Pantere – Episodio 1

Pubblicato: 11 marzo 2014 in Narrabit originali
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002_MaraEra ora. I passi cadenzati nel corridoio e il tintinnio delle catene iniziarono a divorare gli ultimi secondi a sua disposizione. Doveva fare in fretta. Erano vicini. Così tanto che le compagne del braccio H iniziarono a gridare insulti alle guardie in divisa – Tieni duro Mara! – La incoraggiò la voce profonda di Maria Anita – Quando arriva il momento non resistere – aggiunse Judith nel suo accento di Belfast – Lascia andare e non ti accorgerai di niente! – I 6 uomini della Polizia Penitenziaria si fermarono a 3 passi l’uno dall’altro. Casco calzato fino alle sopracciglia e sguardo fisso nel vuoto. La Direttrice si avvicinò alla porta di metallo e aprì lo spioncino.

Detenuto 88 interrompa qualunque attività e si prepari al trasferimento – il tono formale azzittì per un istante il vociare del corridoio.

Detenuto 88? Direttrice, siamo invecchiate insieme in questo posto dimenticato da Dio. E dopo 40 anni ancora fa finta di non ricordare il mio nome? – Con le mani sporche di vernice lungo i fianchi Mara continuava a fissare il muro che aveva di fronte – L’ultimo ritocco e sono tutta sua – aggiunse. Poi con il dorso della mano si scansò dal viso una ciocca del mantello biondo che le cadeva fin oltre le spalle e riprese da dove aveva interrotto. Mara Cori era ormai oltre i 60. Ma né l’età né la lunga prigionia erano riuscite a fiaccare il suo corpo nerboruto. E la luce che illuminava i suoi occhi era la stessa del giorno in cui era stata catturata.

Un sorriso tentò di emergere negli occhi della Direttrice. Ma il suo viso rimase impassibile. Mara poteva anche essere diventata sua amica. Ma il Detenuto 88 era un nemico dello Stato. E come tale andava trattato. Detenuto 88 – ripeté spazientita – Spalle alla porta e mani nella feritoia. Avrà tempo di ripulirsi nei bagni della Sala del Trapasso. Non mi costringa a usare la forza.

Mara si accucciò nell’angolo più lontano dalla porta. Immerse una mano nel barattolo del verde, l’altra in quello del rosso e tracciò sul muro le ultime onde di colore. Si alzò e guardò soddisfatta la sua opera. Gocce di vernice saltavano dai suoi polpastrelli e dopo un volo silenzioso si schiantavano con qualche schizzo sul pavimento della cella. Le sentì prima rallentare, poi fermarsi. La pelle del palmo tesa sotto il verde a sinistra. Sotto il rosso a destra. Era ora. Infilò i polsi nella feritoia e sentì scattare le manette.

Si allontani – le intimò la Direttrice – Tre passi verso la finestra, 90 gradi a sinistra, faccia al muro. Conosce la procedura.

La porta cigolò sullo stipite e la voce gospel di Oriana iniziò a riscaldare l’aria frizzante di un autunno nevoso. Così l’albero cadendo ha sparso i suoi semi. E in ogni angolo del mondo nasceranno foreste. I Nomadi, pensò Mara strizzando l’occhio alla Direttrice – Romantiche le mie compagne, no? – le disse accennando col mento alla melodia – In realtà si stanno mordendo i gomiti dall’invidia. Non ci stanno proprio che sia io la prima a uscire da questa maledetta trappola per topi. Ma lunga sarà la strada e tanti gli alberi abbattuti, prima che l’idea trionfi senza che nessuno muoia. L’arrangiamento di Oriana si chiuse con il rumore secco di una serratura. E con polsi e caviglie strette nelle manette, Mara si avviò a passi da geisha lungo le mattonelle grigie del corridoio. Judith avrebbe giurato di averla vista scuotere la testa nel tentativo di soffocare una risata. Quella stronza ne sa sempre una più del diavolo, pensò. Poi prese la gavetta di metallo e iniziò a picchiarne il fondo sulla porta d’acciaio – Ci vediamo fuori sorella – gridò. Dalle celle vicine le altre detenute si unirono al saluto e il ritmo confuso delle gavette si alzò come il frangente all’avvicinarsi della riva. Mara si strinse nelle spalle e si lasciò accompagnare verso l’inizio della sua ultima ora d’aria.

*********

Guarda che casino – si lamentò Anna – Domani arriva quella nuova e per ripulire ci toccherà fare notte.

Sempre a lamentarti – le rispose Lisa con gli occhi fissi sulla parete – Dovesse farti male un po’ di esercizio fisico. Con quel culone che ti ritrovi! – E lanciò un’occhiata obliqua ai fianchi rigogliosi della collega. Strizzati nei calzoni della divisa e deformati da gelaterie e fast food.

Parli bene tu – ribatté Anna senza distogliere lo sguardo dalle strisce gialle, rosa e blu al centro della parete – Roba che io, se solo sento l’odore di una pasticceria, ingrasso di 5 chili. Tu, invece, mangi per due e rimani secca come un chiodo. Certo che tutte quelle rughe! Guarda, invece, che pelle la mia. Tesa come quella di un tamburo!

Certo che spreco – disse Lisa con una vena di malinconia.

Spreco a chi? Ho capito che sei invidiosa della mia pelle. Ma mica penserai di essere Angelina Jolie?

Non parlavo della tua pelle – Lisa scosse la testa e indicò davanti a sé – Ma del talento della 88. Guarda che tratto sicuro. I colori sono meravigliosi. E poi, se ci fai caso, l’ha illuminato come se la fonte di luce fosse proprio la finestra della cella. C’è un grande travaglio dietro alla costruzione dei piani prospettici e alle relazioni cromatiche. Soprattutto i verdi sono così scuri da indicare un vero e proprio tormento. Lo sai, no, che il verde è il colore della speranza. Non c’è speranza in questo dipinto.

Anna arricciò la fronte e si girò verso la collega. La fissò in silenzio sollevando il sopracciglio e rimase in attesa di un commento. Ma Lisa continuava ad osservare la parete. Piegava il collo lentamente verso sinistra come alla ricerca dell’angolazione perfetta per notare nuovi particolari. Non appena la vide accostare i pollici e gli indici a L, alla maniera dei registi che cercano l’inquadratura più adatta, Anna scoppiò a ridere – Ma falla finita – le diede una pacca sulla spalla e le fece perdere l’equilibrio – Che fai mi prendi per il culo?

In che senso scusa? – Le chiese Lisa appoggiandosi alla porta per non cadere. Fortunatamente le celle di isolamento del braccio H erano solo 3 metri per 3. Anna, infatti, non si rendeva conto che, oltre alla stazza, aveva anche la forza di un’elefantessa – Che ti credi, non sono mica stata sempre una secondina. Se non fosse stato per la crisi sarei riuscita a laurearmi. E a quest’ora ero in una scuola a insegnare Arte. Mica qui a fare da badante ad assassine e terroriste!

Anna tornò seria e si concentrò di nuovo sull’opera della 88. Doveva cercare qualcosa di intelligente da dire. Non voleva certo essere da meno della sua collega. La scuola per parrucchieri che aveva frequentato fino al secondo anno, però, non le forniva appigli. E da lì in poi la sua vita era trascorsa fra telenovele e diritto carcerario – Certo che in 40 anni di isolamento si sarebbe potuta sforzare di fare qualcosa di più comprensibile – azzardò – Io vedo solo macchie qua e là, buttate a caso. Così sono capace pure io – Poggiò entrambi i pugni sui fianchi e immobilizzò il viso in un espressione soddisfatta. Poi, lentamente, mosse gli occhi di lato per sbirciare l’espressione di Lisa.

Sei grezza come il saio di un monaco – la apostrofò la collega – Guarda qui – le disse estraendo il manganello dalla fondina e salendo i 3 gradini che Mara usava per dipingere – Vedi lassù – le indicò la parte centrale dell’immagine, due palmi sotto il soffitto – vedi quelle strisciate azzurre interrotte da dense nuvole bianche? Ricordano le rapide di un fiume, sei d’accordo? – Ma Anna continuava a non vedere nient’altro che colori sparsi ovunque in maniera caotica – E’ il fiume della vita – sentenziò ad alta voce la collega –  E come vedi finisce dritto nell’angolo più basso e più buio di tutto il dipinto. La vita finisce nel buio. Non ti dice niente? – Gli occhi sgranati di Anna erano una risposta sufficientemente chiara – E’ il dramma, la tragedia esistenziale. Come diavolo pensi che potesse vedere il futuro una condannata a morte chiusa in cella di isolamento per 4 decenni? Pensavi che avrebbe dipinto fiori e bambini che saltellano felici nei prati?

Adesso che mi ci fai pensare, in effetti hai ragione – Ad Anna non rimaneva che assecondare il delirio saccente di Lisa. Si convinse che forse così sarebbe durato di meno. Iniziava a essere veramente tardi e, se non si fossero messe al lavoro in fretta, Carlo si sarebbe infuriato di nuovo. Erano settimane che rientrava quando la cena era ormai fredda e lui russava sul divano davanti alla sigla di coda del Destino di una Donna – In quest’ottica presuppongo che i caratteri che si intravedono lassù nell’angolo – frugando nel suo vocabolario alla ricerca di altre parole sofisticate indicò in alto a sinistra – rappresentino l’impossibilità del racconto da parte dell’autrice. La sua incapacità di narrare in maniera esplicita il suo insopportabile dramma interiore.

Caratteri? – chiese Lisa incuriosita – non vedo nessun carattere.

Io sarò pure grezza ma tu sei cieca – insistette Anna con il palmo rivolto in alto e le dita puntate verso il punto più lontano del dipinto. Esattamente dove le pareti incontravano il soffitto.

Lisa socchiuse gli occhi e cercò di sconfiggere la sua lieve miopia. Se solo si fosse messa gli occhiali da bambina, si rimproverò. Ma in mezzo alla nebbia intravide qualcosa che la sorprese. 16. Due numeri di cui era visibile poco più della metà superiore. Eppure non aveva dubbi. In un’opera completamente cromatica quelle due cifre erano un’anomalia. Qualcosa che andava capito meglio. Uscì dalla cella di corsa e raggiunse la guardiola in affanno. Prese la scala di alluminio e a grandi passi tornò dalla collega. Quando fu sull’ultimo gradino, a un palmo dalla parete, lo stupore si fece meraviglia. Inaridito dagli anni, lo strato di vernice più superficiale aveva iniziato a staccarsi dalla base lavabile sottostante. Quello doveva essere il punto in cui Mara aveva iniziato la sua opera. Il più vecchio. Posato quasi un decennio prima. Ma cosa ci facevano quei due numeri lassù? Erano parte di un progetto precedente, coperto poi dalla versione finale? In preda ai brividi febbrili di quella sua passione di anni addietro, Lisa si avvicinò alla parete e notò un riccio di vernice secca largo come la sua mano. Completamente sollevato, era pronto a cadere a terra alla minima sollecitazione. Si allontanò di nuovo dal dipinto e tornò a esaminarlo nel suo insieme. Decise che l’assenza di quel frammento non avrebbe tolto nulla alla completezza dell’opera e cedette alla seduzione della sua curiosità.

16 aprile 2020 – lesse mentre il fiocco marrone cadeva a terra come una foglia secca in autunno – Sono libera. Non mi prenderanno mai – guardò verso il basso e incontrò lo sguardo allibito di Anna. Le sue spalle sollevate la dicevano lunga – Mettiti l’animo in pace – la avvisò – la notte sarà più lunga di quanto immaginavamo. Ah – aggiunse mentre scendeva – vai al braccio G e chiedi a Satriani la macchina fotografica. Prima di smontare tutto sarà bene fare un po’ di foto.

******

Mentre rimuoveva le ampie pennellate di Mara, Lisa leggeva ad alta voce e Anna prendeva nota sul tablet della prigione.

Scusa ma perché devo scrivere? Non basta che togli tutto e poi facciamo altre foto? – le chiese Anna seduta a gambe incrociate fra le lenzuola della Detenuta 88.

E se a un certo punto viene giù tutto? Questa potrebbe essere la storia del secolo. Non te la vorrai mica far sfuggire? – ribadì Lisa – Mi hai fatto perdere il segno – si lamentò. Sbuffò e riprese a leggere dall’inizio – Controlla che sia tutto giusto – si raccomandò alla collega.

******

002a_foglia secca16 aprile 2020.

Sono libera. Non mi prenderanno mai.

Li ho alle costole da stamattina ma sparire in mezzo alla folla è sempre stata la mia specialità. E’ così che cerco di farmi coraggio mentre, nascosta fra i cassonetti, tremo come una foglia. Com’è possibile che sia andato tutto a rotoli? Eravamo entrate da un paio di minuti quando sono arrivati gli sbirri. Qualcuno ci ha fregato. Ma chi? Nessuno sapeva nulla. Sento in strada le urla dell’ufficiale della squadra intervenuta. Li ha sguinzagliati. Mi cercano. Due voci maschili si avvicinano nella mia direzione. Parlano della finale di Coppa dei Campioni e del graduato che li ha spediti a cercarmi. Di lui non si fidano. Un pazzo esaltato, dicono, che si crede Samuel L. Jackson a capo di una SWAT americana. Gli ha fatto già rastrellare i 3 isolati intorno alla banca due volte. A che serve una terza? L’idiota non sa che trascorsi i primi 10 minuti o si allarga il raggio o una cattura da improbabile si fa rapidamente impossibile? Respiro silenziosamente e ringrazio le zone grigie delle scienze statistiche. Poi, per fortuna inizia a piovere. Ho bisogno di un diversivo. E di rumore che copra i miei passi. Aspetto. E non appena il temporale inizia a sfogare la sua furia, sbircio oltre l’angolo del bidone della plastica. I due si coprono la testa e imprecano. Spalle al muro decidono di tornare alla camionetta per indossare la tenuta impermeabile. L’ufficiale andrà su tutte le furie, ma meglio la lavata di testa che la polmonite. O ora o mai più, mi dico. E quando i loro lineamenti iniziano a dissolversi oltre la cortina di pioggia, esco allo scoperto. Attraverso la strada correndo e sperando con tutta me stessa che non si voltino.

Sono nel vicolo di fronte. Lo scroscio non si arresta e sono subito fradicia. Devo allontanarmi il più possibile dalla scena. Presto capiranno e allora allargheranno il raggio. Ho un’ora di tempo prima che blocchino gli aeroporti e diramino le mie foto all’Interpool. Ho bisogno di una macchina e di una faccia nuova. La prima la rubo davanti a una farmacia. Una Giulietta. Un modello vecchio ma poteva andarmi peggio. Mentre parto vedo il proprietario nello specchietto. Getta a terra le sue buste e corre giù per le scale agitando le braccia. Al primo sorpasso è già un puntino nero che annega nel mare di acqua che cade dal cielo.

Casa. I vestiti gocciano sul pavimento. Le suole degli anfibi cigolano. Il primo quarto d’ora è andato. 45 minuti sono tutto ciò che mi resta. Dio benedica la nuova costituzione! In passato non avrei avuto speranze. Mi asciugo e mi cambio. Apro l’armadio e afferro il mio piano B. Quando decidi di rapinare una banca per finanziare un gruppo sovversivo devi sempre avere un piano B. Il mio è uno zaino con dentro quanto basta per un paio di settimane in clandestinità. Ho contanti per un paio di mesi e un passaporto falso. Sono libera.Non mi prenderanno mai. Quasi quasi ci credo al mantra che uso per esorcizzare la paura. Ma mancano ancora un paio di dettagli per essere veramente convinta di potercela fare. Apro il cassetto del comodino e lo guardo. Un biglietto di sola andata per l’Inghilterra che ormai è fuori dall’Unione Europea e da sempre dalla moneta unica. Non solo non c’è più estradizione dal Regno Unito, ma Tim Soley vive lì. Prendo lo smartphone, apro la chat criptata e inizio a digitare. Una pantera in gabbia. L’altra, in fuga, cerca rifugio nella foresta. Nonostante l’emergenza cedo alla mia passione per le figure retoriche. Per il linguaggio da telefilm scadente. In realtà non ne avrei bisogno. L’algoritmo elaborato dai nerd del Movimento è impenetrabile e potrei tranquillamente scrivere in maniera esplicita. Sorrido. Certe cose di noi stessi sono impossibili da cambiare.

Non l’aspetto però! Nascondo i miei ricci biondi sotto un carré nero corvino e mi guardo allo specchio. La parrucca stringe, ma non dovrò tenerla a lungo. Guardo meglio e mi rendo conto che devo migliorare qualcosa. Prendo la trousse dalla mensola e do fondo alla mia esperienza. Quando ho finito il mio viso è quello di un’altra. Non passerò certo inosservata, penso, ma nessuno riuscirà a riconoscermi. A questo punto meglio esagerare. Alzo i tacchi e accorcio la gonna. Non c’è posto migliore di quello più evidente per nascondere qualcosa. Guardo l’orologio. E’ ora di andare. Ho ancora 30 minuti di anonimato. Ce la posso fare.

Secondo Episodio

commenti
  1. dony ha detto:

    l’ho sempre detto che avevi sbagliato carriera! hai scritto con passione e interesse verso quello che avevi in mente – continua – sarai il mio e-book perenne!

  2. Riccardo ha detto:

    Già mi ha preso!!

  3. Tengri ha detto:

    pubblicato ora ora … 😉

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