la-pallottla-gentile-pulitoCon il coltello ci avevo già provato. Taglio superficiale, aveva detto il paramedico con aria di sufficienza. Ma mica c’erano le istruzioni nella confezione. Mica capita tutti giorni di affettare polsi duri come una sella, conciati dalla trincea e dal campo di gioco. Lama di Seattle, mi aveva assicurato Rosario. Una garanzia.

Con la pistola era andata anche peggio. Il cervello se l’era fatta addosso più del dito e mi ero strappato mezzo orecchio e una striscia di capelli. Quella volta il paramedico aveva solo scosso la testa. Nessuno è perfetto, cazzo, gli avrei voluto dire. Ma il fischio nella testa rimbombava in cerchio. Avevo solo voglia di un goccio e della nebbia. Il sole della California è una maledizione. I mostri li vedi nitidi sul cielo blu.

Ma stavolta il paramedico lo frego io. Stavolta punto al collo. Stavolta taglio via i tre gioielli e non avrò il tempo di chiamare aiuto. Li guardo nello specchio, i miei regali della guerra. Li sfioro con la lama ed è come se non ci fossero. Questi maledetti fanno parte di me, ma non sento niente.

Un sorso di Martini, poi li taglio via.

Impugno il coltello.

Meglio prima un altro goccio.

Ancora uno, perché no.

E la finestra va in frantumi. Schegge di vetro. Un tonfo sul muro. Qualche rimbalzo secco a terra. Un sasso, mi dico. Lo cerco sotto al letto. Neanche morire in pace si può in questa topaia. Se lo prendo, il ragazzino, lo spingo a calci fino all’oceano. Alla fine lo tocco, ma non è un sasso. La pelle, le cuciture, le riconoscerei ovunque. Graffi, ammaccature. L’odore del fango. È una palla vecchia, usata ma senza storia. La raccolgo. La faccio saltellare nel palmo e sento la voce degli spettatori che ondeggia con il mio cognome ridicolo sulle labbra. Polli, che diventa po-li, po-li. Mi sarebbe piaciuto. Era l’unica cosa che sapevo fare. Quella e sparare agli austriaci.

Ora mi sente il ragazzino. Stringo le tre dita e le cuciture incidono la pelle. Gliela spedisco in spiaggia, mi dico. Spalanco la porta con un gesto. “Che cazzo,” grido. “Sei impazzito. Un altro po’ e muoio d’infarto.” Ma non c’è nessuno. Mi guardo intorno e del ragazzino nemmeno l’ombra. Ragazzino? Chissà perché ho pensato subito a un ragazzino?

Il cielo è blu. Maledetto sole della California.

Lascio cadere la palla sulle assi sgangherate e cigolo un passo alla volta nella stanza. Borbotto un insulto. La porta sbatte. Il coltello mi aspetta.

Ma la faccia che trovo nello specchio è un’altra. Ci sono le rughe del baseball, gli occhi socchiusi, i denti stetti prima del lancio. E il manico pesa, la lama pesa. Po-li, po-li, l’eco si allontana. Il grumo nello stomaco è sempre più grande, sempre più stretto. Ci sono i corpi fra i cavalli di frisia, che puzzano di polvere da sparo e decomposizione. E i mozziconi, per buttare giù qualcosa di caldo. La Grande Guerra, dicono. Ma quel “grande” la fa sembrare bella. La guerra invece è piccola e meschina. Ti si infila dentro come il cancro e ti uccide più delle pallottole.

Appoggio la lama su uno dei tre noduli, grandi come mandarini.

Un sorso di Martini, poi li taglio via.

E bussano alla porta, cazzo. Scatto indietro. La lama scivola e mi ferisce. Un rivolo di sangue cola sul colletto inamidato. Faccio finta di niente. Ma insiste, il deficiente.

“Vattene.” Non si può stare un secondo in pace in un’Italia piccola come un quartiere. In Sicilia sarebbe stato più facile. Sarei nei campi a rompermi la schiena come mio padre. Niente grilli per la testa, niente sogni di gloria.

“Signore, volevo scusarmi.” La voce piccola di un ragazzino. “Non era mia intenzione. Ero lontano.” L’accento italiano.

“Vattene, ho da fare.”

“Signore, ero lontano. Non volevo, accetti le mie scuse. Non lo dica a mio padre, sennò mi pesta.”

“Tuo padre? Non so nemmeno chi è tuo padre.”

Silenzio. Ma niente passi. Vattene, ragazzino. Lasciami in pace che il cielo è blu in California. E i mostri si vedono nitidi, sul cielo blu.

“Signore,” bussa ancora.

“Che diavolo vuoi?”

“La palla, Signore. Ho solo quella.”

“Sta lì fuori.”

“No. Non c’è, l’ho cercata.”

“Cerca meglio.” Poggio il coltello sul cassettone. Espiro e crollo a sedere in fondo al letto.

“Ho gli occhi buoni, Signore.”

Le mani nei capelli, i gomiti piantati nelle ginocchia, mi guardo intorno. La palla è lì, nella fetta di luce che penetra dalla finestra. Devo averla urtata rientrando. Il baseball del cazzo mi perseguita. La raccolgo e apro la porta. Il ragazzino caracolla dentro. Lui e un bastone scartavetrato a mano che vorrebbe essere una mazza.

“Ma le orecchie non ti funzionano per niente,” gli dico. “Vattene. Sai che vuol dire ‘vattene’?”

Si rialza in fretta. Calzoni arrotolati alle ginocchia, camicia strisciata di sabbia e una scoppola troppo grande che gli cade su un orecchio. “Dio, Signore ma cos’ha lì al collo?” Indica i miei tre noduli.

“Cristo, ragazzo, puzzi come un peschereccio.” Prima che riesca a spingerlo fuori il fetore ha riempito la stanza. Gli porgo la palla.

“C’è sangue, Signore.”

“Lo so.”

“Tanto.”

Avvicino le dita e il collo è viscido, la camicia umida e collosa. Cazzo. Mi volto e cerco una benda nel cassetto.

“Dio. Cazzo. Ma quella è una Louisevile Slugger.” Indica la mazza appoggiata in un angolo. L’ultima che ho usato prima di finire nei Marines. “Lei gioca, quindi.”

“Giocavo. Prenditi la palla e vattene.”

“Come, giocava? Non lo sa che “non è finita finché non è finita”?”

“E questa idiozia chi te l’ha detta?”

“Mio fratello Vince. Lo dice sempre il coach. Parole di Abaticchio, il primo italiano nella National League.”

“Non gli ho mai sentito dire niente del genere.”

“Dio. Cazzo. Lo conosce?” Mi guarda con gli occhi di chi vede un corpo sfracellato da una mina per la prima volta.

“Certo che no. Ma Abaticchio giocava con i Pirates. E Pittsburgh è dall’altra parte del paese. Il coach di Vince è già tanto se ha visto San Francisco.”

“Non lo dirà a mio padre, vero? Che ho detto “Dio” e “cazzo” nella stessa frase? E con quel coltello, Signore che ci fa?” L’ha visto, lì sul cassettone, la lama sporca di sangue. Mi si avvicina gesticolando e il tanfo delle mani è peggio della scia dei suoi stracci.

“Prendi la palla, ragazzo, e torna al peschereccio da cui vieni.”

“Che ne sa, lei, del peschereccio?”

“Secondo te?”

Mi sfila la palla dalle dita e abbassa lo sguardo. “Immagino che non me la farà tenere in mano per un po’, no? Non ho mai battuto con una mazza vera.” La indica di nuovo.

“Immagini bene.” Gli indico la porta.

“Mi scusi ancora. Non l’ho fatto apposta. Ero giù in spiaggia e ho battuto male. La prego non lo dica a mio padre.”

“Che racconti balle? No, non glielo dico. Se mai dovessi capire chi è tuo padre.”

“Balle, Signore?” Il suo sguardo si accende. Dietro il naso pronunciato gli zigomi si increspano. “Non dire falsa testimonianza. L’ottavo comandamento, che Dio punisce come gli altri. Io non dico balle.”

“Dalla spiaggia. Con quell’affare?” Lo invito a sollevare il bastone.

“Scommettiamo?” Mi sfida.

Mi guardo alle spalle. Il coltello. I noduli che mi fanno sentire stanco appena sveglio e che si sono portati via anche il baseball. I corpi dilaniati. Voglio respirare a fondo, un’ultima volta. Poi basta, che l’aria brucia come i gas dietro al filo spinato.

“Una battuta sola, Signore. Se la rispedisco in spiaggia lei mi fa provare la Slugger.”

E c’è il sole là fuori. Il maledetto sole della California. Il cielo blu.

“Io non dico balle.”

I mostri.

“Uno solo.” Gli dico stringendo i denti. Svuoto il bicchiere e un po’ di nebbia mi aiuta a raggiungere il cortile. Una brezza leggera spinge la puzza del porto. Niente di nuovo a North Beach.

Il ragazzino spolvera la scoppola e se la infila in vita. Si posiziona scomposto e agita la mazza come un cavernicolo. Massaggia il manico e la alza dietro l’orecchio. Le mosse dei campioni. Sorrido. Gli riempiono la testa di fandonie, nelle squadre di quartiere. Gli raccontano di quello che è venuto su dal nulla, ma non degli altri dieci che sono tornati a scaricare al molo.

Mi fa un cenno col mento. È pronto. C’è quella luce nei suoi occhi. Quella che c’era nei miei. Quella che i mostri si portano via. I mostri. Mi guardo intorno, ma per ora non si sono accorti di me. Stringo le cuciture sotto le dita e lancio la palla al ragazzino. C’è troppo sole qui fuori, mi dà alla testa. Devo rientrare in fretta.

Poi vedo il corpo ruotare, le gambe si incrociano e sento lo schiocco. Uno schiocco potente. Il disco scuro si alza nel cielo e si fa piccolo. Piccolo, verso gli sbuffi bianchi all’orizzonte. Una pallottola gentile che strappa il blu e uccide i mostri uno a uno. E scende, scende. Minuscola si tuffa fra le onde. Respiro, sì. Respiro. E forse non sarà l’ultima volta.

“Come hai detto che ti chiami?”

“Joseph, signore. Come mio padre Giuseppe. Joseph di Maggio.” Non posso più dirgli di no e fiero agita la Slugger. Come un vero cavernicolo italiano.

“Un nome un po’ ridicolo, non trovi? Archibald Alexander Leach, orribile no? Senti come suona Cary Grant, invece. Joe di Maggio? Se vuoi arrivare da qualche parte, ti toccherà cambiarlo.”

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Gioca con te

Pubblicato: 15 novembre 2017 in Narrabit originali

Ciao. Sono Alex, disse grattandosi la nuca. Aggiunse qualcosa tipo free solo su roccia, ma non c’era bisogno. Alex lo conoscevano tutti. L’estate prima aveva salito in solitaria Forza 17. Slegato.

Ciao Alex, benvenuto Alex, gli rispondemmo in coro. Sembravamo cretini ma nel Gruppo si faceva così.

Lei invece sgattaiolò lontano dagli sguardi. Succedeva con i nuovi. E Kappa, il nostro coordinatore, le prime volte lasciava correre.

Fu un attimo, una vibrazione. Non so come, ma mi fu subito chiaro. Era proprio lei che cercavo da sempre, e avrei continuato a cercarla se non fosse stato per quell’attimo. Per quella vibrazione.

Quello che non sapevo era che quella stessa notte l’avrei vista morire.

*****

Ci eravamo incontrati così. Un’occhiata nel frastuono di rito. Fra i piacere di conoscerti e le sedie trascinate sulle vecchie mattonelle dello stanzone. Si sedette sulla destra, oltre BS e Spritz. Io mi spostai all’estrema sinistra del semicerchio. Il più lontano possibile.

“Non siamo come gli altri,” iniziò Kappa come al solito.

“Siamo guerrieri. Siamo malati,” gli andammo dietro noi, tutti insieme. Era la dichiarazione iniziale. Riconoscere la propria forza. Riconoscere la malattia. Il primo passo. Ma ormai erano parole stanche. Ormai suonavamo come un villaggio Maori in attesa dei turisti. Suonavano, in realtà. Quella sera me ne stavo zitto a dondolare sulle gambe posteriori della sedia. La litania la conoscevo a memoria e c’era qualcosa di più interessante da guardare.

Si era seduta in pizzo, gomiti sulle ginocchia, e con il pollice si sfregava le nocche. Le nocche indurite dall’inverno e dal ghiaccio, tagliate dalle rocce. Le avrei riconosciute ovunque. Le accarezzava come qualcosa di caro. Come qualcosa che temi ti venga portato via o che forse dai già per perso. Le conoscevo quelle nocche. Le ricordavo. Le rispettavo. Toccai le mie, che ormai erano tornate morbide, ed è così che capii. Capii che il tunnel in cui era rimasta incastrata era uguale al mio. Capii che era pericolosa.

Dondolai.

Sospirai.

Dondolai e sospirai.

E la sedia andò giù con uno schiocco.

****

“Gioca con te” ha vinto la prima edizione del Concorso Letterario Roberto Iannilli. Nel corso del 2018 verrà pubblicato integralmente in un’antologia.

 

la-pallottla-gentile-pulito“Con il coltello ci avevo già provato. Taglio superficiale, aveva detto il paramedico con aria di sufficienza. Ma mica c’erano le istruzioni nella confezione. Mica capita tutti giorni di affettare polsi duri come una sella, conciati dalla trincea e dal campo di gioco. Lama di Seattle, mi aveva assicurato Rosario. Una garanzia.

Con la pistola era andata anche peggio. Il cervello se l’era fatta addosso più del dito e mi ero strappato mezzo orecchio e una striscia di capelli. Quella volta il paramedico aveva solo scosso la testa. Nessuno è perfetto, cazzo, gli avrei voluto dire. Ma il fischio nella testa rimbombava in cerchio. Avevo solo voglia di un goccio e della nebbia. Il sole della California è una maledizione. I mostri li vedi nitidi sul cielo blu.”

Ma perché l’uomo con le rughe ha quei tre noduli sul collo? E chi è il bambino con la mazza?

Se vi va di scoprirlo l’appuntamento è per il 28 Febbraio fra le 18,30 e le 21 alla sede del Gruppo Perrone Editore (Via Giovanni Da Procida, 30-32).

Si presenta “Maschere”, l’antologia in cui compare il mio nuovo racconto.

Vi aspetto

Click

Pubblicato: 1 dicembre 2016 in Uncategorized

Click. Ancora quel rumore. Che però nel tempo era cambiato. All’inizio era squillante, metallico. Poi il tempo ci aveva messo lo zampino e, nonostante lavaggi e oliature, il click sembrava essersi incupito. Ma era di un cupo speziato. Non c’era tristezza in quel click.

“Falla finita, per favore.” Marco era appena entrato nello spogliatoio della centrale. Nello specchio c’erano le occhiaie di un’altra notte brava per le strade della città. E addosso odore di femmina. Quella femmina. Quella con i capelli di rame e le curve paraboliche. “Lo sai che quel rumore mi innervosisce.” Stizzito, l’aveva appoggiata con irruenza sul fondo dell’armadietto.

“Tesoro, se non ti dai pace, prima o poi finisci male.” Click. E stavolta sembrava fatto apposta. “Finiamo male.”

Marco fece finta di niente e iniziò a infilarsi la divisa.

“E tirami fuori da questa maledetta fondina che sto soffocando.” La protesta rimbalzò sulle pareti arrugginite.

Marco rimosse l’involucro di pelle e la spostò sovrappensiero sulla panca. Ai matti si dice sempre di sì. Alle voci, finché puoi. Almeno smettono.

“Era ora,” disse lei. “Tutta la pausa seppellita al buio con tre strisce di luce a ricordarmi che non è notte. Nemmeno fossi io la criminale. E dopo la gattabuia quell’involucro di pelle puzzolente. Poi dice che una perde lo smalto. Che sembra vecchia.”

Niente. Oggi era un giorno di quelli.

Click. La pistola si sgranchì muovendo appena il carrello.

Un giorno in cui voleva essere guardata come una volta. Così diceva.

Click.

Un giorno in cui voleva essere presa con decisione, senza chiedere il permesso, come nei primi giorni da recluta.

Click. Click.

“Per favore!” Spazientito, Marco si voltò in cerca della camicia blu.

“Se stai così sulle spine è successo qualcosa. Sarà la sgualdrina.” Un alone di olio sintetico si incollò all’aria pesante dello spogliatoio. Un odore che aveva imparato a riconoscere. La sua Beretta sbuffava così quando era inquieta.

“Là fuori ieri è morto un ragazzo. L’ha fatto secco un carabiniere.”

“La sgualdrina sarà la tua rovina.”

“Ventitré anni. Per una manifestazione no-global. Come cazzo si fa a morire a ventitré anni? Fra sei mesi ne faccio ventidue. Poi altri dodici e fine dei giochi.”

“Ci sei andato di nuovo dopo avermi rinchiusa, vero?” Click. Click. “Dimmelo e la finiamo qui. Voglio solo saperlo. Tanto non posso farci niente.”

Non era solo inquieta, era gelosa. Non era mai successo prima. Doveva essere il profumo in cui s’era fatta il bagno Lucia. La pistola gelosa. Da non crederci. “Ti sto parlando dei casini di ieri e tu mi fai il terzo grado sulla fica?”

“Ti conosco, tesoro. E ho visto i graffi sulla schiena. I manifestanti non graffiano in quel modo. Sono le donne che ti rovinano. E per favore non usare quelle parole con una vecchia signora come me.”

“Si chiama Lucia.” Marco si allacciò il secondo anfibio sul bordo della panca. Scorse il dito lungo il carrello della Beretta. 98FS, diceva la sigla. La vecchia signora gli aveva salvato il culo più volte durante le scorte. A quella canna rigata doveva la vita. Esitò, poi ritrasse la mano. Quel gesto era troppo simile a una carezza. Rimise il piede a terra, si aggiustò il cinturone e riprese a trafficare con l’attrezzatura nell’armadietto.

“Bella la tenuta antisommossa. Finalmente un po’ di azione” Click. Click. Click.

“E’ incinta. Tre mesi fra qualche giorno. E finora non mi aveva detto niente.”

“Ti ha tenuto dentro con il vecchio trucco dei talloni sulle natiche?” Click. Click. E il tanfo d’olio nell’aria.

“Finiscila con questo click. Perché fai click?” Marco scaraventò a terra lo scudo con un calcio. “Si è rotto il preservativo. Dice lei. Ma che differenza fa?”

“La stessa che c’è fra un proiettile a bruciapelo per una rapina e il grilletto premuto per legittima difesa. Il rumore, tesoro, è lo stesso e il cadavere pure. Ma se ti prendono, in un caso finisci dietro le sbarre.”

“Vorresti dire che ha ragione Lucia, che se ne vuole sbarazzare?” Marco sfilò il manganello dal cinturone e si sedette accanto alla pistola di ordinanza. La sua mano destra rastrellava il taglio militare. La gamba sinistra sussultava rapida sulla punta dell’anfibio.

“Sei un poliziotto, un servitore dello Stato. E questa Lucia è una poco di buono. Ma ha ragione lei. Io ho un fiuto particolare, lo sai.”

“Quindi mettere al mondo un figlio sarebbe come ammazzare qualcuno?”

“Se ti prendono, sì. Se hai lo stipendio di un agente della mobile, sì.”

“Devo essere impazzito se sto qui a farmi psicanalizzare da una cazzo di pistola parlante.”

“Finisci di vestirti che andiamo a rimettere un po’ d’ordine in queste strade in mano al libero pensiero. Oggi mi prude anche il grilletto” Click. Click. Ma stavolta era un click diverso. Era il click di quando voleva essere maneggiata, esplorata, smontata e oliata.

“Oggi ti lascio qui. Non voglio problemi, oggi.” Marco si alzò, tirò fuori dall’armadietto il casco e sbatté lo sportello sullo stipite. “Sono troppo incazzato con quella stronza. E là fuori è pieno di quei cazzoni vestiti di nero. Non sono lucido”

“Incazzato va bene. Incazzato è utile.” Click. Click. “Se ti arrabbi ti si alza il testosterone e allora sì che ti riconosco.” Click.

“Smettila di fare quel rumore o ti smonto e ti lascio qui a pezzi.”

“Mi faresti questo? Dopo tutti gli anni passati fianco a fianco?”

Aveva appena lasciato vibrare la canna nel lamento d’acciaio di quando faceva l’offesa. Ce la stava mettendo tutta. Ma oggi non le avrebbe permesso di spuntarla. “C’è già scappato un morto. Non voglio essere il prossimo. Se Lucia vuole tenere il bambino –”

“Vedi che ho ragione. Quella cretina ti annebbia la vista. Sei un servitore dello Stato. E un servitore dello Stato non tentenna.” Click. Click. “Un servitore dello Stato non si lascia distrarre.” Click.

Il vociare nervoso dell’adunata li raggiunse dal corridoio. “Un servitore dello Stato.” Marco si alzò contro voglia, imbracciò lo scudo e raccolse il manganello.

“Un servitore dello Stato pensa ai colleghi e ai cittadini onesti,” disse lei.

“Ma sono solo ragazzi.”

“È ora di rimettere i conti in paro con i vigliacchi delle bombe carta …”

“Ce le tirano addosso. È vero.”

“… con i figli di papà delle spranghette insulse.”

“Ci colpiscono. È vero.”

“Un servitore dello Stato non lascia indietro l’arma di ordinanza,” Click. Click.

“Un servitore dello Stato.”

“Siamo pronti, Rossi?” Il capitano entrò nello spogliatoio subito dopo il suo vocione, con il casco già in testa e le spalle gonfie di discorsi motivazionali. “Oggi devo poter contare su di te, Rossi. Ti voglio lucido. Ti voglio carico. Sei lucido, sì?”

Sapeva di essere l’unico a sentire la voce della Beretta. Eppure per un attimo vacillò. Era lucido uno che sentiva le voci? Anche l’odore del chiacchiericcio metallico era ancora nell’aria. Marco l’annusò in cerca di una risposta. Era lucido? Era un padre, forse, se Lucia insisteva per tenerlo. E forse era anche lucido.

“Lucidissimo capitano. Lo sa che un po’ d’azione mi rimette al mondo.”

Fingeva. Chiunque l’avrebbe capito lontano un miglio. Solo il capitano se l’era bevuta, per non mandare tutto a monte. Ma la Beretta no, lei non si lasciava ingannare. La sentì squarciare il silenzio con un click rovente, e vide lo spigolo del cane brillare. “Lucido,” ribadì Marco esitante. E allora la pistola accennò un altro click, languido come un sorriso imbronciato. “Lucido”, e stavolta ci credeva.

Marco afferrò l’impugnatura con decisione. Sentì le guancette ruvide accarezzargli il palmo e lo sbuffo d’olio che gli avvolgeva le narici.

“Un servitore dello Stato,” sussurrò la Beretta facendo scivolare via la sicura.

“Un servitore dello Stato,” ripeté Marco guardandosi nello specchio. Le occhiaie erano sparite e l’odore di femmina, ora, sapeva di polvere da sparo. Fece scorrere il carrello, richiamò il primo proiettile in canna e si infilò la pistola direttamente sotto la cintura.

“Un servitore dello Stato.”

 

idrocarburiNella vetrata del supermercato il petroliere vede riflesso un ingegnere, dritto come una trivella ma con una lieve curvatura in alto, un ingegnere della vecchia guardia, non triennale o tre più due, un ingegnere intero con il master alla Bocconi, il Phd alla UCL e l’MBA a Stanford, magro secondo i dettami della Paleozona e appoggiato senza pretese al SUV della Compagnia, grigio, così il logo risalta sullo sfondo scuro dello sportello dove si perdono le sue gambe accavallate, fasciate dalle righe verticali del gessato che salgono dritte fino al collo e alla lieve curvatura in alto, la curvatura del Phd chino sulle formule e dell’MBA fra le tabelle, che la Compagnia gli ha pagato perché l’ingegnere diventasse un petroliere, un pezzo grosso della valle, il capo dei pozzi, il boss della raffineria, l’uomo tutto d’un pezzo nella vetrata, alto come una ciminiera, con cento metri quadrati di terrazzo e il SUV grigio quattro porte trazione integrale e la dietologa a domicilio, una moglie e due figlie, un uomo tutto idrocarburi, con quella lieve curvatura che viene dallo studio anche se è arrivata dopo, la curvatura che nella vetrata tenta di addrizzare, tira il mento in alto e in basso le scapole il petroliere maturo con il PhD e l’MBA che tutti chiamano con il Signor davanti, l’ingegnere che vede l’oro nero riflesso nel mondo di vetro, il clorobenzene nelle zolle da cui ha estirpato i prati, il bitume nell’asfalto che collega i pozzi alla raffineria, il fenolo nelle vernici grigie stese sulla valle, nel grigio del SUV quattro porte trazione integrale, lo stirene negli pneumatici, il benzene nelle fibre del gessato, poi oltre la vetrata vede l’etilene che fa maturare la frutta del reparto alimentari, il polipropilene nei tappeti da salotto, l’anilina delle pillole sugli scaffali della parafarmacia, le stesse pillole nel palmo che lo aiutano con la lieve curvatura in alto e con il grigio che gli idrocarburi gli hanno portato dentro casa.

Ma è l’odore che gli fa notare la siepe proprio al centro del suo regno in bianco e nero. L’essenza insolita dei fiori che una bambina ha raccolto fra i rami e ora stringe in pugno. Una bambina. Una bambina che ha il respiro di fragola. E una giacca rossa. E una siepe verde alle spalle. Con i fiori bianchi.

La bambina gli porge il mazzo. Lui si volta e lo accetta, inondato dal paesaggio e dai colori. Lo annusa con avidità e la lieve curvatura in alto si distende. Certo, non è il profumo dei solventi, della plastica, dei detersivi con poca schiuma, del polistirolo o degli imballaggi. Ma la vetrata del supermercato non mente. La curvatura in alto non c’è più. Le righe del gessato tirano dritte anche sulle spalle.

La bambina si allontana facendo ciao e, chiamandolo con il Signor davanti, sgambetta nelle sue calze agli idrocarburi, masticando polimeri alla fragola, stringendosi nel caldo della giacca ai poliammidi che nel riflesso della vetrata non è più rossa, ma grigio scuro, il colore della raffineria che torreggia sulla valle, dove il petroliere tutti lo chiamano ingegnere e gli rispondono al primo squillo, perché il secondo con il master, l’MBA e il Phd suona già feroce e sa quasi di sfuriata, quindi scattano a qualunque ora del giorno e della notte, soprattutto della notte quando l’etilene, il propilene, il butadiene e il benzene viaggiano a regime basso e una squadra di operai può sganciarsi dal quarto e ultimo turno, attraversare la cittadina al ruggito di una ruspa e sradicare la siepe radice per radice, sommergendo l’olezzo verde con il profumo del gasolio.

Nebbia – Episodio finale

Pubblicato: 26 aprile 2016 in Narrabit originali

Nebbia NarrabitUna volta al piano terra si infila nel gilet un pacco di gallette e una corda, poi getta uno sguardo in strada. Il vento è forte abbastanza da offrirgli un po’ di copertura. Non è complicato raggiungere B8. In quella direzione il filo spinato è stato sollevato dai continui tentativi dei clandestini. Dopo basta seguire il loro percorso a ritroso. In un paio di punti sarà allo scoperto ma Bart e l’alito potente del deserto gli copriranno le spalle.

Pensa al cane. Non può lasciare che se lo mangino. Perché quello ormai è il suo cane. E senza volerlo pensa alle scarpate che gli avrebbe tirato il nonno. Sorride, si accuccia dietro al relitto di una station wagon e scivola a piccoli passi lungo il marciapiedi.

Al magazzino sul margine meridionale di D8 ci arriva in affanno. I kebabbari non l’hanno visto. Il fuoco di copertura di Bart li ha distratti. Il cane è lì dentro. Lo sente ansimare. Si muove lentamente lungo il muro esterno tenendo d’occhio i piani alti dell’edificio di fronte. Una volta alla serranda sollevata a metà, si inginocchia e ci rotola sotto.

Appena lo vede, il cane si ritrae. Accucciato sulle zampe posteriori, ringhia e scopre i denti. Il moncone della coda gronda sangue come un tubo forato.

Enzo estrae le gallette, si inginocchia e ne sbriciola un po’ un passo più in là. “Su bello,” lo incoraggia. “Fa il bravo che prima ce ne andiamo, meglio è.”

Il cane lo osserva. Il suo sguardo non lo molla un secondo. Piega il muso, soffia aria dal naso e si lecca i baffi. E’ ancora impaurito ma il cibo lo tenta. Si accuccia e, ventre a terra, si trascina verso le gallette spezzate. Si blocca e ci ripensa. Si alza, gli volta le spalle e si allontana.

“Dove vai bello? Guarda qui, guarda qui.” Enzo gli tende una mano piena di briciole e il cane si volta di nuovo. “Non vorrai mica lasciarmi da solo a vedermela con quei kebabbari di merda. Quelli, se mi trovano qui, mi fanno il culo. Mica scherzano.”

Il cane si ferma e lo fissa ansimando. Guaisce sottovoce. Poi scuote il muso e si avvicina guardingo. A un passo dalla sua mano tesa si blocca. Si sporge sulle zampe anteriori e allunga il collo, pronto a scattare se qualcosa non lo convince. Enzo si protende in avanti e la lingua gli lambisce le dita. Si piega di più. Il cane afferra le briciole e si ritrae. Le divora in una manciata di secondi e torna sulle sue orme. Ne vuole ancora.

Ma stavolta sarà costretto a fidarsi. Enzo raccoglie da terra le altre gallette frantumate. Il palmo, però, lo tiene vicino. Il cane tentenna poi cede alla fame. Mentre le mascelle scattano rapide intorno al pasto, Enzo lo accarezza. Lo stringe e gli alliscia il pelo come pensa si faccia quando hai un cane. E’ bella quella sensazione. E’ come illuderti che non sei più solo. Gli cadono gli occhi sulla coda insanguinata e gli si serra lo stomaco. E’ ora di andare o sarà stato tutto inutile. Con un gesto rapido gli fa scivolare un cappio intorno al collo.

Ma il cane si sottrae. Scatta indietro e strattona la corda con le zanne scoperte.

Enzo si alza in piedi per non cadere in avanti e un dolore lancinante gli sale dal polpaccio fino al ginocchio. Barcolla. La seconda pallottola sbuffa polvere qualche metro più in là. Lo hanno colpito. Si guarda la gamba. Di striscio, ma la ferita è profonda. Ora sanno esattamente dov’è. Le pallottole fischiano attraverso le finestre e il soffitto. La corda è tesa. Il cane esita ancora qualche istante poi anche lui sceglie il minore dei mali e lo segue.

Corrono in strada. Rasentano il muro, svoltano un paio di traverse poi Enzo è costretto a rallentare. Il polpaccio brucia come infilzato da un ferro rovente. Il cane lo guarda perplesso. Strattona la corda come per dirgli che deve muoversi. Che lì non è sicuro. Che solo spostandosi in continuazione si riesce a sopravvivere sulla scacchiera. C6, C7, C8, D8. Enzo ripassa a memoria il percorso. Sorride al suo nuovo amico e riprende a sgattaiolare fra macerie ed edifici fantasma.

Quando raggiungono di nuovo la strada il vento è calato. La cortina di sabbia si è rarefatta. Ora c’è solo Bart a coprirgli la fuga.

Enzo si sporge oltre lo spigolo del palazzo e ascolta il silenzio. Lontano oltre il filo spinato la canna dell’M40 di Gianni emette un bagliore. Enzo sa di avere una sola possibilità. Se sbaglia è la fine. Ispira un paio di volte. Poi guarda il cane che sembra aver capito. “E’ una mezza follia, lo so bello,” gli dice. “Ma se non ci proviamo siamo fottuti entrambi.” Il sangue cola copioso dal suo polpaccio. Il sangue gronda dalla coda del cane. “La guerra è meglio della vita. Perché in guerra la morte la guardi in faccia. Nella vita, invece, ti prende sempre alle spalle,” si dice per farsi coraggio.

E corrono. Corrono entrambi lasciando orme strisciate nella sabbia fine del Sahara. Corrono trattenendo il respiro.

Corrono insieme, lui e il cane, mentre Bart percuote l’aria come i fuochi d’artificio di un ferragosto al paese. Il filo spinato è vicino. Arrivarci è un attimo anche con le pallottole arabe che ti fischiano dietro le orecchie. Il cane arriva per primo e si tuffa nell’apertura. Enzo lo segue. Testa, braccia, spalle. Poi la cinta si incastra. La corda si tende e il cane strattona. Abbassa le orecchie terrorizzato, si getta a terra e tira con tutta la forza che ha. Enzo cerca di gridargli qualcosa ma untonfo spegne le sillabe in un urlo feroce. Il primo proiettile gli ha attraversato la coscia. Il secondo si è conficcato nell’anca. E il mondo si accartoccia in un grumo di buio e dolore. Sta per perdere i sensi. Enzo lo sa.

Il cane non molla. Prende la rincorsa e tende la corda con uno strappo. Insiste, finché il filo spinato cede. Enzo sente la terra che gli scorre sotto la pancia, la fibbia della cinta grattare sui sassi. Poi sviene.

Quando si sveglia è dietro la carcassa arrugginita di una jeep da deserto. I cecchini di Allah fanno scintillare la carrozzeria a intervalli regolari. Il cane lo osserva con la lingua fra i denti, accucciato nell’ombra. Sotto il sedere il sangue ha già impastato la sabbia. Deve muoversi, in fretta. Prova ad alzarsi ma ricade come un sacco di riso, uno di quelli che il nonno teneva in cantina. Si strofina gli occhi annegati nel sudore e si aggiusta il casco. Ci sono solo un centinaio di metri fino all’edificio dove è appostato Gianni. Ma non può farcela. Non con una gamba sola. Nemmeno se è il cane a trascinarlo. Appena uscirà gli staccheranno la testa. Come un cretino allo scoperto. Non aspettano altro, gli ha detto Gianni.

Gianni.

Enzo ascolta l’aria infuocata e si accorge che Bart tace. Forse già tace da un pezzo. E per un istante pensa al peggio. L’hanno colpito. Ed è colpa mia. Tutto per un cane. Per un cazzo di cane. Poi lo vede.

Gianni è al piano terra, spalle al muro e l’M40 a tracolla. Sgattaiola come un soldato vero dietro alla station wagon. Non sembra più il ragazzo di paese con la fissa per le magre senza tette. Si inginocchia nell’unico punto allo scoperto e costringe i kebabbari al silenzio. Li martella per alcuni secondi, la spalla cede a ogni rinculo, poi lo raggiunge.

“Mi hanno preso. Tre volte. L’ultima è brutta.” Enzo lo guarda con le labbra che tremano. Glielo ha chiesto anche senza parole ma non vuole saperlo.

Gianni controlla. “Sì è brutta,” conferma. E ha una mano che trema. Ha gli occhi persi ma sembra ancora calmo. “Ora però alzi il culo da qui e saltelli con me fino alla postazione.” Indica il cane. “Lui lascialo correre avanti.”

Enzo scioglie la corda ma il cane non si muove. “Forza bello, vai,” lo incita. “Ci vediamo dentro.” Il cane si accuccia, sporge il muso e lo ritrae, come ha imparato a fare nei mesi trascorsi nella scacchiera. Un proiettile colpisce la carrozzeria. Un altro, un sasso pochi metri più in là. Il cane aspetta, poi scatta. Veloce, ma non come prima. Zoppica. Hanno colpito anche lui. I fischi si intensificano, come gli schianti. Gli ultimi sull’intonaco aggrappato a fatica alle mura esterne.

Gianni si cinge le spalle con il braccio di Enzo. Si sporge e spara una raffica di copertura. Poi al tre escono allo scoperto. Enzo barcolla. La gamba buona si incendia al secondo salto. Si appende al corpo di Gianni che nel frattempo spara a caso alle loro spalle. Verso una zona indistinta fra A2, A1 e la fine della scacchiera. Le pallottole sibilano a destra e sinistra ma ormai hanno raggiunto la station wagon. Pochi passi e sono al coperto.

Due tonfi sordi dietro di lui. Una staffilata al gomito libero. Poi Enzo inciampa.

Cadono entrambi. Gianni, che è grosso il doppio di lui, gli è sopra con tutto il suo peso. Per metà sono dentro all’edificio, all’ombra, avvolti da una nuvola di polvere. Solo le gambe bruciano al sole che ormai è già alto.

“Ce l’abbiamo fatta brutto figlio di una campagnola,” Enzo prova a sembrare felice fra gli spasmi lancinanti della gamba ferita. “Tu e il tuo cannone mi avete salvato il culo.” Esita. Cerca l’animale con gli occhi e lo trova accucciato in un angolo. Il muso adagiato sulle zampe. Il respiro lento. Il corpo immerso in una pozza di sangue e urina. “Ci avete salvato il culo.” Si sforza di dirlo. Ci vuole credere fino in fondo. “Il mio e quello di Nebbia.” Quel nome. Chissà da dove è arrivato. Poi torna con lo sguardo sulle spalle possenti di Gianni. “Ora però, bello, devi spostarti o muoio soffocato.”

Ma Gianni non risponde.

Ed Enzo sente la mano umida di un liquido caldo.

“No, no, no,” balbetta. E con tutte le forze rimaste spinge via la mole del compagno che rotola sulla schiena. Gli si avvicina strisciando e gli slaccia il gilet. Ha le mani che tremano. Sente freddo come fosse nudo. Come fosse l’inverno della sua valle. Sul torace di Gianni non ci sono fori. Il giubbotto l’ha protetto. Ma un fiotto rosso gli cola dal collo e un altro dall’anca. Prova a ostruirli come può e accosta l’orecchio alle narici dell’altro. Sente aria. Poca. Ma Gianni respira. “Forza, bello, resisti che ora ci inventiamo qualcosa.” Enzo sorride. “Non vorrai mica lasciarmi qui da solo con questi kebabbari del cazzo, no? Adesso gliela facciamo vedere noi. Io, te, Bart e Nebbia. Ripuliamo questa cazzo di fogna e ce ne torniamo al paese. Alla seccardina glielo dico io che ti sei innamorato.”

Gianni solleva un mano e gli afferra il polso. “Sei un cretino,” sussurra.

“Sì, sì, sono un cretino,” Enzo singhiozza. Ride. Piange. “Sono un super cretino.” Balbetta. “E sai che facciamo? Quando torniamo al paese la Ducati te la regalo. A me non serve. Ho la Playstation e un po’ di fica si trova. Ora ho anche il cane.”

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Immagine  —  Pubblicato: 25 aprile 2016 in Micronarrabit
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