Sitta europea

Tui-tui-tui, è tempo di nido, dice Padre dall’alto delle sue piume regali. Tui-tui-tui, trova un compagno, insiste Madre, beccando la ghianda. Incastrata nella corteccia, la rompe, mi guardano mentre la ingoiano, poi accigliati volano via.

Davanti ho il foro nel tronco, abbandonato durante l’inverno. Dentro e fuori aleggia ancora la storia di Rosso. È caduto fra gli artigli di un’aquila, Rosso, e non tornerà. Prendigli il nido, è tuo, dice Padre, che governa sui picchi del bosco. Ma che ne so io di nidi. Che ne so io di compagni. Le piume blu sono nuove e lucenti, quelle arancio ancora arruffate, che ne so.

Zampetto a fatica come mi hanno insegnato, do seguito alla tradizione. Fango, argilla, saliva, tui-tui. Stringi il foro, proteggi la prole futura, tui-tui. Fango, argilla, saliva, tui-tui. Poi li sento galoppare lassù, mi volto e li vedo. Camosci con il pelo che cambia, piccoli, grandi, nella neve ventata. Li seguo su e giù e sospiro, deve essere bello saltellare così. Deve essere bello non essere costretti a volare.

Lui invece appare più in basso, il suo piumaggio, festoso. Avanza raggiante, anche lui blu sul dorso ricurvo, anche lui arancio sul petto e sul ventre. Ha le ali nascoste, due zampe lunghissime. Ma deve essere per forza uno di noi. Insolito, vagabondo, viene da fuori, chissà. Magari è uno di quelli un po’ pirati dei racconti di Rosso. L’argilla scivola a terra, zampetto, tui-tui.

Si avvicina e sento il suo canto meraviglioso.

Non sento un cazzo. No ecco, adesso ti sento. Qui il segnale va e viene. Cinguetta così, dal suo becco rosato. E sì, è tardi lo so, ma che vuoi. Che dovevo fare ieri sera, cacciare via Bruno? Cosa? Evitare le ore suoi social? Mettere la sveglia? Ma che cazzo, Luca, pure tu ti ci metti?

Spicco il volo fino al ramo più basso. Da qui sento meglio la scia, il suo odore. È denso, lo inalo e mi cigola il becco, tui-tui. Non so niente di nidi, né di compagni. Si inizia forse così?

La cascata? Certo che è formata. Da qui già la vedo. Sì, un bel culo. L’ultima volta è stato nel 2006, mi sa. No, no. Il ghiaccio è bello bianco. Almeno da qui. Caldo? No, dai. Diciamo che non fa proprio freddo. In che senso, scusa. Tornarci un’altra volta, tanto le montagne stanno lì? Ma sei impazzito? È un’occasione che non si ripete.

Basta esitare, basta essere la me di sempre! Salto nel vuoto, e mi lancio, batto le ali verso di lui, tui-tui. Poi ci ripenso, sono pur sempre la figlia del re. Non dovrebbe essere lui a corteggiarmi? Artiglio la corteccia del faggio e inspiro l’alone, mi trema la coda. E lui cinguetta, cinguetta un richiamo che sa di noci e scarafaggi croccanti.

Vaffanculo, Luca. Parliamo di cose serie, piuttosto. Devi chiamare Rotoni. Come Rotoni chi? Quello di Alpino. Devi dirgli di darmi tempo. Oggi gli tiro fuori la salita del secolo. Non esagerare? Non sto esagerando. Ce la giochiamo come la prima solitaria, WI6, al di sotto del Po. Che ne so, quello forte con gli slogan sei tu. Devi chiamarlo. Per favore dimmi che lo chiami. Pregalo se c’è bisogno.

Afferro una bacca, forse se gliela porto, chissà. La tradizione non dice così? Al diavolo la tradizione, che ne so io di nidi, che ne so io di compagni. Questo poi, ha il becco morbido, sembra, e gli occhi da falco. Mi inquietano, sì, un po’ fanno paura, ma dentro sono come un fiume al disgelo. Blu sul dorso, arancio sul ventre, deve essere per forza uno di noi. Spicco il volo. Basta essere la figlia del re!

Se mi molla anche Rotoni è un casino, Luca. Ho la banca col fiato sul collo.

Da quassù vedo le due zampe di sopra, una piegata di lato alla testa. Da quassù il suo cinguettare mi sfugge, e quasi vorrei che rimanesse così. Quasi vorrei non averlo intravisto laggiù, annusato, tui-tui. Da quassù vedo i camosci e il loro trotto stentato, i piccoli che si rincorrono nella neve profonda, giocano. Poi la madre che capisce prima di loro, li raggiunge, uno lo spinge. All’altro addenta un orecchio mentre la neve scivola via, sibila, fruscia. Tui-tui, mi suona dentro un allarme, dice pericolo, scendi, colpisci.

Dice salvalo, salvalo, salvalo. Che ne so io di compagni, ma è tempo, dice Padre, è tempo, insiste Madre. Così chiudo le ali, mi lascio cadere. Poco prima dello schianto le apro, e lo centro sul petto, rimbalzo. Lui si agita, cinguetta impazzito, ma sono riuscita a rallentarlo. Volo, un’ala è malconcia, poco male, torno in picchiata, salvarlo, devo salvarlo. La slavina ruggisce. Colpisco, ruggisce, colpisco, ruggisce. Mentre si solleva la nuvola bianca, lui finalmente indietreggia. Il boato ci spazza entrambi lontano, salvi, vicini.

Cazzo, cinguetta, si scrolla il biancore di dosso, e io insieme a lui. Si alza, e io insieme a lui, tui-tui. Si tocca il petto arancione, e io guardo il mio. Qui giù, sono io, cinguetto, tui-tui. Ti ho salvato tui-tui, siamo uguali io e te. Zampetto verso di lui, saltello, chissà se tutto inizia così.

Sto per beccargli le zampe, ma un fruscio che conosco mi fa ombra dall’alto. Che pensavi di fare, dice Padre severo mentre si posa, tui-tui-tui. Non ti abbiamo insegnato niente, insiste Madre lì accanto, tui-tui-tui. Mi spingono di lato. Lui che ho salvato riprende a marciare, nemmeno mi nota e quasi mi schiaccia. I miei saltano, mi trascinano, mi obbligano a riprendere il volo, volare, sempre volare. Verso l’alto, poi in cerchio, torniamo al nido del Rosso, il mio. Penne prostrate, sto per tornare al mio da fare. Fango, argilla, saliva, tui-tui. Stringi il foro, proteggi la prole futura, tui-tui. Che ne so io di nidi. Che ne so io di compagni. Ma Padre mi ferma, indica col becco un movimento lontano.

È tempo di caccia, mi lancio.

** “Solo” è fra i 5 racconti finalisti del Premio Letterario Roberto Iannilli 2019. E’ la storia di una manciata di ore della vita di Marco, raccontata da nove femmine appartenenti alla fauna appenninica. Quella qui sopra è la sesta.

Le prime cinque sono qui:

  1. https://narrabit.wordpress.com/2019/10/24/solo/
  2. https://narrabit.wordpress.com/2020/01/31/solo-scorpione/
  3. https://narrabit.wordpress.com/2020/08/11/solo-3/
  4. https://narrabit.wordpress.com/2020/08/13/solo-4/
  5. https://narrabit.wordpress.com/2020/08/20/solo-5/

Vipera Ursinii

Sono sicura del sole che scalda, lo sento nella neve che scioglie, che scola sulla mia lingua assetata, sì, sono sicura, ed esco dall’oscurità scongelando le squame, sospendendo il letargo, la stasi, esco per sopravvivere all’inverno di sonno, l’inverno subdolo che ci sopprime, che ci schiaccia se ci abbandoniamo, esco e il tepore mi investe, e sento il richiamo delle solite spinte, del desiderio, della sete da sopire, della pelle che scricchiola, esco, salgo in superficie, dove il freddo è scivolato via, sordo, esco e appena sono fuori lo vedo, e non è un essere schivo del bosco, né uno aggressivo sul sentiero di caccia, ma un esemplare insolito che a balzi sospinti scuote la terra, trema il suolo, le scosse mi colpiscono il ventre e le ascolto, mi accarezzano prima, mi sussurrano poi, le sento le sue vibrazioni, sussulti leggeri che mi scolano dentro, come fossero spire maschie nei giorni assidui delle danze, nel tempo che precede le nascite, così mi schiaccio, striscio verso i passi possenti, per vibrare e sentire, seguire il richiamo, e mentre striscio lo osservo, osservo i suoi peli scomposti, le labbra schiuse e richiuse, gli occhi fissi su un oggetto luminoso, e le squame a colori, e le splendide zampe che sbattono e scuotono, stilettate sottili, piacere accennato, sospeso e infine sospinto nelle mie viscere, striscio, striscio più lesta verso di lui, scivolo sulla neve assolata, e in breve gli sono vicina, gli sfioro le zampe all’interno di un passo, poi gli sfilo di fianco ma lui non mi sente, non abbassa lo sguardo, e allora mi sollevo e ricado, sibilo, striscio via e lo precedo, mentre passo gli danzo nei pressi, e mi disseto di vibrazioni, di scosse che mi massaggiano dentro, come i sussulti del maschio che mi assale, mi avvolge e mi stringe, così sosto e aspetto, striscio via e aspetto, striscio via e aspetto, striscio lontano dove il sole splende, esito, poi lascio scricchiolare la pelle sul muso e la squarcio, fuoriesco per lui rinnovata, squame di seta, osservami, squame lisce di sole, guardami, danzo per te, ti svelo il segreto profondo, il sospiro del tempo che scivola via, sospeso, riavvolto, e mi scuoto via dalla coda l’ultimo straccio sudicio cosparso di ieri, gli mostro la veste rinata e sibilo, striscio, mi alzo e lo chiamo, ma lui mi schiva, quasi mi scalza e prosegue, solo.

** “Solo” è fra i 5 racconti finalisti del Premio Letterario Roberto Iannilli 2019. E’ la storia di una manciata di ore della vita di Marco, raccontata da nove femmine appartenenti alla fauna appenninica. Quella qui sopra è la quinta.

Le prime quattro sono qui:

  1. https://narrabit.wordpress.com/2019/10/24/solo/
  2. https://narrabit.wordpress.com/2020/01/31/solo-scorpione/
  3. https://narrabit.wordpress.com/2020/08/11/solo-3/
  4. https://narrabit.wordpress.com/2020/08/13/solo-4/

cinghialeSus scropha

Affondata nel fango, mi rotolo. Strofino la schiena. Zampe all’aria. Ricado con un tonfo sordo. È l’età. Un tempo avevo più grazia. Più portamento. Mi ronzavano intorno anche i maschi venuti da fuori. Ora, invece. Ora ho zoccoli abrasi, canini scheggiati. Addosso, i segni delle stagioni.

Mi guardo attorno. I covi tacciono. Le foglie che li ricoprono, immobili. I miei due capolavori dormono ancora. Sani e robusti. Quasi pronti per il bosco. Annuso l’aria nuova, rinata col giorno. Fa già caldo e non c’è tanfo di predatore. Ma è troppo presto per iniziare a spostarsi. Aspetteremo le ombre lunghe dell’imbrunire.

Sprofondo il ventre nella melma odorosa. Gli occhi attenti al vibrare delle fronde. Le narici tese verso gli aliti di valle. Poi le sento. Nitide, trascinate dalla brezza. Parole che riconosco. La lingua dei bipedi che ci cacciano. E scatta l’allerta. Forse dovrei svegliarli. Eppure qualcosa mi dice che è meglio il silenzio. Mi sollevo lenta dalla pozza. Passi silenziosi fino alla spalletta. Mi sporgo.

Sì tesoro, lo so, dice il bipede. Lo dice dentro a un gingillo che tiene incollato all’orecchio. Dormivi, lo so, ma avevo bisogno di due parole. Non è vero, dai. Lorenzo non si sveglia nemmeno a cannonate. Siamo stati fortunati io e te. In che senso solo io? Ancora questa storia che sto sempre fuori? È il mio lavoro, lo sai. Se facessi l’amministratore delegato sarebbe anche peggio, fidati. Sì chiaro, a parte i soldi. A proposito di questo, sono preoccupato.

Lo ascolto e so che è sincero. Lo annuso e so che parla a una femmina. I suoi pori straripano di un profumo molesto. Mi avvicino per osservarlo meglio. Il cespuglio di rovi mi copre. Sento il suolo vibrare. I suoi passi distratti attraverso le pietre.

Come di cosa? Il bipede ha alzato la voce. La femmina lo ha fatto alterare. Ma hai visto le visualizzazioni? I like? Se in giornata non aumentano lo sai che succede. ClimbTech si è già sfilato. Rotoni, di Alpino, mi ha mandato una mail che parla da sola. Se mi molla anche lui con che li compro i pannolini?

Si ferma. Si volta e mi dà le spalle. No. Non è un cacciatore bifolco. La tensione scivola via lungo la coda. Grugnisco e mi accuccio. La neve mi piace meno del fango. Lo guardo. No, non è uno di loro. Non ha sovrapelli maculate. Niente sputasassi esplosivi. Sul dorso colorato porta artigli ricurvi. Artigli di metallo. È uno di quelli innocui. Un bipede solo, in cerca di guai.

No, non intendevo dire che è colpa tua perché non hai la maternità.

Gesticola, il bipede. Cenni larghi verso il cielo. Spinte nel vuoto. E a ogni spinta il suo profumo volteggia. Il vento lo spinge nella mia direzione.

No, non intendevo nemmeno dire che è colpa dei pannolini di Lorenzo.

Profumo elettrico. Mi scuote. Ma non è possibile alla mia età. Ormai sono buona per scavare. Quello sì. Ottima per insegnare. Conosco i tragitti attraverso la terra dei lupi. La monta però. Quella no. Ho già alle spalle le stagioni gloriose. Là nei covi, i miei ultimi capolavori.

Che intendevo? Non lo so che intendevo. Intendevo solo che vogliono risultati. Qualcosa su cui puntare. Ma oggi vedrai che ci riesco. Dopo oggi, vedrai –.  Si azzittisce, il bipede. Bofonchia sottovoce. I suoni bassi dei maschi possenti.

Guarda il gingillo. Lo picchia con le zampe anteriori. Si scalda. E più si scalda, più il suo calore si gonfia. Mi investe a ondate. Il ventre trema. La neve fonde.

Ma che fai mi attacchi in faccia? Io ti chiamo perché ho bisogno e tu –. Tu mi attacchi? Che c’entra dove sono? Nel bosco. Quasi alla selletta. Il segnale? Che c’entra il segnale. Il bipede fissa il gingillo. Lo solleva. Cerca qualcosa. Forse la femmina a cui sta gridando. Sì, forse è il segnale. Ora parla normale. Scusa, è che sono nervoso. Prima di richiamarti ho dato un’occhiata e niente. I numeri sui social stanno piantati.

So che non devo ma mi alzo. Grugnisco. Sfrego le setole sul tronco. La corteccia del faggio trascina via il fango. Lo guardo. Grugnisco e lo chiamo. Guardami, gli dico.

Ma oggi, tesoro, oggi è il nostro giorno. Oggi rimettiamo le cose a posto. Vedrai.

Struscio l’altro fianco. E cade il fango. Cadono i parassiti. Cadono i resti lordi dei giorni. Raschio via le stagioni che scivolano a terra. La vecchiaia. Gli zoccoli laceri. I denti scheggiati. E mi preparo all’incontro.

Che vuol dire stai attento? E poi con quel tono. Dovresti incitarmi, no? Come dite voi psico-cosi? Darmi supporto. E invece, stai attento, come fossi un deficiente alle prime picche.

Onde veloci, adesso. Onde di profumo nervoso. Cariche. Dense. Non resisto. Mi lancio. Galoppo quattro passi verso di lui. È ancora di spalle. Non mi vede. Recedo. Grugnisco.

Hai ragione, mi girano a mille. Dormito poco. Ci mancava solo Bruno, ieri sera. Poi alzato tardi. E ora fa già caldo. Ma vedrai che metto le cose a posto. Vedrai.

Mi sfogo sul faggio. Raschio il pelo. Trascino i canini. Grugnisco. Sventolo all’aria le setole lucenti. Guardami e ti corro incontro. Guardami e mi piego sotto il tuo ventre.

Che c’entrano ora la solitudine e il silenzio? Certo che lo faccio per quello. Anche. No, non è vero. Non è vero che da ieri sto più online che fra le montagne. Funziona così, fa parte del gioco. Sì, ho capito, devi andare. Lorenzo che piange. La poppata. Va bene, sì. Ti chiamo quando scendo. Sì. Ciao.

Si pianta il pugno sulla fronte. Aspetta. Sospira. La femmina sembra sparita. Imprigionata dentro al gingillo. Risucchiata via insieme al profumo muschioso. In fretta. Senza preavviso. Lo cerco, il profumo. Annuso l’aria che ondeggia. Le spirali. Avverto tracce interrotte. Flebili.

Ma ancora sufficienti. Mi alzo decisa. L’ultima occasione non la spreco davvero. L’ultimo balzo nel buio saporito. Carico gli zoccoli e il pelo si rizza. Grugnisco.

E mi risponde un grugnito minuto. Poi un altro. Lì a fianco. Mi volto. I miei due capolavori mi osservano stupiti. Sguardi che chiedono. Sguardi che pesano. Smontano. Dissolvono. Frutti fulvi delle stagioni che non torneranno. Mi schiacciano addosso il muso levigato. Si scontrano. Litigano, con la fame che li accende. Mi stendo su un fianco e li lascio addentare.

Guardo lontano. Il bipede si allontana. Zampe fragili, le loro. Passi rigidi e incerti. Chissà che fatica. E sento i suoi zoccoli cigolare sulla neve indurita dalla notte.

** “Solo” è fra i 5 racconti finalisti del Premio Letterario Roberto Iannilli 2019. E’ la storia di una manciata di ore della vita di Marco, raccontata da nove femmine appartenenti alla fauna appenninica. Quella qui sopra è la quarta.

Le prime tre sono qui:

  1. https://narrabit.wordpress.com/2019/10/24/solo/
  2. https://narrabit.wordpress.com/2020/01/31/solo-scorpione/
  3. https://narrabit.wordpress.com/2020/08/11/solo-3/

esemplare-di-lupoCanis lupus italicus

Ancora quel verso. Un uccello acuto. Tre squilli, poi niente.

C’è odore di paura nell’aria. La mia? Tiro via dal pelo il sapore del sangue. Il mio, lo so. Ma forse potevo evitarlo. Sottrarmi. Abbassare le orecchie. Fuggire. Pensare ai miei piccoli. Miei, da difendere. Ma non è il compito di una madre insegnargli a ringhiare? A preparare gli artigli?

Tre squilli, poi niente. Troppo identici per essere un uccello. Troppo tardi per gli uccelli che salutano il sole.

Mi avvicino cauta, serpeggiando fra le radici. Cerco nella brezza profumo di cibo. Devo mangiare e tornare alla tana con qualcosa per Uno, Due e Tre. Tre, soprattutto. Il più grande, magro come un capriolo appena nato. O forse Due? Che è più forte e ha già nelle zanne la potenza del padre? Nutrire il più forte o aiutare il più debole?

Una fitta mi blocca. Cado. Su un fianco ho una ferita profonda. Sento dolore a ogni spinta. I denti del cane rabbioso? Quello fulvo che mi ha preso alle spalle? Sulla zampa ho i segni dell’altro. Quello bianco con la coda a uncino. Prima ci attaccavano se varcavamo il recinto. Se puntavamo uno di quegli stupidi uccelli che non sanno volare, dietro alla rete. Ora no. Ora vengono a cercarci nel bosco. Attraversano senza permesso la nostra terra. Non gli bastano le feci sparse sul confine? Non lo sentono l’ululato di Alfa? Ma la colpa non è loro. La colpa è di Tre e dei suoi tremori. Non si trema di fronte al nemico.

Di nuovo tre squilli. Poi il silenzio. Provengono dalla tana tutta spigoli, vicino all’erba. Siget, la chiamano i bipedi.

Lecco via il sangue. Stringo le zanne e proseguo. Zoppico ma devo mangiare. Devo mangiare se voglio guarire. Guarirò? Tornerò a cacciare? O finirò a rovistare per sempre fra i loro rifiuti? Sono quasi alla radura grigia dei bipedi. Mi accuccio. Striscio fra le foglie. Mi protegge l’ombra degli ultimi alberi. In giro non c’è nessuno. Possibile? Con le prime ombre che già rigano la terra? Vedo lontano il cassone di metallo. Chiudo gli occhi e cerco di scomporre la puzza che mi galleggia intorno. Marcio, bruciato, decomposto. Poi fra il decomposto e il dolce sento odore di maschio. Maschio senza prole, sembra. Un brivido mi scuote. Mi scuote? Perché mi scuote? Poi lo vedo.

Ha gli squilli fra le zampe anteriori. Batte gli artigli su un oggetto luminoso. E pare azzittirli. Si stira. Dormito poco, dormito male, dice nell’oggetto. Svegliato tardi, ma buongiorno a tutti lo stesso. Giornata spettacolare. Ora tocca sbrigarsi. Batte ancora gli artigli e si infila l’oggetto nella zampa posteriore. A che serve? I bipedi parlano fra loro. Non parlano alle cose. Chi sei, bipede, sei uno di loro? Mi sposto per annusare meglio. Accucciata dietro a un tronco, aspetto. Cerco la scia di quell’odore di maschio.

Ora il bipede si agita scomposto. Ha fretta. Era tranquillo davanti all’oggetto. Ora è nervoso. Come Uno, quando insegue una lepre. Uno che esita. Si lancia tardi, Uno. Ma imparerà. Se sopravvive fino al caldo e alle foglie verdi, imparerà. Sopravviveranno i miei cuccioli? Guardo il cassone. Dovrei andare? Meglio aspettare? Il bipede è troppo vicino. Lo vedo accovacciarsi su quella terra dura e grigia che stendono ovunque. Muove cose sparse. Ne raccoglie alcune e le infila in una sacca. Chi sei bipede? Sei uno di loro? Uno dei padroni dei cani rabbiosi che ci hanno attaccato?

Il suo odore di maschio mi aggredisce a folate. Maschio teso, gonfio di calore. Odore che mi finisce dentro. Odore che cerco. Che quasi mi fa dimenticare la fame. Le ferite. Il dolore.

Chi sei, bipede? Perché parli in un oggetto? Perché il tuo odore mi arriva così forte?

Cibo. Sta infilando anche cibo nella sacca. Annuso piante secche. Annuso bacche. Annuso carne essiccata. Le spinge dentro. Rapido, con forza. E il suo odore si macchia di ansia. Ha esitato anche lui? Si è lanciato troppo tardi? Anche la sua lepre è fuggita? Chiude la sacca e la lascia in un angolo. Ne apre un’altra e ci infila dentro il resto. Bofonchia qualcosa. Rumori carichi di attesa.

Sfodero i canini. Se è uno di loro pagherà per ciò che hanno fatto i suoi cani. Mi accuccio con i muscoli tesi. Ma un’altra fitta mi toglie il respiro. Forse non è tempo di vendetta. Devo pensare a mangiare. Al cibo per Uno, Due e Tre. Al cassone. Alla sacca. O sto usando i miei cuccioli come scusa? Per la mia debolezza? Per quell’odore di maschio che mi mette gli artigli a riposo?

Non è uno di loro. No. Lo vedo infilarsi una pelle colorata. Soffice. Piume inodori gli svolazzano intorno. Lo riconosco. È uno di quelli che riempiono di versi sguaiati la terra del mio branco. Entrano con addosso l’odore dei cuccioli che non sanno cacciare. Se ne vanno con la paura che gli cola dai pori. Salgono e scendono le montagne senza riportare niente alle tane. Chi siete? A cosa servite?

Lo seguo da lontano mentre si avvia. Getta uno sguardo verso la cima fredda che spicca dai pendii innevati. Inspira. Dalla pelle gli sfugge un profumo ruvido e denso. Perché? Perché sento questo richiamo potente? Questa voglia di accucciarmi e sentire i suoi denti sul collo? Il suo ventre caldo che si avvicina? O magari solo una carezza sul dorso, di quelle che concedono ai loro cani? Perché?

Mi fermo dove finisce il bosco. Dovrei continuare a seguirlo per capire? Lo vedo di nuovo con l’oggetto luminoso fra le zampe. Parla coi bipedi invisibili? O come me, parla a sé stesso? Gli alpinisti, dice, si inventano un sacco di storie. Ma in realtà quello che facciamo è fuggire alla noia. Alla noia di essere all’apice della catena alimentare, creature senza predatori, predatori di tutti gli altri, predatori dei nostri simili. Scalare diventa aggiungere una scintilla alla vita, fare un passo indietro. Finire braccati dal pericolo, prede di un predatore invisibile che sta dentro e intorno a noi e ci insegue. Perché in fuga la vita ha più senso. La senti che pulsa, la vita. E smette di essere qualcosa che dai per scontato. Qualcosa che trascini da un oggi ammorbato a un domani identico.

Tranquillo, davanti all’oggetto. Ora diverso, mentre trotta verso la valle. Chissà perché. Seguirlo? A che servirebbe?

Mi volto verso la radura grigia. Non si muove niente nell’isola abitata dai bipedi, al confine con la nostra terra. Mi lecco via il sangue dalle ferite. Presto tornerò a cacciare. Guardo il cassone. Guardo la sacca nella tana con gli spigoli. Da dove comincio?

** “Solo” è fra i 5 racconti finalisti del Premio Letterario Roberto Iannilli 2019. E’ la storia di una manciata di ore della vita di Marco, raccontata da nove femmine appartenenti alla fauna appenninica. Quella qui sopra è la terza.

Le prime due sono qui:

  1. https://narrabit.wordpress.com/2019/10/24/solo/
  2. https://narrabit.wordpress.com/2020/01/31/solo-scorpione/

SatantangoTornato da Budapest volevo leggere un romanzo ungherese. Cercando qui e lì sono incappato in Satantango di László Krasznahorkai. Cosa di preciso mi avesse convinto non lo so. Ma ora come ora, due o tre motivi per cui vale la pena leggerlo li ho chiari.

Quando hai finito Satantango, la domanda a cui non sai ancora rispondere è chi è il protagonista. E questo non perché sia un romanzo corale. Per fortuna non lo è. I personaggi sono quelli, ben delineati, alcuni ai confini con la tipizzazione. Non lo sai perché il testo è costruito a scatole concentriche. E a seconda di quella a cui ti affidi il protagonista cambia.

Krasznahorkai affronta due temi in particolare. Da una parte, la leadership salvifica e le dinamiche di inganno, cedimento e conflitto comuni a tutti gli esseri umani. Immaginate una fattoria collettiva appena dopo il crollo del comunismo. Immaginate che dentro ci viva gente disperata e abbrutita che, assiepata per lo più in una locanda un po’ surreale fra fumo e alcool e pioggia, aspetta il più valoroso di loro che tonerà a salvarli. E immaginate che il Batman in arrivo viaggi con un Robin al seguito, ma che i due, più che a Batman e a Robin, assomiglino a un Don Chisciotte scaltro e a un Sancho Panza fobico. Ecco, il resto è molto meglio di come ve lo immaginate. In quell’accostamento fra comico e tragico che ricorda appunto la parodia dell’epica cavalleresca.

Dall’altra parte, il tema della forza deformante e poderosa della scrittura in quanto atto creativo, luogo primordiale della nascita di un universo che le parole rendono tangibile. Tangibile e vero in quanto privo di incoerenze, giustificato, credibile.

La prosa ribollente non ammette distrazioni. Il salto rapido da una testa all’altra della banda di Irmias, il cambio di punto di vista senza avviso, sotto la tutela sapiente di un capocomico onniscente, sono spiazzanti come le curve rapide di una stradina fangosa e viscida. Una stradina che assomiglia fin troppo a quella su cui si dispiega il viaggio dei personaggi di Krasznahorkai, che partono per un luogo ma arrivano in un altro.

Europe Central è un collage di parabole di uomini di peso alle prese con decisioni cruciali. Vollmann descrisse più o meno così le sue 800 pagine di echi, corrispondenze, battaglie al fronte e nelle viscere dei suoi protagonisti.

Come diceva Eco però, spesso un libro importante è più intelligente del suo autore. Perché EC è ben più di un collage di parabole. E’ una vera sinfonia letteraria di cui Vollmann riesce a orchestrare ogni voce, ogni amore, ogni esplosione, ogni dramma. Usando l’opera di Shostacovich come pentagramma guida, il prima, il durante e il dopo la Seconda Guerra Mondiale diventano una storia parallela – e in certi casi deformante – ai fatti che conosciamo. Una storia documentata, gloriosamente falsa ma significativa. Come tutte le storie costruite bene.

Qualcuno ne ha voluto fare un manifesto liberale contro le dittature dei due colori. Facendo il solito errore riduzionista di trasformare un narratore in un saggista. E di conseguenza, la letteratura con la elle maiuscola, nel più facile degli story telling propagandistici. EC, per la fortuna dei lettori, è ben altro. E lo è proprio perché le varie propagande narrative le mette in scena e in difficoltà. Non a caso, dei due protagonisti del triangolo amoroso che fornisce un colore all’arcobaleno di Vollmann, uno non fa altro che resistere, con successi e cadute, alla seduzione della propaganda, mentre l’altro ne diventa l’eroe indiscusso. Shostacovich resiste fino in fondo, Roman Karmen racconta per sempre la versione sovietica della storia.

EC non è un libro facile. E’ ricolmo dei vuoti di attesa e dei pieni dirompenti della settima sinfonia di Shostacovich. Per leggerlo con piacere bisogna quindi saper ascoltare, stare a tempo, e prepararsi a cavalcare l’onda degli ottoni e degli archi quando le vicende e la lingua – soprattutto la lingua – galoppano.

In EC, il leader nero Hitler, e quelli rossi Lenin e Stalin, vengono apposta ridotti a ingombranti presenze sullo sfondo. Il nazista insonne e gli scaltri sovietici, da direttori d’orchestra diventano i timpani di fondo che mimano i suoni della distruzione, della guerra, della terra bruciata. Sul proscenio, ad agitare la bacchetta, ci sono uomini e donne discutibili, vacillanti, di secondo piano ma determinanti. Uomini e donne che con le loro scelte la guerra l’hanno fatta, modificata, indirizzata. Uomini e donne che tradiscono.

Perché il tradimento, di persone e ideali, sembra il filo rosso – o nero, fate voi – che attraversa tutto il romanzo. I generali che cambiano casacca. Gli amanti che cambiano letto o che sposano la causa – invece del partner – qualunque essa sia. O che, peggio, oscillano fra uno e l’altra in continuazione, facendo echeggiare nella sinfonia le frasi dei loro strumenti. Tradimento su cui Vollmann non moralizza mai, che per l’autore sembra essere parte del conflitto. Conflitto che è la cifra ultima delle relazioni, interpersonali e internazionali, della specie umana.

Tradimento su cui gli unici a intervenire – oltre a metterlo in scena – sono i protagonisti stessi, in maniera spesso surreale e straniante, e i due narratori, a cui in quei casi Vollmann assegna le tonalità comiche di una tromba stonata che il direttore rimette subito in riga.

time'sarrowTime’s arrow è un libro geniale. L’unico che abbia mai letto scritto in cronologia inversa. Martin Amis racconta la storia di un uomo che nasce vecchio e passa la vita a ringiovanire. Al momento della nascita una coscienza nuova, veramente neonata, entra nel suo corpo. Ed è lei la voce narrante. Che scopre e impara insieme a noi.

Certo, c’è l’eco del Benjamin Button di Fitzgerald fra le righe di Amis. Ma Amis osa e va oltre. La storia di Tod Friendly (che in realtà non si chiama Tod Friendly e non è americano) è raccontata veramente al contrario. I dialoghi sono inversi (e qui e lì funzionano anche). Le persone camminano all’indietro, guidano le macchine guardando il luogo da cui provengono. Nello studio del dottor Friendly i pazienti consegnano una prescrizione, ascoltano il medico, escono tristi e poi sostano in sala d’aspetto prima di andarsene. Gli amori iniziano turbolenti e litigiosi, evolvono in fasi romantiche e poi si spengono. La coscienza che guida il lettore impara quindi un mondo che per il lettore va indietro. Lo considera però l’unico mondo possibile.

“Creare è facile – gli fa dire Amis – è distruggere che è difficile.”

E’ facile immaginare la carica ironica tanto dell’insieme, quanto dei singoli episodi. Basta pensare alla slapstick comedy e ai primi esercizi cinematografici sul reverse mode. Mandata indietro, qualunque cosa fa ridere. Mandati indietro gli omicidi diventano atti creativi. Così Amis racconta gli orrori nel passato di Tod (che non si chiama Tod) come fossero imprese gloriose. E l’ironia, come spesso accade, li rende ancora più efferati.

Ovviamente, per chiarire tutto fin dall’inizio al lettore attento, Amis inizia il romanzo con “I moved forward” (Mi mossi in avanti).

Euscorpius_italicus

Euscorpius italicus

Non mi hai afferrato per un soffio, villica roditrice, ti ho visto, di occhio in occhio, otto frammenti, le ombre, ti ho visto, pesante, grigia contadina, inferiore, come tutti voi quadrupedi senza corazza, lenti, senza un barlume –.

Ti ho visto, ma non ho tempo da sprecare per riaffermare la gerarchia, è ancora freddo là fuori ma si avvicinano i giorni della schiusa, procreare per non perire, nutrirsi per poi affrontare il lungo digiuno, ti ho visto, ma –.

Corro lungo il muro, lo scalo, su in verticale, poi mi stringo in un foro, le chele scricchiolano, l’esoscheletro cigola, esco all’esterno che la notte è ancora spessa e mi regala il suo denso mantello, mi precipito nell’erba, sono le ore della caccia, mi –.

Per primi avverto i suoi tonfi lontani, il suolo vibra furioso, indietreggio, inarco la coda e il pungiglione è pronto a colpire, poi lo vedo e mi tranquillizzo, scruto il suo goffo ritmo binario che si allontana, è solo un bipede gigante, sotterraneo del sotterraneo nella scala delle specie, un maschio con il capo peloso, indegno dei miei secondi, gli volto l’addome e –.

Parla.

Sono due lune vuote che non sento questi gretti bipedi articolare suoni con il rostro morbido e inservibile che hanno in fondo al capo, lo sento e lo vedo, mentre armeggia con un paletto a tre zampe e ci posiziona in cima un oggetto luminoso, lo vedo e mi avvicino, si siede a terra e mi arrampico sul suo esoscheletro liscio, lo vedo e ora lo sento, grugnisce, ma non penso –.

Ciao a tutti, suona lui melodioso, e i suoni sono profondi, il mio tronco trema e i peli sonda si irrigidiscono, strano, succede solo con i maschi all’apice dell’evoluzione, che sfoggiano le chele nel periodo dell’accoppiamento, strano che –.

È una notte bellissima, articola lui verso l’oggetto luminoso, ma le parole, così le chiamano i bipedi, non raggiungono alcuno perché nell’oggetto c’è solo un capo identico al suo che lo scimmiotta, e la luna è meravigliosa, aggiunge scostandosi per fare spazio al globo nel cielo, Bruno se n’è andato da poco, non ho sonno per niente e dovrei dormire, lo so, perché domani è un giorno cruciale, dice così, e non comprendo come sia possibile che motivi tanto sublimi possano fuoriuscire da creature infime e ripugnanti come queste, infime eppure –.

Parla.

E io zampetto rapida verso il punto dove il suo esoscheletro si restringe, sotto il capo, dove le parole risuonano, la superficie oscilla e le premo contro i peli sonda, tesi adesso, e lo lascio parlare questo orrido essere, tesi come –.

Bruno mi ha chiesto perché, scandisce, e mentre si risistema quasi scivolo via, perché lo faccio, perché senza corda, perché proprio ora, che poi è quello che mi chiedete un po’ tutti là sotto nei commenti, ma la risposta la conoscete, ne abbiamo parlato spesso, ho anche provato a trovarne altre nel tempo, poi si ferma, si striscia sul rostro quei ridicoli arti superiori e le vibrazioni si arrestano, e divento impaziente, e non ti sento più bipede, la notte non durerà molto ancora e ho altre faccende a cui dedicarmi, datti –.

Parla.

Refoli importuni gli smuovono i peli sommitali, si arresta e tarda a riprendere gli squilli armoniosi, e io corro, corro su e giù irrequieta, lungo la cerniera frontale del suo esoscheletro, riprendi bipede, riprendi o assaggerai il pungiglione, e sembra capirmi perché calza un copricapo, sfiora l’oggetto luminoso con una propaggine tesa e riprende, forse ha – .

Mi piace quando non c’è nessuno, dice, ma l’ultima parola si sbriciola in un gracchio rigato, allora punge ancora l’oggetto, tossisce all’aria come il cinghiale del bosco, tossisce e sobbalzo, tossisce e le percussioni ruvide che gli rimbombano dentro mi attraversano, tossisce e quasi mi –.

Parla.

Mi piace quando non c’è nessuno, la solitudine, i grandi spazi, un uomo piccolo che si confronta con sé stesso e la montagna, e poi questa è un po’ la montagna dei miei sogni, dove tutto è iniziato, e domani, in realtà oggi ormai, farò una cosa che non ha mai fatto nessuno, la prima solitaria di una cascata senza nome, una cascata che si forma ogni dieci anni, più o meno, quindi mettete i vostri bei pollici in alto, condividete il video e, se siete lì insonni a spingere le ore verso il mattino, commentate e tenetemi compagnia, tocca l’oggetto e la luce si spegne, e insieme alla luce se ne va la melodia, e io tendo la coda, l’arriccio, scrocchio le chele, ma non –.

Parla.

Ecco condividete e commentate che sennò sto nella merda, sussurra mentre armeggia con l’oggetto, poi tace, preme, struscia la propaggine tesa sulla superficie liscia dell’oggetto, ma tace, non lo sento, non lo sento più, non sento più i fremiti sotto l’esoscheletro, e so per certo che ormai è in silenzio, allora mi defilo verso l’erba tacendo mentre il bipede si alza, l’erba chiama, devo schioccare la coda prima dell’alba, nutrirmi, infliggere –.

Lo vedo con il rostro teso verso l’oggetto, insiste, preme, lo fa illuminare, lo osservo mentre sbuffa nuvole dense, mi riposiziono per sommare meglio i frammenti, otto occhi, otto riquadri, in ognuno un pezzo di lui, lo osservo e mi chiedo cosa sarebbe accaduto fra noi se solo mi avessi rivolto uno sguardo, se solo avessi più zampe, se solo non fossi così inadeguato, se solo –.

Mentre mi allontano un brivido mi attraversa, mi volto e lo vedo, ormai distante e minuto, lo vedo e mi accorgo che, quando non spreca fiato in quegli inutili suoni meravigliosi, sembra quasi uno di noi.

** “Solo” è fra i 5 finalisti del Premio Letterario Roberto Iannilli 2019. E’ la storia di una manciata di ore della vita di Marco, raccontata da nove femmine appartenenti alla fauna appenninica. Quella qui sopra è la seconda. La prima è qui. Il racconto completo uscirà in una raccolta di prossima pubblicazione.

ghiroGlis Glis

Detto fra noi, non ho capito se ci fai o ci sei. Così gli ha detto l’anziano. Una e un’altra volta. Forse perché quello giovane ci sente poco. Ma io, qui nel mio buchetto di legno, ci sento eccome. E mi hanno svegliata, cristosanto. E ancora non è tempo. Fa freddo, ancora.

Non pensi a tua moglie, Marco? E il piccolo? Il vecchio che già odora di morte blatera così. Con quei suoni mosci e gravi che emettono i bipedi. Mi tiro la coda sulla testa. Copro le orecchie. Forse se mi sforzo riesco a riprendere il letargo. Mi spingo dentro al buco, più a fondo.

Non capisci, dice Marco. E niente. I suoni arrivano lo stesso. Puzze dolci ci fluttuano a fianco. E mi viene fame, una fame feroce. Io sono così, insiste Marco, è questo che cerco. Non potrei essere altro. Tu non capisci. Il tuo negozio, è tutto per te, no? Immagina se te lo togliessero. Se ti dicessero basta. Da domani devi fare altro.

Basta lo dico io, cristosanto. Ora ho fame e la tana è vuota. Le provviste per l’inverno, andate. Mi tocca cercare, adesso. Mi tocca cercare là fuori, nella desolazione bianca.

Al negozio non mi gioco la vita, dice Puzzadimorte. E si muove. Il suo fetore marcio rotola verso di me. Sento scricchiolare la pelle soffice che usano i bipedi. Quella che dismettono a primavera.

Ti hanno rapinato due volte. Te l’ha bruciato il tipo del pizzo. Non ti giochi la vita? E mica hai chiuso, mi pare. I suoni di Marco si fanno più acuti. E io ne ho abbastanza. Salto fuori e mi stiracchio. Spiego le vibrisse all’aria fresca. Spalanco gli occhi. Sul naso sento i primi graffi della primavera. Ma lontani, dentro la notte. Lontani, sotto i solchi di Puzzadimorte. Sotto l’odore di maschio di Marco. Delicato, come tutti i bipedi, mischiato all’aroma dolce delle loro ascelle. Odore di maschio storto e sterile, lo conosco. Di quelli che caccio a pedate, quando arrivano le settimane della monta.

Ma quello è il mio lavoro, si intromette Puzzadimorte. Che dovrei fare? Mi alzo e sfodero gli incisivi. La coda è debole ma mi sostiene. Voglio vederli in faccia, i bipedi molesti. Mi sporgo oltre le coperture di pelle e gomma che hanno alle zampe. Squittisco. Squittisco feroce. State zitti, gli urlo, ma poi capisco. Gli vedo addosso le pelli soffici e colorate. Quelle che perdono piume senza odore. Hanno in fronte l’occhio lucente. Fra loro una fiamma blu con l’acqua che bolle. Sono quelli. Quelli che d’estate arrivano a frotte. Quelli che chiamano la mia tana Siget. Quelli che pensano che non ci viva nessuno. Squittisco. Con quelli è una partita persa.

Il negozio è il tuo lavoro, dice Marco. E questo è il mio. O almeno ci provo. Lo senti questo rumore? E tende l’orecchio verso di me. Scarto di lato, la coda che fruscia. Mi alzo, squittisco feroce. Andate via, mi avete interrotto il sonno. Andate via, che ho fame. Ghiande, bacche, semi, dove li trovo? Annuso in giro. Insetti, forse gli insetti. Andate via.

Sarà un topo, dice Puzzadimorte. È piena di topi questa baracca. Topo non me l’ha mai detto nessuno. E se non fosse che sto quasi a digiuno vedresti. Scarto, mi alzo, squittisco. Cristosanto, squittisco feroce. Salgo, traverso, salgo ancora. Ho fame. Da qui almeno li vedo dall’alto.

Pensi che Bianca mi preferirebbe depresso? Perché io in ufficio ci muoio. Marco gli fa cenno. La tazza è pronta. E se c’è la tazza c’è anche la polvere bianca. Zucchero, mi pare di ricordare. Appiccica le vibrisse, è vero, inzacchera la coda. Ma la fame chiama, cristosanto. Scendo rapida e silenziosa. Il vento si infila sotto la porta. Niente profumo di predatore nell’aria. Posso avanzare. Lo stomaco rantola.

Ti preferirebbe vivo, Bianca. A casa con Lorenzo, che puzza ancora di latte. Mi avvicino e aggiro Puzzadimorte. Sono seduti su tappeti a righe morbide, che cigolano. Se mi muovo insieme a loro non mi sentono. Il rumore mi copre. Ho visto la polvere. La saliva gronda giù dalla lingua. È in un contenitore aperto. Devo essere rapida.

E che padre sarei per Lorenzo se smettessi? Tu sei un fruttivendolo, io sono un alpinista. È quello che sono. Cosa insegnerei a Lorenzo mollando? Vai nel mondo. Fai una vita di merda. Fai quello che altri hanno stabilito per te. Così dice Marco. Scarto di lato. Vicino al suo fianco. Lontano dalla puzza di morto. Allargo le narici. Quindi è un padre. Ma non profuma di padre. Non profuma di maschio con prole.

Poi mi raggiunge l’odore della polvere bianca. Saliva acre. Rantoli. La fame chiama, cristosanto.

La fai troppo complicata. Ti racconti un mucchio di storie, dice il vecchio. Mi acquatto, carico le zampe e mi lancio. Ma mentre entro nel bagliore rotondo delle loro luci, Marco si sposta. Lo colpisco, schivo, arcuo la coda. Ma lui se ne accorge. Sbatto contro il contenitore e la polvere mi piove addosso. Li sento sbraitare e scappo. Scappo verso il buio. Le vibrisse tese. Le zampe gonfie del profumo dei predatori.

Che cazzo era, l’hai visto? Marco agita le zampe anteriori. Fradice del liquido caldo. E io tremo. Tremo e sento il petto che batte impazzito. Mi lecco e li guardo. Li guardo questi bipedi colorati con le zampe coperte di gomma. Da una parte sento tanfo di morte. Dall’altra, tanfo di maschio storto, di maschio sghembo. Che non è profumo di padre.

No. Non ho visto niente. Ma che pretendi? Vieni a dormire in questa catapecchia, dice il cadavere. E il petto rallenta. Mi lecco, mi lecco, ma ora ho più fame di prima. E mi sale la rabbia. Andatevene, cristosanto. Andatevene, bipedi molesti. Scatto avanti e mi alzo. Squittisco feroce. Batto le zampe anteriori, come faccio con i predatori.

Ora sento un ronzio, dice Marco. Ma è troppo presto per le vespe. Non fa così caldo.

Prima topo, ora vespa. Non sanno con chi hanno a che fare, cristosanto. Se solo fossi grossa come voi. Ma il pensiero inutile mi muore fra i gorgoglii della pancia. Le vibrisse hanno captato qualcosa. Ora sento anche il ticchettio. Laggiù fra il muro e il pavimento. Insetto, ne sono certa. Devo essere cauta.

Mentre scivolo fra i calcinacci, Puzzadimorte ci riprova. Ora stai cambiando discorso, dice. Almeno spiegami perché da solo. Perché senza corda. Poi prosegue, perché Marco sta zitto. Ma il resto svanisce sullo sfondo. Nelle orecchie ho solo lo scrocchio dei segmenti. La corazza. Poi vedo la coda, il pungiglione. Inspiro e mi lancio.

** “Solo” è fra i 5 racconti finalisti del Premio Letterario Roberto Iannilli 2019. E’ la storia di una manciata di ore della vita di Marco, raccontata da nove femmine appartenenti alla fauna appenninica. Quella qui sopra è la prima. Il racconto completo uscirà in una raccolta di prossima pubblicazione.

sussurroSe vi dicessi che è la storia di cinque ecoterroristi che portano dentro alla “causa” i loro bagagli, le loro biografie, sarebbe come dirvi che la Bibbia è la storia di Eva, Mosé, e Abramo.

Se vi dicessi che è l’epopea degli alberi per interposti esseri umani, sarebbe come dirvi che la Bibbia è la storia di Dio.

Invece, “Il sussurro del mondo” è entrambe le cose e molto di più.

Il titolo originale “The Overstory” un paio di suggerimenti li offre. La overstory è la copertura della foresta pluviale, l’insieme delle chiome più alte. Ma overstory significa anche “la storia che sta sopra” – non nel senso di “alto” in opposizione a “basso” – ma quella che sta oltre, quella scritta dai giganti plurisecolari, dalle loro radici, dai loro trochi. Una overstory che potrebbe dare senso diverso alle vicende dei piccoli sapiens. Alle loro domande. Alle loro inquietudini.

Come tutte le grandi storie anche questa nasce dai viaggi di eroi-protagonisti che a un certo punto si rivelano molto poco eroici e, in questo caso, protagonisti fino a un certo punto. Protagonisti in senso relativo, riportati alla giusta dimensione dalla overstory. L’altra storia. Quella dei grandi antenati: gli alberi.

“Il modo più semplice ed efficace per convincere una foresta a ripresentarsi in qualunque appezzamento di terreno disboscato è non fare niente – assolutamente nulla, e farlo più in fretta di quanto possiate pensare.”

Un romanzo però non è solo un tema e una trama che crea palcoscenici ai personaggi. Le storie sono state raccontate più o meno tutte, e in ognuna ci sono tracce di quelle che l’hanno preceduta. Che valga la pena leggerne una in particolare dipende più dal “come” che dal “cosa”. Di storie su pluriomicidi e sul rapporto fra norma e libertà, fra colpa individuale e sanzione collettiva, ne sono state scritte diverse. Ma solo una è “Delitto e castigo”. Di storie sul tennis e sulle dipendenze da cultura pop, lo stesso. Ma una sola è “Infinite Jest”. E l’unicità dipende dal “come”, dalla voce e dalla struttura che Dostoevskij e Wallace scelsero di dare ai loro romanzi.

E su questo fronte Powers fa il passo decisivo. Stili vicini ma diversi ritagliati sui 9 personaggi, nelle “Radici”. Stili che convergono e si intrecciano nel “Tronco” per sciogliersi nell’uniformità delle “Chiome”, come cresciuti, pronti a sbocciare e lanciare nel vento i “Semi”.

Qui è lì – comprensibile in più di 600 pagine di svolte e prosa trascinanti – Powers inciampa nel peccato veniale di quasi tutti gli scrittori, prima o poi: la digressione colta che spiega al lettore come dovrebbe interpretare ciò che sta leggendo, e il dialogo citazionale con il resto della letteratura, quasi per collocarsi all’interno di una biblioteca globale. Superflui entrambi in questo caso, viste le pagine che si hanno di fronte. Superflui e sostanzialmente invisibili in un libro da assaporare, quasi da “ascoltare” come si ascolterebbe la voce, il sussurro, degli alberi. Se solo fossimo in grado.

Ma è anche un libro che andrebbe letto e fatto leggere nell’età in cui si sviluppano le convinzioni “politiche”. Per due motivi principali. Da un lato perché pur essendo un libro “militante” non sfiora mai, nemmeno per errore, la caricatura del “nemico”. Tutt’altro semmai, lo avvolge, lo ricomprende, lo rende parte integrante degli errori commessi, ne sparge le colpe anche sugli eroi-protagonisti per dargli credibilità e umanità. Dall’altro lato, perché le storie sono più potenti di qualunque ragionamento colto fondato sui dati, per quanto esatto e attendibile sia.

“Il gelso è ancora là, dietro il muro della fortezza di tronchi innalzato per difendere Deep Creek. Le migliori argomentazioni del mondo non faranno cambiare idea a una persona. L’unica cosa che può riuscirci è una bella storia.”