la-pallottla-gentile-pulito“Con il coltello ci avevo già provato. Taglio superficiale, aveva detto il paramedico con aria di sufficienza. Ma mica c’erano le istruzioni nella confezione. Mica capita tutti giorni di affettare polsi duri come una sella, conciati dalla trincea e dal campo di gioco. Lama di Seattle, mi aveva assicurato Rosario. Una garanzia.

Con la pistola era andata anche peggio. Il cervello se l’era fatta addosso più del dito e mi ero strappato mezzo orecchio e una striscia di capelli. Quella volta il paramedico aveva solo scosso la testa. Nessuno è perfetto, cazzo, gli avrei voluto dire. Ma il fischio nella testa rimbombava in cerchio. Avevo solo voglia di un goccio e della nebbia. Il sole della California è una maledizione. I mostri li vedi nitidi sul cielo blu.”

Ma perché l’uomo con le rughe ha quei tre noduli sul collo? E chi è il bambino con la mazza?

Se vi va di scoprirlo l’appuntamento è per il 28 Febbraio fra le 18,30 e le 21 alla sede del Gruppo Perrone Editore (Via Giovanni Da Procida, 30-32).

Si presenta “Maschere”, l’antologia in cui compare il mio nuovo racconto.

Vi aspetto

Click

Pubblicato: 1 dicembre 2016 in Uncategorized

Click. Ancora quel rumore. Che però nel tempo era cambiato. All’inizio era squillante, metallico. Poi il tempo ci aveva messo lo zampino e, nonostante lavaggi e oliature, il click sembrava essersi incupito. Ma era di un cupo speziato. Non c’era tristezza in quel click.

“Falla finita, per favore.” Marco era appena entrato nello spogliatoio della centrale. Nello specchio c’erano le occhiaie di un’altra notte brava per le strade della città. E addosso odore di femmina. Quella femmina. Quella con i capelli di rame e le curve paraboliche. “Lo sai che quel rumore mi innervosisce.” Stizzito, l’aveva appoggiata con irruenza sul fondo dell’armadietto.

“Tesoro, se non ti dai pace, prima o poi finisci male.” Click. E stavolta sembrava fatto apposta. “Finiamo male.”

Marco fece finta di niente e iniziò a infilarsi la divisa.

“E tirami fuori da questa maledetta fondina che sto soffocando.” La protesta rimbalzò sulle pareti arrugginite.

Marco rimosse l’involucro di pelle e la spostò sovrappensiero sulla panca. Ai matti si dice sempre di sì. Alle voci, finché puoi. Almeno smettono.

“Era ora,” disse lei. “Tutta la pausa seppellita al buio con tre strisce di luce a ricordarmi che non è notte. Nemmeno fossi io la criminale. E dopo la gattabuia quell’involucro di pelle puzzolente. Poi dice che una perde lo smalto. Che sembra vecchia.”

Niente. Oggi era un giorno di quelli.

Click. La pistola si sgranchì muovendo appena il carrello.

Un giorno in cui voleva essere guardata come una volta. Così diceva.

Click.

Un giorno in cui voleva essere presa con decisione, senza chiedere il permesso, come nei primi giorni da recluta.

Click. Click.

“Per favore!” Spazientito, Marco si voltò in cerca della camicia blu.

“Se stai così sulle spine è successo qualcosa. Sarà la sgualdrina.” Un alone di olio sintetico si incollò all’aria pesante dello spogliatoio. Un odore che aveva imparato a riconoscere. La sua Beretta sbuffava così quando era inquieta.

“Là fuori ieri è morto un ragazzo. L’ha fatto secco un carabiniere.”

“La sgualdrina sarà la tua rovina.”

“Ventitré anni. Per una manifestazione no-global. Come cazzo si fa a morire a ventitré anni? Fra sei mesi ne faccio ventidue. Poi altri dodici e fine dei giochi.”

“Ci sei andato di nuovo dopo avermi rinchiusa, vero?” Click. Click. “Dimmelo e la finiamo qui. Voglio solo saperlo. Tanto non posso farci niente.”

Non era solo inquieta, era gelosa. Non era mai successo prima. Doveva essere il profumo in cui s’era fatta il bagno Lucia. La pistola gelosa. Da non crederci. “Ti sto parlando dei casini di ieri e tu mi fai il terzo grado sulla fica?”

“Ti conosco, tesoro. E ho visto i graffi sulla schiena. I manifestanti non graffiano in quel modo. Sono le donne che ti rovinano. E per favore non usare quelle parole con una vecchia signora come me.”

“Si chiama Lucia.” Marco si allacciò il secondo anfibio sul bordo della panca. Scorse il dito lungo il carrello della Beretta. 98FS, diceva la sigla. La vecchia signora gli aveva salvato il culo più volte durante le scorte. A quella canna rigata doveva la vita. Esitò, poi ritrasse la mano. Quel gesto era troppo simile a una carezza. Rimise il piede a terra, si aggiustò il cinturone e riprese a trafficare con l’attrezzatura nell’armadietto.

“Bella la tenuta antisommossa. Finalmente un po’ di azione” Click. Click. Click.

“E’ incinta. Tre mesi fra qualche giorno. E finora non mi aveva detto niente.”

“Ti ha tenuto dentro con il vecchio trucco dei talloni sulle natiche?” Click. Click. E il tanfo d’olio nell’aria.

“Finiscila con questo click. Perché fai click?” Marco scaraventò a terra lo scudo con un calcio. “Si è rotto il preservativo. Dice lei. Ma che differenza fa?”

“La stessa che c’è fra un proiettile a bruciapelo per una rapina e il grilletto premuto per legittima difesa. Il rumore, tesoro, è lo stesso e il cadavere pure. Ma se ti prendono, in un caso finisci dietro le sbarre.”

“Vorresti dire che ha ragione Lucia, che se ne vuole sbarazzare?” Marco sfilò il manganello dal cinturone e si sedette accanto alla pistola di ordinanza. La sua mano destra rastrellava il taglio militare. La gamba sinistra sussultava rapida sulla punta dell’anfibio.

“Sei un poliziotto, un servitore dello Stato. E questa Lucia è una poco di buono. Ma ha ragione lei. Io ho un fiuto particolare, lo sai.”

“Quindi mettere al mondo un figlio sarebbe come ammazzare qualcuno?”

“Se ti prendono, sì. Se hai lo stipendio di un agente della mobile, sì.”

“Devo essere impazzito se sto qui a farmi psicanalizzare da una cazzo di pistola parlante.”

“Finisci di vestirti che andiamo a rimettere un po’ d’ordine in queste strade in mano al libero pensiero. Oggi mi prude anche il grilletto” Click. Click. Ma stavolta era un click diverso. Era il click di quando voleva essere maneggiata, esplorata, smontata e oliata.

“Oggi ti lascio qui. Non voglio problemi, oggi.” Marco si alzò, tirò fuori dall’armadietto il casco e sbatté lo sportello sullo stipite. “Sono troppo incazzato con quella stronza. E là fuori è pieno di quei cazzoni vestiti di nero. Non sono lucido”

“Incazzato va bene. Incazzato è utile.” Click. Click. “Se ti arrabbi ti si alza il testosterone e allora sì che ti riconosco.” Click.

“Smettila di fare quel rumore o ti smonto e ti lascio qui a pezzi.”

“Mi faresti questo? Dopo tutti gli anni passati fianco a fianco?”

Aveva appena lasciato vibrare la canna nel lamento d’acciaio di quando faceva l’offesa. Ce la stava mettendo tutta. Ma oggi non le avrebbe permesso di spuntarla. “C’è già scappato un morto. Non voglio essere il prossimo. Se Lucia vuole tenere il bambino –”

“Vedi che ho ragione. Quella cretina ti annebbia la vista. Sei un servitore dello Stato. E un servitore dello Stato non tentenna.” Click. Click. “Un servitore dello Stato non si lascia distrarre.” Click.

Il vociare nervoso dell’adunata li raggiunse dal corridoio. “Un servitore dello Stato.” Marco si alzò contro voglia, imbracciò lo scudo e raccolse il manganello.

“Un servitore dello Stato pensa ai colleghi e ai cittadini onesti,” disse lei.

“Ma sono solo ragazzi.”

“È ora di rimettere i conti in paro con i vigliacchi delle bombe carta …”

“Ce le tirano addosso. È vero.”

“… con i figli di papà delle spranghette insulse.”

“Ci colpiscono. È vero.”

“Un servitore dello Stato non lascia indietro l’arma di ordinanza,” Click. Click.

“Un servitore dello Stato.”

“Siamo pronti, Rossi?” Il capitano entrò nello spogliatoio subito dopo il suo vocione, con il casco già in testa e le spalle gonfie di discorsi motivazionali. “Oggi devo poter contare su di te, Rossi. Ti voglio lucido. Ti voglio carico. Sei lucido, sì?”

Sapeva di essere l’unico a sentire la voce della Beretta. Eppure per un attimo vacillò. Era lucido uno che sentiva le voci? Anche l’odore del chiacchiericcio metallico era ancora nell’aria. Marco l’annusò in cerca di una risposta. Era lucido? Era un padre, forse, se Lucia insisteva per tenerlo. E forse era anche lucido.

“Lucidissimo capitano. Lo sa che un po’ d’azione mi rimette al mondo.”

Fingeva. Chiunque l’avrebbe capito lontano un miglio. Solo il capitano se l’era bevuta, per non mandare tutto a monte. Ma la Beretta no, lei non si lasciava ingannare. La sentì squarciare il silenzio con un click rovente, e vide lo spigolo del cane brillare. “Lucido,” ribadì Marco esitante. E allora la pistola accennò un altro click, languido come un sorriso imbronciato. “Lucido”, e stavolta ci credeva.

Marco afferrò l’impugnatura con decisione. Sentì le guancette ruvide accarezzargli il palmo e lo sbuffo d’olio che gli avvolgeva le narici.

“Un servitore dello Stato,” sussurrò la Beretta facendo scivolare via la sicura.

“Un servitore dello Stato,” ripeté Marco guardandosi nello specchio. Le occhiaie erano sparite e l’odore di femmina, ora, sapeva di polvere da sparo. Fece scorrere il carrello, richiamò il primo proiettile in canna e si infilò la pistola direttamente sotto la cintura.

“Un servitore dello Stato.”

 

idrocarburiNella vetrata del supermercato il petroliere vede riflesso un ingegnere, dritto come una trivella ma con una lieve curvatura in alto, un ingegnere della vecchia guardia, non triennale o tre più due, un ingegnere intero con il master alla Bocconi, il Phd alla UCL e l’MBA a Stanford, magro secondo i dettami della Paleozona e appoggiato senza pretese al SUV della Compagnia, grigio, così il logo risalta sullo sfondo scuro dello sportello dove si perdono le sue gambe accavallate, fasciate dalle righe verticali del gessato che salgono dritte fino al collo e alla lieve curvatura in alto, la curvatura del Phd chino sulle formule e dell’MBA fra le tabelle, che la Compagnia gli ha pagato perché l’ingegnere diventasse un petroliere, un pezzo grosso della valle, il capo dei pozzi, il boss della raffineria, l’uomo tutto d’un pezzo nella vetrata, alto come una ciminiera, con cento metri quadrati di terrazzo e il SUV grigio quattro porte trazione integrale e la dietologa a domicilio, una moglie e due figlie, un uomo tutto idrocarburi, con quella lieve curvatura che viene dallo studio anche se è arrivata dopo, la curvatura che nella vetrata tenta di addrizzare, tira il mento in alto e in basso le scapole il petroliere maturo con il PhD e l’MBA che tutti chiamano con il Signor davanti, l’ingegnere che vede l’oro nero riflesso nel mondo di vetro, il clorobenzene nelle zolle da cui ha estirpato i prati, il bitume nell’asfalto che collega i pozzi alla raffineria, il fenolo nelle vernici grigie stese sulla valle, nel grigio del SUV quattro porte trazione integrale, lo stirene negli pneumatici, il benzene nelle fibre del gessato, poi oltre la vetrata vede l’etilene che fa maturare la frutta del reparto alimentari, il polipropilene nei tappeti da salotto, l’anilina delle pillole sugli scaffali della parafarmacia, le stesse pillole nel palmo che lo aiutano con la lieve curvatura in alto e con il grigio che gli idrocarburi gli hanno portato dentro casa.

Ma è l’odore che gli fa notare la siepe proprio al centro del suo regno in bianco e nero. L’essenza insolita dei fiori che una bambina ha raccolto fra i rami e ora stringe in pugno. Una bambina. Una bambina che ha il respiro di fragola. E una giacca rossa. E una siepe verde alle spalle. Con i fiori bianchi.

La bambina gli porge il mazzo. Lui si volta e lo accetta, inondato dal paesaggio e dai colori. Lo annusa con avidità e la lieve curvatura in alto si distende. Certo, non è il profumo dei solventi, della plastica, dei detersivi con poca schiuma, del polistirolo o degli imballaggi. Ma la vetrata del supermercato non mente. La curvatura in alto non c’è più. Le righe del gessato tirano dritte anche sulle spalle.

La bambina si allontana facendo ciao e, chiamandolo con il Signor davanti, sgambetta nelle sue calze agli idrocarburi, masticando polimeri alla fragola, stringendosi nel caldo della giacca ai poliammidi che nel riflesso della vetrata non è più rossa, ma grigio scuro, il colore della raffineria che torreggia sulla valle, dove il petroliere tutti lo chiamano ingegnere e gli rispondono al primo squillo, perché il secondo con il master, l’MBA e il Phd suona già feroce e sa quasi di sfuriata, quindi scattano a qualunque ora del giorno e della notte, soprattutto della notte quando l’etilene, il propilene, il butadiene e il benzene viaggiano a regime basso e una squadra di operai può sganciarsi dal quarto e ultimo turno, attraversare la cittadina al ruggito di una ruspa e sradicare la siepe radice per radice, sommergendo l’olezzo verde con il profumo del gasolio.

Nebbia – Episodio finale

Pubblicato: 26 aprile 2016 in Narrabit originali

Nebbia NarrabitUna volta al piano terra si infila nel gilet un pacco di gallette e una corda, poi getta uno sguardo in strada. Il vento è forte abbastanza da offrirgli un po’ di copertura. Non è complicato raggiungere B8. In quella direzione il filo spinato è stato sollevato dai continui tentativi dei clandestini. Dopo basta seguire il loro percorso a ritroso. In un paio di punti sarà allo scoperto ma Bart e l’alito potente del deserto gli copriranno le spalle.

Pensa al cane. Non può lasciare che se lo mangino. Perché quello ormai è il suo cane. E senza volerlo pensa alle scarpate che gli avrebbe tirato il nonno. Sorride, si accuccia dietro al relitto di una station wagon e scivola a piccoli passi lungo il marciapiedi.

Al magazzino sul margine meridionale di D8 ci arriva in affanno. I kebabbari non l’hanno visto. Il fuoco di copertura di Bart li ha distratti. Il cane è lì dentro. Lo sente ansimare. Si muove lentamente lungo il muro esterno tenendo d’occhio i piani alti dell’edificio di fronte. Una volta alla serranda sollevata a metà, si inginocchia e ci rotola sotto.

Appena lo vede, il cane si ritrae. Accucciato sulle zampe posteriori, ringhia e scopre i denti. Il moncone della coda gronda sangue come un tubo forato.

Enzo estrae le gallette, si inginocchia e ne sbriciola un po’ un passo più in là. “Su bello,” lo incoraggia. “Fa il bravo che prima ce ne andiamo, meglio è.”

Il cane lo osserva. Il suo sguardo non lo molla un secondo. Piega il muso, soffia aria dal naso e si lecca i baffi. E’ ancora impaurito ma il cibo lo tenta. Si accuccia e, ventre a terra, si trascina verso le gallette spezzate. Si blocca e ci ripensa. Si alza, gli volta le spalle e si allontana.

“Dove vai bello? Guarda qui, guarda qui.” Enzo gli tende una mano piena di briciole e il cane si volta di nuovo. “Non vorrai mica lasciarmi da solo a vedermela con quei kebabbari di merda. Quelli, se mi trovano qui, mi fanno il culo. Mica scherzano.”

Il cane si ferma e lo fissa ansimando. Guaisce sottovoce. Poi scuote il muso e si avvicina guardingo. A un passo dalla sua mano tesa si blocca. Si sporge sulle zampe anteriori e allunga il collo, pronto a scattare se qualcosa non lo convince. Enzo si protende in avanti e la lingua gli lambisce le dita. Si piega di più. Il cane afferra le briciole e si ritrae. Le divora in una manciata di secondi e torna sulle sue orme. Ne vuole ancora.

Ma stavolta sarà costretto a fidarsi. Enzo raccoglie da terra le altre gallette frantumate. Il palmo, però, lo tiene vicino. Il cane tentenna poi cede alla fame. Mentre le mascelle scattano rapide intorno al pasto, Enzo lo accarezza. Lo stringe e gli alliscia il pelo come pensa si faccia quando hai un cane. E’ bella quella sensazione. E’ come illuderti che non sei più solo. Gli cadono gli occhi sulla coda insanguinata e gli si serra lo stomaco. E’ ora di andare o sarà stato tutto inutile. Con un gesto rapido gli fa scivolare un cappio intorno al collo.

Ma il cane si sottrae. Scatta indietro e strattona la corda con le zanne scoperte.

Enzo si alza in piedi per non cadere in avanti e un dolore lancinante gli sale dal polpaccio fino al ginocchio. Barcolla. La seconda pallottola sbuffa polvere qualche metro più in là. Lo hanno colpito. Si guarda la gamba. Di striscio, ma la ferita è profonda. Ora sanno esattamente dov’è. Le pallottole fischiano attraverso le finestre e il soffitto. La corda è tesa. Il cane esita ancora qualche istante poi anche lui sceglie il minore dei mali e lo segue.

Corrono in strada. Rasentano il muro, svoltano un paio di traverse poi Enzo è costretto a rallentare. Il polpaccio brucia come infilzato da un ferro rovente. Il cane lo guarda perplesso. Strattona la corda come per dirgli che deve muoversi. Che lì non è sicuro. Che solo spostandosi in continuazione si riesce a sopravvivere sulla scacchiera. C6, C7, C8, D8. Enzo ripassa a memoria il percorso. Sorride al suo nuovo amico e riprende a sgattaiolare fra macerie ed edifici fantasma.

Quando raggiungono di nuovo la strada il vento è calato. La cortina di sabbia si è rarefatta. Ora c’è solo Bart a coprirgli la fuga.

Enzo si sporge oltre lo spigolo del palazzo e ascolta il silenzio. Lontano oltre il filo spinato la canna dell’M40 di Gianni emette un bagliore. Enzo sa di avere una sola possibilità. Se sbaglia è la fine. Ispira un paio di volte. Poi guarda il cane che sembra aver capito. “E’ una mezza follia, lo so bello,” gli dice. “Ma se non ci proviamo siamo fottuti entrambi.” Il sangue cola copioso dal suo polpaccio. Il sangue gronda dalla coda del cane. “La guerra è meglio della vita. Perché in guerra la morte la guardi in faccia. Nella vita, invece, ti prende sempre alle spalle,” si dice per farsi coraggio.

E corrono. Corrono entrambi lasciando orme strisciate nella sabbia fine del Sahara. Corrono trattenendo il respiro.

Corrono insieme, lui e il cane, mentre Bart percuote l’aria come i fuochi d’artificio di un ferragosto al paese. Il filo spinato è vicino. Arrivarci è un attimo anche con le pallottole arabe che ti fischiano dietro le orecchie. Il cane arriva per primo e si tuffa nell’apertura. Enzo lo segue. Testa, braccia, spalle. Poi la cinta si incastra. La corda si tende e il cane strattona. Abbassa le orecchie terrorizzato, si getta a terra e tira con tutta la forza che ha. Enzo cerca di gridargli qualcosa ma untonfo spegne le sillabe in un urlo feroce. Il primo proiettile gli ha attraversato la coscia. Il secondo si è conficcato nell’anca. E il mondo si accartoccia in un grumo di buio e dolore. Sta per perdere i sensi. Enzo lo sa.

Il cane non molla. Prende la rincorsa e tende la corda con uno strappo. Insiste, finché il filo spinato cede. Enzo sente la terra che gli scorre sotto la pancia, la fibbia della cinta grattare sui sassi. Poi sviene.

Quando si sveglia è dietro la carcassa arrugginita di una jeep da deserto. I cecchini di Allah fanno scintillare la carrozzeria a intervalli regolari. Il cane lo osserva con la lingua fra i denti, accucciato nell’ombra. Sotto il sedere il sangue ha già impastato la sabbia. Deve muoversi, in fretta. Prova ad alzarsi ma ricade come un sacco di riso, uno di quelli che il nonno teneva in cantina. Si strofina gli occhi annegati nel sudore e si aggiusta il casco. Ci sono solo un centinaio di metri fino all’edificio dove è appostato Gianni. Ma non può farcela. Non con una gamba sola. Nemmeno se è il cane a trascinarlo. Appena uscirà gli staccheranno la testa. Come un cretino allo scoperto. Non aspettano altro, gli ha detto Gianni.

Gianni.

Enzo ascolta l’aria infuocata e si accorge che Bart tace. Forse già tace da un pezzo. E per un istante pensa al peggio. L’hanno colpito. Ed è colpa mia. Tutto per un cane. Per un cazzo di cane. Poi lo vede.

Gianni è al piano terra, spalle al muro e l’M40 a tracolla. Sgattaiola come un soldato vero dietro alla station wagon. Non sembra più il ragazzo di paese con la fissa per le magre senza tette. Si inginocchia nell’unico punto allo scoperto e costringe i kebabbari al silenzio. Li martella per alcuni secondi, la spalla cede a ogni rinculo, poi lo raggiunge.

“Mi hanno preso. Tre volte. L’ultima è brutta.” Enzo lo guarda con le labbra che tremano. Glielo ha chiesto anche senza parole ma non vuole saperlo.

Gianni controlla. “Sì è brutta,” conferma. E ha una mano che trema. Ha gli occhi persi ma sembra ancora calmo. “Ora però alzi il culo da qui e saltelli con me fino alla postazione.” Indica il cane. “Lui lascialo correre avanti.”

Enzo scioglie la corda ma il cane non si muove. “Forza bello, vai,” lo incita. “Ci vediamo dentro.” Il cane si accuccia, sporge il muso e lo ritrae, come ha imparato a fare nei mesi trascorsi nella scacchiera. Un proiettile colpisce la carrozzeria. Un altro, un sasso pochi metri più in là. Il cane aspetta, poi scatta. Veloce, ma non come prima. Zoppica. Hanno colpito anche lui. I fischi si intensificano, come gli schianti. Gli ultimi sull’intonaco aggrappato a fatica alle mura esterne.

Gianni si cinge le spalle con il braccio di Enzo. Si sporge e spara una raffica di copertura. Poi al tre escono allo scoperto. Enzo barcolla. La gamba buona si incendia al secondo salto. Si appende al corpo di Gianni che nel frattempo spara a caso alle loro spalle. Verso una zona indistinta fra A2, A1 e la fine della scacchiera. Le pallottole sibilano a destra e sinistra ma ormai hanno raggiunto la station wagon. Pochi passi e sono al coperto.

Due tonfi sordi dietro di lui. Una staffilata al gomito libero. Poi Enzo inciampa.

Cadono entrambi. Gianni, che è grosso il doppio di lui, gli è sopra con tutto il suo peso. Per metà sono dentro all’edificio, all’ombra, avvolti da una nuvola di polvere. Solo le gambe bruciano al sole che ormai è già alto.

“Ce l’abbiamo fatta brutto figlio di una campagnola,” Enzo prova a sembrare felice fra gli spasmi lancinanti della gamba ferita. “Tu e il tuo cannone mi avete salvato il culo.” Esita. Cerca l’animale con gli occhi e lo trova accucciato in un angolo. Il muso adagiato sulle zampe. Il respiro lento. Il corpo immerso in una pozza di sangue e urina. “Ci avete salvato il culo.” Si sforza di dirlo. Ci vuole credere fino in fondo. “Il mio e quello di Nebbia.” Quel nome. Chissà da dove è arrivato. Poi torna con lo sguardo sulle spalle possenti di Gianni. “Ora però, bello, devi spostarti o muoio soffocato.”

Ma Gianni non risponde.

Ed Enzo sente la mano umida di un liquido caldo.

“No, no, no,” balbetta. E con tutte le forze rimaste spinge via la mole del compagno che rotola sulla schiena. Gli si avvicina strisciando e gli slaccia il gilet. Ha le mani che tremano. Sente freddo come fosse nudo. Come fosse l’inverno della sua valle. Sul torace di Gianni non ci sono fori. Il giubbotto l’ha protetto. Ma un fiotto rosso gli cola dal collo e un altro dall’anca. Prova a ostruirli come può e accosta l’orecchio alle narici dell’altro. Sente aria. Poca. Ma Gianni respira. “Forza, bello, resisti che ora ci inventiamo qualcosa.” Enzo sorride. “Non vorrai mica lasciarmi qui da solo con questi kebabbari del cazzo, no? Adesso gliela facciamo vedere noi. Io, te, Bart e Nebbia. Ripuliamo questa cazzo di fogna e ce ne torniamo al paese. Alla seccardina glielo dico io che ti sei innamorato.”

Gianni solleva un mano e gli afferra il polso. “Sei un cretino,” sussurra.

“Sì, sì, sono un cretino,” Enzo singhiozza. Ride. Piange. “Sono un super cretino.” Balbetta. “E sai che facciamo? Quando torniamo al paese la Ducati te la regalo. A me non serve. Ho la Playstation e un po’ di fica si trova. Ora ho anche il cane.”

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Immagine  —  Pubblicato: 25 aprile 2016 in Micronarrabit
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Nebbia – Episodio 1

Pubblicato: 25 aprile 2016 in Narrabit originali

Nebbia Narrabit“Cosa ti manca di più di casa?” Gianni snocciola proiettili dal caricatore alla scatola. Uno a uno, con un movimento rapido del pollice che dura un secondo. L’ha cronometrato.

Enzo lo osserva. Sa anche lui che le munizioni non mancheranno mai. Così come il tempo. Che rimane appollaiato sulle loro spalle come l’aria asfissiante delle dune. Lancia un’occhiata all’esterno, attraverso la piccola apertura ricavata fra i sacchi di sabbia. La strada è ancora deserta. Si scrocchia il collo, solleva l’M40 e scivola l’occhio dietro al mirino.

“E’ ancora presto, rilassati.” Gianni conta i caricatori ai suoi piedi, scuote la scatola e fa una stima. “Mancano almeno 600 proiettili prima che arrivi qualcuno.”

“Ancora 600? Ma che cazzo di ora è?”

“Un’ora bollente fra poco fa e fra un po’,” risponde Gianni abbozzando un sorriso.

Enzo si volta senza staccare la guancia dal calcio. “Ancora con queste cazzate giapponesi?”

“Tecnicamente sarebbero cinesi. Ma comunque no, il buddismo non c’entra niente. Era tanto per dire. Per vedere se ti funziona ancora il cervello, visto che non mi rispondi.”

“Non stai bene, bello.” Enzo si schiaccia un insetto sul braccio e lo gratta via con forza. Il dito scava una striscia più chiara attraverso la crosta di polvere e sudore. “A forza di fare quel giochino coi proiettili ti sei fritto gli ultimi due neuroni che questo posto di merda ti aveva risparmiato.”

“A me almeno qualcosa di casa è rimasto. Per fortuna mio padre è morto dopo che mi sono arruolato e ha fatto in tempo a insegnarmi due o tre cose.”

“Sì, ad affettarti la faccia col rasoio e a dire stronzate per ammazzare il tempo.” Enzo fa scivolare in avanti lo zoom del mirino. Mette a fuoco il filo spinato, inspira e trattiene il fiato. Cerca un’ombra, la vibrazione di un movimento. Ma il confine è ancora in silenzio. “Ce lo vedo il tuo vecchio che predica seminudo per le vie del paese. Il rispetto, la saggezza,” si alza in piedi e getta braccia e sguardo verso il soffitto.

“Che cazzo fai?” Gianni spalanca gli occhi terrorizzato. “Abbassa la voce e vieni giù.”

Ma Enzo è altrove. “Ogni vita ha valore. Ascoltate la parola di Buddha.” Ormai sta gridando.

“600”. Il proiettile vola nella scatola e la voce di Gianni è interrotta dal sibilo e dal primo schianto sulla parete.

Enzo si butta a terra, striscia fino ai sacchi bestemmiando e imbraccia di nuovo l’M40. “Kebabbari del cazzo!” Dopo sei mesi a presidiare quella striscia di terra arida dovrebbe aver imparato a controllarsi. Ma è più forte di lui. Tira il grilletto a fine corsa e la raffica crivella l’intonaco di un palazzo decapitato. Uno a caso. Cosa gli manca di casa? Gli piacerebbe poter fare un elenco. Ma in realtà a casa non lo aspetta nessuno. Morti i genitori, morti i nonni. I pochi conoscenti, partiti a cercare fortuna.

“Sei un cretino,” Gianni inserisce un caricatore nel suo fucile e lo fissa al treppiede. “La prossima volta ti staccano la testa.” Un altro fischio fende l’aria e si schianta sulla parete esterna. Gianni non si scompone. Enzo digrigna i denti. La sua tranquillità lo fa infuriare.

“Almeno abbiamo smosso un po’ le acque. Fino all’alba non c’è un cazzo da fare in questo posto dimenticato da Dio.” Mentre il suo occhio destro scruta ogni incrocio, ogni portone, Enzo si accarezza i peli morbidi che gli penzolano dal mento.

Gianni si infila il guanto sinistro e si stende dietro a Bart. Il suo fucile ha il nome di uno dei Simpson e lui è mancino. Sarà per questo che non sbaglia quasi mai?

“Ma davvero sei buddista?” gli chiede Enzo. “Su serio credi a quelle cazzate sulla reincarnazione?”

“Mio padre è tornato così dall’Oriente. E ci ha educato secondo i principi della compassione.” Una vibrazione impercettibile attraversa la serranda al piano terra. “C6. Mio.” Hanno numerato gli isolati per rendere più semplice aggiudicarsi il bersaglio. E Gianni glielo ha appena soffiato da sotto il naso.

“E’ il vento,” cerca di sminuirlo Enzo.

“Sei tu che sei cieco.”

Una figura incappucciata sgattaiola dalla finestra del retro, fa capolino da dietro l’angolo e si ritira. Gianni esplode il primo colpo alla sua destra. E’ un trucco per stanarla e i civili ci cascano sempre. I militari di meno. La figura si getta di corsa nella traversa e Gianni le fracassa il cranio. Il muro si striscia di rosso. Poi il vento ricopre il cadavere con un sottile lenzuolo di sabbia.

“Uomo. Sono tre punti.” Gianni chiude gli occhi e tira un sospiro di sollievo. Fa così ogni volta che non si tratta di una donna. O di un bambino. Le donne e i bambini valgono il doppio ma lui dice che gli lasciano l’amaro in bocca. Striscia verso la parete laterale, estrae il coltello e aggiunge tre tacche verticali accanto al suo nome. “Voglio vedere se sarai di parola quando torniamo.”

Hanno scommesso che chi arriva prima a cento potrà chiedere all’altro qualunque cosa. Ma solo quando saranno di nuovo al paese. Ed Enzo sa che Gianni si prenderà la sua Ducati. Ci ha messo gli occhi sopra da almeno due anni. Da quando facevano finta di studiare per la maturità. Da poco prima che iniziasse la guerra. “Strano. Da un paio di giorni quei kebabbari del cazzo non ci sparano più quando abbattiamo uno dei loro. Rimangono appollaiati lassù in silenzio.”

“Stanno finendo le munizioni. Le usano solo quando beccano un cretino allo scoperto.” Gianni espelle il bossolo e ricarica. Il suo occhio esplora di nuovo il reticolato oltre il confine. “Non gliene frega niente di quei poveracci che tentano di scappare. Anzi. Prima glieli togliamo dalle palle, prima tornano a casa anche loro.”

“E come la metti con la compassione?” Enzo prova a distrarlo. Oggi deve guadagnare qualche punto o la distanza diventa incolmabile. Il suo crocicchio incontra qualcosa fra C7 e D8. Poi lo vede serpeggiare ventre a terra fra le macerie poco più in là. “D9. Mio,” esclama. Inspira. Trattiene. Aspetta. Aspetta. Poi preme il grilletto. La pallottola attraversa un masso come fosse burro. Il corpo che è nascosto dietro rotola per alcuni metri. Si dimena. Si scuote. Trema. Poi rimane immobile in una pozza di sangue. Lo zoom gli assegna sei punti. Una donna. Disarmata.

“Miro alla testa. Ecco come la metto con la compassione.” Gianni stringe le labbra e la mascella si gonfia. “Non sono un sadico malato come te. Me lo ricordo come ti divertivi con le lucertole e gli spilli.”

“Allora eravamo due ragazzini.” Enzo si tira su a sedere per massaggiarsi la spalla. “Gli ordini sono di ripulire l’area. Io obbedisco agli ordini. Nessuno mi ha mai detto dove devo colpirli, questi kebabbari di merda.” Cosa gli manca di casa? Niente. Non gli manca niente. Lì era solo, qui almeno c’è Gianni. Gianni che vuole tornare al paese al più presto. Ma con l’anima intera. Mentre la sua, di anima, era già secca prima di indossare l’uniforme. E sparare alla fine lo fa sentire utile. Utile all’Italia. Utile alla gente che vive aldilà del mare. Ma forse qualcosa c’è che gli manca di casa. Gli mancano i desideri. Che qui non si pensa oltre la prossima ora. Desideri come quello di un cane, che il nonno non gli aveva mai permesso di avere.

“Ma io ho visto come ti scintillano gli occhi mentre li guardi rantolare fra la vita e la morte.”

“Loro lo sanno che siamo qui su. Lo sanno e lo accettano. Sotto sotto la pensano come mio nonno.”

“Tuo nonno?” Gianni ha tolto l’occhio dal mirino. Guarda gli sbuffi di sabbia in strada, la bandiera con la mezzaluna dorata che sventola sul confine. Il vento è più forte.

“Il vecchio aveva fatto la campagna di Russia. Tornato vivo da quell’inferno si beccò il cancro al midollo. Diceva sempre che la guerra è meglio della vita. Perché in guerra la morte la guardi in faccia. Nella vita, invece, ti prende sempre alle spalle.”

Gianni ha un sussulto. Si muove rapido. Lo vede spostare la canna verso il limite esterno del reticolato. Ha visto qualcosa. Enzo stringe i pugni. “A3. Mio.” Un bersaglio lontano. Un colpo difficile. Sbaglierà, si dice. Deve sbagliare.

Gianni aggiusta la guancia e sfiora il grilletto. Poi tira a sé delicato. “Cazzo!” esplode. “Si è mosso troppo veloce per un civile. E’ un militare. Uno di quei disertori che poi chiedono asilo.” Nella sua voce c’è uno squillo sommesso di gioia. Ed Enzo sa perché. Anche stavolta non è una donna. “Su Bart, vecchio mio.” Gianni accarezza la canna prima di riposizionarsi.

“E poi sarei io quello malato,” gli dice.

Gianni lo ignora. Muove il mirino su A4, A5, A6.

“Perché Bart? Perché gli hai dato un nome?” Enzo insiste.

“Perché sennò è un M40 come un altro,” biascica Gianni mentre Bart continua a ruotare. A8, A9. “E invece è lui che mi salva la vita un’ora dopo l’altra. E poi che ne so se avrò mai un figlio. Almeno così avrò dato un nome a qualcosa.”

“Come non lo sai. Non mi hai detto di quella magrolina che ti viene dietro al paese? Vedrai ora che torni!”

“Sembra un cane.”

“Come sembra un cane? Hai detto che è carina.”

“In strada, idiota. Sembra un cane. B10. Dà un’occhiata.”

“Non è possibile.” Enzo si tuffa di nuovo dietro al mirino. “I kebabbari se li sono mangiati tutti. Secondo me racconti cazzate. Hai visto che è una donna e non vuoi reincarnarti in un bacarozzo.” B8, B9, B10. Ma dietro al crocicchio c’è solo vento e cemento. “Se vuoi te la salvo io l’anima. Basta che passi la mano. Magari riesco a tenermi la Ducati.”

“E’ un cane. Ora è in C7. E’ veloce. Ha imparato a muoversi bene. Ma un cane sono comunque due punti.”

“Col cazzo.” La lente di Enzo raggiunge il quadrante. Per un istante vede la coda strisciare e cancellare le impronte nella sabbia.

“Lo dice il regolamento. Due punti.”

“Quale regolamento? Non esiste nessun regolamento. Dobbiamo ripulire l’area dal nemico. Il cane non è il nemico. Il cane è un cane.”

“Due punti.” Gianni lo ignora. “Se un uomo vale tre, un cazzo di cane varrà almeno due punti no?” Aggiusta la spalla e sfiora il grilletto.

Enzo scivola sulla pancia fino alla sua postazione. “Ho detto il cane no,” ringhia fra i denti strattonando il treppiede di Bart.

Gianni bestemmia “Ma stai fuori?”

“Il cane non è il nemico.”

“Tu sei malato.”

“Se sbagli quelli capiscono dov’è.” Enzo si volta verso i sacchi ma è alla strada che pensa. E al cane squartato e arrostito su un fuoco improvvisato. “Se lo mangiano, capisci? Se lo mangiano.”

“Io non sbaglio.” Gianni lo spinge via con i piedi e rimette Bart in posizione.

“Prima mi hai chiesto cosa mi manca di casa.” Enzo prova di nuovo a distrarlo. Gianni lo fissa e aspetta. “La Playstation. Mi mancano la Playstation, la fica e un cane.”

Gianni sorride, scuote la testa e si sdraia in posizione. “Sulla playstation non ho dubbi. Ma la fica non l’hai mai vista nemmeno col binocolo. E per quanto ne so, un cane non ce l’hai mai avuto.”

“Appunto.”

“C4. Mio.”

Enzo chiude gli occhi. Il tonfo sordo. Poi il guaito.

“Figlio di una cagna,” esclama Gianni. “M’ha fregato. Il tuo bastardo a quattro zampe mi ha fregato.”

Enzo serpeggia sui gomiti fino al suo M40 e schianta l’occhio sul mirino. Nella pancia ha una strana sensazione di vuoto. C4. Sarà scappato verso C5.

“L’ho perso,” si lamenta Gianni. “Gli ho solo tranciato di netto la coda. E il bastardo si è spostato.”

Colpi singoli strappano l’afa e si conficcano a caso nelle pareti dalle parti di C5. Provengono dall’edificio lontano. Anche i kebabbari lo cercano. Ora anche loro sanno più o meno dov’è. E se lo mangeranno. Se lo mangeranno. Enzo scruta il reticolato palmo a palmo. Come da ragazzino. Quando il nonno gli insegnava a cercare l’oggetto indicato dal corvo della Settimana Enigmistica. Un quadrante alla volta. Come se il resto non esistesse. C6, C7, C8.

Poi lo trova. E’ solo un rivolo sottile di fiato che sposta la sabbia da dietro un muro portante. Non sa come. Non sa perché. Ma sa che è lì. Dove, lo tiene per sé. Rotola sulla schiena e si tira su a sedere, spalle sui sacchi. Afferra la pistola, un paio di caricatori e si infila il casco.

“Che cazzo fai?” gli chiede Gianni preoccupato.

“Coprimi. Vado a prenderlo.” E prima che il compagno possa tentare qualcosa, Enzo sgattaiola oltra la porta e giù per le scale. In lontananza lo sente tirare giù i santi nel suo dialetto sincopato.

To be continued

Scoop

Il vecchio era seduto sulla sua poltrona preferita. Accarezzava il pelo morbido del siamese e, sul vassoio, la teiera fumava. Non c’era niente di meglio in una serata piovosa. Il telegiornale diceva di una guerra ai confini, di un attentato in città, di un omicidio-suicidio nel quartiere e di una rapina nella strada accanto. Niente di insolito. Poi il mezzobusto annunciò la pubblicità.

Era giorno e non pioveva nella pubblicità. Un papà in completo scuro sedeva a un tavolo bianco in una cucina luminosa. Accanto aveva suo figlio, biondo come lui, con i piedi che dondolavano a mezz’aria e un raggio di sole che gli sfiorava i capelli. Al centro della tovaglia, una confezione gigante di cereali. La mamma, bionda anche lei, entrava da sinistra, prendeva la scatola e sorrideva. Sorrideva il bambino e sorrideva il padre. Sorridevano tutti mentre lei gli riempiva la tazza di fiocchi di mais. Alla terza cucchiaiata lo schermo sfumava sul nero e appariva la marca.

Ma che fine faceva quella famiglia?, si chiedeva il vecchio ogni volta. Gli piaceva pensare che dopo il buio e il jingle il mondo della pubblicità non finisse inghiottito dal nulla. Immaginava la donna dei fiocchi di mais con un abito elegante che salutava i suoi e si chiudeva la porta alle spalle. Andava al lavoro e quel giorno pioveva.

Lei odiava la pioggia. Ma aveva un’opportunità irripetibile. Il direttore le aveva affidato una troupe, assicurandole la sua prima apparizione al TG di quella sera. Gli doveva procurare uno scoop, però. Un pezzo forte di vita vera. Altrimenti avrebbe continuato a fare news in sovraimpressione per il resto della vita. Una notizia da audience alle stelle con protagonisti in cui gli spettatori si identificassero. Erano state quelle le sue parole.

Facile a dirsi, rifletté la giornalista. Le agenzie non riportavano niente di sensazionale quel giorno. Saltò sul camioncino con l’operatore e il tecnico luci e iniziarono a vagare per la città. Fu uno dei suoi collaboratori ad avere l’idea del quartiere dove viveva suo cugino. Diceva che fra quelle casette c’erano più notizie che sacchetti dell’immondizia abbandonati.

Una volta sul posto, decisero di procedere a piedi.

Via Azzurri 3. Primo piano su uomo dal viso inespressivo. Totale di lui che batte pugni sul tavolo. Moglie seduta difronte con occhi bassi. L’uomo agita foglio della banca. Lo getta a terra. Particolare marchio BNL. Totale di lui che ne agita un altro. Poi un altro. Poi un altro. Moglie non reagisce. Lui estrae pistola e le spara in testa. Se la infila in bocca e spara di nuovo. Particolare di schizzo di sangue che cola su muro. Voice over.

L’hanno già mandato ieri un servizio così, pensò la giornalista.

Quando, però, si affacciarono alla finestra della casetta due traverse più in là, la scena li incuriosì.

Via Verdi 16. Primo piano su donna di colore. Molto bella. Legge. Sorseggia da tazza di tè. Particolare labbra umide che lasciano bordo bicchiere. Totale di lei che chiude libro e pensa. Un’ombra compare alle sue spalle. La afferra per i capelli. Bicchiere cade a terra. L’uomo le cinge la vita e le stringe il collo. Le dice qualcosa all’orecchio. Particolare di viso di lei terrorizzata. Totale uomo che la sdraia, pancia sotto, su tavolo al centro stanza. Le strappa le mutande. L’uomo cala calzoni. Al primo affondo donna spalanca bocca. Grida. Al secondo, piange e chiede aiuto. Primo piano di lei. Poi torna a totale. Ad ogni colpo, tavolo slitta in avanti. Uomo, calzoni alle caviglie, segue tavolo a saltelli. Voice over.

“Il direttore ci licenzia se gli portiamo questo schifo”, borbottò la giornalista accucciata sotto il davanzale di Via Vitti. L’operatore annuì. Il tecnico luci sollevò le spalle.

Via Bianchi 48. Gruppo di amici festeggia compleanno. Quarant’anni. Particolare torta. Suonano alla porta. Primo piano padrone di casa che aggrotta sopracciglia. Totale casa. Ragazzo biondo va ad aprire. Consegnano scatolone gigante. In due lo trascinano nel salone. Un altro paga corriere e li raggiunge. Tutti sorridono. Conto alla rovescia poi coperchio scatolone esplode ed esce pin-up seminuda. Ammicca al festeggiato. Ora sorride anche lui. Lei si china e mostra perizoma. Particolare. Torna dritta e in mano ha qualcosa. Un fucile. Totale della casa. Dallo scatolone escono altri due compari armati. Particolare labbra rosse di lei. Dicono mani in alto questa è una rapina. Voice over.

“Dove sarebbero le notizie di cui parlavi?” La giornalista era su tutte le furie. Il tecnico luci si guardava la punta delle scarpe. Proseguirono per un’ora ma la solfa era sempre la stessa. Un omicidio qui, un suicidio lì. Una rapina, uno stupro, la crisi, il degrado. La stessa pappa trita e ritrita. Poltiglia stantia da canale a tre cifre. Non solo. Continuava a piovere.

Poi, sul far della sera, scorsero una striscia di luce soffusa fra le tende di una casetta lontana. Trotterellarono sull’asfalto bagnato e attraversarono il prato all’inglese in punta di piedi. La giornalista sentì finalmente aria di scoop.

Via Rossi 1. Totale del salone. Vecchio seduto su poltrona. Accarezza pelo di gatto siamese. Sul vassoio teiera che fuma. Alla televisione, TG della sera.