time'sarrowTime’s arrow è un libro geniale. L’unico che abbia mai letto scritto in cronologia inversa. Martin Amis racconta la storia di un uomo che nasce vecchio e passa la vita a ringiovanire. Al momento della nascita una coscienza nuova, veramente neonata, entra nel suo corpo. Ed è lei la voce narrante. Che scopre e impara insieme a noi.

Certo, c’è l’eco del Benjamin Button di Fitzgerald fra le righe di Amis. Ma Amis osa e va oltre. La storia di Tod Friendly (che in realtà non si chiama Tod Friendly e non è americano) è raccontata veramente al contrario. I dialoghi sono inversi (e qui e lì funzionano anche). Le persone camminano all’indietro, guidano le macchine guardando il luogo da cui provengono. Nello studio del dottor Friendly i pazienti consegnano una prescrizione, ascoltano il medico, escono tristi e poi sostano in sala d’aspetto prima di andarsene. Gli amori iniziano turbolenti e litigiosi, evolvono in fasi romantiche e poi si spengono. La coscienza che guida il lettore impara quindi un mondo che per il lettore va indietro. Lo considera però l’unico mondo possibile.

“Creare è facile – gli fa dire Amis – è distruggere che è difficile.”

E’ facile immaginare la carica ironica tanto dell’insieme, quanto dei singoli episodi. Basta pensare alla slapstick comedy e ai primi esercizi cinematografici sul reverse mode. Mandata indietro, qualunque cosa fa ridere. Mandati indietro gli omicidi diventano atti creativi. Così Amis racconta gli orrori nel passato di Tod (che non si chiama Tod) come fossero imprese gloriose. E l’ironia, come spesso accade, li rende ancora più efferati.

Ovviamente, per chiarire tutto fin dall’inizio al lettore attento, Amis inizia il romanzo con “I moved forward” (Mi mossi in avanti).

Euscorpius_italicus

Euscorpius italicus

Non mi hai afferrato per un soffio, villica roditrice, ti ho visto, di occhio in occhio, otto frammenti, le ombre, ti ho visto, pesante, grigia contadina, inferiore, come tutti voi quadrupedi senza corazza, lenti, senza un barlume –.

Ti ho visto, ma non ho tempo da sprecare per riaffermare la gerarchia, è ancora freddo là fuori ma si avvicinano i giorni della schiusa, procreare per non perire, nutrirsi per poi affrontare il lungo digiuno, ti ho visto, ma –.

Corro lungo il muro, lo scalo, su in verticale, poi mi stringo in un foro, le chele scricchiolano, l’esoscheletro cigola, esco all’esterno che la notte è ancora spessa e mi regala il suo denso mantello, mi precipito nell’erba, sono le ore della caccia, mi –.

Per primi avverto i suoi tonfi lontani, il suolo vibra furioso, indietreggio, inarco la coda e il pungiglione è pronto a colpire, poi lo vedo e mi tranquillizzo, scruto il suo goffo ritmo binario che si allontana, è solo un bipede gigante, sotterraneo del sotterraneo nella scala delle specie, un maschio con il capo peloso, indegno dei miei secondi, gli volto l’addome e –.

Parla.

Sono due lune vuote che non sento questi gretti bipedi articolare suoni con il rostro morbido e inservibile che hanno in fondo al capo, lo sento e lo vedo, mentre armeggia con un paletto a tre zampe e ci posiziona in cima un oggetto luminoso, lo vedo e mi avvicino, si siede a terra e mi arrampico sul suo esoscheletro liscio, lo vedo e ora lo sento, grugnisce, ma non penso –.

Ciao a tutti, suona lui melodioso, e i suoni sono profondi, il mio tronco trema e i peli sonda si irrigidiscono, strano, succede solo con i maschi all’apice dell’evoluzione, che sfoggiano le chele nel periodo dell’accoppiamento, strano che –.

È una notte bellissima, articola lui verso l’oggetto luminoso, ma le parole, così le chiamano i bipedi, non raggiungono alcuno perché nell’oggetto c’è solo un capo identico al suo che lo scimmiotta, e la luna è meravigliosa, aggiunge scostandosi per fare spazio al globo nel cielo, Bruno se n’è andato da poco, non ho sonno per niente e dovrei dormire, lo so, perché domani è un giorno cruciale, dice così, e non comprendo come sia possibile che motivi tanto sublimi possano fuoriuscire da creature infime e ripugnanti come queste, infime eppure –.

Parla.

E io zampetto rapida verso il punto dove il suo esoscheletro si restringe, sotto il capo, dove le parole risuonano, la superficie oscilla e le premo contro i peli sonda, tesi adesso, e lo lascio parlare questo orrido essere, tesi come –.

Bruno mi ha chiesto perché, scandisce, e mentre si risistema quasi scivolo via, perché lo faccio, perché senza corda, perché proprio ora, che poi è quello che mi chiedete un po’ tutti là sotto nei commenti, ma la risposta la conoscete, ne abbiamo parlato spesso, ho anche provato a trovarne altre nel tempo, poi si ferma, si striscia sul rostro quei ridicoli arti superiori e le vibrazioni si arrestano, e divento impaziente, e non ti sento più bipede, la notte non durerà molto ancora e ho altre faccende a cui dedicarmi, datti –.

Parla.

Refoli importuni gli smuovono i peli sommitali, si arresta e tarda a riprendere gli squilli armoniosi, e io corro, corro su e giù irrequieta, lungo la cerniera frontale del suo esoscheletro, riprendi bipede, riprendi o assaggerai il pungiglione, e sembra capirmi perché calza un copricapo, sfiora l’oggetto luminoso con una propaggine tesa e riprende, forse ha – .

Mi piace quando non c’è nessuno, dice, ma l’ultima parola si sbriciola in un gracchio rigato, allora punge ancora l’oggetto, tossisce all’aria come il cinghiale del bosco, tossisce e sobbalzo, tossisce e le percussioni ruvide che gli rimbombano dentro mi attraversano, tossisce e quasi mi –.

Parla.

Mi piace quando non c’è nessuno, la solitudine, i grandi spazi, un uomo piccolo che si confronta con sé stesso e la montagna, e poi questa è un po’ la montagna dei miei sogni, dove tutto è iniziato, e domani, in realtà oggi ormai, farò una cosa che non ha mai fatto nessuno, la prima solitaria di una cascata senza nome, una cascata che si forma ogni dieci anni, più o meno, quindi mettete i vostri bei pollici in alto, condividete il video e, se siete lì insonni a spingere le ore verso il mattino, commentate e tenetemi compagnia, tocca l’oggetto e la luce si spegne, e insieme alla luce se ne va la melodia, e io tendo la coda, l’arriccio, scrocchio le chele, ma non –.

Parla.

Ecco condividete e commentate che sennò sto nella merda, sussurra mentre armeggia con l’oggetto, poi tace, preme, struscia la propaggine tesa sulla superficie liscia dell’oggetto, ma tace, non lo sento, non lo sento più, non sento più i fremiti sotto l’esoscheletro, e so per certo che ormai è in silenzio, allora mi defilo verso l’erba tacendo mentre il bipede si alza, l’erba chiama, devo schioccare la coda prima dell’alba, nutrirmi, infliggere –.

Lo vedo con il rostro teso verso l’oggetto, insiste, preme, lo fa illuminare, lo osservo mentre sbuffa nuvole dense, mi riposiziono per sommare meglio i frammenti, otto occhi, otto riquadri, in ognuno un pezzo di lui, lo osservo e mi chiedo cosa sarebbe accaduto fra noi se solo mi avessi rivolto uno sguardo, se solo avessi più zampe, se solo non fossi così inadeguato, se solo –.

Mentre mi allontano un brivido mi attraversa, mi volto e lo vedo, ormai distante e minuto, lo vedo e mi accorgo che, quando non spreca fiato in quegli inutili suoni meravigliosi, sembra quasi uno di noi.

** “Solo” è fra i 5 finalisti del Premio Letterario Roberto Iannilli 2019. E’ la storia di una manciata di ore della vita di Marco, raccontata da nove femmine appartenenti alla fauna appenninica. Quella qui sopra è la seconda. La prima è qui. Il racconto completo uscirà in una raccolta di prossima pubblicazione.

ghiroGlis Glis

Detto fra noi, non ho capito se ci fai o ci sei. Così gli ha detto l’anziano. Una e un’altra volta. Forse perché quello giovane ci sente poco. Ma io, qui nel mio buchetto di legno, ci sento eccome. E mi hanno svegliata, cristosanto. E ancora non è tempo. Fa freddo, ancora.

Non pensi a tua moglie, Marco? E il piccolo? Il vecchio che già odora di morte blatera così. Con quei suoni mosci e gravi che emettono i bipedi. Mi tiro la coda sulla testa. Copro le orecchie. Forse se mi sforzo riesco a riprendere il letargo. Mi spingo dentro al buco, più a fondo.

Non capisci, dice Marco. E niente. I suoni arrivano lo stesso. Puzze dolci ci fluttuano a fianco. E mi viene fame, una fame feroce. Io sono così, insiste Marco, è questo che cerco. Non potrei essere altro. Tu non capisci. Il tuo negozio, è tutto per te, no? Immagina se te lo togliessero. Se ti dicessero basta. Da domani devi fare altro.

Basta lo dico io, cristosanto. Ora ho fame e la tana è vuota. Le provviste per l’inverno, andate. Mi tocca cercare, adesso. Mi tocca cercare là fuori, nella desolazione bianca.

Al negozio non mi gioco la vita, dice Puzzadimorte. E si muove. Il suo fetore marcio rotola verso di me. Sento scricchiolare la pelle soffice che usano i bipedi. Quella che dismettono a primavera.

Ti hanno rapinato due volte. Te l’ha bruciato il tipo del pizzo. Non ti giochi la vita? E mica hai chiuso, mi pare. I suoni di Marco si fanno più acuti. E io ne ho abbastanza. Salto fuori e mi stiracchio. Spiego le vibrisse all’aria fresca. Spalanco gli occhi. Sul naso sento i primi graffi della primavera. Ma lontani, dentro la notte. Lontani, sotto i solchi di Puzzadimorte. Sotto l’odore di maschio di Marco. Delicato, come tutti i bipedi, mischiato all’aroma dolce delle loro ascelle. Odore di maschio storto e sterile, lo conosco. Di quelli che caccio a pedate, quando arrivano le settimane della monta.

Ma quello è il mio lavoro, si intromette Puzzadimorte. Che dovrei fare? Mi alzo e sfodero gli incisivi. La coda è debole ma mi sostiene. Voglio vederli in faccia, i bipedi molesti. Mi sporgo oltre le coperture di pelle e gomma che hanno alle zampe. Squittisco. Squittisco feroce. State zitti, gli urlo, ma poi capisco. Gli vedo addosso le pelli soffici e colorate. Quelle che perdono piume senza odore. Hanno in fronte l’occhio lucente. Fra loro una fiamma blu con l’acqua che bolle. Sono quelli. Quelli che d’estate arrivano a frotte. Quelli che chiamano la mia tana Siget. Quelli che pensano che non ci viva nessuno. Squittisco. Con quelli è una partita persa.

Il negozio è il tuo lavoro, dice Marco. E questo è il mio. O almeno ci provo. Lo senti questo rumore? E tende l’orecchio verso di me. Scarto di lato, la coda che fruscia. Mi alzo, squittisco feroce. Andate via, mi avete interrotto il sonno. Andate via, che ho fame. Ghiande, bacche, semi, dove li trovo? Annuso in giro. Insetti, forse gli insetti. Andate via.

Sarà un topo, dice Puzzadimorte. È piena di topi questa baracca. Topo non me l’ha mai detto nessuno. E se non fosse che sto quasi a digiuno vedresti. Scarto, mi alzo, squittisco. Cristosanto, squittisco feroce. Salgo, traverso, salgo ancora. Ho fame. Da qui almeno li vedo dall’alto.

Pensi che Bianca mi preferirebbe depresso? Perché io in ufficio ci muoio. Marco gli fa cenno. La tazza è pronta. E se c’è la tazza c’è anche la polvere bianca. Zucchero, mi pare di ricordare. Appiccica le vibrisse, è vero, inzacchera la coda. Ma la fame chiama, cristosanto. Scendo rapida e silenziosa. Il vento si infila sotto la porta. Niente profumo di predatore nell’aria. Posso avanzare. Lo stomaco rantola.

Ti preferirebbe vivo, Bianca. A casa con Lorenzo, che puzza ancora di latte. Mi avvicino e aggiro Puzzadimorte. Sono seduti su tappeti a righe morbide, che cigolano. Se mi muovo insieme a loro non mi sentono. Il rumore mi copre. Ho visto la polvere. La saliva gronda giù dalla lingua. È in un contenitore aperto. Devo essere rapida.

E che padre sarei per Lorenzo se smettessi? Tu sei un fruttivendolo, io sono un alpinista. È quello che sono. Cosa insegnerei a Lorenzo mollando? Vai nel mondo. Fai una vita di merda. Fai quello che altri hanno stabilito per te. Così dice Marco. Scarto di lato. Vicino al suo fianco. Lontano dalla puzza di morto. Allargo le narici. Quindi è un padre. Ma non profuma di padre. Non profuma di maschio con prole.

Poi mi raggiunge l’odore della polvere bianca. Saliva acre. Rantoli. La fame chiama, cristosanto.

La fai troppo complicata. Ti racconti un mucchio di storie, dice il vecchio. Mi acquatto, carico le zampe e mi lancio. Ma mentre entro nel bagliore rotondo delle loro luci, Marco si sposta. Lo colpisco, schivo, arcuo la coda. Ma lui se ne accorge. Sbatto contro il contenitore e la polvere mi piove addosso. Li sento sbraitare e scappo. Scappo verso il buio. Le vibrisse tese. Le zampe gonfie del profumo dei predatori.

Che cazzo era, l’hai visto? Marco agita le zampe anteriori. Fradice del liquido caldo. E io tremo. Tremo e sento il petto che batte impazzito. Mi lecco e li guardo. Li guardo questi bipedi colorati con le zampe coperte di gomma. Da una parte sento tanfo di morte. Dall’altra, tanfo di maschio storto, di maschio sghembo. Che non è profumo di padre.

No. Non ho visto niente. Ma che pretendi? Vieni a dormire in questa catapecchia, dice il cadavere. E il petto rallenta. Mi lecco, mi lecco, ma ora ho più fame di prima. E mi sale la rabbia. Andatevene, cristosanto. Andatevene, bipedi molesti. Scatto avanti e mi alzo. Squittisco feroce. Batto le zampe anteriori, come faccio con i predatori.

Ora sento un ronzio, dice Marco. Ma è troppo presto per le vespe. Non fa così caldo.

Prima topo, ora vespa. Non sanno con chi hanno a che fare, cristosanto. Se solo fossi grossa come voi. Ma il pensiero inutile mi muore fra i gorgoglii della pancia. Le vibrisse hanno captato qualcosa. Ora sento anche il ticchettio. Laggiù fra il muro e il pavimento. Insetto, ne sono certa. Devo essere cauta.

Mentre scivolo fra i calcinacci, Puzzadimorte ci riprova. Ora stai cambiando discorso, dice. Almeno spiegami perché da solo. Perché senza corda. Poi prosegue, perché Marco sta zitto. Ma il resto svanisce sullo sfondo. Nelle orecchie ho solo lo scrocchio dei segmenti. La corazza. Poi vedo la coda, il pungiglione. Inspiro e mi lancio.

** “Solo” è fra i 5 racconti finalisti del Premio Letterario Roberto Iannilli 2019. E’ la storia di una manciata di ore della vita di Marco, raccontata da nove femmine appartenenti alla fauna appenninica. Quella qui sopra è la prima. Il racconto completo uscirà in una raccolta di prossima pubblicazione.

sussurroSe vi dicessi che è la storia di cinque ecoterroristi che portano dentro alla “causa” i loro bagagli, le loro biografie, sarebbe come dirvi che la Bibbia è la storia di Eva, Mosé, e Abramo.

Se vi dicessi che è l’epopea degli alberi per interposti esseri umani, sarebbe come dirvi che la Bibbia è la storia di Dio.

Invece, “Il sussurro del mondo” è entrambe le cose e molto di più.

Il titolo originale “The Overstory” un paio di suggerimenti li offre. La overstory è la copertura della foresta pluviale, l’insieme delle chiome più alte. Ma overstory significa anche “la storia che sta sopra” – non nel senso di “alto” in opposizione a “basso” – ma quella che sta oltre, quella scritta dai giganti plurisecolari, dalle loro radici, dai loro trochi. Una overstory che potrebbe dare senso diverso alle vicende dei piccoli sapiens. Alle loro domande. Alle loro inquietudini.

Come tutte le grandi storie anche questa nasce dai viaggi di eroi-protagonisti che a un certo punto si rivelano molto poco eroici e, in questo caso, protagonisti fino a un certo punto. Protagonisti in senso relativo, riportati alla giusta dimensione dalla overstory. L’altra storia. Quella dei grandi antenati: gli alberi.

“Il modo più semplice ed efficace per convincere una foresta a ripresentarsi in qualunque appezzamento di terreno disboscato è non fare niente – assolutamente nulla, e farlo più in fretta di quanto possiate pensare.”

Un romanzo però non è solo un tema e una trama che crea palcoscenici ai personaggi. Le storie sono state raccontate più o meno tutte, e in ognuna ci sono tracce di quelle che l’hanno preceduta. Che valga la pena leggerne una in particolare dipende più dal “come” che dal “cosa”. Di storie su pluriomicidi e sul rapporto fra norma e libertà, fra colpa individuale e sanzione collettiva, ne sono state scritte diverse. Ma solo una è “Delitto e castigo”. Di storie sul tennis e sulle dipendenze da cultura pop, lo stesso. Ma una sola è “Infinite Jest”. E l’unicità dipende dal “come”, dalla voce e dalla struttura che Dostoevskij e Wallace scelsero di dare ai loro romanzi.

E su questo fronte Powers fa il passo decisivo. Stili vicini ma diversi ritagliati sui 9 personaggi, nelle “Radici”. Stili che convergono e si intrecciano nel “Tronco” per sciogliersi nell’uniformità delle “Chiome”, come cresciuti, pronti a sbocciare e lanciare nel vento i “Semi”.

Qui è lì – comprensibile in più di 600 pagine di svolte e prosa trascinanti – Powers inciampa nel peccato veniale di quasi tutti gli scrittori, prima o poi: la digressione colta che spiega al lettore come dovrebbe interpretare ciò che sta leggendo, e il dialogo citazionale con il resto della letteratura, quasi per collocarsi all’interno di una biblioteca globale. Superflui entrambi in questo caso, viste le pagine che si hanno di fronte. Superflui e sostanzialmente invisibili in un libro da assaporare, quasi da “ascoltare” come si ascolterebbe la voce, il sussurro, degli alberi. Se solo fossimo in grado.

Ma è anche un libro che andrebbe letto e fatto leggere nell’età in cui si sviluppano le convinzioni “politiche”. Per due motivi principali. Da un lato perché pur essendo un libro “militante” non sfiora mai, nemmeno per errore, la caricatura del “nemico”. Tutt’altro semmai, lo avvolge, lo ricomprende, lo rende parte integrante degli errori commessi, ne sparge le colpe anche sugli eroi-protagonisti per dargli credibilità e umanità. Dall’altro lato, perché le storie sono più potenti di qualunque ragionamento colto fondato sui dati, per quanto esatto e attendibile sia.

“Il gelso è ancora là, dietro il muro della fortezza di tronchi innalzato per difendere Deep Creek. Le migliori argomentazioni del mondo non faranno cambiare idea a una persona. L’unica cosa che può riuscirci è una bella storia.”

In un’epoca come la nostra, che resuscita i muri, Santamaria mette a custodia di Tiberia – la Roma sopravvissuta – un recinto. Una rete metallica che protegge i palazzi restaurati del centro dalla devastazione di ciò che si agita nei Quadranti, nelle terre contese. Un recinto con una caratteristica in più: fin dall’inizio non è mai chiaro se chi sta dentro sia in gabbia o protetto, e chi sta fuori sia escluso o, invece, libero. Un recinto che tiene lontano e racchiude allo stesso tempo. Ma un recinto violabile. Ed è proprio Appo, il randagio protagonista, ad andare e venire a suo piacimento, per non essere né di qua né di là, per evitare di appartenere.

Ogni personaggio di “Io sono il fiume” è spinto dalla propria ossessione. Un concetto, un’idea che genera scelte, distrugge relazioni. Un principio a cui vale la pena sacrificare tutto il resto. Che si tratti della libertà o del potere, dell’amore o della scienza fa poca differenza.

L’articolo completo: https://bit.ly/2XzgSV1

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9gradiNove storie connesse una all’altra da esili fili. Un romanzo quasi “per caso” che potrebbe essere tranquillamente una raccolta di racconti ben riuscita. I gradi di libertà, per come l’analogia è arrivata a me, sono quelli delle particelle. Particelle che per altro la fisica vuole entangled, in qualche modo legate anche a distanza. Come le nove storie di Mitchell. Non a caso la protagonista della storia ambientata a Clear Island, Mo Muntervary, è una fisica che si occupa di cognizione quantistica. Curiosamente, il titolo italiano ha un legame evidente con questo capitolo mentre quello inglese (Ghostwritten) ce l’ha con il precedente. Ovvero l’episodio ambientato a Londra in cui Marco, ghostwriter e batterista, salva Mo da un’incidente stradale.

Leggilo se: non ti spaventa la frammentazione e ti piace ricomporre il puzzle. Se la commistione di generi diversi non ti disorienta ma ti incuriosisce.

Non leggerlo se: cerchi ordine e compostezza. Se vuoi leggere un romanzo monotematico e rassicurante nella forma.

Il personaggio venuto meglio: difficile da dire vista la varietà e la struttura del romanzo. Forse Neal Brose,  l’avvocato finanziario che, mentre inizia il suo ultimo viaggio, si scrolla di dosso le appendici della professione.

Strana la scelta di iniziare con l’episodio venuto peggio. Quello che rischia di dare un colore ben preciso a tutto il resto, che invece di colori ne ha altri e meglio tinteggiati. La scelta si comprende solo nel finale e sembra dettata più dal manierismo strutturale che dal valore narrativo e stilistico.

* letto nella traduzione di A.E. Giagheddu e E. Nortey, edizioni Sperling &Kupfer

Risultati immagini per La perfezione del tiroUn cecchino che vive di guerra, che guarda il mondo attraverso il mirino. Spietato ed efficace nella normalità della battaglia. Goffo e incapace quando i mortai tacciono. La madre aggredita dalla demenza senile. La ragazza che si prende cura di lei quando lui è al fronte. Un luogo del Medio Oriente qualunque. Un conflitto qualunque che vale per tutti. Sono questi gli ingredienti di una storia feroce, che ti trascina senza tregua dalle strade crivellate agli scontri corpo a corpo. Dai vicoli polverosi a un balcone che dà su una stanza in penombra, dove una donna dorme e un uomo la guarda. Per farle cosa?

Leggile se: non ti spaventano le storie che pescano a fondo nell’orrore. Se ti piace uno stile asciutto e senza fronzoli. Se vuoi meravigliarti per la coesistenza degli opposti.

Non leggerlo se: per te il bene è il bene, e il male è il male. Se non vuoi ansimare aspettando l’inevitabile. Se non vuoi rischiare di identificarti con le pulsioni di un assassino, o che un uomo che nella vita normale disprezzeresti finisca, in qualche modo, per piacerti.

Il personaggio venuto meglio: Myrna, la ragazza che all’improvviso entra nella “linea di tiro” del protagonista. Un misto di innocenza e sensualità.

A un certo punto Enard scrive: “Quando imbracci il fucile, il metallo contro la guancia è gelido. E senti l’odore del grasso e della polvere da sparo fredda mescolarsi con quello del mattino nascente. E’ stato in quel periodo che ho fatto i tiri più difficili e belli, un volta un ragazzo a circa millecinquecento metri, quasi invisibile, non più grande di una formica nel mirino, sono sicuro di averlo colpito anche se l’ho visto a malapena cadere. Un record. Sono convinto che dall’altra parte, laggiù, avevano tutti paura di me e mi avevano dato un soprannome che pronunciavano sottovoce, per scaramanzia, per paura che li sentissi.

La crudeltà implacabile dopo un po’ ti sembrerà un mestiere come un altro.

* letto nella traduzione di Yasmina Melaouah, Edizioni e/o