un tumore al pancreas allo stato terminale. L’altro fuggiasco per 40 anni e catturato dall’FBI perché gli era scaduta la patente e al momento del rinnovo era saltata fuori la sua impronta digitale.

    Poi da lì è scattato il vortice della fantasia 🙂

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