Archivio per marzo, 2014

Episodio 1

Episodio 2

Nei narrabit precedenti … La protagonista della storia di Mara riesce a dirottare un aereo e a raggiungere l’Inghilterra. Grazie a Lindsey, il capo del Wosum, inizia una nuova vita, nascosta dietro l’identità di Catherine Black. Una vita fatta di un banco al mercato di Camden e delle relazioni contraddittorie con le compagne inglesi. Ma soprattutto della storia con un uomo, per il quale sembra provare qualcosa di molto intenso. Nel frattempo Lisa capisce che quello nascosto sotto al dipinto non è un racconto di fantasia, ma la storia di Cinzia, la vice di Mara nel Mosud. Decide così di chiamare Corsi, il Colonnello dei carabiniere che il giorno di Natale di 40 anni prima aveva catturato Mara e si era lasciato sfuggire Cinzia … Appena sei arrivata ho combattuto per te – mi dice Linsey con le narici divaricate dal disprezzo – Le compagne mi dicevano che eri un pericolo. Una testa calda. Una meridionale senza spina dorsale. Le ho accusate di sciovinismo. Ti rendi conto? Gli ho detto che si comportavano con te come i maschi con noi lungo tutta la storia del genere umano. Ed è così che mi ripaghi? – La guardo senza capire di cosa parli. Cerco di controbattere ma lei scuote la testa e getta un tablet sul ripiano degli attrezzi – Leggi – e mi indica lo schermo.

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004_ilcappioMa non è necessario. Mi bastano la foto e due parole perché la rabbia mi annodi lo stomaco e trascini le lacrime giù per le guance – Pensavi davvero che fosse un’eccezione? Che potessi fare a meno di secoli di esperienza e oppressione? Magari solo per questa volta? Così ti sarai detta. Solo per questa volta. Ma è proprio per questo che ci siamo date un codice – Ogni parola di Lindsey spinge un centimetro più a fondo la lama che vorrei infilarmi poco sopra l’ombelico. In cerca della maledetta bolla che vaga poco sotto il mio stomaco per farla esplodere e liberarmene per sempre. Riguardo la foto e rileggo le due parole. Anthony Riley. E’ il vero nome dell’uomo che ormai da mesi condivide le mie notti. L’uomo che chiamo Jack è un poliziotto delle forze speciali della capitale. Mi ha avvicinato con l’intento di infiltrare il Movimento e arrivare fino a Linsey per decapitarlo. Tutto scritto nero su bianco sul report con cui il suo superiore lo esonera dal servizio e lo mette sotto copertura.

Mi alzo senza commentare e le restituisco il tablet. La mia identità inglese è bruciata. Il banco non mi serve più. Raccolgo la mia roba sotto gli occhi perplessi delle guardie del corpo di Lindsey. Mi avvicino con lo sguardo basso e le porgo il pugno. Lei esita per un istante. Poi lo stringe nel suo palmo tiepido. Accetta la mia sottomissione e sa che farò ciò che è necessario fare – Ormai per voi sono un pericolo. Parto stasera stessa. Grazie di tutto – Serpeggio fra i vestiti appesi e l’odore intenso della pelle trattata. L’Inghilterra è già alle mie spalle. Voltare pagina e sparire fra la gente è la mia specialità. Ho iniziato a farlo da adolescente. Prima la mia famiglia. Poi il mio ragazzo, gli amici e l’atletica. Alla fine tutto il resto per unirmi al Mosud. Questa quindi non è la prima volta, né sarà l’ultima. Per ora sembra solo la più dolorosa. Ancora non so bene dove mi condurrà il mio cammino. Ma prima di congedarmi da Sua Maestà c’è ancora una questione che richiede la mia attenzione. Mi tiro il cappuccio sulla testa ed esco all’aperto. E all’improvviso il peso di quella scoperta sembra dissolversi nella nebbia. Appena la pioggia inizia a colpirmi mi accorgo che il viso di Jack si confonde con quelli della fila che aspetta l’autobus sotto gli ombrelli. Ogni passante mi sembra Jack. Vedo Anthony in ognuno di loro. Eppure nessuno è Jack. Nessuno è Anthony. La bolla che vagava intorno al mio ombelico non c’è più. E la pantera ha appena estratto i suoi artigli.

La notte cala sull’aeroporto di Stansted. A quest’ora ciò che rimane di Anthony Riley dovrebbe aver raggiunto la periferia di Londra. In quel tratto la corrente del Tamigi rallenta e questo dovrebbe darmi qualche giorno di tempo prima che inizi la caccia all’uomo. O forse sarebbe meglio dire alla donna. Quando troveranno il cadavere risaliranno immediatamente al dirottamento di 4 anni fa. Ho sparso indizi in tutte le tasche di Riley. E al primo esame il coroner capirà che la causa del decesso è stata il dissanguamento. Troveranno una profonda incisione nella carotide destra e nella ferita rinverranno frammenti di ossido di zirconio. La stessa ceramica industriale della lama che minacciava il collo di Lory all’aeroporto di Huddersfield. In questo modo il Wosum ne esce pulito. La polizia inglese non sospetta nemmeno che la Catherine Black che l’agente Riley aveva agganciato e la dirottatrice di Huddersfield siano la stessa persona. Chiameranno quindi l’Italia e l’indagine tornerà di nuovo in mano ai Carabinieri. Sul tablet di Jack troveranno un dossier che conferma questa versione. L’agente Riley, leggeranno, stava conducendo un’indagine parallela e non autorizzata sul Mosud italiano. Questo e gli indizi sul cadavere gli faranno credere che sia italiana la mano dietro all’omicidio.

Ci so fare. Anche Jack ha dovuto ammetterlo quando sono andata da lui stamattina. L’ho colto di sorpresa. Non si aspettava tornassi a casa così presto. L’ho spinto senza nemmeno salutarlo. Sulle prime ha cercato di dire qualcosa. Poi, quando ha capito che la donna che aveva di fronte era un’altra, era ormai troppo tardi. 20 minuti più tardi è rinvenuto con i polsi legati ai braccioli di una sedia. Mi ha guardata a lungo. Cercava tracce del mio dolore per provare a riagganciarmi con la parte in cui si sarebbe scusato. In cui mi avrebbe detto che era iniziato come un incarico, come una missione. Che poi, però, era diventato qualcos’altro. Ma non ha trovato nulla di più dello sguardo gelido di una donna che non conosceva. Di quella parte di me da cui lo avevo tenuto lontano. Il click ritmato del tagliaunghie lo rendeva nervoso e così ha iniziato a blaterare qualcosa sul dovere. Che non avrebbe voluto farmi questo, ma che era il suo lavoro. Il poliziotto era l’unica cosa che sapeva fare. Ma, di nuovo, ciò che ha ottenuto è stato solo il silenzio – Non mi dici niente? – mi ha chiesto mentre con un ultimo click rinunciavo a uno dei miei simboli preferiti della femminilità. Ho guardato le mie mani. Perfette per il mio nuovo personaggio. Poi ho alzato gli occhi e finalmente gli ho risposto – Ti dico che sei morto – Mi sono alzata e ho reciso la sua carotide con un solo gesto. L’ho fissato mentre iniziava ad ansimare. Il sangue zampillava come l’acqua di una fontana e le palpebre iniziavano a battere irregolarmente. Fuori controllo. Lo guardavo mentre soffriva e cercavo la bolla. Cercavo vicinanza, intimità, dolore. Ma non ho trovato niente. Sono rimasta lì a guardarlo contorcersi mentre mi radevo a zero la testa. La nuova parrucca riccia mi stava alla grande e la pelle ambrata che mi ero regalata grazie a un potente autoabbronzante era più che credibile. Mi sono fatta una foto e ho messo mano al mio passaporto. Anthony è morto dissanguato poco prima che la mia nuova identità fosse pronta. Jack era già morto da tempo.

Ora il mio nuovo piano è ufficialmente avviato. Non so bene a che lettera siano arrivati i miei piani. Ho perso il conto da qualche parte fra la F e la M. Ma devo stare attenta a non sprecarne, di lettere. Dove sto per andare l’alfabeto è più corto di quello inglese e potrei rimanerne a corto. Una cosa è certa. Non conoscono la mia voce. Le ultime foto che hanno di me risalgono al dirottamento e sono sfocate.

Sono libera. Non mi prenderanno mai.

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Che bastardo! L’avrei sgozzato pure io – l’entusiasmo di Anna interruppe il silenzio in cui la cella era precipitata dopo le ultime parole lette da Lisa. Senza che se ne fosse accorta, il tifo partigiano della spettatrice di soap aveva preso il sopravvento. Fu la disapprovazione negli occhi sbarrati della collega a ricordarle dov’era.

Ma sei impazzita? – Le sussurrò Lisa fra i denti.

Bofonchiando qualcosa di incomprensibile Anna abbassò lo sguardo sul tablet e rilesse fra sé la parte che le era piaciuta.

Seduto a pochi palmi da lei, il Colonnello fissava la parete con gli occhi socchiusi. Sforzava la vista, cercando qualcosa aldilà della storia. Come se avesse intuito un terzo strato dietro alla superficie del dipinto e a quella del testo. Come se quel racconto non svelasse la verità. Ma solo un’altra delle pesanti coperte che la avvolgeva. Ciò che Mara aveva scritto era la storia della sua sorella in armi o un’opera di fantasia? Raccontava fatti accaduti o li utilizzava solo per rendere più credibile la narrazione? L’aggancio a eventi reali come il dirottamento rappresentava una pista o un trucco per depistarli? Gli incubi che lo avevano accompagnato fino alla pensione riemersero dal passato come una folla inferocita che non esigeva solo spiegazioni. Voleva il sangue. Eppure non furono né gli incubi, né le domande che si stava facendo a stringergli lo stomaco. Ma la frase che rimbombò sulle frequenze metalliche del braccio femminile – Se volete avere una minima speranza di catturare Cinzia Doni dovete fermare l’esecuzione – Ascoltò quelle parole come se fosse qualcun altro a pronunciarle. E poco dopo si accorse che non riusciva a credere di averlo fatto. Aveva appena consigliato allo Stato di risparmiare la vita a una delle sue più acerrime nemiche. La donna che lui stesso aveva catturato. La metà mezza piena del calice della sua disperazione, e che lui stesso stava decidendo di svuotare.

Come scusi? – Chiese il Direttore sperando di aver capito male.

Mi ha convocato perché le esprimessi la mia opinione – gli rispose senza distogliere lo sguardo dalla parete – L’ho appena fatto. Se uccidete Mara Cori, la sua compagna l’avrete persa per sempre.

Il Direttore corse nel corridoio. Strappò la cornetta della guardiola dall’orecchio della secondina di turno, lasciandola a metà della sua frase smielata, e compose un numero interno. Nessuna risposta. Abbassò e ne compose un altro. Gli squilli a vuoto gli percossero il timpano e, uno dopo l’altro, fecero lievitare prima l’ansia, poi l’ira. Sbatté la cornetta sull’apparecchio e imprecò a denti stretti – Devo scendere di persona – gridò perché dalla cella lo sentissero – Una volta che la procedura è stata avviata, giù alla Sale del Trapasso non sono più autorizzati a rispondere.

Spalancò la porta e prese le scale. Si gettò in discesa saltando i gradini. Doveva scendere 6 piani ma la corsa non era mai stato il suo forte. Dopo 3 rampe iniziò a maledire la sua dieta sconsiderata e i superalcolici che gli intasavano le arterie. Vicino al piano terra le sue scarpe di cuoio da 500 euro scivolarono sullo spigolo arrotondato di un gradino. Si aggrappò alla ringhiera e riuscì a non cadere. Il cuore gli batteva all’impazzata e si fermò a riprendere fiato. Ancora 2 piani ed era arrivato. Respirò a fondo un paio di volte e riprese a scendere. Arrivò alla porta del Trapasso e la spalancò. Le sedie del pubblico erano tutte occupate. Giornalisti, parenti delle vittime, simpatizzanti. Si voltarono tutti. Guardò oltre le finestre di plastica e vide Mara già in piedi sul portello del piano sospeso. I loro occhi si incrociarono e lei gli sorrise. Sapeva. Ne era certo. E sapeva anche che lui non avrebbe mai fatto in tempo. Li aveva condotti fino a lei, illudendoli di avere in mano la situazione, e poi gliel’aveva strappata di mano. Era sua l’ultima parola. Il boia le coprì la testa e le assicurò il nodo intorno al collo. Il Direttore corse attraverso la stanza e provò ad aprire la porta. Chiusa dall’interno, si ricordò. Ci bussò sopra con tutta la forza che aveva. Insonorizzata. Corse verso le finestre per sperare che qualcuno dall’interno lo vedesse e reagisse. Ma dopo i primi passi il mormorio dei presenti lo immobilizzò. Qualcuno osservava con gli occhi sbarrati il rito cruento dell’impiccagione. Qualcun altro si era coperto gli occhi. Una bambina aveva nascosto il viso nella spalla del padre. E Mara penzolava senza vita a mezzo metro da terra.

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001_ManiUna stretta di mano. Un cenno desolato del capo. Un’alzata di spalle. Nessuno dei due trovava parole adatte a commentare, sottolineare, chiarire. Il Direttore vide il Colonnello sparire nell’oscurità, curvo sotto il peso delle sue sconfitte. Il vecchio si era fatto consumare dalla sua ossessione ma per lui sarebbe stato diverso. Per lui quella storia finiva lì. Il suo dovere l’aveva fatto. Lo Stato aveva reclamato la vita della terrorista H88 e l’aveva ottenuta. La comunità aveva gridato a morte e lui aveva pagato la mano del boia perché morte fosse. Finiva lì il suo compito. Ipotetiche terroriste latitanti non ricadevano nella sua giurisdizione. E mettere a rischio la sua posizione per correre dietro all’evanescente mito della giustizia non lo interessava. Data del decesso: 16 aprile 2060. Ora del decesso: 23.37. Rilesse quelle righe, firmò sulla linea tratteggiata e passò la cartella a Lisa per la controfirma.

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16 aprile. 16 aprile. 16 aprile. Quella data continuava a ossessionarla. L’aveva trovata all’inizio della storia scritta da Mara sulla parte della sua cella. 16 aprile 2020. Sono libera. Non mi prenderanno mai. E il Colonnello aveva assicurato che era sbagliata. La cattura di Mara e la fuga di Cinzia, infatti, erano avvenute entrambe il giorno di Natale. Ma quella data era anche sul suo certificato di morte. Non poteva trattarsi di una coincidenza, Lisa ne era sicura. Mara aveva calcolato tutto fino all’ultimo dettaglio. Aveva fatto in modo che trovassero il testo. Che lo leggessero. Che scoprissero più o meno a metà che forse non si trattava di una storia inventata. E che, una volta capito, fosse ormai troppo tardi per fermare ciò che avevano messo in moto. Il piano era troppo perfetto perché Mara avesse sbagliato proprio la data dell’episodio che aveva dato origine a tutto. E se non era un errore, allora quella data era un suggerimento – Un suggerimento – sussurrò Lisa mentre scorreva il testo sullo schermo del tablet, seduta sul pavimento nel vuoto bianco del suo loft – Un suggerimento all’origine di tutto. Un suggerimento all’origine di tutto. Pensa, Lisa. Pensa – si incoraggiò. Ma all’origine di tutto c’era solo il giorno di Natale del 2020. La cattura di Mara. La fuga di Cinzia. Due sorelle, due pantere. Una in gabbia e l’altra a piede libero. All’origine di tutto non c’era niente che riconducesse a quella data. Inoltre, il 16 aprile del 2020 non era successo nulla di significativo che coinvolgesse Mara, Cinzia o il Movimento. Per quanto riguardava quella storia, il 16 aprile era un non-data. C’è qualcosa che mi sfugge – si disse Lisa – Ogni nuovo vicolo che cerco di percorrere è come il precedente. Stretto e senza uscita.

Fu a quel punto che ebbe un’illuminazione. Se tutti i vicoli di una strada portano dritto contro un muro, è la strada stessa a essere senza uscita. A quel punto se da A vuoi raggiungere B hai solo un’alternativa. Cambiare strada. Finora aveva letto e riletto il testo cercando il suggerimento di Mara all’origine della storia – Abbiamo sbagliato strada – si ripeté chiudendo il file di testo e fissando la folla di icone sul desktop – Non è all’origine della vicenda che devo tornare. Ma all’origine della nostra interpretazione – e sorrise all’acume della donna che lo Stato aveva appena appeso per il collo a una corda – Dov’è che abbiamo iniziato? – Ritornò con la mente al pomeriggio precedente. Al loro ingresso nella cella subito dopo il trasferimento di Mara al Trapasso. Alla meraviglia di fronte alla parete, ai colori, al dipinto – Il dipinto! Il dipinto! – gridò correndo con l’indice di app in app cercando la galleria fotografica.

Colori. Meravigliosi. Sgargianti. Accostati con maestria, per carità. Ma solo colori. Lisa non vedeva altro. Poi si ricordò che, per far entrare l’intera parete nell’inquadratura, era stata costretta a usare una focale molto bassa. E il grandangolo aveva distorto l’immagine. Aprì un software di fotoritocco e lasciò che il filtro calcolasse le correzioni. Pochi istanti dopo il dipinto appariva come l’originale. Disteso su una superficie bidimensionale. Lo fissò a lungo ma si rese conto che forse non bastava la tecnologia per risolvere quell’enigma. Ciò che aveva difronte erano sempre e solo colori. Decine di colori. Tratti impressionisti densi, precisi. Ogni tratto una sfumatura. Ma l’immagine complessiva era indefinita. Provò a zoomare avanti – Peggio – commentò. Provò indietro e qualcosa iniziò ad emergere. Più rimpiccioliva l’immagine, più l’allontanava da sé, più i tratti sembravano assumere una forma. Le pennellate blu e bianche che tagliavano in diagonale la parte destra del dipinto sembravano un fiume. Il resto era una distesa di tendoni quadrati ornati da motivi sempre uguali. Il fondo grigiastro sembrava quello di una strada. Lo archiviò come asfalto e passò oltre. Cercò qui e lì altri motivi ricorrenti e vide grandi macchie più o meno circolari con sbuffi di vari colori all’interno. Zoomò indietro un click alla volta ma non emerse niente. Provò di nuovo a ingrandire il particolare ma, come in precedenza, la situazione peggiorava. Isolati dallo zoom, i tratti del pennello perdevano senso. Poi, quasi per caso, notò un dettaglio fino ad allora rimasto invisibile. Tutte le forme, dalle più piccole fino alle sponde di quello che ormai considerava un fiume, erano delimitate da strisce uniformi rosse o verdognole. Muovendo lo zoom lungo l’asse delle percentuali, si accorse che gli oggetti prendevano vita. Tremando come foglie agitate dalla brezza. Si trattava solo di fissare lo sguardo sugli oggetti corrispondenti a una determinata percentuale di zoom. Lisa indugiò per un po’ su questa nuova scoperta. Nonostante fosse convinta di essere sulla buona strada, però, tremori a parte, l’immagine risultava ancora nebbiosa e indistinta. Eppure quei contorni raddoppiati in rosso e triplicati in verdognolo le ricordavano qualcosa. Qualcosa che risaliva ai suoi studi. A quelli precedenti alla sua decisione di affrontare la crisi e la disoccupazione diventando un’agente della Penitenziaria. Aprì un motore di ricerca e iniziò a rovistare nell’oceano primordiale della Rete.

Non ci mise molto ad arrivare alla soluzione che cercava. Applicò all’immagine il filtro richiesto e gli algoritmi del software fecero il resto. Non credeva ai suoi occhi. Mara non era stata solo una guerriera devota e inflessibile ma anche un genio della pittura. A mano libera e senza possibilità di verifica era riuscita a mescolare la tecnica pittorica degli ultimi impressionisti con quella fotografica dei primi anaglifi di fine ‘800. In sostanza aveva creato un perfetto esempio di pittura tridimensionale criptata. Nella quale l’immagine complessiva era leggibile solo attraverso il filtro di una lente o di un software che ne simulasse gli effetti.

Ora Lisa sapeva che fine aveva fatto Cinzia. Le tracce sparse qui e lì da Mara non lasciavano dubbi. Le grandi tende colorate. Un fiume oltre cui inizia la foresta. Sacchi di cibo sparsi sull’asfalto morso dalle intemperie di una piazza. Venditori avvolti dal poncho. La loro pelle bruna. I nasi adunchi. Lisa non conosceva il luogo preciso ma era sicura che Cinzia fosse da qualche parte lungo la Cordillera delle Ande. Dove sto per andare l’alfabeto è più corto di quello inglese. La conferma era anche nel testo.

A quel punto i pezzi iniziavano a incastrarsi. E la data fasulla non poteva che essere l’indizio che puntava dritto al nascondiglio di Cinzia – 16 aprile 2020 – ripeté Lisa più volte come fosse un mantra che, inducendo lo stato meditativo, avrebbe aperto le porte di una rivelazione. Guardava la foto del dipinto e ripeteva quelle tre parole – 16 aprile 2020 – Poi decise che, forse, più della filosofia avrebbe fatto la tecnologia. Inserì la data in un archivio di eventi storici e avviò la ricerca. Qualche istante più tardi sbarrò gli occhi difronte al risultato. Prevedibile ma pur sempre sconfortante. Lungo il corso dei secoli centinaia di eventi erano avvenuti in quel giorno. Cercò di individuare regolarità evidenti ma non ne trovò. Stava per chiudere la pagina e provare un’altra chiave di ricerca quando un nome le saltò agli occhi. Élisabeth-Louise Vigée-Le Brun. La più grande ritrattista della corte di Francia negli anni a cavallo della Rivoluzione. Nata a Parigi il 16 aprile 1755, la Vigée-Le Brun era morta a quasi 90 anni ed era stata una bambina prodigio. Una delle pittrici più prolifiche di quegli anni. Una donna che si era fatta strada in un mondo dominato dagli uomini. La sua opera era stata al centro della tesi di laura di Lisa. E in qualche modo la sua storia le ricordava quella di Mara. Chissà, si disse, se non avesse scelto il fucile e la causa, con il suo talento anche lei sarebbe riuscita a emergere in quel mondo che, in tutti i luoghi del potere, era comunque rimasto esclusiva dei maschi. Si fermò a pensare e decise che forse era stato meglio così. Che nessun diritto era mai stato conquistato senza spargere sangue. Dopo la presa della Bastiglia, Élisabeth-Louise aveva scelto la fuga presso le corti d’Europa. Rifiutando gli ideali e la grettezza della Rivoluzione. Mara Cori, probabilmente, sarebbe rimasta a Parigi ad affilare la lama della ghigliottina. Aiutando il Paese a liberarsi dal giogo della nobiltà.

Élisabeth-Louise Vigée-Le Brun era nata il 16 aprile. Ma di certo non era l’unica. Che fosse quella la chiave che risolveva l’enigma? Valeva la pena provare. Prevedendo ciò che avrebbe trovato, Lisa si fece coraggio e accolse il risultato con un sospiro. 984 persone famose erano nate quel giorno. Dal 778 al 2072, anno in cui l’elenco terminava. Un’altra strada senza uscita, si disse scoraggiata, gettando il tablet lontano da sé e lasciandosi cadere sulla schiena fra le lenzuola accartocciate – O forse no! – esclamò. Mara non aveva avuto contatti con l’esterno per 40 anni. Non leggeva giornali, non aveva una connessione né un tablet. Se la pista era quella giusta, qualunque fosse stato il suo intento, era molto probabile che avesse scelto un personaggio di pubblico dominio. Tornò alla lista e iniziò a restringere l’elenco e poi a restringerlo ancora. Quando le rimasero una diecina di nomi provò a incrociarli con le parole mercato e America Latina. Avviò la ricerca e aspettò secondi che sembrarono giorni. I polpastrelli inumiditi dall’ansia e nel petto il terrore di dover ricominciare da capo. Poi all’improvviso tre parole comparvero sullo schermo grigio. E la gioia di Lisa si trasformò in euforia.

One match found. Un solo risultato. Meglio di così non poteva sperare. Cliccò sul link e l’ultima casella di quell’interminabile gioco dell’oca si materializzò davanti ai suoi occhi.

Calle Charlie Chaplin. Pisaq. Perù.

Anche il grande regista americano era nato il 16 aprile. E il nuovo sindaco di Pisaq aveva deciso di dedicargli una strada di nuova costruzione. La prima di tutto il continente americano.

Il dipinto di Mara era una riproduzione fedele del famosissimo mercato della cittadina andina. Una delle mete più ambite dai turisti del Continente. Un luogo sottoposto al viavai di gente sempre nuova. Traboccante di volti di ogni provenienza e di lingue diverse che si mescolavano nel dissonante ronzio dell’umanità.

Il posto ideale per sparire nella folla.

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La donna con i capelli ricci e la pelle ambrata fece cenno con la mano al barista – Alza il volume José!

Il piccolo televisore prendeva solo i canali nazionali. Quelli che riorganizzavano la realtà nelle favole utili a tenere buono il popolo. Ma oggi sarebbe stato sufficiente. Cora non era alla ricerca della verità. Le interessava solo il viso della donna sotto al titolo. Era invecchiata, ma nei suoi occhi brillava sempre la stessa luce, pensò mentre si avvicinava al bancone – José – ripeté – sei diventato sordo? Alza il volume ti ho detto!

Sei tu che sei sorda – gli disse sorridendo il ragazzo sudato con il canovaccio sulla spalla – l’ho alzato il volume. Sei tu che stai invecchiando – E la strinse in un abbraccio dal quale lei si divincolò con l’energia di una ventenne.

Lasciami in pace – lo rimproverò avvicinandosi allo schermo per essere certa di aver capito bene.

Con la limpida chiarezza dell’accento peruviano il giornalista elaborò il concetto riassunto dal titolo in sovrimpressione – Stanotte alle 23.37, ora locale, lo Stato italiano ha finalmente eseguito la condanna a morte di Mara Cori, fondatrice del Movimento per la Supremazia delle Donne. L’anziana terrorista, in cella di isolamento per 40 anni, si era trascinata fra un appello e l’altro nella speranza di una clemenza. Scaduto l’ultimo termine aveva ottenuto di poter scegliere la data della sua morte. Le autorità italiane si dicono sollevate. La legge ha finalmente fatto il suo corso, ha dichiarato il Ministro dell’Interno Sorani. Confidiamo, ha aggiunto, che la decapitazione del Movimento rappresenti l’inizio della fine per il terrorismo nel nostro Paese.

Le ultime frasi del mezzobusto di Stato si mescolarono al vociare del bar. Trascinate a valle dal ruggito del fiume in piena. La stagione delle piogge quest’anno tardava a cedere il passo al caldo secco dell’altopiano. Di lì a poco avrebbe piovuto. C’erano i panni da ritirare, il tetto da coprire, il banco al mercato da chiudere. Ma i pensieri di Cora erano altrove. Mara era morta. La sua sorella in armi non c’era più. Sapeva bene che prima o poi sarebbe successo ma il vuoto era lo stesso incolmabile. Avrebbe voluto fermare quell’attimo. Contemplare il dolore che le toglieva il respiro e onorare nel ricordo la vita della compagna. Ma non c’era tempo. Ed era Mara stessa ad averglielo detto scegliendo quella data. Era il segnale che sperava non sarebbe mai arrivato, perché non lasciava spazio a interpretazioni.

La pantera doveva di nuovo abbandonare la tana e riprendere il sentiero nella boscaglia. Il Movimento aveva bisogno di lei. Di una figura che ispirasse l’azione e contenesse le frange più estreme. Era ora di chiudere il cerchio. Di tornare dove tutto era iniziato. Abbandonare Pisaq e tornare a Roma le sembrava un bel modo di festeggiare il suo compleanno. Sì, perché anche Cinzia Doni era nata il 16 aprile.

Al lume di una candela entrò in casa che aveva appena iniziato a piovere. Le prime gocce già colavano fra le foglie di palma del tetto, consumate dalle intemperie. Raccolse lo zaino che aveva tenuto pronto per gli ultimi dieci anni e con un sorriso voltò le spalle alla sua vita.

Sono libera, si disse, non mi prenderanno mai.

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Episodio 1 

Nei narrabit precedenti … Mara, la detenuta 88, viene portata via per l’ultima ora d’aria. Anna e Lisa, le due secondine di turno nel braccio H, trovano un dipinto indecifrabile sulla parete della sua cella. Sotto allo strato di vernice, un testo. Lisa legge, Anna trascrive. Le parole di Mara raccontano la storia di una donna che fugge braccata dalla polizia. Con la sua complice sono state sorprese durante una rapina … Alzo i tacchi e accorcio la gonna. Non c’è posto migliore di quello più evidente per nascondere qualcosa. Guardo l’orologio. E’ ora di andare. Ho ancora 30 minuti di anonimato. Ce la posso fare.

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002b_itacchiLow cost. Due parole che nel mio vocabolario di fuggiasca hanno un solo significato. Niente personale al gate, strisci la carta di imbarco e il tornello ti lascia passare. Ovvero, meno testimoni. Meno occhi in grado di annuire quando gli investigatori di turno inizieranno a mostrare in giro la mia faccia. Mi scuso con la capo cabina per il ritardo e mi allontano rapidamente lungo il corridoio. Mentre passo fra i sedili sento gli sguardi degli uomini posarsi sui miei fianchi, scendere lungo le gambe nude e immaginare quel poco che i vestiti nascondono. Mi siedo in economica accanto a una signora anziana che storce la bocca accennando con il mento all’uomo della fila accanto che mi divora con lo sguardo – Uomini – mi sussurra all’orecchio – Ai miei tempi era lo stesso – Annuisco. Senza saperlo, la signora ha centrato la questione. Uomini. Se non fosse per loro il sedile accanto a lei sarebbe vuoto e tutto questo non avrebbe mai avuto inizio.

Il telefono vibra quando ormai abbiamo superato le Alpi. Avvisa la pantera che la tana è pronta. E visto che ci sei, porta pure un bel cacciatore. Tim è uno dei pochi uomini che riescono ancora a strapparmi un sorriso. Ma è gay. Quindi di solito non lo aggiungo alla lista. Lo conosco dai tempi dell’università. Quando lavoravo e studiavo fra Redhill e Londra. E’ stato lui a presentarmi Lindsey, la donna che avrebbe cambiato per sempre la mia vita – E’ il capo del Wosum – mi disse con una vena di orgoglio – Il Women Supremacy Movement. No grazie – gli risposi – Mi  sono bastate mia madre e le sue farneticazioni sulla proprietà dell’utero – Ma il Wosum era tutta un’altra storia – mi assicurò Tim. Donne che non cercavano la parità ma la supremazia. Donne che non intendevano prevalere diventando uomini mancati. Ma rivendicando la femminilità come arma del predominio. E dopo aver conosciuto Linsey capii cosa intendesse Tim. Una donna capace di indossare il tubino di raso e la divisa da assalto con la stessa disinvoltura. Tenera e accogliente. Intuitiva e sensibile. Eppure dura come l’acciaio. E con un solo motore nella vita. L’odio per la stupidità maschile e la soddisfazione estrema che provava nel ridurre gli uomini a poco più che vibratori animati. Per Lindsey tutto era nero o bianco. Occhio per occhio, dente per dente. Tre mesi dopo il nostro incontro ero entrata nel Movimento. Dopo due anni ero tornata a Roma per dare vita al Mosud. Il Movimento per la Supremazia delle Donne, la cellula italiana del Wosum. All’inizio si trattava solo di sit in e flash mob organizzati nei luoghi simbolo del potere. In quella fase il nostro unico obiettivo era l’espropriazione simbolica in nome del genere oppresso. Vivevamo di nulla e i soldi di Patricia erano sufficienti a coprire tutte le spese. Patricia in realtà si chiamava Carla ed era la figlia di un facoltoso imprenditore romano. Uno che aveva fatto fortuna con la speculazione edilizia e gli appalti truccati. All’inizio si era unita al Movimento più per ribellarsi all’ingombrante figura del padre che per autentica convinzione politica. Poi nel tempo le cose erano cambiate e Carla era diventata una delle attiviste più intransigenti. La sua storia assomigliava fin troppo a quella di Patricia Hearst perché non la convincessimo a scegliere quello come nome di battaglia. Ma i tempi delle vacche grasse non durarono a lungo. Mr Hearst, come avevamo iniziato a chiamarlo, chiuse il rubinetto non appena si rese conto che la figlia era ormai una battaglia persa. A quel punto fummo costrette alla clandestinità. E le rapine iniziarono ad essere l’unico strumento per finanziare la causa. Prima supermercati e centri commerciali per la sopravvivenza. Poi gioiellerie e banche per gli attacchi alle istituzioni. Fu allora che iniziò a scorrere il sangue. E fu allora che il Mosud finì nei titoli di testa. Sempre più spesso accanto alla parola terrorismo o ai suoi derivati.

Lo scossone e la voce del Capitano mi distolgono dal sapore indistinto dei ricordi. Oltre l’oblo le nuvole si rincorrono spinte dal vento. Il profilo dell’ala ci scivola dentro come la lama di un coltello attraverso la nebbia delle valli dove sono nata. Un altro scossone. Il sedile scricchiola. Signore e Signori è il Capitano che vi parla. Stiamo attraversando una zona fortemente perturbata. Siete pregati di riportare lo schienale in posizione eretta, chiudere il tavolino di fronte a voi e tenere allacciate le cinture di sicurezza fino a quando l’apposito segnale verrà spento. Normale amministrazione penso. Siamo sulla Manica e le masse d’aria fredda si scontrano con più forza con quelle calde provenienti da terra. E la vedo, la terra! Sotto al margine grigio dei cumuli i primi raggi del tramonto colorano di arancione le scogliere di Dover. Poi l’aereo si inclina e i ricci bianchi del frangente spariscono, inghiottiti di nuovo dai lampi di un temporale. Stiamo virando. E’ successo qualcosa. La capo cabina confabula vistosamente con la sua collega e la spedisce dal Capitano. Prende in mano la cornetta e impartisce ordini alle altre due assistenti di volo nel settore di coda. L’aereo è di nuovo orizzontale e punta a sud. Stiamo tornando in Francia. Mi volto e vedo la hostess più giovane puntare un dito verso il corridoio e portare la mano alla bocca. La collega le strattona il braccio,  la riprende gesticolando e tira la tendina. Non ci metto molto a capire cosa sia successo. La mia copertura non è ancora saltata ma sanno che sono a bordo. Passeranno con lo snack per controllare uno a uno i volti dei passeggeri e comunicare alla polizia che ci aspetta a Calais il numero del sedile su cui siede la ricercata. L’intervento sarà rapido e indolore. O almeno così sperano, convinti come sono di sfruttare l’effetto sorpresa. Nonostante sia impossibile riconoscermi, so che se mi catturano non riuscirei a reggere l’interrogatorio dei francesi. Il mio personaggio non ha spessore, non ha un passato. Il piano B è appena evaporato e sono costretta a giocare d’anticipo. Apro la borsa e cerco il piano C. Un ishi-ba in ossido di zirconio, un coltello affilato come un rasoio e invisibile ai metal detector. Avrei preferito non dover arrivare a tanto ma se non raggiungo l’Inghilterra per me è finita. Mi scuso con l’anziana signora che mi siede accanto e la rassicuro. Se fa esattamente come le dico non le succederà nulla. Una frase fatta e che nei film di cassetta in genere significa l’esatto contrario. Le leggo questa convinzione negli occhi mentre mi segue lungo il corridoio con un braccio che le cinge le spalle e la lama appoggiata alla carotide. Mente ci avviciniamo alla cabina di pilotaggio le sussurro all’orecchio che sarà lei la mia voce. Qualunque cosa le dico all’orecchio lei la ripeterà per gli altri. In questo modo non avranno registrazioni del mio timbro per i software di riconoscimento. Annuisce e mi risponde che si chiama Lory. Ha capito e sento che si rilassa. Finalmente anche il suo corpo mi dice che accetta le mie condizioni.

Mi chiudo la porta del pilota alle spalle e metto KO il suo secondo – Ce la farai anche da solo – lo incoraggia per me Lory – E ora, per favore, 180° a nord. Si torna verso il Regno Unito – Il Capitano mi guarda perplesso – La destinazione – sottolinea Lory – la decidiamo strada facendo. Di carburante ne abbiamo a sufficienza per arrivare in Scozia e in un aeroporto poco frequentato uno slot di emergenza si trova sempre – Gli strizzo l’occhio perché capisca che conosco il suo mestiere, so leggere gli indicatori di bordo e qualunque tentativo di riprendere il controllo dell’aereo finirebbe per mettere a repentaglio la sua vita e quella dei passeggeri. La sua mano scivola fra tasti e leve per impostare la nuova rotta. Disattiva il pilota automatico e torna sulla cloche per impostare la virata. Ma una volta con il muso di nuovo verso Dover, la vedo compiere rapide evoluzioni sui pannelli al di sopra delle nostre teste e la fermo appena in tempo. Scuoto la testa e Lory parla al posto mio – Lo scrambler dei cellulari lasciamolo acceso, che dici? Non vogliamo mica che qualche solerte passeggero condivida la mia foto sui social network o avverta gli inglesi che abbiamo cambiato rotta? Se ci riprovi, prima taglio la gola della vecchia, poi passo alla tua. Come avrai capito non ho bisogno di te per portare questo pezzo di ferro a terra – Lo vedo irrigidirsi. Mi guarda con gli occhi sbarrati e capisce che non sto bluffando. Sento i pensieri ingolfargli la mente. L’elenco di tutto ciò che ha da perdere scorre veloce sullo sfondo del cielo livido che ci attende aldilà della Manica. La moglie. Forse un paio di figli. La casa nel countryside e la macchina sportiva. L’amante francese e il caldo delle spiagge del lungo raggio. Uomini. Così semplici da leggere. Così facili da prevedere. Una donna come Lory si sottomette per il terrore del vuoto che la sua assenza creerebbe nella vita di chi la circonda. Un uomo come il Capitano si sottomette per la paura di ciò che potrebbe perdere per sé stesso. Ed è per questo che ho scelto Lory come ostaggio. Nella sua immaginazione è la felicità di almeno dieci vite ad essere in pericolo su questo volo. Per l’uomo che tiene la cloche, invece, è solo la sua piccola e insignificante esistenza a rischiare il blackout. Fin troppo facile capire chi dei due, se costretto dagli eventi, opterebbe per l’estremo sacrificio. Privandomi dell’unica leva che ho per uscire indenne da questa situazione.

La situazione si complica. L’airone ha cambiato rotta. Nel grande nido non è più possibile. Fammi sapere dove portare a terra la pantera. Lory digita al mio posto l’SMS  per Tim. Rispondo sottovoce alle rughe che si arricciano sulla sua fronte – Il software del mio telefono è stato programmato per bypassare lo scrambler di serie sugli apparecchi di linea. Magie da nerd – aggiungo. Non ha ancora capito né chi sono né cosa spinge le mie azioni ma giurerei di aver intravisto un accenno di sorriso sul viso di questa vecchietta dall’aspetto bigotto. Qualche minuto più tardi arriva la risposta secca di Tim. Alla pantera ha dato di volta il cervello. Un airone intero? Aeroporto di Huddersfield, West Yorkshire. E fatti venire in mente qualcosa. I francesi hanno mangiato la foglia e gli aironi della Regina sono già in volo. 4 pantere e un elefante veloce è tutto ciò che posso prometterti. Merda. Una parola che riassume le mille sfumature del casino in cui mi sono infilata. L’unica che mi viene in mente mentre rifletto sul da farsi. La Royal Air Force che ci aspetta e solo 4 compagne e un mezzo di trasporto per uscirne. Ora sì che si mette male. 25 minuti mi dice il pilota quando gli comunico la destinazione e spengo i microfoni della sua cuffia. La sorpresa è tutto, mi dico.

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Lisa smise di leggere all’improvviso

25 minuti mi dice il pilota  quando gli comunico la destinazione e spengo i microfoni della sua cuffia – Anna riprese un paio di righe più in alto – La sorpresa è tutto, mi dico. E poi? – chiese alla collega che aveva iniziato a passeggiare nervosamente fra la porta d’acciaio e il muro opposto. La storia aveva iniziato a incuriosirla e conosceva bene quella sensazione. La chiamava la crisi d’astinenza dello spettatore seriale. Sapeva che la fine degli episodi delle soap che riempivano il suo tempo libero era studiata nei minimi dettagli. Pensata apposta per interrompere il coito emotivo e rimandarlo alla settimana successiva. Chiunque conosceva il meccanismo e il misto disorientante di piacere e frustrazione che generava. Eppure lo share non faceva che aumentare. E quella piccola tortura autoinferta aveva la meglio sull’atarassia dell’astensione – E poi? – ripeté impaziente.

E poi questa storia mi ricorda qualcosa. Qualcosa che continua a sfuggirmi – Le rispose Lisa con il tono grave di chi ha intravisto un problema.

Magari se continui a leggere ti torna in mente – le suggerì Anna. Più per dare sollievo ai bruciori della sua curiosità che per interesse per il dilemma della collega.

Lisa esitò, poi ammise con sé stessa che il trucco avrebbe anche potuto funzionare. Salì di nuovo sulla scala e riprese a scollare con delicatezza i colori vividi del pennello di Mara dallo strato sottostante.

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Nudi, sì avete capito bene! – Nonostante sia perplessa quanto loro, Lory finge alla perfezione il tono perentorio dei miei sussurri – Uno va e uno viene come nella storiella del lupo, della pecora e del cavolo – aggiunge – Come scusi? Lupo, pecora, cavolo. Ma di che parla? – ci chiede la voce roca e gracchiante di Nelson Percey, della Polizia di Huddersfield. E il silenzio che segue mi convince che in una piccola cittadina di provincia i negoziatori sono come le auto. Datati o di seconda mano. Guardo l’orologio. Devo accelerare i tempi. Ho solo una manciata di minuti prima che anche il piano D sfumi come neve al sole.

Il piano D. Non sono mai arrivata fino al piano D. Ma d’altra parte non ho mai dirottato un volo internazionale prima d’ora. E il vantaggio che pensavo di avere grazie all’effetto sorpresa dell’aeroporto di destinazione è svanito insieme al rollio del carrello. Non appena lo stridio dei pneumatici ha annunciato a tutti che eravamo finalmente in territorio inglese. Gli aerei della RAF, infatti, dopo averci seguito dalla Manica in poi, sono riusciti ad avvisare le autorità locali. Giusto in tempo perché al momento dell’atterraggio la pista fosse invasa dalle camionette bianche a scacchi blu e gialli. Ed è stato sulle prime frasi di Nelson Percey che ho archiviato il piano C. Raggiungere le compagne e allontanarsi su un mezzo a 4 ruote era impensabile. A quel punto ho avvisato Tim e gli ho chiesto un’altra destinazione per il rendezvous. Un luogo aperto, ho sottolineato. Niente alberi. Il piano D ha bisogno di ampi spazi.

Una pistola scarica, un caricatore e una borsa nera con un milione di sterline in tagli piccoli – gli spiega Lory scandendo le sillabe. E cosa c’entrano i tre agenti nudi? – le chiede Percey con il tono esausto di chi si sforza ma continua a non capire – Nudi perché cosi non possono nascondere armi, telecamere o microfoni – ribatte lei spazientita dando voce alla mia irritazione. Idiota di un negoziatore, penso. Immaginando la sua reazione alla spiegazione della storiella che sto cercando di semplificare fino a renderla a prova di Percey. Il primo agente porta la pistola scarica – inizia Lory con l’incedere paziente di una nonna che spiega come attraversare la strada al nipotino ritardato – In fondo alla scaletta di accesso alla cabina se la punta alla tempia e preme il grilletto una diecina di volte. Almeno siamo sicuri che sia realmente scarica. Poi sale e me la consegna. Il secondo agente porta la borsa. Il terzo porta il caricatore – dall’altra parte del microfono sento Percey in affanno e i suoi polpastrelli che battono freneticamente su una tastiera – vado troppo in fretta Nelson? Glielo detto più lentamente? – guardo l’orologio al polso del pilota – Direi che 6 ore sono sufficienti. Ah – faccio aggiungere a Lory – mi aspetto anche un elicottero pronto a partire sul lato del velivolo opposto a quello della torre di controllo. Sì, ha capito bene Nelson, esattamente dove il fuoco dei cecchini che avete in cima agli edifici non può raggiungerci. Ovviamente anche il pilota dell’elicottero sarà nudo. E riempite i serbatoi a dovere che io e la mia amica Lory abbiamo un lungo viaggio da affrontare.

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003la cellaCoincide tutto. Possibile che non ricordi? – Lisa si colpì la fronte con il palmo e scese di corsa dalla scala.

Anna la guardava con gli occhi spenti. Le sarebbe piaciuto condividere con lei quel frammento del passato. Ma l’ultimo telegiornale che aveva visto risaliva ai tempi della scuola. Quando la prof di italiano era riuscita a spaventarla con il tema di attualità.

Linda passeggiava su e giù con gli occhi socchiusi. Cercando di dar voce al nome che le saltellava sulla punta della lingua. Poi all’improvviso spalancò le palpebre – Cinzia qualcosa. Il cognome mi sfugge. La vice di Mara nel Mosud. Si dice che quelle due fossero come le due facce della stessa medaglia. I detrattori del Movimento hanno sempre sostenuto che fossero lesbische.

E quindi? – chiese Anna con il dito pronto sui tasti virtuali del tablet, in caso fosse necessario prendere appunti. Almeno in quello sapeva di essere imbattibile. Veloce. Impeccabile.

E quindi questa è la storia della rocambolesca fuga di Cinzia. Quando Mara fu catturata, Cinzia riuscì a scappare. Il dirottamento, i poliziotti nudi sulla pista dell’aeroporto di Huddersfield. Quelle immagini rimbalzarono su tutti i media di allora. E periodicamente la Rete e i documentari ne parlano – un sorriso interruppe per un momento la serietà dei suoi pensieri. Se Anna non si fosse concentrata sulla divisa che indossava la collega, avrebbe potuto pensare che Lisa la ammirasse, quella terrorista fuggiasca – Da allora nessuno sa dove sia finita – proseguì Lisa – E’ uno dei più importanti casi irrisolti della storia del crimine.

L’occhiata di rimprovero che ricevette ricordò ad Anna che non era questione di seguire i programmi di approfondimento in TV. Quella era materia di studio nei corsi per gli effettivi della Polizia Penitenziaria. Come diavolo aveva fatto a passare l’esame se non si ricordava nemmeno della più famosa fra le storie di criminali a piede libero? A Lisa gliela leggeva nello sguardo quella domanda – In effetti, ora che me lo dici, anche a me ricordava qualcosa – provò a mentire con gli occhi fissi sullo schermo del tablet.

Scherzi a parte, dobbiamo chiamare subito il comando dei Carabinieri – Lisa passò oltre, ormai allarmata dalla sua stessa scoperta – Se non ricordo male fu un certo Corsi a guidare l’intervento quel giorno. E fu sempre lui a seguire le indagini fino a quando Cinzia sparì nel nulla e il caso fu archiviato.

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Leandro Corsi era un uomo ormai curvo sotto il peso dei suoi 70 Natali. Era così che lui stesso apostrofava l’inclemenza con cui il tempo aveva consumato il suo corpo. Malediceva il giorno della nascita di Cristo per questo. Le feste, le bisbocce, le folle di parenti. Per Corsi il Natale era diventato il simbolo della trascuratezza nei confronti di sé stesso. Causa unica del male che lo aveva piegato, costringendolo ad andare in pensione prima di aver risolto il caso più importante della sua carriera. In realtà, però, chi conosceva la sua storia sapeva bene che Natale era il nome che Corsi dava alla macchia indelebile sul suo orgoglio di servitore dello Stato. Da quel 25 dicembre del 2020, infatti, il solstizio d’inverno era diventato per lui l’inizio di un periodo di purificazione attraverso il dolore. Un cammino che terminava un paio di settimane più tardi. E durante il quale si torturava fra stralci di quotidiani, foto e video della rete, vecchi verbali e appunti del suo taccuino. Era come se pensasse che rivivere l’umiliazione lo avrebbe aiutarlo a sciogliere l’unico nodo che realmente lo interessava. Non era mai riuscito a capire, infatti, perché il mondo lo ricordasse come il Carabiniere che si era fatto sfuggire Cinzia. Una sottoposta. E non come quello che aveva catturato Mara. Il capo.

La data è sbagliata – grugnì con la mano tremante che indicava le prime righe sulla parete della cella. Si sedette sulla branda che era stata di Mara e portò la sigaretta alla bocca. Senza aspirare lasciò che il fumo lo costringesse a socchiudere la palpebra sinistra – quella stronza di una terrorista se l’è svignata il giorno di Natale – aggiunse – e Mara lo sapeva bene.

Perché dunque iniziare il racconto con un errore così vistoso? Era davvero la storia di Cinzia quella che Mara aveva riassunto sotto al suo dipinto? Quelle domande rimasero sospese mentre gli occhi stanchi dell’anziano colonnello correvano di riga in riga. Se le faceva Lisa. E per un’istante passarono anche nella mente di Anna. Che, però, se le scrollò dai pensieri con un alzata di spalle. Se non gli dava voce la sua collega, non sarebbe stata di certo lei a rischiare l’imbarazzo di frasi fuori luogo.

Siete sicuri che la detenuta non abbia avuto contatti con l’esterno negli ultimi 40 anni? – La domanda di Corsi non era retorica come pensava il Direttore del carcere. E quando l’ex ufficiale si voltò verso di lui, il suo sguardo accigliato gliela ripeté più incisivamente.

L’uomo in giacca e cravatta, che fino a quel momento non aveva fatto che annuire in silenzio, si sentì in dovere di precisare – E’ stata in cella di isolamento per 4 decenni. Un’ora d’aria e 23 fra queste mura. Nessuna visita. Niente posta. Solo questo muro da scarabocchiare. E nemmeno dall’inizio. E’ stata una conquista recente dell’Associazione per i Diritti dei Reclusi. Una diecina di anni fa le è stato chiesto di scegliere fra il libri e le vernici. E lei ha scelto le seconde. Allora ci disse che le storie preferiva inventarle che leggerle. Ma non avremmo mai immaginato questo.

Corsi si aspettava almeno una scintilla dell’intuizione che un uomo nella sua posizione avrebbe dovuto avere. Ma lo sguardo vuoto del Direttore gli fece pensare che forse non tutte le idee del Mosud erano strampalate farneticazioni di donne che odiano gli uomini. I maschi come quello che aveva di fronte erano veramente delle casse vuote, buone solo a fare eco ad una voce che dall’esterno gli gridasse dentro qualcosa di sensato. Si voltò e, quasi a conferma di quel suo lampo di complicità, trovò la scintilla che cercava sul viso di Lisa – La faccia, agente, la domanda che la tormenta – la incitò.

Lisa inghiottì l’imbarazzo e si lanciò senza rete – Come faceva Mara a conoscere i movimenti di Cinzia se non aveva alcun contatto con l’esterno?

Un sorriso illuminò le rughe del Colonnello che accartocciò il filtro della sua Philip Morris in terra e si alzò dal letto. Anna strizzò l’occhio e annuì il suo appoggio in direzione della collega. Felice che non fosse toccato a lei cimentarsi – Bella domanda, Lisa – commentò Corsi leggendo il nome sulla mostrina che la ragazza aveva appesa alla camicia – veramente una bella domanda. Magari riesce ad aiutarmi ad arrivare alla fine della storia. Così vediamo di capire un po’ di più – e con un gesto la incoraggiò a rimuovere il resto della vernice e a proseguire nella lettura.

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Yorkshire, Nottinghamshire, Leicestershire, Northamptonshire. Sgattaiolare fra le contee e tornare a Londra via terra è stato un giochino da ragazzi. Lindsey mi ha accolto come una sorella. Mi ha dato un posto dove stare, una nuova identità e un lavoro che non dà nell’occhio. Il Wosum è la mia nuova famiglia. Vivo a Camden e ho un banco al mercato. Con il PC e un modellatore tridimensionale laser costruisco e vendo gioielli. Pietre, argento, sassi. Lavoro qualunque materiale che possa essere sezionato e incastonato. Sul mio passaporto c’è scritto Catherine Black ma le compagne mi chiamano Pant. Nessuno sa perché ma fra noi ci capiamo. Dopo la cattura di Mara quel soprannome, pantera, è l’unico ricordo che mi lega ancora a lei. Lo usavamo per distinguerci dalle altre e per comunicare usando un codice che capivamo solo noi. Più per gioco e per complicità che per reali timori per la sicurezza. Pantera era un rimasuglio dell’infanzia di due figlie uniche che si erano scoperte sorelle nella causa. Ma era anche il nostro modo di ironizzare sugli uomini e sull’inconfessabile sogno che la maggior parte di loro condivide. Quello della donna dominatrice. Del felino seduttore.

Allora me le fai provare le tue famose ciambelle? – In realtà Jack ha in mente ben altro. Mi sta dietro da settimane. Ha comprato da me un anello per la sorella e da quel giorno è sempre qui. Arriva alle 12 quando inizia la sua pausa pranzo. Alla lavanderia due isolati più avanti gli danno poco meno di un’ora e lui viene al banco e mi aiuta con i clienti. Si vede lontano un miglio che non ha occhi che per me. E devo dire che, nonostante capisca un terzo di quello che il suo slang produce, quando mi tocca anche i miei ormoni si agitano fuori controllo.

Solo se mi aiuti a farle – gli rispondo – Le ciambelle italiane sono il frutto di un’arte occulta tramandata di generazione in generazione attraverso i millenni. Non puoi apprezzarle fino in fondo se prima non ti sporchi un po’ del bianco della farina – E mentre lo prendo in giro immagino le sue mani nell’impasto insieme alle mie. Le sue labbra sul collo e intorno ai capezzoli. Poi sospiro, cercando di spostare la mente su qualcos’altro. Il codice del Movimento è chiaro su questo. Vibratori animati, gli uomini non sono altro. E come tali vanno trattati. Il Wosum non ha nulla contro l’accoppiamento. Anzi lo promuove nelle sue forme più estreme. Ma le compagne che si fanno coinvolgere, in genere, finiscono male. Nella vita di nessuna di noi è prevista la presenza continuativa di un maschio. Siamo le sacerdotesse di un culto senza Dei che considera il piacere della carne come uno strumento per riaffermare la supremazia. Il sesso è una delle armi per il campo di battaglia. Non l’occasione per ricercare l’intimità e costruire un sodalizio unico. Se lo invito da me, devo concentrarmi sul codice. Ho una reputazione da difendere. Nonostante la fuga, rimango comunque la vice comandante in capo della cella italiana e non posso permettermi passi falsi. L’asilo e la copertura del Wosum sono l’unica garanzia per la mia sopravvivenza di clandestina. Eppure sono convinta che Jack non è come gli altri. Lo sento che la sua vicinanza è autentica. I suoi sentimenti completamente disinteressati. Ma ciò che vedo in lui è la realtà o la proiezione di una mia debolezza? Debolezza. E’ così che il Movimento chiama il desiderio della vicinanza spirituale di un maschio. E’ sulla strumentalizzazione di quella debolezza che si è basata la repressione del nostro genere attraverso la Storia. Se questo è l’errore di tutte le nostre antenate perché a me sembra così naturale e appagante? Perché il solo immaginare il viso di Jack sul cuscino accanto al mio, giorno dopo giorno, mi rende felice come se già fosse realtà? Sto divagando. Sto perdendo la presa sull’unica ancora che fino a oggi mi ha tenuto salda durante varie tempeste. Il codice. Devo concentrarmi sul codice.

La carne e il codice parlano la stessa lingua. Ma c’è una parte del mio corpo che si sente straniera nella sua terra. E’ una zona delicata poco sopra l’ombelico. Soffice, nonostante sia ricoperta dai muscoli dell’addome. E che diventa leggera, quasi inesistente, quando lui è accanto a me. Non so darle il nome di un organo perché di tanto in tanto si muove. La chiamo semplicemente la bolla. Si gonfia. Ti riempie. Ma per farla crescere devi soffiarci dentro. Con attenzione, perché la sua superficie è fragile. La carne e il codice sono il cibo di noi guerriere. Rappresentano i binari su cui depositiamo la nostra forza di individui e attraverso la quale spingiamo i vagoni della nostra battaglia. La bolla, invece, dicono sia una debolezza. Non il cibo ma la droga del nostro spirito. Più la alimenti, la bolla, più lei assume il controllo. Più cresce, più rischi di renderti conto che non è lei dentro di te ma l’inverso. E allora perché sto così bene quando la bolla si espande? Perché la natura non ci ha dotato di un allarme, e invece di dolore proviamo piacere? Sono queste le domande che mi pongo mentre il mio sguardo vaga fra la luce fioca del mattino e la nuvola rossa dei suoi capelli. Sul comodino intravedo i resti accartocciati del suo vizio. In terra i vestiti sparsi dal nostro desiderio. E’ così da mesi ormai. Ci incontriamo in posti sempre diversi. Ci divoriamo con gli occhi e le nostre menti si fondono in un fiume di parole che non appartengono a nessuno dei due ma a entrambi. Il tempo non esiste e ci vola accanto come fossimo immobili in tutti adesso che consumiamo fino all’osso. La notte ci nasconde e il suo appartamento ci accoglie. Nudi. Voraci. Insieme. Gli ho spiegato quanto sia importante che nessuna delle mie amiche sappia di noi. Non sono scesa nei particolari ma sembra aver capito. Sarebbe disposto a qualunque privazione pur di potermi stare accanto. E per me è lo stesso. Odio me stessa per questa rivelazione. Va contro tutto ciò in cui credo e per cui ho combattuto finora. Va contro la mia sorella che marcisce in galera. Penso molto a lei in questi giorni. E più passa il tempo, più mi sembra di tradire il nostro legame. Eppure da qualche parte, dentro di me, so che lei capirebbe. Perché, quando ci incontrammo in quell’afoso giorno d’estate, lei mi parlò di felicità. Quella insita nella lotta per una causa e nella condivisione di un grande progetto. Ed è sempre di felicità che le parlerei io oggi. Quella di aver trovato un uomo che non è solo un maschio ma un compagno di vita. Quella della bolla che rende soffice il mio ventre e luminosi i grigi giorni di pioggia. Sì, lei mi capirebbe.

Il giorno in cui tutto sarebbe finito inizia come tutti gli altri. Presto, sotto la pioggia, al mercato che è il mio lavoro e la mia vita allo stesso tempo. La ferita che le ho procurato la leggo sul suo viso prima ancora che parli. Mentre a grandi falcate si fa spazio fra la gente e si avvicina al mio banco. Non è la Linsey accogliente quella che mi cerca, ma il capo di un’unità durante un’azione sul campo – Sei un’idiota! Ti avevo avvisata ma tu niente! – mi dice con le narici divaricate dal disprezzo – Appena sei arrivata ho combattuto per te. Le compagne mi dicevano che eri un pericolo. Una testa calda. Una meridionale senza spina dorsale. Le ho accusate di sciovinismo. Ti rendi conto? Gli ho detto che si comportavano con te come i maschi con noi lungo tutta la storia del genere umano. Ed è così che mi ripaghi? – La guardo senza capire di cosa parli. Cerco di controbattere ma lei scuote la testa e getta un tablet sul ripiano degli attrezzi – Leggi – e mi indica lo schermo.

Episodio Finale

002_MaraEra ora. I passi cadenzati nel corridoio e il tintinnio delle catene iniziarono a divorare gli ultimi secondi a sua disposizione. Doveva fare in fretta. Erano vicini. Così tanto che le compagne del braccio H iniziarono a gridare insulti alle guardie in divisa – Tieni duro Mara! – La incoraggiò la voce profonda di Maria Anita – Quando arriva il momento non resistere – aggiunse Judith nel suo accento di Belfast – Lascia andare e non ti accorgerai di niente! – I 6 uomini della Polizia Penitenziaria si fermarono a 3 passi l’uno dall’altro. Casco calzato fino alle sopracciglia e sguardo fisso nel vuoto. La Direttrice si avvicinò alla porta di metallo e aprì lo spioncino.

Detenuto 88 interrompa qualunque attività e si prepari al trasferimento – il tono formale azzittì per un istante il vociare del corridoio.

Detenuto 88? Direttrice, siamo invecchiate insieme in questo posto dimenticato da Dio. E dopo 40 anni ancora fa finta di non ricordare il mio nome? – Con le mani sporche di vernice lungo i fianchi Mara continuava a fissare il muro che aveva di fronte – L’ultimo ritocco e sono tutta sua – aggiunse. Poi con il dorso della mano si scansò dal viso una ciocca del mantello biondo che le cadeva fin oltre le spalle e riprese da dove aveva interrotto. Mara Cori era ormai oltre i 60. Ma né l’età né la lunga prigionia erano riuscite a fiaccare il suo corpo nerboruto. E la luce che illuminava i suoi occhi era la stessa del giorno in cui era stata catturata.

Un sorriso tentò di emergere negli occhi della Direttrice. Ma il suo viso rimase impassibile. Mara poteva anche essere diventata sua amica. Ma il Detenuto 88 era un nemico dello Stato. E come tale andava trattato. Detenuto 88 – ripeté spazientita – Spalle alla porta e mani nella feritoia. Avrà tempo di ripulirsi nei bagni della Sala del Trapasso. Non mi costringa a usare la forza.

Mara si accucciò nell’angolo più lontano dalla porta. Immerse una mano nel barattolo del verde, l’altra in quello del rosso e tracciò sul muro le ultime onde di colore. Si alzò e guardò soddisfatta la sua opera. Gocce di vernice saltavano dai suoi polpastrelli e dopo un volo silenzioso si schiantavano con qualche schizzo sul pavimento della cella. Le sentì prima rallentare, poi fermarsi. La pelle del palmo tesa sotto il verde a sinistra. Sotto il rosso a destra. Era ora. Infilò i polsi nella feritoia e sentì scattare le manette.

Si allontani – le intimò la Direttrice – Tre passi verso la finestra, 90 gradi a sinistra, faccia al muro. Conosce la procedura.

La porta cigolò sullo stipite e la voce gospel di Oriana iniziò a riscaldare l’aria frizzante di un autunno nevoso. Così l’albero cadendo ha sparso i suoi semi. E in ogni angolo del mondo nasceranno foreste. I Nomadi, pensò Mara strizzando l’occhio alla Direttrice – Romantiche le mie compagne, no? – le disse accennando col mento alla melodia – In realtà si stanno mordendo i gomiti dall’invidia. Non ci stanno proprio che sia io la prima a uscire da questa maledetta trappola per topi. Ma lunga sarà la strada e tanti gli alberi abbattuti, prima che l’idea trionfi senza che nessuno muoia. L’arrangiamento di Oriana si chiuse con il rumore secco di una serratura. E con polsi e caviglie strette nelle manette, Mara si avviò a passi da geisha lungo le mattonelle grigie del corridoio. Judith avrebbe giurato di averla vista scuotere la testa nel tentativo di soffocare una risata. Quella stronza ne sa sempre una più del diavolo, pensò. Poi prese la gavetta di metallo e iniziò a picchiarne il fondo sulla porta d’acciaio – Ci vediamo fuori sorella – gridò. Dalle celle vicine le altre detenute si unirono al saluto e il ritmo confuso delle gavette si alzò come il frangente all’avvicinarsi della riva. Mara si strinse nelle spalle e si lasciò accompagnare verso l’inizio della sua ultima ora d’aria.

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Guarda che casino – si lamentò Anna – Domani arriva quella nuova e per ripulire ci toccherà fare notte.

Sempre a lamentarti – le rispose Lisa con gli occhi fissi sulla parete – Dovesse farti male un po’ di esercizio fisico. Con quel culone che ti ritrovi! – E lanciò un’occhiata obliqua ai fianchi rigogliosi della collega. Strizzati nei calzoni della divisa e deformati da gelaterie e fast food.

Parli bene tu – ribatté Anna senza distogliere lo sguardo dalle strisce gialle, rosa e blu al centro della parete – Roba che io, se solo sento l’odore di una pasticceria, ingrasso di 5 chili. Tu, invece, mangi per due e rimani secca come un chiodo. Certo che tutte quelle rughe! Guarda, invece, che pelle la mia. Tesa come quella di un tamburo!

Certo che spreco – disse Lisa con una vena di malinconia.

Spreco a chi? Ho capito che sei invidiosa della mia pelle. Ma mica penserai di essere Angelina Jolie?

Non parlavo della tua pelle – Lisa scosse la testa e indicò davanti a sé – Ma del talento della 88. Guarda che tratto sicuro. I colori sono meravigliosi. E poi, se ci fai caso, l’ha illuminato come se la fonte di luce fosse proprio la finestra della cella. C’è un grande travaglio dietro alla costruzione dei piani prospettici e alle relazioni cromatiche. Soprattutto i verdi sono così scuri da indicare un vero e proprio tormento. Lo sai, no, che il verde è il colore della speranza. Non c’è speranza in questo dipinto.

Anna arricciò la fronte e si girò verso la collega. La fissò in silenzio sollevando il sopracciglio e rimase in attesa di un commento. Ma Lisa continuava ad osservare la parete. Piegava il collo lentamente verso sinistra come alla ricerca dell’angolazione perfetta per notare nuovi particolari. Non appena la vide accostare i pollici e gli indici a L, alla maniera dei registi che cercano l’inquadratura più adatta, Anna scoppiò a ridere – Ma falla finita – le diede una pacca sulla spalla e le fece perdere l’equilibrio – Che fai mi prendi per il culo?

In che senso scusa? – Le chiese Lisa appoggiandosi alla porta per non cadere. Fortunatamente le celle di isolamento del braccio H erano solo 3 metri per 3. Anna, infatti, non si rendeva conto che, oltre alla stazza, aveva anche la forza di un’elefantessa – Che ti credi, non sono mica stata sempre una secondina. Se non fosse stato per la crisi sarei riuscita a laurearmi. E a quest’ora ero in una scuola a insegnare Arte. Mica qui a fare da badante ad assassine e terroriste!

Anna tornò seria e si concentrò di nuovo sull’opera della 88. Doveva cercare qualcosa di intelligente da dire. Non voleva certo essere da meno della sua collega. La scuola per parrucchieri che aveva frequentato fino al secondo anno, però, non le forniva appigli. E da lì in poi la sua vita era trascorsa fra telenovele e diritto carcerario – Certo che in 40 anni di isolamento si sarebbe potuta sforzare di fare qualcosa di più comprensibile – azzardò – Io vedo solo macchie qua e là, buttate a caso. Così sono capace pure io – Poggiò entrambi i pugni sui fianchi e immobilizzò il viso in un espressione soddisfatta. Poi, lentamente, mosse gli occhi di lato per sbirciare l’espressione di Lisa.

Sei grezza come il saio di un monaco – la apostrofò la collega – Guarda qui – le disse estraendo il manganello dalla fondina e salendo i 3 gradini che Mara usava per dipingere – Vedi lassù – le indicò la parte centrale dell’immagine, due palmi sotto il soffitto – vedi quelle strisciate azzurre interrotte da dense nuvole bianche? Ricordano le rapide di un fiume, sei d’accordo? – Ma Anna continuava a non vedere nient’altro che colori sparsi ovunque in maniera caotica – E’ il fiume della vita – sentenziò ad alta voce la collega –  E come vedi finisce dritto nell’angolo più basso e più buio di tutto il dipinto. La vita finisce nel buio. Non ti dice niente? – Gli occhi sgranati di Anna erano una risposta sufficientemente chiara – E’ il dramma, la tragedia esistenziale. Come diavolo pensi che potesse vedere il futuro una condannata a morte chiusa in cella di isolamento per 4 decenni? Pensavi che avrebbe dipinto fiori e bambini che saltellano felici nei prati?

Adesso che mi ci fai pensare, in effetti hai ragione – Ad Anna non rimaneva che assecondare il delirio saccente di Lisa. Si convinse che forse così sarebbe durato di meno. Iniziava a essere veramente tardi e, se non si fossero messe al lavoro in fretta, Carlo si sarebbe infuriato di nuovo. Erano settimane che rientrava quando la cena era ormai fredda e lui russava sul divano davanti alla sigla di coda del Destino di una Donna – In quest’ottica presuppongo che i caratteri che si intravedono lassù nell’angolo – frugando nel suo vocabolario alla ricerca di altre parole sofisticate indicò in alto a sinistra – rappresentino l’impossibilità del racconto da parte dell’autrice. La sua incapacità di narrare in maniera esplicita il suo insopportabile dramma interiore.

Caratteri? – chiese Lisa incuriosita – non vedo nessun carattere.

Io sarò pure grezza ma tu sei cieca – insistette Anna con il palmo rivolto in alto e le dita puntate verso il punto più lontano del dipinto. Esattamente dove le pareti incontravano il soffitto.

Lisa socchiuse gli occhi e cercò di sconfiggere la sua lieve miopia. Se solo si fosse messa gli occhiali da bambina, si rimproverò. Ma in mezzo alla nebbia intravide qualcosa che la sorprese. 16. Due numeri di cui era visibile poco più della metà superiore. Eppure non aveva dubbi. In un’opera completamente cromatica quelle due cifre erano un’anomalia. Qualcosa che andava capito meglio. Uscì dalla cella di corsa e raggiunse la guardiola in affanno. Prese la scala di alluminio e a grandi passi tornò dalla collega. Quando fu sull’ultimo gradino, a un palmo dalla parete, lo stupore si fece meraviglia. Inaridito dagli anni, lo strato di vernice più superficiale aveva iniziato a staccarsi dalla base lavabile sottostante. Quello doveva essere il punto in cui Mara aveva iniziato la sua opera. Il più vecchio. Posato quasi un decennio prima. Ma cosa ci facevano quei due numeri lassù? Erano parte di un progetto precedente, coperto poi dalla versione finale? In preda ai brividi febbrili di quella sua passione di anni addietro, Lisa si avvicinò alla parete e notò un riccio di vernice secca largo come la sua mano. Completamente sollevato, era pronto a cadere a terra alla minima sollecitazione. Si allontanò di nuovo dal dipinto e tornò a esaminarlo nel suo insieme. Decise che l’assenza di quel frammento non avrebbe tolto nulla alla completezza dell’opera e cedette alla seduzione della sua curiosità.

16 aprile 2020 – lesse mentre il fiocco marrone cadeva a terra come una foglia secca in autunno – Sono libera. Non mi prenderanno mai – guardò verso il basso e incontrò lo sguardo allibito di Anna. Le sue spalle sollevate la dicevano lunga – Mettiti l’animo in pace – la avvisò – la notte sarà più lunga di quanto immaginavamo. Ah – aggiunse mentre scendeva – vai al braccio G e chiedi a Satriani la macchina fotografica. Prima di smontare tutto sarà bene fare un po’ di foto.

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Mentre rimuoveva le ampie pennellate di Mara, Lisa leggeva ad alta voce e Anna prendeva nota sul tablet della prigione.

Scusa ma perché devo scrivere? Non basta che togli tutto e poi facciamo altre foto? – le chiese Anna seduta a gambe incrociate fra le lenzuola della Detenuta 88.

E se a un certo punto viene giù tutto? Questa potrebbe essere la storia del secolo. Non te la vorrai mica far sfuggire? – ribadì Lisa – Mi hai fatto perdere il segno – si lamentò. Sbuffò e riprese a leggere dall’inizio – Controlla che sia tutto giusto – si raccomandò alla collega.

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002a_foglia secca16 aprile 2020.

Sono libera. Non mi prenderanno mai.

Li ho alle costole da stamattina ma sparire in mezzo alla folla è sempre stata la mia specialità. E’ così che cerco di farmi coraggio mentre, nascosta fra i cassonetti, tremo come una foglia. Com’è possibile che sia andato tutto a rotoli? Eravamo entrate da un paio di minuti quando sono arrivati gli sbirri. Qualcuno ci ha fregato. Ma chi? Nessuno sapeva nulla. Sento in strada le urla dell’ufficiale della squadra intervenuta. Li ha sguinzagliati. Mi cercano. Due voci maschili si avvicinano nella mia direzione. Parlano della finale di Coppa dei Campioni e del graduato che li ha spediti a cercarmi. Di lui non si fidano. Un pazzo esaltato, dicono, che si crede Samuel L. Jackson a capo di una SWAT americana. Gli ha fatto già rastrellare i 3 isolati intorno alla banca due volte. A che serve una terza? L’idiota non sa che trascorsi i primi 10 minuti o si allarga il raggio o una cattura da improbabile si fa rapidamente impossibile? Respiro silenziosamente e ringrazio le zone grigie delle scienze statistiche. Poi, per fortuna inizia a piovere. Ho bisogno di un diversivo. E di rumore che copra i miei passi. Aspetto. E non appena il temporale inizia a sfogare la sua furia, sbircio oltre l’angolo del bidone della plastica. I due si coprono la testa e imprecano. Spalle al muro decidono di tornare alla camionetta per indossare la tenuta impermeabile. L’ufficiale andrà su tutte le furie, ma meglio la lavata di testa che la polmonite. O ora o mai più, mi dico. E quando i loro lineamenti iniziano a dissolversi oltre la cortina di pioggia, esco allo scoperto. Attraverso la strada correndo e sperando con tutta me stessa che non si voltino.

Sono nel vicolo di fronte. Lo scroscio non si arresta e sono subito fradicia. Devo allontanarmi il più possibile dalla scena. Presto capiranno e allora allargheranno il raggio. Ho un’ora di tempo prima che blocchino gli aeroporti e diramino le mie foto all’Interpool. Ho bisogno di una macchina e di una faccia nuova. La prima la rubo davanti a una farmacia. Una Giulietta. Un modello vecchio ma poteva andarmi peggio. Mentre parto vedo il proprietario nello specchietto. Getta a terra le sue buste e corre giù per le scale agitando le braccia. Al primo sorpasso è già un puntino nero che annega nel mare di acqua che cade dal cielo.

Casa. I vestiti gocciano sul pavimento. Le suole degli anfibi cigolano. Il primo quarto d’ora è andato. 45 minuti sono tutto ciò che mi resta. Dio benedica la nuova costituzione! In passato non avrei avuto speranze. Mi asciugo e mi cambio. Apro l’armadio e afferro il mio piano B. Quando decidi di rapinare una banca per finanziare un gruppo sovversivo devi sempre avere un piano B. Il mio è uno zaino con dentro quanto basta per un paio di settimane in clandestinità. Ho contanti per un paio di mesi e un passaporto falso. Sono libera.Non mi prenderanno mai. Quasi quasi ci credo al mantra che uso per esorcizzare la paura. Ma mancano ancora un paio di dettagli per essere veramente convinta di potercela fare. Apro il cassetto del comodino e lo guardo. Un biglietto di sola andata per l’Inghilterra che ormai è fuori dall’Unione Europea e da sempre dalla moneta unica. Non solo non c’è più estradizione dal Regno Unito, ma Tim Soley vive lì. Prendo lo smartphone, apro la chat criptata e inizio a digitare. Una pantera in gabbia. L’altra, in fuga, cerca rifugio nella foresta. Nonostante l’emergenza cedo alla mia passione per le figure retoriche. Per il linguaggio da telefilm scadente. In realtà non ne avrei bisogno. L’algoritmo elaborato dai nerd del Movimento è impenetrabile e potrei tranquillamente scrivere in maniera esplicita. Sorrido. Certe cose di noi stessi sono impossibili da cambiare.

Non l’aspetto però! Nascondo i miei ricci biondi sotto un carré nero corvino e mi guardo allo specchio. La parrucca stringe, ma non dovrò tenerla a lungo. Guardo meglio e mi rendo conto che devo migliorare qualcosa. Prendo la trousse dalla mensola e do fondo alla mia esperienza. Quando ho finito il mio viso è quello di un’altra. Non passerò certo inosservata, penso, ma nessuno riuscirà a riconoscermi. A questo punto meglio esagerare. Alzo i tacchi e accorcio la gonna. Non c’è posto migliore di quello più evidente per nascondere qualcosa. Guardo l’orologio. E’ ora di andare. Ho ancora 30 minuti di anonimato. Ce la posso fare.

Secondo Episodio